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Roma, Roma, Italy
Scrittrice di romanzi, racconti, fiabe, favole e storie per l'infanzia. Autrice del romanzo "Donne allo specchio" Mef Firenze, della raccolta di Fiabe "Storie di Magia" Happy Art Edizioni Milano, del volume LegenΔe di Piante - Nostra Protezione ed equilibrio in terra (una raccolta di 12 leggende sulle piante ambientate nei dodici mesi dell’anno) pubblicato a puntate nel 2014 su Wall Street International Magazine.Nel giugno 2017 ha pubblicato per la Collana I Cortili della Casa Editrice dei Merangoli, il Saggio Ingegneria Elevato n - Ingegneria del Futuro o Futuro dell’Ingegneria?, scritto a quattro mani con suo fratello Maurizio Boi, con 150 Immagini Colore/BN del fotografo Sergio Pessolano.

giovedì 7 giugno 2012

Da "Terra vivente" di Stephan Harding

<<Ci sono molti tipi diversi di atomi, ognuno con diverse personalità chimiche. 
Sono definiti elementi base perché una volta erano considerati componenti di tutto ciò che ci circonda, inclusi i nostri corpi e naturalmente la Terra.
...
Protoni e neutroni sono pesanti e costituiscono gran parte della massa di un atomo, mentre gli elettroni sono quasi privi di massa, ma tutti gli atomi sono per il 99,99% spazio vuoto. Secondo alcuni fisici quantistici alcune particelle entrano ed escono dall'esistenza, entrando in ciò che il cosmologo Brian Swimme definisce  "l'Abisso che nutre tutto" - il vuoto quantistico o campo di energia zero, quando escono temporaneamente dall'esistenza>>.
http://www.youtube.com/watch?v=1cCek0lGN_Q

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venerdì 1 giugno 2012

L'Albero della tribù di Jesùs Urzagasti


Questa poesia è tratta dalla raccolta di poesie dal titolo omonimo ed è solo una delle perle scritte da uno dei massimi poeti boliviani viventi, un uomo aperto, indipendente, connesso con se stesso e con l'ambiente circostante, estremamente libero.
L'Albero della tribù
La solitudine è questo
un fiume incessante
tra macigni e terre arate
un albero che spunta dalla stanza
e cerca l’ampio cielo.
Forse una piazza con colombi
che rompono l’architettura del passato
e installano il presente in quell’uomo
che ricorda una poesia
un modo di vedere e di rimuovere una sedia azzurra
mentre il fiume scivola rumoroso
e attraversa la città che abiti
come un albero che abbandona la stanza.
Sei altro tra il cielo e la notte
che non cessa di sbattere le ali
e tace all’alba.

