Ho visto nei tuoi occhi la fiamma inconquistabile
di cui parlava Ezra Pound nei suoi vaneggiamenti
e il lillà jaracandà in una piazza d'altri tempi.
Più tardi avrei aspirato l'aria di una stanza
dalle finestre spalancate
il mezzogiorno senza colline era un animale sacro
e un ricordo recente la brezza che lo placava.
Molti devono cercare da soli la porta della città
perché tu e io si possa essere una lievissima prova
del passaggio della pioggia nella memoria.
Siamo ostaggi od ombre del rumore delle acque
tra edere silvestri e uccelli - mi dici tu
cresciuta sotto i tuoi aromatici capelli
nuda in un mondo che sta tutto nelle mie mani.
Gli Esseri del Regno di Fantasia non si arrendono mai, che siano umili fanciulle o giovani coraggiosi, splendide principesse o nobili principi, piumosi pulcini o soffici aquilotti… Fatine ed elfi, vecchine sapienti e bimbi giudiziosi, uccelli variopinti e farfalline leggiadre si aggirano nel Mondo di Fata Immaginazione, Tessitrice dei nostri Sogni…
Informazioni personali
- Patrizia Boi
- Roma, Roma, Italy
- Scrittrice di romanzi, racconti, fiabe, favole e storie per l'infanzia. Autrice del romanzo "Donne allo specchio" Mef Firenze, della raccolta di Fiabe "Storie di Magia" Happy Art Edizioni Milano, del volume LegenΔe di Piante - Nostra Protezione ed equilibrio in terra (una raccolta di 12 leggende sulle piante ambientate nei dodici mesi dell’anno) pubblicato a puntate nel 2014 su Wall Street International Magazine.Nel giugno 2017 ha pubblicato per la Collana I Cortili della Casa Editrice dei Merangoli, il Saggio Ingegneria Elevato n - Ingegneria del Futuro o Futuro dell’Ingegneria?, scritto a quattro mani con suo fratello Maurizio Boi, con 150 Immagini Colore/BN del fotografo Sergio Pessolano.
lunedì 11 giugno 2012
giovedì 7 giugno 2012
Da "Terra vivente" di Stephan Harding
<<Ci sono molti tipi diversi di atomi, ognuno con diverse personalità chimiche.
Sono definiti elementi base perché una volta erano considerati componenti di tutto ciò che ci circonda, inclusi i nostri corpi e naturalmente la Terra.
...
Protoni e neutroni sono pesanti e costituiscono gran parte della massa di un atomo, mentre gli elettroni sono quasi privi di massa, ma tutti gli atomi sono per il 99,99% spazio vuoto. Secondo alcuni fisici quantistici alcune particelle entrano ed escono dall'esistenza, entrando in ciò che il cosmologo Brian Swimme definisce "l'Abisso che nutre tutto" - il vuoto quantistico o campo di energia zero, quando escono temporaneamente dall'esistenza>>.
http://www.youtube.com/watch?v=1cCek0lGN_Q
Sono definiti elementi base perché una volta erano considerati componenti di tutto ciò che ci circonda, inclusi i nostri corpi e naturalmente la Terra.
...
Protoni e neutroni sono pesanti e costituiscono gran parte della massa di un atomo, mentre gli elettroni sono quasi privi di massa, ma tutti gli atomi sono per il 99,99% spazio vuoto. Secondo alcuni fisici quantistici alcune particelle entrano ed escono dall'esistenza, entrando in ciò che il cosmologo Brian Swimme definisce "l'Abisso che nutre tutto" - il vuoto quantistico o campo di energia zero, quando escono temporaneamente dall'esistenza>>.
http://www.youtube.com/watch?v=1cCek0lGN_Q
Fiabe, favole, patrizia, boi, filastrocche, leggende, piante, alberi, celti, erboristeria, racconti, romanzi, magia, emozioni, natura, ambiente, musa, ispirazione, teatro, lettura, classici, storie per bambini, infanzia, letteratura, viaggio, elfi, fate, gnomi, streghe, maghi, spititelli, animelle, spiritualità,
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venerdì 1 giugno 2012
L'Albero della tribù di Jesùs Urzagasti
Questa poesia è tratta dalla raccolta di poesie dal titolo omonimo ed è solo una delle perle scritte da uno dei massimi poeti boliviani viventi, un uomo aperto, indipendente, connesso con se stesso e con l'ambiente circostante, estremamente libero.
L'Albero della tribù
La
solitudine è questo
un
fiume incessante
tra
macigni e terre arate
un
albero che spunta dalla stanza
e
cerca l’ampio cielo.
Forse
una piazza con colombi
che
rompono l’architettura del passato
e
installano il presente in quell’uomo
che
ricorda una poesia
un modo
di vedere e di rimuovere una sedia azzurra
mentre il
fiume scivola rumoroso
e
attraversa la città che abiti
come un
albero che abbandona la stanza.
