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Roma, Roma, Italy
Scrittrice di romanzi, racconti, fiabe, favole e storie per l'infanzia. Autrice del romanzo "Donne allo specchio" Mef Firenze, della raccolta di Fiabe "Storie di Magia" Happy Art Edizioni Milano, del volume LegenΔe di Piante - Nostra Protezione ed equilibrio in terra (una raccolta di 12 leggende sulle piante ambientate nei dodici mesi dell’anno) pubblicato a puntate nel 2014 su Wall Street International Magazine.Nel giugno 2017 ha pubblicato per la Collana I Cortili della Casa Editrice dei Merangoli, il Saggio Ingegneria Elevato n - Ingegneria del Futuro o Futuro dell’Ingegneria?, scritto a quattro mani con suo fratello Maurizio Boi, con 150 Immagini Colore/BN del fotografo Sergio Pessolano.

giovedì 7 febbraio 2013

Il Larice innamorato su http://www.wsimagazine.com/it/diaries/report/cultura/il-larice-innamorato_20130207094432.html

http://www.wsimagazine.com/it/diaries/report/cultura/il-larice-innamorato_20130207094432.html

REPORT - Italy, Cultura

Il Larice innamorato

Il Larice innamorato

C’era una volta in un paese sperduto tra i monti una splendida pianta di Larice di circa un millennio. L’albero viveva solitario su una sponda del lago, sovrastando una lontana foresta di Betulle situata più in basso. Il Larice aveva scelto di vivere la sua esistenza al limite del mondo, anche se spesso si era trovato a socializzare con i cugini Abeti, ma sempre in foreste rade e luminose.

Quest’albero proteso nell’abisso, faceva la guardia a orridi vertiginosi, solo lui sopravviveva nel vuoto dei baratri che lasciano giorno e notte senza respiro. Pagava il prezzo della sua scelta con la sofferenza delle tempeste urlanti, delle scariche tonanti di rocce instabili, delle valanghe che si abbattevano come scuri affilate, dello scarso nutrimento aggrappato in pochi grammi di terra e della solitudine infinita dei secoli. Aveva deciso di vivere in quel posto, lo aveva scelto con cura, conosceva i molti pericoli e le poche certezze, perciò si affidava a solide radici che con un abbraccio saldavano terra e rocce in un unico elemento.

Il suo fusto diritto era fiero di essere l’unico albero che può vivere cosi in alto, i rami si allungavano diritti poiché non avevano alcun timore di sporgersi nel vuoto. Lui era il creativo della grande famiglia delle Conifere, si distingueva perciò dalla normalità di una vita mediocre, era il solo che d’autunno dava spettacolo da fiaba sulle pareti inaccessibili. Nessuno lo notava nemmeno d’inverno quando la sua chioma si alleggeriva silenziosamente con una pioggerellina leggera di aghi dorati, o a primavera quando invece puntuale giungeva lo spettacolo di mille rose di aghi verde pastello. Quest’albero era energia pura, la sua carne a lungo temprata dagli eventi era immortale, poteva far conoscere all’acqua del lago la sua leggendaria ostinazione, diventando solido guscio di galeoni e corvette, prezioso tesoro sommerso per insolite traversate. Nel suo inverno spesso il Larice era ricoperto di neve e guardava silenzioso la distesa ghiacciata del lago, i suoi rami spogli resistevano alle intemperie con forza e determinazione ed erano d’esempio per tutto il mondo vegetale.

Una di quelle mattine grigie e gelide in cui il respiro si ghiaccia istantaneamente nell’aria, il Larice osservava distratto le luci dell’abitato. Una slitta trainata da due cani dal pelo folto e argentato si fermò proprio sotto di lui. Una bimba deliziosa accompagnata da una donna bella come una dea, scesero dalla slitta e osservarono l’albero. La bimba si mise ad accarezzare i suoi rami innevati e a far scivolare al suolo farina di neve. Il Larice s’inchinò per salutare le due donne e sorrise allargando i suoi rami. La donna rimase affascinata da quel delicato movimento e passò la sua mano calda sul ramo più basso. Improvvisamente la neve si sciolse e sul Larice crebbero vertiginosamente gli aghi della sua chioma, di un verde brillante che accese di luce il limitare della foresta.