Jesùs Urzagasti

mercoledì 23 maggio 2012

La Terra Vivente: un interessante libro pubblicato da Aboca

Tratto da “Terra Vivente” di Stephan Harding, pubblicato Aboca nel 2008:
<<L’intuizione chiave della teoria di Gaia è straordinariamente olistica e non gerarchica; suggerisce l’esistenza di un “sistema di Gaia come totalità” che detta le regole, che la somma di tutte le reazioni complesse tra vita, atmosfera, rocce e acqua producono su Gaia, l’entità planetaria in evoluzione e autoregolamentazione che ha conservato condizioni abitabili sulla superficie del nostro pianeta per lunghe ere geologiche.
…La teoria di Gaia suggerisce che la vita e l’ambiente non vivente sono “strettamente collegate”, come i partner in un buon matrimonio. Questo implica che ciò che succede a un partner succede all’altro, e implica che tutte le rocce sulla superficie della Terra, l’atmosfera e le acque sono state profondamente alterate dalla vita, e viceversa…>>
In parole povere se noi non ci accorgiamo di essere strettamente connessi con la Terra e l’ambiente circostante, se non li rispettiamo, se li offendiamo e li avveleniamo, stiamo avvelenando, offendendo e non rispettando noi stessi…
Harding cita questo passo sul modo di percepire tra la popolazione San del deserto del Kalahari. Si tratta di un anziano che istruisce un membro più giovane della tribù:
<<Forse pensi che nel profondo dell’oscurità e della boscaglia intricata sei solo e inosservato, ma questo, Piccolo Cugino, sarebbe l’illusione più pericolosa. Non si è mai soli nella boscaglia. Non si è mai inosservati. Si è sempre conosciuti. E’ vero che ci sono molte parti della boscaglia dove l’occhio umano forse non riesce a penetrare, ma c’è sempre, come una spia di Dio in persona, un occhio su di te, anche se è solo l’occhio di qualche animale, uccello, rettile, o piccolo insetto… E oltre agli occhi – e non sottovalutarli – ci sono i viticci delle piante, i fili d’erba, le foglie degli alberi e le radici di tutte le cose che crescono, che portano il calore del sole nella profondità dei recessi più bui e freddi della terra, per risvegliarli a nuova vita. Anche loro si agitano per la sorpresa dei nostri piedi e pulsano in accordo con il nostro passo e sono certo che hanno i loro modi personali di manifestare ciò che noi portiamo o prendiamo dalla vita per cui essi sono una casa. Spesso quando ho visto come un filo d’erba trema all’improvviso in un giorno senza vento al mio arrivo o come tremano le foglie degli alberi, ho pensato che anche loro devono avere un cuore che batte dentro di sè e che il mio arrivo ha accelerato il loro battito per la preoccupazione al punto che posso notare l’allarme vibrare nei loro polsi delicati e nelle loro tempie alte e traslucide>>.

Queste parole dell’anziano animista sono intrise di poesia e saggezza e rappresentano un discorso che noi tutti abbiamo interrotto per inoltrarci, invece, nella foresta della razionalità dove la Dea Mente ha seppellito la Dea Anima e i nostri occhi si sono fermati alla superficie delle cose perdendo di vista il contatto sotterraneo, profondo con la vita.
Patrizia Boi

lunedì 21 maggio 2012

Sabato di cultura: L'ideologia del denaro con Franco Romanò ospite di Linda Sulli e gli altri amici del casale


IL SABATO SPEGNI LA TV E ACCENDI LA CULTURA!



  
 
                SABATO  26 Maggio  2012 alle ore 17

                       CONOSCERE

                                  L’AUTORE 

 Vieni al CASALE GARIBALDI, Via Romolo Balzani, 87 per l'incontro-dibattito con

 LO SCRITTORE

FRANCO ROMANO’
Coautore   di

L’IDEOLOGIA DEL DENARO
Tra psicoanalisi, letteratura, antropologia

      Altri autori: Adriano Voltolin, Lorenzo D’Angelo, Rolf Haubl, Claudio Widmann.

 Alcuni allievi della  
UNIVERSITÀ  DEGLI  ADULTI  E  DELLA  TERZA  ETÀ  
leggeranno   brani dell’opera dell’autore
                                          
   
                 CON IL PATROCINIO DEL MUNICIPIO - ROMA 6                    
                           INGRESSO LIBERO                                                 
                   LINEE BUS 105-558-412-544                 

lunedì 14 maggio 2012

L'Onestà Intellettuale: La prima regola per la lettura di una poesia


Intervista a Giorgio Linguaglossa a cura di Matteo Chiavarone

Dopo il Moderno. Saggi sulla poesia contemporanea di Giuseppe Pedota (CFR, Piateda, 2012 pp. 120 € 13,00).
Intervistiamo Giorgio Linguaglossa, curatore della collana di saggistica della casa editrice CFR che ha appena pubblicato il volume Dopo il moderno. Saggi sulla poesia contemporanea, raccolta degli appunti critici di Giuseppe Pedota, composti dal 2005 al 2010.

Buongiorno, grazie per l’intervista. «Dopo il Moderno»: di che si tratta? Perché riproporre questi testi di Giuseppe Pedota?