Sei
altro tra il cielo e la notte
che non
cessa di sbattere le ali
e
tace all’alba.
Jesùs Urzagasti
mercoledì 23 maggio 2012
La Terra Vivente: un interessante libro pubblicato da Aboca
Tratto da “Terra Vivente” di Stephan Harding, pubblicato Aboca nel 2008:
<<L’intuizione chiave della teoria di Gaia è straordinariamente olistica e non gerarchica; suggerisce l’esistenza di un “sistema di Gaia come totalità” che detta le regole, che la somma di tutte le reazioni complesse tra vita, atmosfera, rocce e acqua producono su Gaia, l’entità planetaria in evoluzione e autoregolamentazione che ha conservato condizioni abitabili sulla superficie del nostro pianeta per lunghe ere geologiche.
…La teoria di Gaia suggerisce che la vita e l’ambiente non vivente sono “strettamente collegate”, come i partner in un buon matrimonio. Questo implica che ciò che succede a un partner succede all’altro, e implica che tutte le rocce sulla superficie della Terra, l’atmosfera e le acque sono state profondamente alterate dalla vita, e viceversa…>>
In parole povere se noi non ci accorgiamo di essere strettamente connessi con la Terra e l’ambiente circostante, se non li rispettiamo, se li offendiamo e li avveleniamo, stiamo avvelenando, offendendo e non rispettando noi stessi…
Harding cita questo passo sul modo di percepire tra la popolazione San del deserto del Kalahari. Si tratta di un anziano che istruisce un membro più giovane della tribù:
<<Forse pensi che nel profondo dell’oscurità e della boscaglia intricata sei solo e inosservato, ma questo, Piccolo Cugino, sarebbe l’illusione più pericolosa. Non si è mai soli nella boscaglia. Non si è mai inosservati. Si è sempre conosciuti. E’ vero che ci sono molte parti della boscaglia dove l’occhio umano forse non riesce a penetrare, ma c’è sempre, come una spia di Dio in persona, un occhio su di te, anche se è solo l’occhio di qualche animale, uccello, rettile, o piccolo insetto… E oltre agli occhi – e non sottovalutarli – ci sono i viticci delle piante, i fili d’erba, le foglie degli alberi e le radici di tutte le cose che crescono, che portano il calore del sole nella profondità dei recessi più bui e freddi della terra, per risvegliarli a nuova vita. Anche loro si agitano per la sorpresa dei nostri piedi e pulsano in accordo con il nostro passo e sono certo che hanno i loro modi personali di manifestare ciò che noi portiamo o prendiamo dalla vita per cui essi sono una casa. Spesso quando ho visto come un filo d’erba trema all’improvviso in un giorno senza vento al mio arrivo o come tremano le foglie degli alberi, ho pensato che anche loro devono avere un cuore che batte dentro di sè e che il mio arrivo ha accelerato il loro battito per la preoccupazione al punto che posso notare l’allarme vibrare nei loro polsi delicati e nelle loro tempie alte e traslucide>>.
Queste parole dell’anziano animista sono intrise di poesia e saggezza e rappresentano un discorso che noi tutti abbiamo interrotto per inoltrarci, invece, nella foresta della razionalità dove la Dea Mente ha seppellito la Dea Anima e i nostri occhi si sono fermati alla superficie delle cose perdendo di vista il contatto sotterraneo, profondo con la vita.
Patrizia Boi
<<L’intuizione chiave della teoria di Gaia è straordinariamente olistica e non gerarchica; suggerisce l’esistenza di un “sistema di Gaia come totalità” che detta le regole, che la somma di tutte le reazioni complesse tra vita, atmosfera, rocce e acqua producono su Gaia, l’entità planetaria in evoluzione e autoregolamentazione che ha conservato condizioni abitabili sulla superficie del nostro pianeta per lunghe ere geologiche.