La donna si sentì stregata dalla bellezza di quella pianta e non seppe allontanarsi da quella magia. Nel suo fusto vedeva nascosto un tesoro, nella sua resina pura percepiva un’energia d’amore per rinnovarsi e purificarsi. Pensava a quell’albero che una volta vecchio non sarebbe stato usato per il fuoco, ma invece per farne assi, tavole, mobili, panche, letti, e, in altre plaghe dove ancora l’antica sapienza è un valore, sarebbe certo stato usato per costruire case dalle fondamenta al tetto.

Soltanto lì una donna illuminata poteva sentirsi al sicuro, le calde assi del Larice si sarebbero abbracciate l’una con l’altra respirando lentamente dalle venature aromatiche essenze. Il Larice poteva essere il riparo perfetto per filtrare e assorbire sia le tensioni umane che degli elementi, il tempio di pace per sfidare inalterato i secoli e i millenni. La donna non avrebbe mancato di abbellire il suo giardino piantando Larici: al tempo della mietitura avrebbe trovato riposo sotto la sua ombra, e quando il sole sarebbe stato troppo basso sull’orizzonte avrebbe, al sicuro nel suo riparo, gioito dell’ultimo raggio. Avrebbe guardato il grande e solitario Larice d’inverno stendere ai suoi piedi la calda coperta di morbidi aghi, offrendo gratuitamente riposo notturno agli infreddoliti abitanti della foresta: così il capriolo, il cervo oppure il camoscio avrebbero avuto particolare riguardo delle delicate gemme primaverili.

Mentre la donna era assorta in questi pensieri, completamente assorbita dalla forza, dalla vitalità e dal calore del Larice, gli volle così bene che i suoi arti si protesero per abbracciarlo. In quel momento i rami del Larice si intrecciarono alle braccia della donna, il suo fusto si fuse con il suo bel corpo e le gambe di lei si attorcigliarono con le sue profonde radici. La bimba vide sparire il corpo di sua madre nel groviglio di rami e germogli di quello splendido Larice. Si sentì disperata e sola e urlò alla notte tutto il suo dolore. Allora il Larice si inchinò, con il suo ramo più tenero la prese su di sé, la mise fra i suoi rami e l’abbracciò con tutta la sua essenza. La bimba divenne germogli di primavera e una luce inconsueta si diffuse sul paese. Quella luce illuminò il ghiaccio del lago e venne riflessa sulla luna. Un canto maestoso attraversò ogni elemento e si diffuse per tutto il Creato.

Il Larice distese i suoi rami, si stiracchiò dolcemente e si risvegliò dal suo lungo sonno, ed ecco perché sotto i suoi rami, da quel momento in poi e per tutti gli inverni del mondo, nessuno vide mai più congelata quella parte del lago. La slitta con i suoi splendidi cani si mosse quel giorno in direzione di un nuovo destino.
Pubblicato: Giovedì, 7 Febbraio 2013

giovedì 31 gennaio 2013

Gli acquerelli di Francesca Dascani

 
 
 
Consultate il sito di Francesca, il suo discorso onirico spirituale affrontato in opere come questo straordinario acquarello intitolato: Albero della vita:
 
 
Di questo paesaggio è lei stessa che ne descrive poeticamente l'emozione:
sulla riva del fiume, a.su c. cm.45x60
"sulla riva del fiume" acquarello su carta
 
<<Cielo denso di presenze, ponte passaggio verso la sponda sconosciuta dell’anima, largo fiume. Alberi scossi da un vento pneuma risvegliatore.
Colori e forme come elementi evocativi che nella loro vibrazione più emozionale rappresentano un canto alla vita in ogni suo aspetto nonostante il dolore e le contraddizioni dell’essere. In questo dialogare con le voci della psiche, emerge un’intensa passione per i paesaggi interiori costellati di luci e ombre, per gli incanti nascosti in ogni cosa.
L’avventura del dipingere è un viaggio di scoperta denso di vita e mistero. Materia e spirito. Guardare il mondo ogni volta con occhi nuovi: con lo stupore di un bambino e l’inquietudine dell’adulto davanti all’imperscrutabile fascino dell’universo.
E la rinnovata gioia mista a timore per poter essere artefice di una personale alchimia di acqua e pigmento, in cui ogni gesto lascia presagire che l’arte, come il sogno, esprime l’impossibile, nella ricerca di una peculiare armonia la cui imprescindibile conditio è perdersi per trovarsi>> Francesca D’Ascani
 