L'ho già raccontato: tanto tempo fa, a metà degli anni Novanta con il «Manifesto della nuova poesia metafisica» uscito sul quadrimestrale di letteratura «Poiesis» nel 1995 (altra rivista auto finanziata dal sottoscritto), io e Giuseppe Pedota abbiamo stipulato un patto con noi stessi, cioè che avremmo scritto (a torto o a ragione) quello che pensavamo dei libri di poesia che leggevamo.  In quel torno di anni però ci siamo resi conto che non potevamo semplicemente scrivere delle poesie senza impegnarci anche sul terreno di una «nuova critica» (militante), perché quella «nuova critica» avrebbe anche chiarito i legami  che la collegavano alla «nuova poesia» degli anni Novanta.  E così è accaduto che «Poiesis» è stata il terreno di cultura di una nuova sensibilità e una palestra della «nuova critica». Ebbene, a distanza di venti anni si può dire che io e Giuseppe Pedota siamo rimasti degli isolati. Siamo stati sconfitti? Può darsi, anzi sicuramente siamo stati sconfitti ma ci sono anche delle vittorie di Pirro, non tutte le vittorie portano dei vantaggi né tutte le sconfitte solo svantaggi. La vittoria del minimalismo romano-milanese era ampiamente prevista. È stata una vittoria incontrastata. È stata una valanga che ha travolto e seppellito ogni resistenza del pensiero critico. Ma oggi, a distanza di venti anni, possiamo seriamente affermare che la vittoria del minimalismo romano-milanese corrisponda ai reali «valori» della poesia italiana?  L’intento di Pedota è stato appunto quello di aver posto in discussione il dogma secondo cui quello che fanno gli Uffici stampa dei grandi editori rispecchi i reali valori della poesia italiana. Per certo, Pedota è rimasto fedele a se stesso, non si è mai pentito di quell’antico patto di fedeltà che aveva stipulato con se stesso.

Chi è per lei Giuseppe Pedota? Che rapporto aveva con questo artista così poliedrico e anticonformista?

All’epoca, parlo alla fine degli anni Ottanta, Giuseppe Pedota era un intellettuale disorganico e isolato, un pittore che aveva smesso di dipingere quadri da almeno un ventennio e un poeta che aveva cessato di scrivere poesie da almeno un ventennio quando ci siamo incontrati e conosciuti per il tramite di un poeta romano, Leopoldo Attolico. Ritengo che il lavoro di critico e di poeta di Giuseppe Pedota abbia un valore inestimabile per i giovani e per chi voglia davvero capire che cosa accadeva (ed è accaduto) dietro e sotto la superficie patinata della collana bianca dell’Einaudi che pubblicava i testi dei minimalisti (da Patrizia Cavalli a Valerio Magrelli e adesso i post-minimalisti come la Gualtieri). Dal punto di vista della collana bianca dell’Einaudi Pedota è un autore dimenticato e rimosso? Io ritengo che la poesia e gli scritti critici di Pedota parlino una lingua molto chiara e cristallina. C’è stato anche qualcuno che ha tentato di dimenticare in fretta dicendo che in questi ultimi trenta anni non c’è stato nulla di nuovo nella poesia italiana (Maurizio Cucchi). Ovviamente, le cose non stanno così.  Lo ripeto ancora una volta, né io né Pedota siamo nati con la camicia di «critico» ma ci siamo  sforzati di pensare come «critici» perché ritenevamo che i tempi richiedessero da noi un impegno «critico» che non potevamo deludere né eludere, pena la nostra capitolazione intellettuale (ed etica, che poi è la stessa cosa). Lo sforzo critico del libro di Pedota è diretto verso i giovani (non contro i giovani), sono i giovani che debbono ereditare l'esempio e le tesi dei suoi lavori critici, sono i giovani che devono ricevere il testimone. Il messaggio di Giuseppe Pedota è rivolto ai più giovani affinché essi riprendano a pensare con la propria testa e non si facciano intimidire dalla minaccia del castigo dell’isolamento (diretto e/o indiretto) o altro. Ritengo che anche in letteratura occorra avere coraggio, il coraggio delle proprie idee, altrimenti si finisce tutti nella melassa epigonica di coloro che scrivono come vogliono gli Ottimati. Se io, e altri come me, Ennio Abate, Giuseppe Pedota facciamo della critica è perché questo è un lavoro che riteniamo ineludibile, necessario.
Certo, anch’io ho dovuto pagare un certo prezzo per questa mia libertà di critico. Degli esempi? Bene ve lo dirò: ho proposto negli ultimi tempi dei miei scritti a LE PAROLE E LE COSE a LA NAZIONE INDIANA e a LA POESIA E LO SPIRITO che sono stati passati sotto silenzio; alcune riviste come «L'immaginazione» si sono rifiutate, a priori, di recensire libri che avevo scritto io perché, è stato detto, avevo osato criticare autori come Cacciatore e Sanguineti. E la lista potrebbe continuare. Ma nel nostro povero paese tutto ciò è diventato normale: non c'è più la censura del regime ma c'è la censura degli epigoni degli epigoni che è occhiuta e salace quant’altri mai.