…La teoria di Gaia suggerisce che la vita e l’ambiente non vivente sono “strettamente collegate”, come i partner in un buon matrimonio. Questo implica che ciò che succede a un partner succede all’altro, e implica che tutte le rocce sulla superficie della Terra, l’atmosfera e le acque sono state profondamente alterate dalla vita, e viceversa…>>
In parole povere se noi non ci accorgiamo di essere strettamente connessi con la Terra e l’ambiente circostante, se non li rispettiamo, se li offendiamo e li avveleniamo, stiamo avvelenando, offendendo e non rispettando noi stessi…
Harding cita questo passo sul modo di percepire tra la popolazione San del deserto del Kalahari. Si tratta di un anziano che istruisce un membro più giovane della tribù:
<<Forse pensi che nel profondo dell’oscurità e della boscaglia intricata sei solo e inosservato, ma questo, Piccolo Cugino, sarebbe l’illusione più pericolosa. Non si è mai soli nella boscaglia. Non si è mai inosservati. Si è sempre conosciuti. E’ vero che ci sono molte parti della boscaglia dove l’occhio umano forse non riesce a penetrare, ma c’è sempre, come una spia di Dio in persona, un occhio su di te, anche se è solo l’occhio di qualche animale, uccello, rettile, o piccolo insetto… E oltre agli occhi – e non sottovalutarli – ci sono i viticci delle piante, i fili d’erba, le foglie degli alberi e le radici di tutte le cose che crescono, che portano il calore del sole nella profondità dei recessi più bui e freddi della terra, per risvegliarli a nuova vita. Anche loro si agitano per la sorpresa dei nostri piedi e pulsano in accordo con il nostro passo e sono certo che hanno i loro modi personali di manifestare ciò che noi portiamo o prendiamo dalla vita per cui essi sono una casa. Spesso quando ho visto come un filo d’erba trema all’improvviso in un giorno senza vento al mio arrivo o come tremano le foglie degli alberi, ho pensato che anche loro devono avere un cuore che batte dentro di sè e che il mio arrivo ha accelerato il loro battito per la preoccupazione al punto che posso notare l’allarme vibrare nei loro polsi delicati e nelle loro tempie alte e traslucide>>.
Queste parole dell’anziano animista sono intrise di poesia e saggezza e rappresentano un discorso che noi tutti abbiamo interrotto per inoltrarci, invece, nella foresta della razionalità dove la Dea Mente ha seppellito la Dea Anima e i nostri occhi si sono fermati alla superficie delle cose perdendo di vista il contatto sotterraneo, profondo con la vita.
Patrizia Boi
lunedì 21 maggio 2012
Sabato di cultura: L'ideologia del denaro con Franco Romanò ospite di Linda Sulli e gli altri amici del casale
IL SABATO
SPEGNI LA TV E
ACCENDI LA CULTURA !
SABATO 26 Maggio 2012 alle ore 17
CONOSCERE
|
L’AUTORE
Vieni al CASALE GARIBALDI, Via Romolo Balzani, 87 per l'incontro-dibattito con
LO SCRITTORE
FRANCO ROMANO’
Coautore di
L’IDEOLOGIA DEL DENARO
Tra psicoanalisi, letteratura, antropologia
Altri autori: Adriano Voltolin, Lorenzo
D’Angelo, Rolf Haubl, Claudio Widmann.
Alcuni allievi della
UNIVERSITÀ DEGLI ADULTI
E DELLA TERZA
ETÀ
leggeranno brani dell’opera dell’autore
CON IL
PATROCINIO DEL MUNICIPIO - ROMA 6
INGRESSO
LIBERO
LINEE BUS
105-558-412-544
lunedì 14 maggio 2012
L'Onestà Intellettuale: La prima regola per la lettura di una poesia
Intervista a Giorgio
Linguaglossa a cura di Matteo Chiavarone
Dopo il Moderno. Saggi sulla poesia contemporanea di
Giuseppe Pedota (CFR, Piateda, 2012 pp. 120 € 13,00).
Intervistiamo Giorgio Linguaglossa, curatore della collana
di saggistica della casa editrice CFR che ha appena pubblicato il volume Dopo il moderno. Saggi sulla poesia
contemporanea, raccolta degli appunti critici di Giuseppe Pedota, composti
dal 2005 al 2010.
Buongiorno, grazie
per l’intervista. «Dopo il Moderno»: di che si tratta? Perché riproporre questi
testi di Giuseppe Pedota?
L'ho già raccontato: tanto tempo fa, a metà degli anni
Novanta con il «Manifesto della nuova poesia metafisica» uscito sul
quadrimestrale di letteratura «Poiesis» nel 1995 (altra rivista auto finanziata
dal sottoscritto), io e Giuseppe Pedota abbiamo stipulato un patto con noi
stessi, cioè che avremmo scritto (a torto o a ragione) quello che pensavamo dei
libri di poesia che leggevamo. In quel
torno di anni però ci siamo resi conto che non potevamo semplicemente scrivere
delle poesie senza impegnarci anche sul terreno di una «nuova critica»
(militante), perché quella «nuova critica» avrebbe anche chiarito i legami che la collegavano alla «nuova poesia» degli
anni Novanta. E così è accaduto che
«Poiesis» è stata il terreno di cultura di una nuova sensibilità e una palestra
della «nuova critica». Ebbene, a distanza di venti anni si può dire che io e
Giuseppe Pedota siamo rimasti degli isolati. Siamo stati sconfitti? Può darsi,
anzi sicuramente siamo stati sconfitti ma ci sono anche delle vittorie di
Pirro, non tutte le vittorie portano dei vantaggi né tutte le sconfitte solo
svantaggi. La vittoria del minimalismo romano-milanese era ampiamente prevista.
