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Roma, Roma, Italy
Scrittrice di romanzi, racconti, fiabe, favole e storie per l'infanzia. Autrice del romanzo "Donne allo specchio" Mef Firenze, della raccolta di Fiabe "Storie di Magia" Happy Art Edizioni Milano, del volume LegenΔe di Piante - Nostra Protezione ed equilibrio in terra (una raccolta di 12 leggende sulle piante ambientate nei dodici mesi dell’anno) pubblicato a puntate nel 2014 su Wall Street International Magazine.Nel giugno 2017 ha pubblicato per la Collana I Cortili della Casa Editrice dei Merangoli, il Saggio Ingegneria Elevato n - Ingegneria del Futuro o Futuro dell’Ingegneria?, scritto a quattro mani con suo fratello Maurizio Boi, con 150 Immagini Colore/BN del fotografo Sergio Pessolano.

domenica 9 giugno 2013

Il Portale dell'Eur: Musica dentro a Rebibbia

http://www.eur.roma.it/il-quartiere/news/le-altre-news/articolo/rebibbia-musica-dentro-per-le-detenute-e-i-loro-figli-uno-spettacolo-chiude-il-progetto-di-music.html?no_cache=1

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Rebibbia, "Musica dentro" per le detenute e i loro figli: uno spettacolo chiude il progetto di Musicoterapia in carcere
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Martedì 11 giugno 2013 alle ore 16, l'evento conclusivo del laboratorio promosso dall'Associazione A Roma Insieme nella Casa circondariale femminile

9 giugno 2013

Rebibbia, Musica dentro per le detenute e i loro figli: uno spettacolo chiude il progetto di Musicoterapia in carcere
Si tiene il giorno 11 giugno nel giardino del nido della Casa circondariale femminile di Rebibbia (Roma) lo spettacolo "Musica dentro". L'evento è riservato a 18 detenute madri e ai rispettivi figli di età compresa tra zero e tre anni.
Lo spettacolo conclude il progetto "Musicoterapia in carcere", voluto dall'associazione "A Roma insieme" e sostenuto dall'intervento della compagnia assicuratrice Axa. Il laboratorio Fare musica insieme giunto quest'anno alla sesta edizione e coordinato dalla musicoterapista Silvia Riccio, ha lo scopo di creare un clima non conflittuale e di proporre alle ospiti del penitenziario nuovi modelli relazionali e di socializzazione.
Lo spettacolo prevede canti, danze e musiche ideati dai musicoterapisti che hanno svolto il progetto in questi mesi, Silvia Riccio ed Emanuele Bruno. Insieme a loro, per l'occasione, si esibiscono diversi artisti professionisti: il percussionista Pierluigi Campa, il pianista Giuliano Valori e i chitarristi Luigi Bonelli e Fabio Caricchia. Dal 1994 l'associazione “A Roma Insieme”, presieduta da Gioia Passerelli, lavora con donne detenute ed i loro figli, che per legge possono essere tenuti in penitenziario fino a tre anni di età.