Per chi è stato scritto questo libro? Qual è il suo pubblico ideale?

Il pubblico ideale del libro di Pedota sono i giovani, coloro che vogliono capire qualcosa della storia d’Italia attraverso la storia della poesia contemporanea.  

Che cosa si intende per “moderno” parlando di poesia?

Oggi, nel Moderno dispiegato parlare di poesia o di «critica militante» rasenta la blasfemia. La tesi forte da cui parte Pedota è che negli anni Sessanta la poesia italiana ha imboccato la via del «riformismo moderato» inaugurata da autori come Giovanni Giudici con La vita in versi (1965) e Vittorio Sereni con Gli strumenti umani, ed ha camminato per quella via accumulando un ritardo storico rispetto alle esperienze poetiche che intanto si erano fatte (e si facevano) in altri paesi. La verità è un’altra, la spina dorsale della poesia del secondo Novecento è costituita da poeti come franco Fortini, Angelo Maria Ripellino e Helle Busacca. E mi chiedo: è consentito capovolgere le «verità» acquisite? È lecito porsi delle domande? È lecito chiedersi  come è accaduto che in Italia si sia instaurato un consenso (un conformismo di facciata) su un tipo di poesia assolutamente elitaria scritta per i professori di linguistica e di glottologia come quella di Zanzotto? E perché questo è accaduto? Come è accaduto che un poeta intraducibile e incomprensibile con il suo sperimentalismo idiolettico è stato recepito come il maggior poeta italiano? Il libro di Pedota si pone delle domande, domande inquietanti, domande scomode. Pedota legge la poesia di Antonio Riccardi, di Maurizio Cucchi, di Mario Benedetti e si chiede: come mai il «reale» sfugge dalle mani degli esistenzialisti milanesi che vorrebbero catturarlo? C'è una spiegazione a questo fenomeno? E Pedota si pone la domanda finale: Il «reale» sfugge alla poesia italiana? E perché? Perché la poesia di Milo De Angelis dopo il suo brillante esordio con Somiglianze del 1980 si è accartocciata su se stessa? E si è isterilita in giochi sintattici e in inversioni di immagini? E Pedota si chiede: perché la poesia dei minimalisti romano-milanesi è diventata una congerie di commenti a luoghi comuni e luogo comune essa stessa? E Pedota si chiede: vogliamo voltare pagina? Vogliamo chiudere, e per sempre, il libro del minimalismo? Domande legittime, mi sembra.
Che Pedota sia un eretico? Ma eretico di che, di quale ortodossia? E chi l'ha stabilita l'ortodossia? Io penso molto semplicemente che Pedota sia un critico che pensa il proprio oggetto: il Moderno, o meglio, ciò che è accaduto nel Dopo il Moderno. Pedota non è mai stato interessato a far da sponda a questo o a quello, i suoi non sono «giudizi» tribunalizi, lui non è un giudice monocratico che emette sentenze, è un essere pensante che esprime valutazioni e argomentazioni.
A mio avviso, un libro come quello di Giuseppe Pedota, se fossimo in un paese serio, intendo se fossimo in un consesso di intellettuali credibili, dovrebbe essere analizzato e discusso; e invece nulla di tutto ciò. È per questo che io ritengo che in Italia gli effetti devastanti della «stagnazione economica, spirituale e stilistica» si propagano a macchia d'olio su tutti gli aspetti della vita associata. Perché? vogliamo dirlo? La poesia è una attività pubblica, che si fa in privato ma si esercita in pubblico. Ma, ovviamente, il luogo pubblico della poesia non coincide con quello del mercato.