È stata una vittoria incontrastata. È stata una valanga che ha travolto e
seppellito ogni resistenza del pensiero critico. Ma oggi, a distanza di venti
anni, possiamo seriamente affermare che la vittoria del minimalismo
romano-milanese corrisponda ai reali «valori» della poesia italiana? L’intento di Pedota è stato appunto quello di
aver posto in discussione il dogma secondo cui quello che fanno gli Uffici
stampa dei grandi editori rispecchi i reali valori della poesia italiana. Per
certo, Pedota è rimasto fedele a se stesso, non si è mai pentito di quell’antico
patto di fedeltà che aveva stipulato con se stesso.
Chi è per lei
Giuseppe Pedota? Che rapporto aveva con questo artista così poliedrico e
anticonformista?
All’epoca, parlo alla fine degli anni Ottanta, Giuseppe
Pedota era un intellettuale disorganico e isolato, un pittore che aveva smesso
di dipingere quadri da almeno un ventennio e un poeta che aveva cessato di
scrivere poesie da almeno un ventennio quando ci siamo incontrati e conosciuti
per il tramite di un poeta romano, Leopoldo Attolico. Ritengo che il lavoro di
critico e di poeta di Giuseppe Pedota abbia un valore inestimabile per i
giovani e per chi voglia davvero capire che cosa accadeva (ed è accaduto)
dietro e sotto la superficie patinata della collana bianca dell’Einaudi che
pubblicava i testi dei minimalisti (da Patrizia Cavalli a Valerio Magrelli e
adesso i post-minimalisti come la
Gualtieri ). Dal punto di vista della collana bianca
dell’Einaudi Pedota è un autore dimenticato e rimosso? Io ritengo che la poesia
e gli scritti critici di Pedota parlino una lingua molto chiara e cristallina.
C’è stato anche qualcuno che ha tentato di dimenticare in fretta dicendo che in
questi ultimi trenta anni non c’è stato nulla di nuovo nella poesia italiana
(Maurizio Cucchi). Ovviamente, le cose non stanno così. Lo ripeto ancora una volta, né io né Pedota siamo
nati con la camicia di «critico» ma ci siamo sforzati di pensare come «critici» perché
ritenevamo che i tempi richiedessero da noi un impegno «critico» che non
potevamo deludere né eludere, pena la nostra capitolazione intellettuale (ed
etica, che poi è la stessa cosa). Lo sforzo critico del libro di Pedota è
diretto verso i giovani (non contro i giovani), sono i giovani che debbono
ereditare l'esempio e le tesi dei suoi lavori critici, sono i giovani che
devono ricevere il testimone. Il messaggio di Giuseppe Pedota è rivolto ai più
giovani affinché essi riprendano a pensare con la propria testa e non si
facciano intimidire dalla minaccia del castigo dell’isolamento (diretto e/o
indiretto) o altro. Ritengo che anche in letteratura occorra avere coraggio, il
coraggio delle proprie idee, altrimenti si finisce tutti nella melassa
epigonica di coloro che scrivono come vogliono gli Ottimati. Se io, e altri
come me, Ennio Abate, Giuseppe Pedota facciamo della critica è perché questo è
un lavoro che riteniamo ineludibile, necessario.
Certo, anch’io ho dovuto pagare un certo prezzo per questa mia libertà di critico. Degli esempi? Bene ve lo dirò: ho proposto negli ultimi tempi dei miei scritti a LE PAROLE E LE COSE aLA NAZIONE INDIANA e a LA POESIA E LO SPIRITO che
sono stati passati sotto silenzio; alcune riviste come «L'immaginazione» si
sono rifiutate, a priori, di recensire libri che avevo scritto io perché, è
stato detto, avevo osato criticare autori come Cacciatore e Sanguineti. E la
lista potrebbe continuare. Ma nel nostro povero paese tutto ciò è diventato
normale: non c'è più la censura del regime ma c'è la censura degli epigoni
degli epigoni che è occhiuta e salace quant’altri mai.
Certo, anch’io ho dovuto pagare un certo prezzo per questa mia libertà di critico. Degli esempi? Bene ve lo dirò: ho proposto negli ultimi tempi dei miei scritti a LE PAROLE E LE COSE a
Per chi è stato
scritto questo libro? Qual è il suo pubblico ideale?
Il pubblico ideale del libro di Pedota sono i giovani, coloro che vogliono capire qualcosa della storia
d’Italia attraverso la storia della poesia contemporanea.
Che cosa si intende
per “moderno” parlando di poesia?
Questo volume è una
carrellata di poeti, più o meno conosciuti. Chi di loro ha avuto meno successo
di quello che meritava?
