Gli Esseri del Regno di Fantasia non si arrendono mai, che siano umili fanciulle o giovani coraggiosi, splendide principesse o nobili principi, piumosi pulcini o soffici aquilotti… Fatine ed elfi, vecchine sapienti e bimbi giudiziosi, uccelli variopinti e farfalline leggiadre si aggirano nel Mondo di Fata Immaginazione, Tessitrice dei nostri Sogni…
Informazioni personali
- Patrizia Boi
- Roma, Roma, Italy
- Scrittrice di romanzi, racconti, fiabe, favole e storie per l'infanzia. Autrice del romanzo "Donne allo specchio" Mef Firenze, della raccolta di Fiabe "Storie di Magia" Happy Art Edizioni Milano, del volume LegenΔe di Piante - Nostra Protezione ed equilibrio in terra (una raccolta di 12 leggende sulle piante ambientate nei dodici mesi dell’anno) pubblicato a puntate nel 2014 su Wall Street International Magazine.Nel giugno 2017 ha pubblicato per la Collana I Cortili della Casa Editrice dei Merangoli, il Saggio Ingegneria Elevato n - Ingegneria del Futuro o Futuro dell’Ingegneria?, scritto a quattro mani con suo fratello Maurizio Boi, con 150 Immagini Colore/BN del fotografo Sergio Pessolano.
venerdì 26 aprile 2013
Le fiabe di Patrizia Boi: La mia Cagliari vista dal regista sardo Salvatore ...
Le fiabe di Patrizia Boi: La mia Cagliari vista dal regista sardo Salvatore ...: Oggi al Nuovo Sacher si replica il film di Salvatore Mereu Bellas Mariposas uno spaccato sociale meno noto della Cagliari turistica ...
La mia Cagliari vista dal regista sardo Salvatore Mereu oggi al Nuovo Sacher ore 16,00
Oggi al Nuovo Sacher si replica
il film di Salvatore Mereu
Bellas Mariposas
uno spaccato sociale meno noto della Cagliari turistica
tratto dal libro di Sergio Atzeni
martedì 23 aprile 2013
Erlak, la Donna Foca
http://www.wsimagazine.com/it/diaries/report/cultura/erlak-la-donna-foca_20130422092040.html
Era un tempo lontanissimo, così remoto che se ne è persa la memoria nei secoli dei secoli. I giorni si susseguivano identici come lastre di ghiaccio e in quello spazio si incontravano solo lupi, orsi polari, caribù, renne, trichechi e foche. La terra era gelata tutto l’anno, niente vi germogliava spontaneamente. Solo pochi uomini, impellicciati per non morire assiderati, abitavano le distese di ghiaccio. Si scambiavano poche parole giusto quando sedevano intorno ai fuochi, altrimenti le conversazioni languivano spegnendosi a poco a poco. Essi erano convinti che la Terra fosse la vecchia e saggia Babajuk e che il manto di ghiaccio che la ricopriva fosse la sua folta e magica capigliatura.
Oonak viveva in una disperata solitudine in quel posto ai confini del mondo, il volto segnato da rughe profonde come quelle di un vecchio. Invece era giovane e con l’immenso desiderio di trovare una compagna, e poiché non c’erano donne nei dintorni - il villaggio più vicino distava quattro giorni di marcia -, spesso osservava le foche immaginando che fossero capaci di comprendere gli uomini. Le leggende che aveva udito da piccolo narravano di un passato in cui le foche erano esseri umani, come si poteva facilmente intuire dai loro sguardi teneri e comprensivi, e dalle voci che parevano corde tese per risuonare nell’anima.
Ma quando Oonak si accorgeva che le foche non erano donne piangeva disperatamente e le calde lacrime che gli rigavano il volto rugoso si gelavano sulla sua pelliccia. Uno di quei giorni sfortunati in cui non riusciva a procurarsi il cibo, rimase a pescare fino a notte fonda, sfidando le forze della natura. Era una splendida notte di luna piena e la luce argentea illuminava di riflessi misteriosi tutta la scogliera. Il suono del mare calmo lo rasserenava e nutriva la sua fame.
A un certo punto, in quella cornice straordinaria, vide un gruppo di foche uscire dall’acqua. Erano sette foche straordinarie con le pellicce candide come la pelle di una fanciulla. Oonak osservò di nascosto le foche mentre si toglievano dolcemente le pelli e le abbandonavano nella caverna. Gli apparvero così, come per magia, sette donne meravigliose, nude come madre natura le aveva generate. La loro pelle era morbida come il velluto e avevano lunghi capelli neri come la notte e lucenti come i riflessi del sole sorgente. Le donne intonarono un canto soave che riscaldò immediatamente l’anima di Oonak. E mentre cantavano diedero inizio alle danze.
Quei corpi slanciati si libravano sul manto ghiacciato con i movimenti sincronizzati di un’unica figura, come fanno i pesci dello stesso branco. Si elevavano verso l’alto e i loro cuori pulsavano ritmicamente nella notte. I capelli facevano da cornice alla danza: le chiome dondolavano dolcemente quando si univano in cerchio e le mani si intrecciavano muovendosi con armonia dal basso verso l’alto. Oppure si scompigliavano allorché la vecchia foca ordinava di scatenare il ritmo della danza lanciando urli profondi che sgorgavano come dall’abisso della terra.
Oonak rimase affascinato da tanta bellezza e il suo volto si riempì talmente di felicità che le rughe scomparvero facendogli riacquistare l’aspetto di un uomo giovane. Forse furono pochi istanti, forse lunghe ore: Oonak avrebbe voluto che quello spettacolo fosse durato ancora per guarire la sua antica solitudine. Allora strisciò verso la caverna senza far rumore come quando doveva stanare una preda e rubò la pelle di foca più bella. Poi, dopo aver nascosto il prezioso bottino in un crepaccio, tornò al suo punto di osservazione.