Questo volume è una carrellata di poeti, più o meno conosciuti. Chi di loro ha avuto meno successo di quello che meritava?
Poeti come Giorgia Stecher (di cui ricordo Altre foto per Album del 1996), Maria Rosaria Madonna (con Stige del 1992), Maria Marchesi (con L’occhio dell’ala del 2003 e Evitare il contatto con la luce del 2005), Chiara Moimas (con L’Angelo della morte e altre poesie del 2003), Laura Canciani (con L’aquila svolata del 1983 e Il contagio dell’acqua del 2010), Dante Maffìa (del quale basti ricordare Il leone non mangia l’erba del 1975, Lo specchio della mente del 2000 e La Biblioteca d’Alessandria del 2006), Luigi Manzi (con Mele rosse del 2004), oltre che lo scrivente, sono tutti autori sotto valutati, direi non solo per svista e incuria ma per una assenza di pensiero critico indipendente.
Peraltro, occorre distinguere il successo editoriale da quello dei lettori e da quello della critica. Il primo è nullo o quasi; il secondo evanescente e illusorio, nel senso che la critica della poesia contemporanea è affondata in un birc à brac pseudo critico letterario, in un gergo tra lo ieratico e lo ierofanico.

Riprendo una domanda che sta alla base del saggio finale. C’è una crisi della ragione poetica?

È in atto da almeno trenta anni una Crisi della ragione poetica. È incontrovertibile.
La poesia delle nuove generazioni impiega l’arma dell’ironia, fa le capriole, assume pose attoriali, celebra cerimonie, prende possesso del palcoscenico come d’un artificio, d’una messinscena. Il divertimento del poeta desublimato corrisponde alla irriverenza con cui tratta il proprio materiale poetico; l’entrata in gioco (ovvero, l’entrata in scena) è anche la presa di possesso d’un materiale poetico povero, automatizzato, sclerotizzato, socialdemocraticamente complicato da rime, contro rime e anti rime, assonanze interne (ed esterne) dove è possibile perfino registrare il «gioco» tra presenza (dell’orecchio) e assenza (dell’occhio), squisita mistificazione del poeta di corte. Ne esce l’istantanea composita di un «mondo in vetrina». Sono gli indizi del lutto che la società del villaggio globale annunzia: gli oggetti scaduti (tra cui anche la poesia di ieri), l’amore di coppia, il sublime (e l’anti sublime) della tragicommedia dell’«io» moderno. Mentre l’eterna Arcadia italica si esprime «nella lingua della clericatura», nella lingua di uso pragmatico (sempre più periferica e marginale) suonando il plettro delle viandanze turistiche, la migliore poesia dei giovani dell’ultima generazione preferisce esprimersi nell’idioma della propria marginalità assoluta, marginalità linguistica e stilistica che è stata scacciata dai circuiti della produzione-consumo (quel coacervo di superconformismo di una sottoclericatura destinata al servizio di corte): la marginalità della merce riciclata e riutilizzata dell’epoca della stagnazione stilistica.
La gran parte della odierna poesia oggi in voga (una sorta di sub-derivazione del minimalismo), con tanto di sublime nel sub-jectum, scrive in un super latino della comunità internazionale qual è diventato il gergo poetico in Europa (di cui l’italiano è una sub componente gergale). Ma, è ovvio, qui siamo ancora (e sempre) sul vascello di una poesia leggera, che va a gonfie vele sopra la superficie dei linguaggi neutralizzati del Dopo il Moderno: srotolando questo linguaggio come un tappeto ci si accorge che ci sono cibi precotti, già confezionati, da esportazione: non c’è profondità, non c’è spessore, non ci sono più limiti. La leggerezza rimbalza sulla superficie, non ne affronta cause ed effetti drammatici, non c’è indagine della superficialità fino a indagarne e metterne a nudo le profondità.
Ci sono i linguaggi del tappeto volante del tutto e subito e del paghi uno e prendi tre, del bianco che più bianco non si può. C’è una libertà sfrenata, una democrazia demagogica: si può andare dappertutto, e con qualsiasi veicolo, verso il rococò, verso la nuova Arcadia, verso la poesia civile, verso un nuovo maledettismo (con tanto di conto corrente dei genitori in banca) e verso lo stile lapidario; una direzione vale l’altra, o meglio, c’è una indirezionalità ubiquitaria che ha fatto a meno della bussola: il nord equivale al sud, la sinistra equivale alla destra, l’alto sta sullo stesso piano del basso. In realtà, non si va in alcun luogo, si finisce sempre nell’ipermarket della superficie, dentro il tegumento dei linguaggi e dei temi neutralizzati. Siamo tutti finiti in quella che io ho recentemente definito poesia da superficie.