Poeti come Giorgia Stecher (di cui ricordo Altre foto per Album del 1996), Maria
Rosaria Madonna (con Stige del 1992),
Maria Marchesi (con L’occhio dell’ala del
2003 e Evitare il contatto con la luce del
2005), Chiara Moimas (con L’Angelo della
morte e altre poesie del 2003), Laura Canciani (con L’aquila svolata del 1983 e Il
contagio dell’acqua del 2010), Dante Maffìa (del quale basti ricordare Il leone non mangia l’erba del 1975, Lo specchio della mente del 2000 e La
Biblioteca
d’Alessandria del 2006), Luigi Manzi (con Mele rosse del 2004), oltre che lo scrivente, sono tutti autori
sotto valutati, direi non solo per svista e incuria ma per una assenza di
pensiero critico indipendente.
Peraltro, occorre distinguere il successo editoriale da
quello dei lettori e da quello della critica. Il primo è nullo o quasi; il
secondo evanescente e illusorio, nel senso che la critica della poesia
contemporanea è affondata in un birc à
brac pseudo critico letterario, in un gergo tra lo ieratico e lo
ierofanico.
Riprendo una domanda
che sta alla base del saggio finale. C’è una crisi della ragione poetica?
È in
atto da almeno trenta anni una Crisi
della ragione poetica. È incontrovertibile.
La
poesia delle nuove generazioni impiega l’arma dell’ironia, fa le capriole,
assume pose attoriali, celebra cerimonie, prende possesso del palcoscenico come
d’un artificio, d’una messinscena. Il divertimento del poeta desublimato
corrisponde alla irriverenza con cui tratta il proprio materiale poetico;
l’entrata in gioco (ovvero, l’entrata in scena) è anche la presa di possesso
d’un materiale poetico povero, automatizzato, sclerotizzato,
socialdemocraticamente complicato da rime, contro rime e anti rime, assonanze
interne (ed esterne) dove è possibile perfino registrare il «gioco» tra
presenza (dell’orecchio) e assenza (dell’occhio), squisita mistificazione del
poeta di corte. Ne esce l’istantanea composita di un «mondo in vetrina». Sono
gli indizi del lutto che la società del villaggio globale annunzia: gli oggetti
scaduti (tra cui anche la poesia di ieri), l’amore di coppia, il sublime (e
l’anti sublime) della tragicommedia dell’«io» moderno. Mentre l’eterna Arcadia
italica si esprime «nella lingua della clericatura», nella lingua di uso
pragmatico (sempre più periferica e marginale) suonando il plettro delle
viandanze turistiche, la migliore poesia dei giovani dell’ultima generazione
preferisce esprimersi nell’idioma della propria marginalità assoluta,
marginalità linguistica e stilistica che è stata scacciata dai circuiti della
produzione-consumo (quel coacervo di superconformismo di una sottoclericatura
destinata al servizio di corte): la marginalità della merce riciclata e
riutilizzata dell’epoca della stagnazione stilistica.
La
gran parte della odierna poesia oggi in voga (una sorta di sub-derivazione del
minimalismo), con tanto di sublime nel sub-jectum,
scrive in un super latino della comunità internazionale qual è diventato il
gergo poetico in Europa (di cui l’italiano è una sub componente gergale). Ma, è
ovvio, qui siamo ancora (e sempre) sul vascello di una poesia leggera, che va a
gonfie vele sopra la superficie dei linguaggi neutralizzati del Dopo il Moderno: srotolando questo
linguaggio come un tappeto ci si accorge che ci sono cibi precotti, già
confezionati, da esportazione: non c’è profondità, non c’è spessore, non ci
sono più limiti. La leggerezza rimbalza sulla superficie, non ne affronta cause
ed effetti drammatici, non c’è indagine della superficialità fino a indagarne e
metterne a nudo le profondità.
Ci sono i linguaggi del tappeto volante del tutto e subito e del paghi uno e prendi tre, del bianco che più bianco non si può. C’è una libertà sfrenata, una democrazia demagogica: si può andare dappertutto, e con qualsiasi veicolo, verso il rococò, verso la nuova Arcadia, verso la poesia civile, verso un nuovo maledettismo (con tanto di conto corrente dei genitori in banca) e verso lo stile lapidario; una direzione vale l’altra, o meglio, c’è una indirezionalità ubiquitaria che ha fatto a meno della bussola: il nord equivale al sud, la sinistra equivale alla destra, l’alto sta sullo stesso piano del basso. In realtà, non si va in alcun luogo, si finisce sempre nell’ipermarket della superficie, dentro il tegumento dei linguaggi e dei temi neutralizzati. Siamo tutti finiti in quella che io ho recentemente definito poesia da superficie.