Poiché anche le notti più magiche finiscono, a un certo punto un tenue chiarore fece capolino sulla baia. Il canto si interruppe e le sette donne andarono a riprendersi le pelli. Le foche si rivestirono per tornare precipitosamente in acqua, ma una di loro rimase nuda e non poté più immergersi nel mare profondo. Si mise alla disperata ricerca della sua pelle lamentandosi come un delfino all’alba, mentre le altre si immergevano salutandola con urla di dolore. Vedendo la donna correre qua e là in cerca della sua pelle, Oonak si fece ardito, le si avvicinò, e disse: “Non la troverai, l’ho nascosta in un luogo sicuro, te la restituirò fra sette inverni, se sarai la mia compagna”. E la donna rispose: “Ma io sono una creatura dell’abisso, non posso sopravvivere fuori dall’acqua”. E Oonak: “Senza di te morirò. Resta con me, donna dalla pelle di foca, ti chiamerò Erlak. Fra sette inverni sceglierai se andare o rimanere”. La donna si fece convincere e restò.
Oonak la amò immensamente. Le sue giornate acquistarono un colore caldo, i suoi occhi scintillavano come neve al sole e la sua voce divenne tenera e gentile. Dalla loro unione nacque una bimba con la pelle chiara come la balena bianca e gli occhi scuri come l’oceano in tempesta. La chiamarono Iriook. La madre le stette sempre accanto insegnandole a leggere i segni delle creature marine che lei conosceva con una nostalgia lancinante che invadeva tutto il suo essere. Furono anni di amore e consacrazione alla famiglia, di dedizione assoluta.
In quel prodigarsi senza risparmio, la bellezza di Erlak svanì. La pelle divenne sfatta e cadente. I capelli si fecero sempre più radi e canuti. Le sue forme si appiattirono e i suoi seni si afflosciarono. Gli occhi si offuscarono e la voce divenne roca come quella di una vecchia. Sembrava un petalo senz’acqua e il desiderio di tornare nel mondo di sotto si fece ogni giorno più intenso. Allora si accorse della leggerezza con cui aveva lasciato incustodita la sua pelle favorendo il furto.
Poiché i sette inverni erano trascorsi e si andava verso l’ottavo, Erlak pregò Oonak di restituirle la pelle. Ma lui le disse: “Se te la restituisco, tu mi lasci. Rimango senza compagna e tua figlia senza madre. Sei un’ingrata, ho vissuto per te, donandoti la mia vita”. Travolto da un impeto di rabbia, urlò come un orso selvaggio e la percosse, facendole molto male. La voce di Erlak era stridula e spaventosa come quella di un cetaceo arpionato. Non aveva più niente della limpida armonia primitiva del passato e che aveva conquistato il cuore di Oonak. Tutti i suoi sensi, si stavano spegnendo e presto sarebbe morta se non l’avesse aiutata sua figlia. La bambina provò pietà per i suoi lividi e chiese a sua madre perché fosse così afflitta. Erlak attese che Oonak uscisse le spiegò: “Figlia, tuo padre mi rubato la pelle. Senza di essa presto morirò. Ho donato tutta me stessa e ora ho bisogno di scendere negli abissi per ritrovare la mia gente. Anche se non ci sarò, ti starò sempre vicino, veglierò su di te durante il sonno, ti osserverò durante il giorno, sentirai il mio profumo nei tuoi vestiti, ti assisterò quando ne avrai bisogno. Non sentirti mai sola e se proprio mi vuoi vedere chiamami, io accorrerò. Ti prego, aiutami a trovare la pelle. Tuo padre ha promesso di restituirmela dopo sette inverni. Ma il tempo è passato e lui non ha mantenuto la promessa. Ti prego, aiutami”.
La bambina comprese e decise di aiutarla a fuggire. Quella notte, mentre Oonak dormiva profondamente, Iriook sentì il richiamo di una voce misteriosa portata da un vento strano, spettrale: “Irioook!”. Dapprima ebbe paura, poi, però, si vestì in fretta e uscì nella notte. Scese di corsa verso la scogliera e sentì come un richiamo, una sorta di risata, provenire dal mare agitato. Sentì una voce limpida come l’uggiolare di una balena all’alba. Allora s’avvicinò alla rupe, vide che vi era nascosta una pelle di foca e la prese in mano. Calde lacrime bagnarono la pelle che sprigionò tutto il profumo di sua madre.
Quindi corse da Erlak e gliela restituì, combattuta tra la paura che morisse e il timore che se ne andasse. Erlak indossò la pelle e una nuova energia la pervase, poi accarezzò Iriook con tutto l’amore di cui è capace una madre. La bimba le chiedeva di non abbandonarla e lei non voleva lasciarla, ma udiva il richiamo del mare mugghiante, e non sapeva, anzi non poteva più sottrarsi. Era un richiamo più antico della sua stessa vita e dovette ascoltarlo. Prese la bambina, le soffiò vento nei polmoni, la portò sopra la scogliera e con lei si tuffò in acqua. Si inabissarono e raggiunsero la famiglia delle foche che vollero sapere come stesse. “Ho avuto un compagno che mi ha resa felice, ma ho rinunciato alla mia natura. Il mio tempo fuori dall’acqua era giunto al limite. Se non volevo morire, dovevo tornare a casa”. “E la tua piccola?” domandò la foca grigia. “Lei non può restare, deve tornare da suo padre: lui deve avere almeno lei al suo fianco”.
Ma Erlak non si decideva a lasciarla ritornare sulla Terra e per molti giorni la tenne con sé. Le fece conoscere la vita delle foche. Canti, feste, allegria, condivisione, amore. In poco tempo, la pelle di Erlak tornò liscia e luminosa come una volta, e i capelli le ricrebbero folti e vellutati. I suoi occhi riacquistarono la vista e divennero limpidi. Si sentì pervasa da tutta la sua essenza e fu pronta a lasciare andare Iriook al suo destino terrestre. Erlak e la foca grigia accompagnarono Iriook in superficie. La lasciarono addormentata sulla spiaggia ghiacciata, avvolta in una pelle di balena.
Lentamente, le due foche argentee, con un groppo in gola per il dolore del distacco, si inabissarono nel mare profondo. Era una bellissima notte stellata, l’acqua era calma e il suono delle onde che si infrangevano sulla scogliera veniva interrotto di tanto in tanto dall’ululato di un lupo proveniente da una lontana radura. Iriook si svegliò quasi all’alba. Quando s’accorse di essere sola s’alzò e corse disperata verso casa di suo padre piangendo per tutta la durata del percorso.