per la Mostra Venezia incontra Roma
in concomitanza della 54a Esposizione d'Arte
presso la Sala Espositiva Complesso Molino Stucky
18 giugno-16 luglio 2011

sabato 26 gennaio 2013

Il volume di Poesia Sociale di Tiziana Grassi


ANATOMIE DEGLI INVISIBILI

Precari del lavoro, precari della vita


di Tiziana Grassi

 

            È un libro di poesia sociale il nuovo lavoro di Tiziana Grassi, giornalista, ricercatrice, esperta di Geografia umana e di Emigrazione-Immigrazione. È mutuato dalla scienza medica il titolo di questa raccolta che viviseziona il tema della precarietà del lavoro servendosi dell‘Urlo della Poesia.


A te, senza-lavoro

portatore di destino liquido.

Ho incrociato il tuo sguardo ripiegato

a un capolinea di periferia.


(I luoghi degli invisibili)

         Quando lo strumento del saggio, del libro di denuncia, dell’articolo di cronaca, non è più sufficienti ad esprimere la rabbia e la rassegnazione per la situazione del lavoro in cui versa il nostro paese, quando tutto ciò che è razionale e cerca di esprimere con ordine e chiarezza i numeri e le statistiche diventa noioso è scontato, il materiale che ribolle nell’anima dell’artista, s’infiamma, esplode e fuoriesce prepotentemente  con un immenso grido:


E c’è sempre un mangiafuoco

che con livido ghigno

ha irretito speranze

            traghettando verso il gorgo.


( Il cimitero dei sogni)

         Gli invisibili per Tiziana sono quella moltitudine di Precari del lavoro e della vita che non hanno più il diritto di sognare, una massa informe di mostri generati dalle feroci leggi del mercato.

Qual’è l’elemento portante della crisi che ci attraversa  se non questa mancanza di certezze della vita legata all’assenza di una fonte di sostentamento?

<<…È questo, la crisi, per tanti: non sapere più come fare, e non rassegnarsi alla destituzione della propria personalità. Perdere il lavoro vuol dire perdere il proprio posto,

fisso o no, nel mondo…>> Adriano Sofri

            Nella prefazione del volume, il sociologo Domenico De Masi analizza la trasformazione che hanno caratterizzato il mondo del lavoro dalla società industriale alla nostra società postindutriale:

<<…la società industriale era inclusiva e cercava di inserire tutti i cittadini, anche le intelligenze più marginali, nel processo produttivo, il quale disponeva di un ruolo per qualsiasi postulante; la società postindustriale è esclusiva, cioè disposta a ingaggiare soltanto cervelli particolarmente attrezzati per ruoli sofisticati che richiedono creatività, flessibilità e formazione. Quanto agli altri – quelli che nella società classica erano schiavi e nella società industriale erano operai o impiegati esecutivi – l’attuale mercato del lavoro gli consente solo ruoli marginali, appetiti prevalentemente  e temporaneamente dagli immigrati, o non-ruoli come quelli del disoccupato, dell’homeless, del pensionato, del deviante, dell’assistito, del mantenuto, del né-né>>.

            Mentre in passato la maggioranza dei lavoratori appartenevano alla classe operaia, oggi coloro che appartengono ancora a una categoria dove un lavoratore vale l’altro sono solo il 30% rispetto a una percentuale di occupati pari al 70% che in qualche modo svolge un ruolo di natura intellettuale.

            Come esplica sempre De Masi:

<<Circa un terzo degli occupati svolge funzioni intellettuali di tipo creativo come quelle dello scienziato, dell’artista, del professore, del giornalista, del libero professionista, dell’imprenditore, del banchiere, del dirigente, del manager.


Un altro terzo degli occupati…svolge funzioni intellettuali di tipo flessibile o relazionale come quelle dell’impiegato, dell’artigiano, del portiere d’albergo, del commesso, della hostess, del vigile, della badante.