Cosa ne pensa lei della situazione della poesia oggi? Quanto sta influendo, in bene e in male, la rete nei processi naturali di una forma d’arte tanto complessa quanto la poesia?

«Sì, la scacchiera va buttata per aria», sono d'accordo con Ivan Pozzoni e Francesca Tuscano, forse la rete può servire ma occorrerebbe una miccia come quella che ha innescato la catena delle rivoluzioni maghrebine  ma per far ciò occorre un «pensiero critico», occorre riscrivere le «regole minime» per la lettura di una poesia. Lei mi chiede qual è la prima delle regole minime? Le rispondo: l’onestà intellettuale (molto più importante di quella monetaria). Lei mi chiede che cos’è un «pensiero critico»? Le rispondo: sembra di parlare di ircocervi in scatola! Dove si trova? Negli Almanacchi? Nelle innumerevoli Antologie auto promozionali? Nelle riviste auto promozionali?
Sì, dobbiamo uscire anche dal pathos dell'autenticità del pensiero militante (ormai storicamente tramontato) e prendere atto che il mondo della chiacchiera letteraria è consustanziale al mondo della chiacchiera poetica; nella misura in cui la poesia È FUORI MERCATO, essa, la poesia corrente è anche fuori della storia, abita il presente, il presenzialismo, la fugace visibilità, la performance; è diventata fluida, liquida, elusiva, esclusiva; il senza-espressione (o l'intensificazione forsennata dell'espressione) tende a prevalere sulla formulazione di un discorso poetico organizzato sulla finalità della conoscenza dell'oggetto.
Non mi meraviglia che la poesia corrente sia finita FUORI MERCATO; se ciò è accaduto è perché il livello qualitativo della poesia corrente (quella proposta dai Grandi Editori) è stata ed è terribilmente basso. Si pubblica per ragioni di contiguità, di affinità e di visibilità accademico-mediatica. Ma andando per questa via in discesa, abbassando sempre di più il livello qualitativo della poesia proposta, si è giunti al punto di non ritorno: non è più possibile scendere più in basso, abbiamo toccato il punto più basso dagli inizi del Novecento, ed i lettori si sono rivolti altrove. Inoltre, la poesia corrente è sempre più idiolettica, auto esasperata, impreziosita di ologrammi e di fantasmi, posticcia, falsa come una moneta falsa e la puoi sentire dal tinnire fesso della sua materia. In queste condizioni che fare?
Pubblichiamo di meno. Anzi, come qualche tempo fa scrisse Luigi Manzi, non pubblichiamo affatto, facciamo una serrata di 10 anni non pubblicando alcun libro di poesia! Sarebbe già qualcosa. Ma, ovviamente da solo questo non basta. E bisogna ritornare a mettere in onda un «pensiero critico» applicato alla poesia. Non c'è altra strada, credo.