Passò tanto tempo e Iriook divenne una danzatrice di grazia straordinaria. Il suo canto fu conosciuto in tutta la Terra ghiacciata e le sue storie furono famose come quelle della saggia maga Babajuk. Si diceva che avesse ereditato quelle doti dallo spirito delle foche che l’avevano nutrita negli anni dell’infanzia e che l’avevano riportata in superficie dalla profondità del mare. Molti uomini l’hanno desiderata, ma Iriook è appartenuta solo a se stessa.
Ancora oggi, che forse ha raggiunto i mille anni e i suoi capelli bianchi sono più lunghi delle sue vesti, spesso la si vede inginocchiata in riva al mare a parlare con una certa foca che si avvicina solo a lei. Molti hanno visto lo spirito di quella foca, nelle notti di luna piena o durante i temporali, o quando la nebbia calava fitta fitta. Tanti hanno ammirato la sua linea aggraziata, e tutti quelli che l’hanno guardata negli occhi sono rimasti stregati dalla loro dolcezza selvaggia. Parecchi l’avrebbero voluta catturare per averla sempre vicino, ma nessuno c’è più riuscito, perché Erlak ha imparato a non lasciare mai più incustodita la sua pelle.
Fra le genti dei ghiacci eterni è considerata divina perché, sebbene sia solo una foca, sembra che i suoi sguardi provengano dal profondo dell’anima più bella che sia mai esistita.
Illustrazioni di Alessandra Murgia
REPORT - Greenland, Cultura
Erlak, la Donna Foca
Dal profondo dell'anima più bella.
Illustrazione di Alessandra Murgia
C’era una volta, un giovane eschimese di nome Oonak. Abitava le distese ghiacciate del Circolo Polare Artico, un luogo dove la sopravvivenza è difficile. Oonak e suo padre Goran avevano lasciato il villaggio per cercare solitudine e tranquillità nei territori dei ghiacci eterni dove sarebbero sopravvissuti con la caccia al caribù e la pesca alla foca. Molto presto Goran rimase mortalmente ferito in una lotta all’ultimo sangue con un lupo bianco e Oonak rimase solo.Era un tempo lontanissimo, così remoto che se ne è persa la memoria nei secoli dei secoli. I giorni si susseguivano identici come lastre di ghiaccio e in quello spazio si incontravano solo lupi, orsi polari, caribù, renne, trichechi e foche. La terra era gelata tutto l’anno, niente vi germogliava spontaneamente. Solo pochi uomini, impellicciati per non morire assiderati, abitavano le distese di ghiaccio. Si scambiavano poche parole giusto quando sedevano intorno ai fuochi, altrimenti le conversazioni languivano spegnendosi a poco a poco. Essi erano convinti che la Terra fosse la vecchia e saggia Babajuk e che il manto di ghiaccio che la ricopriva fosse la sua folta e magica capigliatura.
Oonak viveva in una disperata solitudine in quel posto ai confini del mondo, il volto segnato da rughe profonde come quelle di un vecchio. Invece era giovane e con l’immenso desiderio di trovare una compagna, e poiché non c’erano donne nei dintorni - il villaggio più vicino distava quattro giorni di marcia -, spesso osservava le foche immaginando che fossero capaci di comprendere gli uomini. Le leggende che aveva udito da piccolo narravano di un passato in cui le foche erano esseri umani, come si poteva facilmente intuire dai loro sguardi teneri e comprensivi, e dalle voci che parevano corde tese per risuonare nell’anima.
Ma quando Oonak si accorgeva che le foche non erano donne piangeva disperatamente e le calde lacrime che gli rigavano il volto rugoso si gelavano sulla sua pelliccia. Uno di quei giorni sfortunati in cui non riusciva a procurarsi il cibo, rimase a pescare fino a notte fonda, sfidando le forze della natura. Era una splendida notte di luna piena e la luce argentea illuminava di riflessi misteriosi tutta la scogliera. Il suono del mare calmo lo rasserenava e nutriva la sua fame.
A un certo punto, in quella cornice straordinaria, vide un gruppo di foche uscire dall’acqua. Erano sette foche straordinarie con le pellicce candide come la pelle di una fanciulla. Oonak osservò di nascosto le foche mentre si toglievano dolcemente le pelli e le abbandonavano nella caverna. Gli apparvero così, come per magia, sette donne meravigliose, nude come madre natura le aveva generate. La loro pelle era morbida come il velluto e avevano lunghi capelli neri come la notte e lucenti come i riflessi del sole sorgente. Le donne intonarono un canto soave che riscaldò immediatamente l’anima di Oonak. E mentre cantavano diedero inizio alle danze.
Quei corpi slanciati si libravano sul manto ghiacciato con i movimenti sincronizzati di un’unica figura, come fanno i pesci dello stesso branco. Si elevavano verso l’alto e i loro cuori pulsavano ritmicamente nella notte. I capelli facevano da cornice alla danza: le chiome dondolavano dolcemente quando si univano in cerchio e le mani si intrecciavano muovendosi con armonia dal basso verso l’alto. Oppure si scompigliavano allorché la vecchia foca ordinava di scatenare il ritmo della danza lanciando urli profondi che sgorgavano come dall’abisso della terra.
Oonak rimase affascinato da tanta bellezza e il suo volto si riempì talmente di felicità che le rughe scomparvero facendogli riacquistare l’aspetto di un uomo giovane. Forse furono pochi istanti, forse lunghe ore: Oonak avrebbe voluto che quello spettacolo fosse durato ancora per guarire la sua antica solitudine. Allora strisciò verso la caverna senza far rumore come quando doveva stanare una preda e rubò la pelle di foca più bella. Poi, dopo aver nascosto il prezioso bottino in un crepaccio, tornò al suo punto di osservazione.
Poiché anche le notti più magiche finiscono, a un certo punto un tenue chiarore fece capolino sulla baia. Il canto si interruppe e le sette donne andarono a riprendersi le pelli. Le foche si rivestirono per tornare precipitosamente in acqua, ma una di loro rimase nuda e non poté più immergersi nel mare profondo. Si mise alla disperata ricerca della sua pelle lamentandosi come un delfino all’alba, mentre le altre si immergevano salutandola con urla di dolore. Vedendo la donna correre qua e là in cerca della sua pelle, Oonak si fece ardito, le si avvicinò, e disse: “Non la troverai, l’ho nascosta in un luogo sicuro, te la restituirò fra sette inverni, se sarai la mia compagna”. E la donna rispose: “Ma io sono una creatura dell’abisso, non posso sopravvivere fuori dall’acqua”. E Oonak: “Senza di te morirò. Resta con me, donna dalla pelle di foca, ti chiamerò Erlak. Fra sette inverni sceglierai se andare o rimanere”. La donna si fece convincere e restò.