Un ultimo terzo degli occupati…è costituito dagli operai che producono beni e servizi attraverso mansioni fisiche e ripetitive…compiti che richiedono poca creatività…un lavoratore vale l’altro…>>

            Secondo De Masi la crescente disoccupazione giovanile è la vera piaga sociale della nostra Italia, una classe di giovani che consuma senza produrre e che è quasi dell’ordine di un milione di persone.

            Sarà quel milione di giovani che attende il milione di posti di lavoro promessi dalla politica italiana qualche anno fa?

            Che soluzione fornisce la politica di oggi?

            Invece che ricavare spazio per questi giovani che devono obbligatoriamente dedicarsi al tempo libero – attività per cui non sono nemmeno preparati – reagisce modificando i contratti dei loro genitori e facendoli lavorare molto di più. Così gli adulti sono sempre più stressati dalle interminabili ore di impegno lavorativo, dal gravame economico tutto sulle loro spalle, dalla mancanza di tempo da dedicare alla famiglia, mentre i loro figli sono intenti a organizzare infinite ore di tempo libero, dipendenti economicamente dai loro genitori e senza la possibilità di diventare responsabili e pronti a un progetto di vita e di famiglia.

            Sempre secondo De Masi la scelta di ridurre gli orari di lavoro dei genitori per ridistribuirle ai giovani avrebbe evitato l’accumulo di ricchezza da una parte e l’assoluta mancanza di sostentamento dall’altra.

            I dati parlano chiaro: al di là del numero crescente dei disoccupati, ci sono circa 4 milioni di precari umiliati e offesi!

            Si è creata una situazione di squilibrio tra la domanda di lavoro in forte aumento e l’offerta di lavoro in drastico calo.

            Tiziana, che si è sempre occupata delle sacche deboli della società, individua in questa situazione di instabilità economica, una destrutturazione della famiglia che sta mettendo in luce una nuova categorie di poveri.

Le alte maree dei padri separati. I nuovi poveri

Quei padri separati

che abitano la solitudine

e pagano il prezzo

per progetti non riusciti.

            Che hanno creduto

            in amori-tranello

            amando figli

oggi visti a ore.

Quei padri in fila

alla mensa dei nuovi poveri

schiacciati

da quadrature sociali imperfette

e domande senza risposta.

Dove la somma algebrica

di vitalizi usurpati

non rispetta l’equità delle variabili

            né del dolore

            della privazione coatta

            degli affetti.

Quei padri a metà

scarnificati nelle a s s e n z e.

E in un presente che non vivono.

E per dirla sempre con De Masi:

<<È questo il popolo sempre più numeroso dei né-né (né studio-né lavoro), esposto alla noia, alla depressione, alla disperazione, alla devianza…

…i né-né ristagnano in un sottoproletariato scolarizzato, composto dai nuovi “stracci al vento”…

Anatomie degli Invisibili - Edizioni Nemapress (€ 20) 
Introduzione Domenico De Masi
Postfazione Dante Maffia
Fotografie Luciano Manna
Patrizia BOI
 
 

martedì 22 gennaio 2013

Il nuovo spettacolo di Luca Martella su Giorgio Gaber su www.wsimagazine.com

http://www.wsimagazine.com/it/diaries/agenda/cinema-t/sulle-orme-del-signor-g_20130121145950.html

AGENDA - Italy, Cinema & T

Sulle orme del Signor G

Luca Martella interpreta Giorgio Gaber, a Frascati (Rm) il 9 e il 10 febbraio 2013.

Sulle orme del Signor G
Luca Martella. Foto: Giambalvo & Napolitano
Per celebrare il decennale della morte di Gaber, avvenuta nel 2003 nella sua casa in provincia di Lucca, Luca Martella e The GG Brothers Band portano in scena un programma del repertorio Gaber-Luporini che spazia dagli anni ’70 al 2000, ripercorrendo con ritmo intenso e serrato la storia del Teatro-Canzone attraverso una sinfonia di canzoni e monologhi che hanno fatto epoca, quali i memorabili Lo shampoo, Destra-Sinistra, Mi fa male il mondo,L'America, Qualcuno era comunista, Io non mi sento Italiano, La Libertà, e molti altri. Il recital – in due atti teatrali – si svolgerà nel prestigioso auditorium delle Scuderie Aldobrandini quale avvio di una tournée che proseguirà in giro per la penisola.