Ci sono i linguaggi del tappeto volante del tutto e subito e del paghi uno e prendi tre, del bianco che più bianco non si può. C’è una libertà sfrenata, una democrazia demagogica: si può andare dappertutto, e con qualsiasi veicolo, verso il rococò, verso la nuova Arcadia, verso la poesia civile, verso un nuovo maledettismo (con tanto di conto corrente dei genitori in banca) e verso lo stile lapidario; una direzione vale l’altra, o meglio, c’è una indirezionalità ubiquitaria che ha fatto a meno della bussola: il nord equivale al sud, la sinistra equivale alla destra, l’alto sta sullo stesso piano del basso. In realtà, non si va in alcun luogo, si finisce sempre nell’ipermarket della superficie, dentro il tegumento dei linguaggi e dei temi neutralizzati. Siamo tutti finiti in quella che io ho recentemente definito poesia da superficie.
Cosa ne pensa lei
della situazione della poesia oggi? Quanto sta influendo, in bene e in male, la
rete nei processi naturali di una forma d’arte tanto complessa quanto la
poesia?
«Sì,
la scacchiera va buttata per aria», sono d'accordo con Ivan Pozzoni e Francesca
Tuscano, forse la rete può servire ma occorrerebbe una miccia come quella che
ha innescato la catena delle rivoluzioni maghrebine ma per far ciò occorre un «pensiero critico», occorre
riscrivere le «regole minime» per la lettura di una poesia. Lei mi chiede qual
è la prima delle regole minime? Le rispondo: l’onestà intellettuale (molto più
importante di quella monetaria). Lei mi chiede che cos’è un «pensiero critico»?
Le rispondo: sembra di parlare di ircocervi in scatola! Dove si trova? Negli
Almanacchi? Nelle innumerevoli Antologie auto promozionali? Nelle riviste auto
promozionali?
Sì, dobbiamo uscire anche dal pathos dell'autenticità del pensiero militante (ormai storicamente tramontato) e prendere atto che il mondo della chiacchiera letteraria è consustanziale al mondo della chiacchiera poetica; nella misura in cui la poesia È FUORI MERCATO, essa, la poesia corrente è anche fuori della storia, abita il presente, il presenzialismo, la fugace visibilità, la performance; è diventata fluida, liquida, elusiva, esclusiva; il senza-espressione (o l'intensificazione forsennata dell'espressione) tende a prevalere sulla formulazione di un discorso poetico organizzato sulla finalità della conoscenza dell'oggetto.
Non mi meraviglia che la poesia corrente sia finita FUORI MERCATO; se ciò è accaduto è perché il livello qualitativo della poesia corrente (quella proposta dai Grandi Editori) è stata ed è terribilmente basso. Si pubblica per ragioni di contiguità, di affinità e di visibilità accademico-mediatica. Ma andando per questa via in discesa, abbassando sempre di più il livello qualitativo della poesia proposta, si è giunti al punto di non ritorno: non è più possibile scendere più in basso, abbiamo toccato il punto più basso dagli inizi del Novecento, ed i lettori si sono rivolti altrove. Inoltre, la poesia corrente è sempre più idiolettica, auto esasperata, impreziosita di ologrammi e di fantasmi, posticcia, falsa come una moneta falsa e la puoi sentire dal tinnire fesso della sua materia. In queste condizioni che fare?
Pubblichiamo di meno. Anzi, come qualche tempo fa scrisse Luigi Manzi, non pubblichiamo affatto, facciamo una serrata di 10 anni non pubblicando alcun libro di poesia! Sarebbe già qualcosa. Ma, ovviamente da solo questo non basta. E bisogna ritornare a mettere in onda un «pensiero critico» applicato alla poesia. Non c'è altra strada, credo.
Sì, dobbiamo uscire anche dal pathos dell'autenticità del pensiero militante (ormai storicamente tramontato) e prendere atto che il mondo della chiacchiera letteraria è consustanziale al mondo della chiacchiera poetica; nella misura in cui la poesia È FUORI MERCATO, essa, la poesia corrente è anche fuori della storia, abita il presente, il presenzialismo, la fugace visibilità, la performance; è diventata fluida, liquida, elusiva, esclusiva; il senza-espressione (o l'intensificazione forsennata dell'espressione) tende a prevalere sulla formulazione di un discorso poetico organizzato sulla finalità della conoscenza dell'oggetto.
Non mi meraviglia che la poesia corrente sia finita FUORI MERCATO; se ciò è accaduto è perché il livello qualitativo della poesia corrente (quella proposta dai Grandi Editori) è stata ed è terribilmente basso. Si pubblica per ragioni di contiguità, di affinità e di visibilità accademico-mediatica. Ma andando per questa via in discesa, abbassando sempre di più il livello qualitativo della poesia proposta, si è giunti al punto di non ritorno: non è più possibile scendere più in basso, abbiamo toccato il punto più basso dagli inizi del Novecento, ed i lettori si sono rivolti altrove. Inoltre, la poesia corrente è sempre più idiolettica, auto esasperata, impreziosita di ologrammi e di fantasmi, posticcia, falsa come una moneta falsa e la puoi sentire dal tinnire fesso della sua materia. In queste condizioni che fare?