giovedì 10 maggio 2012

Queste parole sono di Satya, La tua mano nella mia


Ci sono stati libri che hanno cambiato le sorti della letteratura, altri che hanno interpretato le esigenze di un'intera generazione, il libro di Satya, invece, nella suo entusiasmo puro e trasparente, ci conduce ad aprirci verso quanto di straordinario e piacevole abbiamo già dentro di noi e verso quanto di magico possiamo percepire dalle positive energie dell'Universo. Che vogliate chiamarle Angeli o Entità, o Esseri di Luce, ha poca importanza, la cosa fondamentale è la percezione di queste energie che mandano un messaggio  travalicante le nostri inutili corse verso i drammi del quotidiano. Nel Codice dell'anima di Satya, che rammenta i momenti culminanti de Il Cielo sopra Berlino di  Wenders, si possono leggere messaggi che nessuno può raccontare meglio delle sue poetiche e travolgenti parole: 

<<Gioca con l’acqua, con le foglie, con i fiori, gioca con gli alberi, affinché il tuo cuore possa gioire, l’anima sentirsi libera, respirando il divenire di quei luoghi dove tutto è nuovo.
Dove ci sono gli alberi, l’acqua che scorre, i fiori che crescono, ogni giorno ci sarà un fiore e l’acqua, scorrendo, sarà cambiata. Ecco l’incanto: tutto sembra uguale, ma tutto continua a mutare. Osservando tutto questo, scoprendo tutto questo con il cuore, comprenderai la vita, della vita l’Essenza, comprenderai il perché di questo viaggio.
Risveglierai in te una sensibilità nuova, una sensitività e una percezione nuove, un intuito nuovo, ma che hai già dentro di te. Scoprirai, sentirai, conoscerai senza più necessità di libri e parole. In questi luoghi, con i fiori, con le foglie, con l’acqua, con gli alberi gioca, parla, con gli uccelli canta e poi lascia che tutto penetri in te, aprendoti completamente, ascoltando attentamente. E tutto ciò che vibra in questi luoghi, vibrerà dentro di te, ti aiuterà a ricordare ciò che hai dentro, ti aiuterà ad unirti a noi, perché lì è più facile sentirci. Molti cuori sono pronti a questo contatto con la Natura, altri lo sono meno, per la loro storia, ma sempre questi luoghi possono essere di grande aiuto.
E senti il profumo dei fiori, ma anche dell’acqua e dell’aria, perché anche l’acqua e l’aria hanno il loro profumo, e saranno i profumi a farti ricordare, a far risalire dal profondo le tue bellezze>>.