Il potere della musica è noto fin dai tempi più antichi: essa ha la forza di creare connessioni con le sfere più alte dello spirito. Lo sapevano e lo sanno ancora i mistici di ogni epoca, lo spirito si libra e l'anima vola abbandonandosi ai canti e alla magia del suono. Oggi lo sanno anche gli amanti delle piante che sono riusciti a decifrare il suono emesso da ogni specie in una sorta d'unione cosmica e totalizzante con le energie del creato. Lo sapevano i compositori di musica classica che facevano danzare le note a suon di flauti e di violini e lo conoscono i Jazzisti di tutto il mondo che liberano la fantasia con i loro intensi assoli consumati nell'estasi del suono. La musica può abbattere pareti e muri, il suono può farci colloquiare con la scintilla divina che si trova dentro ognuno di noi senza giudizio e senza punizione. E lo possiamo dire anche in un luogo di prigionia che se pure i corpi sono incarcerati da una fortezza, le anime saranno sempre libere di seguire i misteriosi voli della musica e le estatiche fughe verso altri mondi e dimensioni. I musicisti si possono presentare come sconosciuti che sembrano accordare uno strumento e possono poi stupirci con il loro fraseggio e gli scambi musicali che salgono di tono e ritmo stimolando il nostro desiderio di liberare il corpo in danze leggere e silenziose o intense e senza controllo.  Le corde di un violino possono tendere ogni nostro muscolo e possono far tintinnare il nostro cuore. Il suono è straniante e ci conduce negli abissi dell'ignoto, al piacere della scoperta dei misteri dell'inconscio, delle paure, dei desideri, delle nostre più assurde follie, delle armonie celesti e di ogni terrestre passione. Le dita sulle corde di una chitarra, il respiro sul beccuccio di un flauto, il tocco sicuro e potente sulle percussioni, la carezza delicata e leggera sui tasti di un piano, la magia di una voce, sono tutti strumenti che possono generare intense gioie e piaceri immensi. Uno strumento si suona tutto e diventa oggetto di percussioni, di carezze, di discorso sottile e intimo tra il musicista e la cassa di legno, le corde, le rotondità della cassa, il manico, il bordo e ogni piccolo spazio dove si può generare la benché minima nota. Chi suona si trasferisce nella sua dimensione artistica, ma chi ascolta resta stupefatto dallo strumento che emette urletti di gioia, rantoli, lamenti, sibili, suoni dolcissimi e finanche ululati in una gamma di sfumature che esplorano le profondità dell'Eros ed esulano da qualsiasi stordimento della ragione. Alla fine sono tutti soddisfatti, chi ha organizzato gli spettacoli, i tecnici che danno luce al suono, i danzatori e le danzatrici, i musicisti tutti e naturalmente gli spettatori che sono coccolati, strapazzati, vezzeggiati, sballottati da un brano all'altro, incalzati dal ritmo crescente, frustati dai cambi di tono, domati dal suono e di certo rigenerati dalla potenza della musica. Non dimentichiamoci della funzione catartica che la musica ha svolto in passato quando la medicina ufficiale non aveva gli strumenti per curare la povertà e la miseria della gente. Rammentiamo quella Terra del Rimorso di Ernesto  De Martino dove i tarantati, morsi dalla fame e da un Eros inibito dalla feroce cultura cattolica dominante, trovavano pace e guarigione proprio grazie alla terapia musicale. Tamburello, organetto, chitarra, violino e mandolino..., quindi, un complessino costituito proprio per la cura di ogni male attraverso la danza... La danza, ecco lo stimolo principale che ci dona la musica, un irresistibile bisogno di danzare, di alzarsi dalle comode poltrone della nostra vita e metterci in movimento facendo vibrare le verità nascoste dentro di noi. Il musicista è il Taumaturgo capace di risvegliare in tutti noi un ballo aperto alla sinfonia delle emozioni che la vita ci può donare: così è ogni vero artista, un intermediario tra il mondo visibile e il mistero dell'invisibile che abbiamo paura di guardare. E saranno soprattutto i bambini con la loro gioia, con la loro spontaneità, con la loro mente ancora libera da condizionamenti culturali ad potersi abbandonare alla relazione primordiale con i legni degli strumenti musicali, alla vibrazione e forza della melodia che si fa armonia celeste e lettura misteriosa di ogni abisso. La musica è anche scambio tra le genti di ogni epoca e ogni luogo, una culla di culture e civiltà che devono dialogare, consce della difficoltà della convivenza civile, con la precisa volontà di integrazione a dimostrazione che anche la musica può essere uno strumento politico di pace e di connessione tra i diversi popoli. Inoltre, di volta in volta, lo spettacolo non è mai lo stesso e nessuno esce dalla sala annoiato o addormentato... 

 