Come ci ha abituato negli anni passati, l’attore romano si esibisce sul palcoscenico dal vivo offrendo – nello spazio di due ore – uno specchio di sfumature della personalità gaberiana che oscillano tra ironia pungente, intensa drammaticità, giocosa ilarità, sferzante critica, compassionevole consapevolezza, appagante abbandono, tragica disillusione, fino a toccare il pathos e la poesia dell’Amore. Lui stesso racconta come quest’attenzione per il pensiero di Gaber sia nata già ai tempi in cui studiava arte drammatica al Teatro dei Cocci al Testaccio. Molti ravvisavano, infatti, in Martella una somiglianza con quell’uomo dal naso gigantesco, dalla lingua affilata e dal cuore tenero e il giovane attore ne restava affascinato come si trattasse di un moderno Ciranò De Bergerac, una sorta di combattente senz’esercito e senz’armi, ma abile manovratore della dinamite delle parole e dell’esplosione del gesto. Come poteva il giovane Martella non appassionarsi all’espressività del Signor G, lui che fin da piccolo aveva sviluppato la passione per la recitazione grazie a un destino che gli era stato offerto dalla famiglia? “Mio padre e mio nonno avevano un cinema – spiega l’attore –, sono nato e cresciuto in quel cinema. Io e i miei fratelli, da bambini, andavamo alla Titanus con nostro padre a prendere le 'pizze', le pellicole dei film. Per noi era un divertimento immenso e lì ho capito cosa fosse il cinema vero. Era destino, era scritto nel mio DNA. E sono pure nato nel ’68: rivoluzionario per definizione. Senza contare che ho pure i capelli rossi." 

Il ragazzo dai lunghi capelli rossi sale sul palcoscenico del teatro e comincia la sua carrellata di rappresentazioni di Lorca, Beckett, Pirandello e poi calca le scene del cinema e della televisione passando da un film a una fiction e di nuovo alla magia del Teatro. Nonostante i suoi successi al cinema, il suo impegno in televisione, le svariate pellicole girate, il suo primo Amore rimane sempre il Teatro e lui ci si accanisce a dispetto di ogni crisi di valori, di cultura, di denaro, di morale. E quando si specchia profondamente nella figura del Signor G, dopo attenti studi e una conoscenza intensa del Gaber pensiero, le sue rappresentazioni diventano così coinvolgenti e catartiche che improvvisamente Martella non si ricorda più di essere l’attore che recita, ma si trasforma nel vero Giorgio Gaber acquisendo ogni gradazione di quella immensa anima e di quella straordinaria personalità.

E più il monologo si fa sfaccettato e ricco di passaggi di tono più Martella diventa martellante con il suo ritmo teso e incalzante che attinge energia dalla musica, dalla compattezza della band, dallo sfolgorio delle luci, dalle immagini proiettate sullo schermo, dalla viva attenzione del pubblico che ascolta con il fiato sospeso. Ha previsto tutto prima, Luca Martella, con una regia attenta e puntuale: ha scelto i brani, il discorso delle luci, l’ordine, i tempi, i musicisti… Lui che ama il jazz con trasporto si è affidato a professionisti come il maestro Fabio Di Cocco che lo accompagna alle tastiere, Massimiliano De Lucia alla batteria, Andrea Colella al contrabbasso, e poi ai magnifici Matteo Martella al sax e Giancarlo Martella alla chitarra, rispettivamente suo figlio e suo padre. Padre e figlio, figlio e padre… Quale generazione ha perso? Hanno perso tutte? O non ha vinto nessuna? Quale epoca riuscirà a realizzare il suo Sogno? Forse quella del giovane Matteo? La generazione dell’hic et nunc? Ma qual è oggi il Sogno di Matteo, dei giovani come lui? Quello di avere un lavoro, una famiglia, un ideale per cui esistere? O quello di volare via da quest’Italia senza più intenzione di un Futuro? Dov’è finito il gabbiano con le ali ormai rattrappite, si è trasformato in farfalla o è diventato un pesante e pachidermico insetto abbarbicato alla putrefazione delle sue radici in un sistema “in via di estinzione?”.