Pubblichiamo di meno. Anzi, come qualche tempo fa scrisse Luigi Manzi, non pubblichiamo affatto, facciamo una serrata di 10 anni non pubblicando alcun libro di poesia! Sarebbe già qualcosa. Ma, ovviamente da solo questo non basta. E bisogna ritornare a mettere in onda un «pensiero critico» applicato alla poesia. Non c'è altra strada, credo.
giovedì 10 maggio 2012
Queste parole sono di Satya, La tua mano nella mia
Ci sono stati libri che hanno cambiato le sorti della letteratura, altri che hanno interpretato le esigenze di un'intera generazione, il libro di Satya, invece, nella suo entusiasmo puro e trasparente, ci conduce ad aprirci verso quanto di straordinario e piacevole abbiamo già dentro di noi e verso quanto di magico possiamo percepire dalle positive energie dell'Universo. Che vogliate chiamarle Angeli o Entità, o Esseri di Luce, ha poca importanza, la cosa fondamentale è la percezione di queste energie che mandano un messaggio travalicante le nostri inutili corse verso i drammi del quotidiano. Nel Codice dell'anima di Satya, che rammenta i momenti culminanti de Il Cielo sopra Berlino di Wenders, si possono leggere messaggi che nessuno può raccontare meglio delle sue poetiche e travolgenti parole:
<<Gioca con l’acqua, con le
foglie, con i fiori, gioca con gli alberi, affinché il tuo cuore possa gioire,
l’anima sentirsi libera, respirando il divenire di quei luoghi dove tutto è
nuovo.
Dove ci sono gli alberi, l’acqua che
scorre, i fiori che crescono, ogni giorno ci sarà un fiore e l’acqua,
scorrendo, sarà cambiata. Ecco l’incanto: tutto sembra uguale, ma tutto
continua a mutare. Osservando tutto questo, scoprendo tutto questo con il
cuore, comprenderai la vita, della vita l’Essenza, comprenderai il perché di
questo viaggio.
Risveglierai in te una sensibilità
nuova, una sensitività e una percezione nuove, un intuito nuovo, ma che hai già
dentro di te. Scoprirai, sentirai, conoscerai senza più necessità di libri e
parole. In questi luoghi, con i fiori, con le foglie, con l’acqua, con gli
alberi gioca, parla, con gli uccelli canta e poi lascia che tutto penetri in
te, aprendoti completamente, ascoltando attentamente. E tutto ciò che vibra in
questi luoghi, vibrerà dentro di te, ti aiuterà a ricordare ciò che hai dentro,
ti aiuterà ad unirti a noi, perché lì è più facile sentirci. Molti cuori sono
pronti a questo contatto con la
Natura , altri lo sono meno, per la loro storia, ma sempre
questi luoghi possono essere di grande aiuto.
E senti il profumo dei fiori, ma anche
dell’acqua e dell’aria, perché anche l’acqua e l’aria hanno il loro profumo, e
saranno i profumi a farti ricordare, a far risalire dal profondo le tue
bellezze>>.
<<Nell’esprimere l’amore spesso le
parole non dicono ciò che provate, ma quando rimanete in silenzio, ecco che i
cuori si parlano, si comprendono, comunicate con il linguaggio dell’anima. Ma
bisogna essere lì in silenzio, essere lì insieme.
Non puoi dire ad un amato: “Ti amo
intensamente” e rimanere lontana da lui. Non puoi dire: “Ti sogno, ti
desidero”, e poi non stare con lui. Chi è accanto a te lo è per il suo disegno,
per la sua evoluzione, ma la sua presenza è motivo di crescita, di evoluzione
anche per te. L’amato ha bisogno di essere rassicurato anche con la tua presenza,
ha bisogno di ricevere le tue tenerezze, le carezze, le dolcezze, ha bisogno di
sentire le tue vibrazioni d’amore.
Nella natura trovi più facilmente te
stessa, ma ama tutto e chiunque con la stessa intensità, con lo stesso piacere,
solo così ami di un solo amore, doni un
solo amore, diventi amore, entri nel grande amore dell’universo.
Chiedi a chi è accanto a te di sedersi
con te e respirare insieme l’amore, di scegliere di sentire ciò che dentro
pulsa, ciò che dentro si muove solo nell’essere lì insieme, in silenzio, senza
essere distolti dalle parole.
Per far ciò serve il coraggio, serve una
scelta, la scelta di amare realmente, profondamente, totalmente, senza
condizioni, serve il coraggio di andare a scoprire ciò che di più intimo vi è
nel profondo e osservarlo, donarlo a chi è vicino senza timore, con la gioia di
poter condividere il proprio intimo, di scoprire ciò che dentro si è celato
forse per troppo tempo o ciò che è entrato nel profondo e lì è stato
dimenticato.