Al Teatro dell'Antoniano di Bologna la fantasia musicale di Aco Bocina

 
http://www.acobocina.it/index.php/it/news




Recensione di Patrizia Boi



Aco Bocina: musica in fantasia
Prosegue il successo dello Spettacolo "Dai Balcani all'Andalusia, dall'Islam alla Grecia. Una crociera musicale sulle rive del mediterraneo, seguendo antiche vie tracciate dai gitani" portato in scena dal musicista croato Aco Bocina, inventore della Mediterranean World Music. 
Dopo Roma e Milano, il concerto è approdato a Bologna il 27 maggio dove è stato organizzato in beneficenza per i Divers for Africa nella straordinaria locantion del Teatro dell’Antoniano, uno spazio molto accogliente “testimonianza francescana attraverso una carità che non è solo assistenza amorevole, ma è promozione e sviluppo per la crescita della persona nelle diverse condizioni di vita e di bisogno”. Con la sua acustica curata, l’attento staff tecnico dedicato ai giochi di luce, quest’oasi di pulizia, semplicità ed eleganza è luogo ideale per quel meraviglioso animale da palcoscenico che è Aco Bocina, tra i migliori chitarristi al mondo e senz’altro il primo mandolino al mondo secondo il parere degli esperti del “Walnut Valley Mandolin Championship” Festival che si svolge in Kansas (USA). 
I concerti del nostro virtuoso lasciano sempre con il fiato sospeso per il suo modo di proporre i brani in funzione del pubblico che ha di fronte. E il pubblico dell’Antoniano, abituato ad ospitare talenti fin dal 1953, accoglie la musica mediterranea con scrosci di applausi e un’ovazione vera e propria dopo i pezzi più coinvolgenti. 
Aco stupisce lo spettatore iniziando il concerto da solo tutto vestito di bianco come uno sconosciuto che cerca di accordare la sua chitarra. Una chitarra magica che tra le su dita prende il volo man mano che, quasi in sordina, entrano in scena gli altri musicisti vestiti di nero: prima Manuel Auletta alla chitarra ritmica, poi Alberto Guareschi al basso, infine Roberto Botturi alle percussioni. Il fraseggio dei musicisti e i loro scambi musicali salgono di tono e ritmo nel corso della performance fino a quando compare inaspettatamente una danzatrice, leggera e silenziosa come una farfalla. La graziosa Nicoletta Mastroianni entra e esce dal palcoscenico ogni tanto richiamata dalla chitarra di Aco  che gioca con le sue corde riuscendo a tendere anche i muscoli della deliziosa Nicoletta in una danza che si fa sublime. Poi Aco si estranea e sale in cattedra abbandonandosi totalmente alla magia del suono, alle dita che corrono veloci sulle corde distratte della chitarra… Giunto in piena estasi mistica, Aco solleva dolcemente il mandolino, uno strumento che si suona tutto e diventa oggetto di percussioni, di carezze, di discorso sottile e intimo tra il musicista e la cassa di legno, le corde, le rotondità della cassa, il manico, il bordo e ogni piccolo spazio dove si può generare la benché minima nota. 
Lo spettatore resta stupefatto e Aco si diverte a stupirlo, imbraccia lo strumento al contrario, se lo struscia sulla coscia, gli fa emettere urletti di gioia, rantoli, lamenti, sibili, suoni dolcissimi e finanche ululati in una gamma di sfumature che esplorano le profondità dell’Eros, mentre gli altri musicisti seguono i voli pindarici di Aco abituati  a comprenderlo solo da uno sguardo. Alla fine sono soddisfatti gli organizzatori, i tecnici che hanno dato luce al suono, la danzatrice, i musicisti tutti e naturalmente gli spettatori che sono stati coccolati, strapazzati, vezzeggiati, sballottati da un brano all’altro, incalzati dal ritmo crescente, frustati dai cambi di tono, domati dal suono e di certo rigenerati dalla fantasia musicale di Aco. 
Non dimentichiamoci che questo tipo di musica risente delle influenze dei popoli che si affacciano sul Mare Nostrum, una culla di culture e civiltà che il croato, memore della difficoltà della convivenza civile,  si compiace di far colloquiare.  La sua è una precisa volontà di integrazione multiculturale a dimostrazione che anche la musica può essere uno strumento politico di pace e di connessione tra i diversi popoli. 
Dopo il bis e vari ritorni e inchini, il pubblico non riesce ad andare via, desideroso di sentire altra musica, ma Aco ha speso infinite energie nelle due intense ore di Show e non può proseguire ancora la sua estasi musicale. Nessun problema, il Teatro lo ospiterà senz’altro una prossima volta, tanto il suo spettacolo non è mai lo stesso e nessuno esce dalla sala annoiato o addormentato…
 

venerdì 7 giugno 2013

Dimmi che destino avrò Intervista a Peter Marcias

http://www.wsimagazine.com/it/diaries/report/cultura/dimmi-che-destino-avro_20130607093941.html#.UbGn4PlA1qU

WSI
Venerdì, 7 Giugno 2013

REPORT - Italy, Cultura

Dimmi che destino avrò

Intervista al regista Peter Marcias.

Dimmi che destino avrò

In un mondo del cinema consacrato alla tecnologia e al 3D si incontrano ancora voci originali che si nutrono di poesia e di idee e cercano di trasmettere a un pubblico cannibalizzato dai nuovi mezzi del cinema, l’importanza dei silenzi, della lentezza e della semplicità.
Abbiamo intervistato un giovane regista di origine sarda, Peter Marcias (Oristano, 1977), autore di vari film tra cui I bambini della sua vita del 2011 e Dimmi che destino avrò, distribuito in questi mesi nei cinema italiani da Gianluca Arcopinto e la sua Pablo, con grandi apprezzamenti da parte di critica e pubblico. Ci ha accolto con solarità e simpatia nella sua calda dimora romana arredata con spirito e fantasia e ci ha stupito con la sua spontaneità.