Oonak la amò immensamente. Le sue giornate acquistarono un colore caldo, i suoi occhi scintillavano come neve al sole e la sua voce divenne tenera e gentile. Dalla loro unione nacque una bimba con la pelle chiara come la balena bianca e gli occhi scuri come l’oceano in tempesta. La chiamarono Iriook. La madre le stette sempre accanto insegnandole a leggere i segni delle creature marine che lei conosceva con una nostalgia lancinante che invadeva tutto il suo essere. Furono anni di amore e consacrazione alla famiglia, di dedizione assoluta.
In quel prodigarsi senza risparmio, la bellezza di Erlak svanì. La pelle divenne sfatta e cadente. I capelli si fecero sempre più radi e canuti. Le sue forme si appiattirono e i suoi seni si afflosciarono. Gli occhi si offuscarono e la voce divenne roca come quella di una vecchia. Sembrava un petalo senz’acqua e il desiderio di tornare nel mondo di sotto si fece ogni giorno più intenso. Allora si accorse della leggerezza con cui aveva lasciato incustodita la sua pelle favorendo il furto.
Poiché i sette inverni erano trascorsi e si andava verso l’ottavo, Erlak pregò Oonak di restituirle la pelle. Ma lui le disse: “Se te la restituisco, tu mi lasci. Rimango senza compagna e tua figlia senza madre. Sei un’ingrata, ho vissuto per te, donandoti la mia vita”. Travolto da un impeto di rabbia, urlò come un orso selvaggio e la percosse, facendole molto male. La voce di Erlak era stridula e spaventosa come quella di un cetaceo arpionato. Non aveva più niente della limpida armonia primitiva del passato e che aveva conquistato il cuore di Oonak. Tutti i suoi sensi, si stavano spegnendo e presto sarebbe morta se non l’avesse aiutata sua figlia. La bambina provò pietà per i suoi lividi e chiese a sua madre perché fosse così afflitta. Erlak attese che Oonak uscisse le spiegò: “Figlia, tuo padre mi rubato la pelle. Senza di essa presto morirò. Ho donato tutta me stessa e ora ho bisogno di scendere negli abissi per ritrovare la mia gente. Anche se non ci sarò, ti starò sempre vicino, veglierò su di te durante il sonno, ti osserverò durante il giorno, sentirai il mio profumo nei tuoi vestiti, ti assisterò quando ne avrai bisogno. Non sentirti mai sola e se proprio mi vuoi vedere chiamami, io accorrerò. Ti prego, aiutami a trovare la pelle. Tuo padre ha promesso di restituirmela dopo sette inverni. Ma il tempo è passato e lui non ha mantenuto la promessa. Ti prego, aiutami”.
La bambina comprese e decise di aiutarla a fuggire. Quella notte, mentre Oonak dormiva profondamente, Iriook sentì il richiamo di una voce misteriosa portata da un vento strano, spettrale: “Irioook!”. Dapprima ebbe paura, poi, però, si vestì in fretta e uscì nella notte. Scese di corsa verso la scogliera e sentì come un richiamo, una sorta di risata, provenire dal mare agitato. Sentì una voce limpida come l’uggiolare di una balena all’alba. Allora s’avvicinò alla rupe, vide che vi era nascosta una pelle di foca e la prese in mano. Calde lacrime bagnarono la pelle che sprigionò tutto il profumo di sua madre.
Quindi corse da Erlak e gliela restituì, combattuta tra la paura che morisse e il timore che se ne andasse. Erlak indossò la pelle e una nuova energia la pervase, poi accarezzò Iriook con tutto l’amore di cui è capace una madre. La bimba le chiedeva di non abbandonarla e lei non voleva lasciarla, ma udiva il richiamo del mare mugghiante, e non sapeva, anzi non poteva più sottrarsi. Era un richiamo più antico della sua stessa vita e dovette ascoltarlo. Prese la bambina, le soffiò vento nei polmoni, la portò sopra la scogliera e con lei si tuffò in acqua. Si inabissarono e raggiunsero la famiglia delle foche che vollero sapere come stesse. “Ho avuto un compagno che mi ha resa felice, ma ho rinunciato alla mia natura. Il mio tempo fuori dall’acqua era giunto al limite. Se non volevo morire, dovevo tornare a casa”. “E la tua piccola?” domandò la foca grigia. “Lei non può restare, deve tornare da suo padre: lui deve avere almeno lei al suo fianco”.
Ma Erlak non si decideva a lasciarla ritornare sulla Terra e per molti giorni la tenne con sé. Le fece conoscere la vita delle foche. Canti, feste, allegria, condivisione, amore. In poco tempo, la pelle di Erlak tornò liscia e luminosa come una volta, e i capelli le ricrebbero folti e vellutati. I suoi occhi riacquistarono la vista e divennero limpidi. Si sentì pervasa da tutta la sua essenza e fu pronta a lasciare andare Iriook al suo destino terrestre. Erlak e la foca grigia accompagnarono Iriook in superficie. La lasciarono addormentata sulla spiaggia ghiacciata, avvolta in una pelle di balena.
Lentamente, le due foche argentee, con un groppo in gola per il dolore del distacco, si inabissarono nel mare profondo. Era una bellissima notte stellata, l’acqua era calma e il suono delle onde che si infrangevano sulla scogliera veniva interrotto di tanto in tanto dall’ululato di un lupo proveniente da una lontana radura. Iriook si svegliò quasi all’alba. Quando s’accorse di essere sola s’alzò e corse disperata verso casa di suo padre piangendo per tutta la durata del percorso.