Luca, Matteo, Giancarlo… e il Signor G dietro di loro, o forse davanti ai loro occhi, intensamente presente nella scena in un tempo assoluto, impossessatosi della voce dell’attore, dei gesti del suo corpo, delle sue emozioni, vorrebbe urlare il suo dolore per la regressione che ha colpito il nostro Paese, vorrebbe chiamare a raccolta la classe politica, sciorinare la lunga lista di delitti, follie, nonsense, di errori di prospettiva commessi… ma non riesce a dire nulla di nuovo… Come potrebbe fare altri discorsi più sensati di quelli che ha già fatto? Come potrebbe risvegliare il mondo addormentato degli italiani con parole più intense e poetiche di quelle che ha già detto? E lo ha capito Luca Martella che ogni volta che pronuncia quelle parole accende nuovi bagliori, avvia nuove letture, ignoti brillii agli occhi di quelli che lo ascoltano trasportati nel vivo della tenzone, del monologo, della canzone! Martella si fa portavoce, voce, palpito, battito d’ala, si fa canzone, urlo, dolore, ci fa ridere, ci fa commuovere, ci prende per mano, ci porta, ci trasporta da un tono all’altro, c’infiamma… trasmettendoci le sue convinzioni e quelle del Signor G…

Il 25 gennaio 2013 Gaber avrebbe compiuto 74 anni e nessuno sa che oggi lui avrebbe il cuore di un bambino, lo spirito di un adolescente e un’anima di saggezza millenaria…

Sulle orme del Signor G 10 anni dopo… e pensare che c’era il pensiero

Auditorium delle Scuderie Aldobrandini
Sabato 9 febbraio 2013 ore 20.30
Domenica 10 febbraio 2013 ore 17.30
Lo spettacolo è approvato dalla Fondazione Gaber www.giorgiogaber.it

Foto: Giambalvo & Napolitano
Pubblicato: Lunedì, 21 Gennaio 2013
Autore: Patrizia Boi



venerdì 18 gennaio 2013

Luca Martella e il Teatro Canzone di Gaber



Luca Martella e il Teatro Canzone di Gaber

di Patrizia Boi

Lucidi pensieri, canzoni e parole, intensa ironia, musica ed emozioni…

Prosegue il successo dello spettacolo dell’Attore e Regista Luca Martella e il suo quintetto The GG Brothers Band in scena con i due Atti Teatrali:


Sulle orme del Signor G

Il Teatro-Canzone

10 anni dopo – e pensare che c’era il pensiero


Martella porta in scena il suo nuovo spettacolo dal vivo dedicato alla memoria del "Signor G", pensato per celebrare il decennale della scomparsa di Giorgio Gaberscik, in arte Gaber, avvenuta il 1° gennaio del 2003 nella sua casa di Montemagno, in provincia di Lucca.

La tournée prenderà l’avvio da Frascati il 9 e 10 febbraio 2013 nella straordinaria cornice dell’Auditorium delle Scuderie Aldobrandini, poi proseguirà per tutta la penisola.

Il Programma dello spettacolo è intensissimo e spazia tra i monologhi e le canzoni che noi tutti abbiamo più amato, da “Lo shampoo” a “Destra-Sinistra”, da "Qualcuno era comunista" a "La Libertà" solo per fare alcuni esempi del repertorio scelto dall’attenta Regia dello stesso Martella.
L’Attore stesso ci spiega le motivazioni che lo hanno indotto a occuparsi proprio del Signor G:”Gaber è stato sempre un punto di riferimento per me, già dai tempi dell’Accademia…e poi se guardate bene il mio profilo…c’è una certa somiglianza”.
In realtà Luca Martella riconosce nel percorso Gaberiano la sua storia stessa, con tutte i successi, con tutte le delusioni, con tutte le scelte via via fatte, con tutte le strade percorse e con tutte quelle abbandonate… Ma soprattutto Martella si appassiona al personaggio del Signor G, a quell’”uomo senza qualità” in grado di dipingere con pennellate sottili lo spirito della sua epoca, della nostra epoca e ne indossa così perfettamente l’abito mentale che nella scena avviene uno sdoppiamento…