Spesso ciò che si è celato turba
l’armonia, impedisce la gioia vera, impedisce la fusione con la persona amata,
con il Tutto, perché forse ciò che nel profondo viene lasciato è sofferenza, è
dolore, è timore. Per vivere totalmente, intensamente, per gioire del Tutto,
per amare il Tutto, per fondersi con il Tutto, per amare chiunque, il cuore
deve essere svuotato da ogni sentimento che non sia l’amore, da ogni cosa che
non sia la Luce.
Spesso si teme di stare in silenzio
accanto alla persona amata o ad altre persone e allora si riversano fiumi di
parole per celare emozioni e sensazioni, per il timore di scoprirsi. Ma
ricorda: è solo l’amore che conta, sarà solo l’amore che conterà.
Avvicinati alla Natura, lasciati toccare
dal sole, dal vento, dalla pioggia, dalle foglie, dalla terra, dagli alberi,
dal mare, da tutto ciò che vive in questo amore particolare, questo amore
grande, puro, e lasciati amare.
Per far questo devi fermarti, sederti,
abbandonarti, devi permettere al cuore di spalancarsi e all’anima di parlare
nel silenzio più profondo. E’ la stessa cosa con i compagni di viaggio, con i
quali puoi avere rapporti diversi, sentire amori diversi. Per ricevere il loro
amore, per far sentire il tuo amore, devi fermarti, sederti accanto, in silenzio,
e in quel silenzio permettere ai cuori di spalancarsi, alle anime di parlare,
di unirsi, di conoscersi, di fondersi. Osserva cosa ti impedisce questi
momenti, per comprendere cosa vi è dentro di te da trasformare, da guarire, da
sciogliere, da lasciar andare.
Senti e ama il compagno vento che ti sta
parlando, ti sta accarezzando, comprendendo, accompagnando.
Senti e ama il compagno sole che ti sta
scaldando, senti e ama la compagna terra che ti sta accogliendo.
Sta con gioia con questi compagni
speciali, tra i quali ci sono altri compagni speciali, invisibili per te ora,
ma poi, con la stessa gioia sta con i compagni che incontri sul cammino, per
scambiare carezze, per riscaldare i vostri cuori con le tenerezze, per
permettere alle vostre anime di riconoscersi, di crescere insieme, per elevarsi
insieme.
E sarà l’amore che farà accadere sempre
tutto, fuori e dentro di te. Stà vicina a tutto, a tutti, per conoscere prima
l’amore vero, puro e diventare amore.
Credi in un amore che ti appagherà, che
appagherà tutto di te, che creerà tutto, che permetterà tutto, un amore che per
me è impossibile far capire a te con le parole, perché quest’amore non può
essere spiegato, non può essere capito, va solamente vissuto, va solamente
donato.
Respiralo dentro di te, sentilo attorno
a te, sognalo e così fa entrare il Tutto che l’amore crea e dona. Fa questo
gioco col cuore di bimba, con la mente lontana, con la gioia di riscoprire la
chiave di tutto.
E ricorda che, se vivrai intensamente il
rapporto con la Natura ,
il rapporto con i compagni che incontri nel cammino, comprenderai e imparerai
tante cose, gioirai per tante cose.
Non vi sono libri che contengono la
saggezza antica che la Natura
può donare, non vi è scuola più grande della scuola della vita, dove tutti
siete contemporaneamente maestri e alunni.
Ma per apprendere queste lezioni, per
comprendere questa saggezza, serve solo il cuore, un cuore semplice, candido,
umile, pieno d’amore, il cuore di un bimbo. E così che conoscerai la vera
forza: la forza dell’Anima>>.
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Che Pedota sia un eretico? Ma eretico di che, di quale ortodossia? E chi l'ha stabilita l'ortodossia? Io penso molto semplicemente che Pedota sia un critico che pensa il proprio oggetto: il Moderno, o meglio, ciò che è accaduto nel Dopo il Moderno. Pedota non è mai stato interessato a far da sponda a questo o a quello, i suoi non sono «giudizi» tribunalizi, lui non è un giudice monocratico che emette sentenze, è un essere pensante che esprime valutazioni e argomentazioni.
A mio avviso, un libro come quello di Giuseppe Pedota, se fossimo in un paese serio, intendo se fossimo in un consesso di intellettuali credibili, dovrebbe essere analizzato e discusso; e invece nulla di tutto ciò. È per questo che io ritengo che in Italia gli effetti devastanti della «stagnazione economica, spirituale e stilistica» si propagano a macchia d'olio su tutti gli aspetti della vita associata. Perché? vogliamo dirlo? La poesia è una attività pubblica, che si fa in privato ma si esercita in pubblico. Ma, ovviamente, il luogo pubblico della poesia non coincide con quello del mercato.