Passò tanto tempo e Iriook divenne una danzatrice di grazia straordinaria. Il suo canto fu conosciuto in tutta la Terra ghiacciata e le sue storie furono famose come quelle della saggia maga Babajuk. Si diceva che avesse ereditato quelle doti dallo spirito delle foche che l’avevano nutrita negli anni dell’infanzia e che l’avevano riportata in superficie dalla profondità del mare. Molti uomini l’hanno desiderata, ma Iriook è appartenuta solo a se stessa.
Ancora oggi, che forse ha raggiunto i mille anni e i suoi capelli bianchi sono più lunghi delle sue vesti, spesso la si vede inginocchiata in riva al mare a parlare con una certa foca che si avvicina solo a lei. Molti hanno visto lo spirito di quella foca, nelle notti di luna piena o durante i temporali, o quando la nebbia calava fitta fitta. Tanti hanno ammirato la sua linea aggraziata, e tutti quelli che l’hanno guardata negli occhi sono rimasti stregati dalla loro dolcezza selvaggia. Parecchi l’avrebbero voluta catturare per averla sempre vicino, ma nessuno c’è più riuscito, perché Erlak ha imparato a non lasciare mai più incustodita la sua pelle.
Fra le genti dei ghiacci eterni è considerata divina perché, sebbene sia solo una foca, sembra che i suoi sguardi provengano dal profondo dell’anima più bella che sia mai esistita.
Illustrazioni di Alessandra Murgia
Pubblicato: Lunedì, 22 Aprile 2013
Autore: Patrizia Boimercoledì 10 aprile 2013
Venerdì 12 aprile: i ragazzi del Liceo Newton incontrano Osvaldo e Ewa Desideri
L’incontro-seminario, promosso dalla Dirigenza dell’Istituto nell’ambito dei programmi educativi e culturali della scuola, avrà luogo presso l'Aula Magna del Liceo Scientifico Statale Isacco Newton, in Viale Alessandro Manzoni 47, venerdi' 12 aprile, dalle ore 11,30 alle 13,30 ca. I protagonisti: Osvaldo Desideri e sua moglie Ewa, anche lei scenografa. Ingresso libero fino ad esaurimento posti
Venerdì 12 aprile: i ragazzi del Liceo Newton incontrano Osvaldo e Ewa Desideri
- Categoria principale: News
- Categoria: Comunicazioni
Un incontro che offrirà agli studenti del Newton l’opportunità di comprendere la complessità e il fascino della professione dello scenografo, e la possibilità di conoscere personalmente una delle Eccellenze Italiane del settore della cinematografia.
L’iniziativa é promossa dalla Dirigenza dell’Istituto nell’ambito dei programmi educativi e culturali della scuola e che sono particolarmente attenti a proporre agli studenti gli esempi di eccellenza nei diversi settori della cultura, ascoltandoli dalla viva voce dei loro protagonisti.
L’incontro – seminario avrà luogo presso la Aula Magna del Liceo Scientifico Statale Isacco Newton, in Viale Alessandro Manzoni 47, dalle ore 11,30 alle 13,30 ca. I protagonisti: Osvaldo Desideri e sua moglie Ewa, anche lei scenografa.
Domani 12 aprile alle 11.30 interessante incontro al Liceo Newton
Il 12 aprile alle 11,30 al Liceo Newton incontro con gli Scenografi Ewa e Osvaldo Desideri
Giovedì 4 aprile 2013, ore 19:35:58
Pasqua di Resurrezione - Ariete
News
4 aprile 2013
"Una tenda da circo che accoglie la troupe cinematografica", questa è l'immagine romantica con cui Ewa, la moglie di Osvaldo Desideri, Premio Oscar come migliore Scenografia nel film L'ultimo imperatore (1987) di Bernardo Bertolucci, definisce la Scenografia in un film. Un enorme tendone circense che accoglie gli artisti ma anche i creatori della Scena, gli stessi Scenografi che hanno dato cornice al film costruendo il luogo dove far muovere gli attori. Per pensare questo spazio è necessaria un'attenta lettura del copione, una minuziosa ricerca storica, un certo numero d'idee di grido, un dettagliato progetto e l'abilità di utilizzare le risorse a disposizione o di inventarsele.
Allo scopo di comprendere meglio la professione degli scenografi, il Liceo Scientifico statale Isacco Newton di Roma, ha organizzato il giorno 12 aprile alle ore 11,30 in viale manzoni 47, l'incontro “La Scenografia: la Fabbrica dei Desideri", in cui Ewa e Osvaldo Desideri, spiegheranno al pubblico degli studenti come nasce una Scenografia e quali sono i passaggi indispensabili per la costruzione delle scene.
La loro collaborazione è ormai vecchia di vent'anni, un tempo lungo quanto la loro vita in comune. Un incontro del tutto casuale, che niente aveva a che fare con il mondo cinematografico, ha determinato l'associazione di due personalità eccezionali e assolutamente complementari, lui spontaneo e immediato, lei decisamente analitica. Osvaldo è quello che risolve la scena con poche trovate di grande effetto, Ewa è la formichina che si occupa del progetto in ogni dettaglio. Se vedete i suoi disegni sono già dei capolavori, lei rende possibili le idee di Osvaldo che è più incentrato sulla individuazione degli elementi salienti su cui impostare tutto lo studio a valle della lettura del copione. Le loro trovate hanno, devo dire, un non so che di poetico, riescono a dare ai film un'atmosfera quasi “metafisica".
Si tratta di un lavoro ingegneristico a tutti gli effetti, con tanto di individuazione dei costi, con l'effettuazione di una progettazione dettagliata, con la necessità di approvazione da parte della regia, del produttore e del direttore della fotografia, e con l'onere di costruzione che spetta a ogni appaltatore, insomma un impegno immenso che coinvolge intensamente e produce anche in chi lo ha creato una soddisfazione incommensurabile.
Osvaldo Desideri lavora in questo campo da circa cinquant'anni e si è occupato di circa un centinaio di film entrando in contatto con i più grandi registi italiani da Pasolini a Rossellini, da Bertolucci a Visconti, da Zeffirelli a Sergio Leone e poi Scola, Monicelli, Tornatore, Vanzina, Comencini, Benigni, i Fratelli Taviani, ecc.