<<Nell’esprimere l’amore spesso le parole non dicono ciò che provate, ma quando rimanete in silenzio, ecco che i cuori si parlano, si comprendono, comunicate con il linguaggio dell’anima. Ma bisogna essere lì in silenzio, essere lì insieme.
Non puoi dire ad un amato: “Ti amo intensamente” e rimanere lontana da lui. Non puoi dire: “Ti sogno, ti desidero”, e poi non stare con lui. Chi è accanto a te lo è per il suo disegno, per la sua evoluzione, ma la sua presenza è motivo di crescita, di evoluzione anche per te. L’amato ha bisogno di essere rassicurato anche con la tua presenza, ha bisogno di ricevere le tue tenerezze, le carezze, le dolcezze, ha bisogno di sentire le tue vibrazioni d’amore.
Nella natura trovi più facilmente te stessa, ma ama tutto e chiunque con la stessa intensità, con lo stesso piacere,
solo così ami di un solo amore, doni un solo amore, diventi amore, entri nel grande amore dell’universo.
Chiedi a chi è accanto a te di sedersi con te e respirare insieme l’amore, di scegliere di sentire ciò che dentro pulsa, ciò che dentro si muove solo nell’essere lì insieme, in silenzio, senza essere distolti dalle parole.
Per far ciò serve il coraggio, serve una scelta, la scelta di amare realmente, profondamente, totalmente, senza condizioni, serve il coraggio di andare a scoprire ciò che di più intimo vi è nel profondo e osservarlo, donarlo a chi è vicino senza timore, con la gioia di poter condividere il proprio intimo, di scoprire ciò che dentro si è celato forse per troppo tempo o ciò che è entrato nel profondo e lì è stato dimenticato.
Spesso ciò che si è celato turba l’armonia, impedisce la gioia vera, impedisce la fusione con la persona amata, con il Tutto, perché forse ciò che nel profondo viene lasciato è sofferenza, è dolore, è timore. Per vivere totalmente, intensamente, per gioire del Tutto, per amare il Tutto, per fondersi con il Tutto, per amare chiunque, il cuore deve essere svuotato da ogni sentimento che non sia l’amore, da ogni cosa che non sia la Luce.
Spesso si teme di stare in silenzio accanto alla persona amata o ad altre persone e allora si riversano fiumi di parole per celare emozioni e sensazioni, per il timore di scoprirsi. Ma ricorda: è solo l’amore che conta, sarà solo l’amore che conterà.
Avvicinati alla Natura, lasciati toccare dal sole, dal vento, dalla pioggia, dalle foglie, dalla terra, dagli alberi, dal mare, da tutto ciò che vive in questo amore particolare, questo amore grande, puro, e lasciati amare.
Per far questo devi fermarti, sederti, abbandonarti, devi permettere al cuore di spalancarsi e all’anima di parlare nel silenzio più profondo. E’ la stessa cosa con i compagni di viaggio, con i quali puoi avere rapporti diversi, sentire amori diversi. Per ricevere il loro amore, per far sentire il tuo amore, devi fermarti, sederti accanto, in silenzio, e in quel silenzio permettere ai cuori di spalancarsi, alle anime di parlare, di unirsi, di conoscersi, di fondersi. Osserva cosa ti impedisce questi momenti, per comprendere cosa vi è dentro di te da trasformare, da guarire, da sciogliere, da lasciar andare.
Senti e ama il compagno vento che ti sta parlando, ti sta accarezzando, comprendendo, accompagnando.
Senti e ama il compagno sole che ti sta scaldando, senti e ama la compagna terra che ti sta accogliendo.
Sta con gioia con questi compagni speciali, tra i quali ci sono altri compagni speciali, invisibili per te ora, ma poi, con la stessa gioia sta con i compagni che incontri sul cammino, per scambiare carezze, per riscaldare i vostri cuori con le tenerezze, per permettere alle vostre anime di riconoscersi, di crescere insieme, per elevarsi insieme.
E sarà l’amore che farà accadere sempre tutto, fuori e dentro di te. Stà vicina a tutto, a tutti, per conoscere prima l’amore vero, puro e diventare amore.
Credi in un amore che ti appagherà, che appagherà tutto di te, che creerà tutto, che permetterà tutto, un amore che per me è impossibile far capire a te con le parole, perché quest’amore non può essere spiegato, non può essere capito, va solamente vissuto, va solamente donato.
Respiralo dentro di te, sentilo attorno a te, sognalo e così fa entrare il Tutto che l’amore crea e dona. Fa questo gioco col cuore di bimba, con la mente lontana, con la gioia di riscoprire la chiave di tutto.
E ricorda che, se vivrai intensamente il rapporto con la Natura, il rapporto con i compagni che incontri nel cammino, comprenderai e imparerai tante cose, gioirai per tante cose.
Non vi sono libri che contengono la saggezza antica che la Natura può donare, non vi è scuola più grande della scuola della vita, dove tutti siete contemporaneamente maestri e alunni.
Ma per apprendere queste lezioni, per comprendere questa saggezza, serve solo il cuore, un cuore semplice, candido, umile, pieno d’amore, il cuore di un bimbo. E così che conoscerai la vera forza: la forza dell’Anima>>.