In questa dicotomia lacerante ma nel contempo corroborante, l’attore/regista rivolge il messaggio gaberiano a un pubblico di ogni età; è però evidente il trasporto verso le menti più giovani quali preziosi serbatoi da cui attingere per rivitalizzare il Sogno e le ali delgabbiano senza più neanche l'intenzione del volo perché ormai il sogno si è rattrappito”.
Una passione viscerale per il jazz unisce Martella a Gaber, tanto che nel suo quintetto annovera musicisti d’eccezione come il maestro Fabio di Cocco alle tastiere, Max de Lucia alla batteria, Andrea Colella al basso, Matteo Martella al sax, Giancarlo Martella alla chitarra.
È da notare come, interpretando il profetico spirito gaberiano, Luca Martella regista abbia voluto unire sul palcoscenico tre generazioni: la sua in quanto voce del poeta vate, quella di suo padre Giancarlo che plasma il suono alla chitarra e quella di suo figlio Matteo che dona il suo fiato al sax, una sorta di triade divina per concedere speranza al Futuro.
Secondo il regista lo spirito di gruppo che pervade i componenti della Band è un ingrediente fondamentale per il successo dello spettacolo, un catalizzatore di energia per le emozioni degli spettatori. Inoltre, in una società che naviga allo sbaraglio per la perdita dei valori fondamentali della vita, l’affermazione dello stesso Martella: “Ho cercato di coinvolgere la mia famiglia per dare allo spettacolo non solo un senso compiuto, ma anche per celebrare il mio percorso di vita con accanto una famiglia meravigliosa”, denota la volontà costruttiva di riflettere anche sui valori perduti.
È evidente che questa ricerca di connessione tra palcoscenico e vita reale, tra palcoscenico e platea, appartenga all’animo di Martella, come è ovvia la sua inclinazione verso le generazioni future anche per l’abitudine acquisita negli anni di trasmettere l’arte della recitazione e il pensiero gaberiano ai più giovani nei laboratori teatrali da lui stesso tenuti o nelle performance per le scuole dove spesso viene invitato.
È vero che Luca Martella è attore professionista impegnato fin da subito sia in teatro, sia al cinema, sia in televisione, ma la sua verve teatrale, a partire dalle eccellenti interpretazioni di Lorca, Beckett, Pirandello, diventa emozionante e addirittura catartica nelle sue rappresentazioni del Signor G.
Non dimentichiamoci però che il suo impegno in televisione e al cinema lo mette continuamente in contatto con artisti di spessore con i quali spesso collabora ecletticamente per altri progetti. Le Scenografie di questo spettacolo, infatti, sono state progettate da professionisti come Eva Desideri e Osvaldo Desideri, premio Oscar per “L’ultimo Imperatore” di Bernardo Bertolucci.

Chissà cosa penserebbe di tutto questo il vero Signor G!



Il 25 gennaio 2013 Gaber avrebbe compiuto 74 anni e tutti ci domandiamo come avrebbe reagito alla disastrosa situazione politica ed economica italiana, che cosa si sarebbe inventato, quali angosce lo avrebbero pervaso, quali malanni lo avrebbero sconvolto… siamo certi che lui ci guarda da lassù e ci suggerisce di stare semplicemente attenti a quello che ha già detto, perché del Gaber-pensiero si può sempre dare una rilettura alla luce dei nuovi tempi, si può osservare il suo sguardo profetico che forse aveva già pasolinianamente previsto tutto, si può porre maggiore attenzione su una parola, su un sorriso o semplicemente su un gesto perché un vero intellettuale emerge dal mondo scontato e banale per traguardare molto oltre e senza dubbio più dentro, il più delle volte diventando scomodo e temibile ma prendendosi tutta la responsabilità delle sue parole. E per le menti che vogliono risvegliarsi è utile “poter contare su una voce così libera e vera. E che ci riporta alla realtà”.
Lo spettacolo è stato approvato dalla Fondazione Gaber (http://www.giorgiogaber.it/).

“Sulle orme del Signor G”,10 anni dopo…e pensare che c’era il pensiero


Sabato 9 febbraio 2013 ore 20.30
Domenica 10 febbraio 2013 ore 17.30
Ingresso 10,00 €. Prevendita 1,00 €
Per info e prenotazioni: Mae Box Office 06 9419551 Frascati (Rm) www.maeboxoffice.com
NB Parte dei ricavi saranno devoluti in beneficenza