Ha avuto ottimi rapporti con registi come Billy Wilder, Visconti e Pasolini con i quali è riuscito a condividere le scelte in maniera serena e collaborativa: ama, infatti, ricordare la sua amicizia con Wilder, la chiarezza d'idee di Visconti, la fiducia accordatagli da Pasolini e l'importanza di questi elementi per la buona riuscita del lavoro, così come le difficoltà patite con registi come Antonioni e Fellini prima di riuscire realmente a comprendersi.
Durante l'incontro il Premio Oscar parlerà delle personalità incrociate nel cinema e dei viaggi nel mondo fatti che gli hanno dato l'opportunità di conoscere altre culture e aprire la mente ad altre realtà sociali.
Nell'ambito di un progetto più vasto, i Desideri aiuteranno gli allievi del laboratorio Teatrale tenuto al Newton dall'attore e regista Luca Martella – ricordiamo che si occupano anche della scenografia nei suoi spettacoli in Omaggio a Giorgio Gaber - a costruire le scene per lo spettacolo finale.
L'attore Luca Martella leggerà, inoltre, nel corso dell'incontro, un'interessante intervista rilasciata da Ewa e Osvaldo a Wall Street International Magazine.
L'Oscar è il riconoscimento più importante nel campo del cinema, soprattutto perché è assegnato a tutte le categorie professionali e sarà interessante sentirne parlare proprio da colui che il Premio ha reso, in qualche modo, immortale...
Patrizia Boi
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martedì 9 aprile 2013
La cornice Desideri, una Scenografia che crea la realtà...
Intervista di Wall Street International Magazine a Ewa e Osvaldo Desideri, Premio Oscar per L'Ultimo Imperatore di Bertolucci
REPORT - Italy, Cultura
Ewa e Osvaldo, la Fabbrica dei Desideri
Una cornice fuori dalla realtà...
Sono stata accolta nella loro dimora di Albano, una casa ordinata e risplendente, con le pareti piene della memoria di una vita dedicata al cinema, una scenografia nella scenografia. Accompagnata dal regista Michele Labozzetta che ha ripreso le scene e ci ha gentilmente fornito le fotografie dell’intervista.
Mi sono rivolta prima a Ewa.
PB: Ewa, penso sempre che dietro a un grande uomo ci sia una grande donna che lo sostiene, anche se poi Osvaldo era già famoso quando tu lo hai incontrato. Mi racconti come lo hai conosciuto? Come è nata la vostra collaborazione professionale? E la decisione di condividere la vita?
ED: Molti sono convinti che io abbia conosciuto Osvaldo sul set, invece, io al cinema sono capitata per puro caso d’amore. È successo tanti anni fa: ero venuta in Italia per una vacanza. Me lo hanno presentato gli amici durante una gita al lago di Castel Gandolfo. Quel giorno indossavo una maglia nera, un pantalone nero e delle scarpe scure stringate da uomo. Osvaldo era vestito pressoché allo stesso modo… “Sei un architetto?”, mi ha chiesto. Poi abbiamo camminato nel bosco facendo il giro del lago e lui ha colto per me un piccolo ciclamino selvatico…
PB: Sedotta con un fiore? E poi come ti ha convinta a restare?
ED: Non c’è voluto molto, ho capito in un secondo che volevo passare con lui il resto della vita. Il tempo di raccogliere le mie cose e mi sono lasciata dietro la Polonia, il lavoro d’architetto, i legami familiari e quant’altro. Sono ormai vent’anni che seguo Osvaldo in giro per il mondo. Ho vissuto esperienze intense e in poco tempo ho appreso i segreti del mestiere…
PB: Come riuscite a collaborate sul set, cioè come vi dividete i compiti? Chi fa una cosa e chi l’altra?
ED: Noi due siamo complementari, lui è spontaneo e immediato, io sono decisamente analitica. Lui risolve la scena con due o tre lampi di genio, due o tre cose di grande effetto, io invece parto dal presupposto che la materia, l’intensità di colore si veda anche nei piccoli dettagli, perché si nota se qualcosa è stata risolta velocemente e senza precisione. Spesso è lui che legge il copione per primo, poi me lo racconta. Io all’inizio mi accontento del suo racconto, perché sono ansiosa di occuparmi subito della progettazione, sono una formichina, analizzo tutto in ogni dettaglio. Osvaldo è più saggio di me, all’inizio mi suggerisce di incentrare l’attenzione sulla storia e mi fa comprendere i punti salienti su cui concentrarmi, è più intuitivo di me, mi guida. I nostri set, tutto sommato, possiedono una certa poesia. Non sono stracolmi di oggetti, spero che abbiamo un’atmosfera “metafisica”…
PB: Osvaldo, in cosa consiste il vostro lavoro? Mi racconti come si fa una scenografia?
OD: All’inizio è importante leggere il copione, quindi fare un sopralluogo con la troupe che deve girare il film. Se si entra in un buon contatto empatico con il regista, questo favorisce un giusto stimolo alla creazione delle idee. È necessario studiare bene l’ambientazione del film, cercare di fissare concretamente lo spazio-tempo in cui nasce la scena, spesso attraverso un’approfondita ricerca storica. Si deve fare poi un’attenta selezione dei materiali da costruzione e quando tutti i materiali sono approvvigionati si può stimare il tempo necessario per dare la scenografia ultimata attraverso attente valutazioni progettuali e di budget…
PB: Oddio che parola terribile, e chi si occupa di queste valutazioni?
OD: Questo è il difficile e delicato compito di Ewa, che si preoccupa di ogni particolare costruttivo. E c’è da dire che spesso i suoi disegni sono pitture, vere e proprie rappresentazioni del mondo che si andrà a creare. Mi sono così innamorato di certi suoi quadri che ho voluto trovare ad essi un posto nella nostra casa. Quelle immagini spesso mi fanno pensare a un determinato film o a un certo momento della costruzione della scena, o forse a un pensiero o a una chiacchierata con il regista.
PB: Sono disegni straordinari, mi piace questo delle capanne africane e questa prospettiva come di un trono. È raro incontrare oggi degli architetti capaci di fare ancora delle opere interamente a mano libera, con tutte le ombreggiature e gli arricchimenti decorativi del caso. In genere si fa tutto al computer…
OD: Quando siamo arrivati a questa fase Ewa si chiude nello studio a disegnare, dall’alba al tramonto, nessuno la distoglie dal suo lavoro. Ci mette tutta la sua passione, la sua creatività e la sua competenza professionale. Ogni tanto ci confrontiamo, ma lei va avanti senza sosta, talvolta le porto una tisana o un caffè perché lei è capace di stare ore senza muoversi dal suo tavolo da disegno. Quando ha finito il progetto in ogni particolare, si passa alla fase di costruzione della scena di cui in genere ci interessiamo insieme per realizzare le scene nel modo migliore possibile. Spesso abbiamo dovuto costruire intere città, è un grande impegno, ma, ottenuto il consenso della regia, del produttore e del direttore della fotografia, ti devo dire che proviamo una soddisfazione immensa. A quel punto ci dedichiamo alla prossima scena!
PB: Ewa, qual è stato il tuo primo film?
ED: La serie televisiva con Bud Spencer girata in Costa Rica, dove abbiamo costruito un intero villaggio, con case, chiese e barche di navigazione. Abbiamo fatto tante e tante scenografie, ma tutto sommato è stato un inizio facile.
PB: Qual è stata invece, l’esperienza cinematografica che ti è piaciuta di più? E perché?
ED: La mia più grande avventura nel cinema italiano è stato il film realizzato con Pasquale Scimeca, Gli indesiderabili, nel 2003. Si trattava di un film che narrava le faccende di piccoli operai della mafia, ambientato negli Stati Uniti negli anni ‘40-‘50. Abbiamo fatto il film con le poche risorse a disposizione, ma è stata un’esperienza importante, Scimeca è un regista fantastico, possiede una grande dote umana. C’è della poesia in quello che fa e poi mi piace la sua determinazione, lui sa sempre cosa vuole ottenere...
PB: Leggendo il tuo curriculum, Osvaldo, vengono i brividi, hai lavorato con i più grandi registi italiani da Pasolini a Rossellini, da Bertolucci a Visconti, da Zeffirelli a Sergio Leone e poi Scola, Monicelli, Tornatore, Vanzina, Comencini, Benigni, i Fratelli Taviani, ecc. Qual è stato il film che ti ha dato più soddisfazione dal punto di vista del rapporto umano con il regista? Con quale regista non sei, invece, riuscito a trovare delle affinità elettive?
OD: Sono più di cinquant’anni che faccio questo lavoro, ho girato un centinaio di film, ho avuto la fortuna di incontrare le menti più eccellenti e raffinate del panorama del cinema italiano e non vorrei privilegiare una qualità piuttosto che un’altra di uomini di grande intelligenza e spessore, per cui citerò soltanto alcuni fatti che mi sono capitati. Il mio regista preferito è Billy Wilder, con lui ho avuto un buon rapporto, quasi un’amicizia, non so perché è nato questo, forse, come dici tu, avevamo in comune delle affinità elettive. Mi ricordo che adorava la cucina italiana e spesso pranzavamo insieme. Una volta non volevo seguirlo perché ero impegnato a finire un ambiente, uno di quei momenti in cui non riesci a staccarti dalla creazione e lui, nonostante fosse un grande perfezionista, mi disse: “Vieni Osi, non importa se la porta non si chiude, meglio una porta che non si chiude piuttosto che perdere un amico…".
PB: Wilder era un grande uomo anche dal punto di vista umano, ma tu hai avuto a che fare con tanti grandi registi. Quest’anno si festeggia Fellinianno 2013, parte la stagione che ricorda il Maestro, come ti sei trovato con lui?
OD: Purtroppo non sempre le cose vanno lisce, il mio rapporto con Fellini è stato difficile, non so perché non c’era sintonia, e non credo fosse colpa di nessuno, semplicemente due caratteri possono non essere affini. Mi è capitata la stessa cosa anche con Antonioni, quando feci Professione reporter. Ho avuto due mesi terribili, non riuscivamo a capirci, poi magicamente tutto questo si è sbloccato, non so perché è successo, ma da quando abbiamo iniziato a comunicare il film è stato tranquillo fino alla fine.
PB: Meraviglioso! Tutto è bene quel che finisce bene… Come è andata invece con Visconti?
OD: Luchino Visconti è un regista veramente eccezionale. Con lui mi sono trovato benissimo, perché sapevi sempre quel che dovevi fare. Quando abbiamo girato Morte a Venezia, una volta stabilito il periodo storico, sapevi quel che dovevi fare, ti preparavi per quello. Analizzavi tutto quel che poteva accadere ed era accaduto in quel periodo e dopo questa analisi, ti trovavi in perfetto accordo con l’Autore.
PB: Ewa, vuoi raccontarci qualche fatto accaduto con lui, di quelli che sono piaciuti a Osvaldo?
ED: Sì, mi è venuto in mente un ricordo carino. Sai, Visconti era un perfezionista, amava occuparsi di ogni dettaglio. Era così attento a tutto che faceva mettere anche il profumo nei cassetti. E adorava i fiori freschi, tutti sapevano che detestava i fiori finti. Una volta Osvaldo creò un ambiente e ci mise dei piccoli fiorellini finti. Tutta la troupe era preoccupata per l’arrivo di Visconti, si aspettava una vera e propria sfuriata, invece il regista non disse nulla, anzi quando si rese conto che tutti erano increduli perché lui aveva comunque apprezzato il lavoro, disse: “I fiori sono finti, non crediate che non l’abbia visto, ma quando una cosa è bella, è bella e basta…
PB: È una bella soddisfazione Osvaldo che Visconti abbia apprezzato… lui che era così attento. Ti è capitato invece che qualcuno ti lasciasse fare, senza interferire con il tuo lavoro?
OD: Sì, mi è capitato con Pier Paolo Pasolini, lui era il contrario, nel campo della scenografia e arredamento, chiedeva pochissimo. Ricordo, preparando Salò, gli presentavo le mie proposte e lui diceva: “Osvaldo, io me ne intendo pochissimo, non mi occupo di arredamento, sei tu l’esperto, mi fido di te". E così siamo andati avanti, incentrando il lavoro sulla fiducia, un rapporto molto piacevole. Poi Pasolini era una persona splendida, non ho mai conosciuto un altro regista che rispettasse la troupe più di lui. Era così umile, gentile e semplice che veniva a lavorare sul set con la tuta da metalmeccanico. Era incredibile, si doveva girare alle 8,30? Lui arrivava alle 8 del mattino, indossava la sua tuta da lavoro e iniziava a girare puntualissimo. E non allungava mai le riprese, all’ora stabilita finiva, con un rispetto assoluto per tutti i lavoratori del cinema. All’ora di pranzo non voleva privilegi, faceva la fila come l’ultima comparsa, non scavalcava nessuno e trattava con il massimo rispetto chiunque, era una persona veramente rara…
PB: Tu, Osvaldo, hai lavorato con Ferdinando Scarfiotti, com’era?
OD: Con lui ho realizzato L’Ultimo Imperatore, un film fortunato, siamo riusciti a vincere l’Oscar per la Scenografia e per l’arredamento, io l’ho vinto per l’arredamento. Se lui si metteva in testa una cosa, era quella. Ricordo le sue parole: “Quando tutto il materiale sarà portato a Pechino, io avrò bisogno di dodici settimane di preparazione”. E così è stato. Sono proprio soddisfatto di quello che il cinema mi ha regalato come esperienza di vita e delle persone che mi hanno aiutato a crescere, lui è uno di questi…
PB: Cosa significa Osvaldo vincere un Oscar?
OD: L'Oscar alla migliore scenografia viene assegnato agli scenografi votati come migliori dall'Academy of Motion Picture Arts and Sciences, cioè l'ente che assegna gli Academy Awards, i celebri premi conosciuti in Italia come premi Oscar. È il riconoscimento più importante nel campo del cinema, soprattutto perché è assegnato a tutte le categorie professionali e ti rende in qualche modo immortale…
PB: Finora abbiamo parlato di registi, ma di certo nell’esecuzione delle scenografie, nell’adattamento al cast prescelto ti sarà capitata qualche interessante esperienza con attori famosi. Raccontaci qualche episodio.
OD: Sono due mondi differenti, in genere lavoriamo in tempi diversi, non ho molte cose da raccontare. Posso dirti che mi è capitato di lavorare con Francesca Neri, nel film Per sempre. Quando una come lei viene vestita da Armani, l’intera scenografia dell’appartamento in cui è ambientata la scena deve essere adattata a lei. Noi siamo convinti, Ewa e io, che abbiamo concepito lo spazio ideale, moderno, con una struttura simile al gusto di Armani. Abbiamo creato un interno all’insegna della semplicità, della raffinatezza e del buon gusto. Il film si svolge quasi interamente con due protagonisti e la scelta è stata quella di creare quasi uno spazio teatrale.
PB: Quali sono i film che prediligi Ewa? Che tipo di scenografia ti piace vedere? O quale ti piace creare?
ED: Veramente io adoro i film di contenuto, dove la scenografia è assolutamente secondaria. Ho sempre amato i film dove il racconto, la storia sono predominanti sugli effetti speciali e visivi. Le esperienze lavorative più belle sono invece le opportunità di costruire le scenografie in luoghi straordinari. Abbiamo avuto la fortuna di farlo nei Caraibi, in Marocco, nello Zimbabwe, in South Africa… Non è che noi creiamo solo lo sfondo per far muovere le figure degli attori, ma creiamo la tenda da circo dove si svolge lo spettacolo. Questo è bello perché la tenda raccoglie anche noi gente del cinema, la troupe. Non sono mai frustrata quando nella scena non si vede tutto quello che abbiamo creato, perché quello che è stato creato è anche la nostra vita, quella cornice fuori dalla realtà che ci accompagna sempre.
PB: Quest’immagine mi affascina, perché Osvaldo non mi racconti qualcosa dell’esperienza con Sergio Leone, del film C’era una volta in America? Sei entrato in contatto con De Niro?
OD: Forse ti potrà interessare che in quel film la sua tenda da circo, come dice Ewa, è stata costruita in un campo di grano sulla Tiburtina a Roma, a New York sono stati girati solo i controcampi, con il ponte di Brooklyn… Di De Niro, posso raccontarti una curiosità. Mi ha chiesto di costruire nel suo appartamento la replica, il frammento, dell’ambiente “la fumeria d’oppio”. Da vero perfezionista esercitava la parte anche fuori dal teatro di posa…
PB: Ewa, Osvaldo ti ha mai raccontato qualcosa di simpatico su qualche stella del cinema?
ED: Tante cose, non tutte possono essere ripetute… È divertente una scena che successe con Liz Taylor, al Teatro di Catania, mentre si facevano le prove per Il giovane Toscanini di Zeffirelli. Alla diva è caduto l’anello, regalo di Richard Burton… e tutta la troupe si è dovuta impegnare… alla ricerca del diamante perduto…
PB: In quale momento, Osvaldo, il regista sceglie lo scenografo?
OD: Te lo dico con la risposta che diede a Giancarlo Giannini un grosso produttore americano: “Il nostro segreto è che, prima di scegliere gli attori, scegliamo lo scenografo, il direttore della fotografia, il costumista, poi il regista, poi gli attori”. È importante infatti quello che sta dietro, lo spazio in cui l’attore si muove.
PB: Questi meravigliosi e coloratissimi disegni che vedo sul tuo tavolo, Ewa, riguardano il vostro prossimo film? Dove è ambientato? Chi è il regista?
ED: Sì, sto iniziando a lavorare per il prossimo copione... Si tratta di un film ambientato nello Yemen, da girare in Marocco, per ora non posso dire altro, il resto è ancora top secret…
PB: Cosa ti piace del cinema, Osvaldo?
OD: Amo l’assoluta libertà che c’è in questo lavoro, il fatto che posso viaggiare ed entrare in contatto con altre culture...
PB: Quali Desideri avete per il futuro Ewa, nel cinema e nella vita?
ED: Io vorrei lavorare nel cinema internazionale, mentre Osvaldo ha fatto tante di quelle esperienze che la maggior parte dei Desideri l’ha già esaudita e affronta ogni nuova esperienza con grande serenità. Nella vita, incontrare Osvaldo è stato già un bel sogno…
PB: Un’ultima domanda Osvaldo: cosa pensi del cinema attuale?
OD: Inutile fare confronti, perché poi dicono che sei pessimista…
Pubblicato: Domenica, 7 Aprile 2013
Autore: Patrizia Boi
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