PB: Salve Peter! Ho visto il film Dimmi che destino avrò con mia figlia di nove anni che ha detto: “Finalmente un film senza violenza e delicato”, è stato un intento della tua regia o dello sceneggiatore di trasmettere allo spettatore questo messaggio? 
PM: Guarda, è partito tutto dallo sceneggiatore, Gianni Loy, che mi ha detto: “Peter, ti vorrei presentare degli amici… Mi è venuta un’idea che è nelle tue corde”. Gianni è un uomo sensibile, è un professore, un giurista, un uomo pieno di talento e interessi. Mi ha condotto al campo Rom di Monserrato – una cittadina attaccata a Cagliari – e da quel momento ho fatto lo stesso percorso che ha fatto il commissario nel film, sono stato invitato nelle baracche a prendere un caffè e poi tutto il resto. Devo dire che la prima impressione è stata piacevole: tutti quegli ambienti colorati e pieni di oggetti, quelle stufe sempre accese, quel calore che permea le stanze, quel continuo caricare la legna… insomma quelle case di legno sembrava che mi accogliessero. Da questa sensazione è partita l’atmosfera del film, il gusto per la convivialità è stato suggerito proprio dall’ambiente. Poi i film si sviluppano per mesi e il resto avviene strada facendo. E sono stati importanti i consigli del produttore Gianluca Arcopinto.

PB: Qualcuno ti ha chiesto che senso ha questo film senza effetti speciali nel futuro del cinema, ma tu credi che il vero cinema abbia un futuro negli effetti speciali, nella tecnologia spinta, nel chiasso degli inseguimenti, nei continui spostamenti della scena per confondere e stupire lo spettatore, oppure credi che siano le idee a dover veicolare il messaggio del cinema?
PM: Non la penso così, anzi, mi piacerebbe fare un film di quel genere, io sono versatile e malleabile. Per questa storia era utile avvalersi dei silenzi, il percorso narrativo lo rendeva indispensabile. In Italia c’è tutto un sottobosco di registi che fa nascere questo genere di film, ma secondo me si possono fare degli ottimi film anche giovandosi della tecnologia. Certo, visto che oggi il cinema se la deve cavare con dei piccoli budget, alla fine siamo costretti a lavorare molto sulle idee, però non ti nascondo che mi piacerebbe girare un film utilizzando le possibilità che offre la tecnologia, a patto, però, che si tratti di una bella storia.

PB: Perché hai fatto un film sulla cultura Romanès? Ti piace aprirti alla diversità in generale oppure sei attratto dalla magia dei Rom? O semplicemente preferisci schierarti con i più deboli?
PM: Io non sono dalla parte di nessuno quando giro un film, piuttosto mi coinvolgono le storie, mi piace arricchirle con un mio sguardo personale. E stavolta è capitato con questa sceneggiatura di Gianni Loy, che è un profondo conoscitore della cultura Rom. Mi piace, senza dubbio, parlare di diversità. Se devo essere sincero, cerco di far scontrare le diversità perché credo che questo confronto generi una crescita. In questo film è la diversità del commissario, di Alina, del figlio del commissario, della città di Cagliari, insomma tutte le diversità che sbucano dalla macchina da presa. 

PB: Mi racconti un aneddoto sui campi nomadi?
PM: Ce ne sono diversi, ma mi viene in mente l’inizio. Dovevamo girare il film nel campo di Monserrato, ma due settimane prima di cominciare a girare, si è ammalato una personalità molto importante del campo. Lo avevo attentamente selezionato per interpretare il ruolo del padre di Alina, un ruolo importante! Mi hanno chiamato alle sette del mattino e mi hanno comunicato che Zahid era stato ricoverato e che era in coma. Ci sono stati attimi di forte apprensione, infatti il povero Zahid poi è morto. Io sono anche andato al suo funerale, l’ho vissuto con tutti loro. La questione più drammatica è che in un campo Rom quando muore una personalità importante si devono osservare 40 giorni di lutto… e non si può fare nulla, non si può accendere la televisione, non si può festeggiare e di certo non si può girare un film… Ma io dovevo iniziare le riprese, non potevo aspettare… i tempi, il budget… Insomma, alla fine ho cambiato campo, sono andato a girare al campo nomadi di Dolianova/Selargius utilizzando anche le persone già scelte a Monserrato. Ho mischiato le persone dei due campi ed è stato bello, ho potuto conoscere gente diversa, alla fine è stata una vera opportunità.

PB: Hai lavorato con due attori professionisti come Luli Bitri e Salvatore Cantalupo, ma la maggior parte dei protagonisti di questo film sono veri Rom e Sinti, giusto? Come è stato lavorare con loro? Che emozioni ti hanno trasmesso? Cosa ti hanno insegnato? 
PM: È stato molto complesso fare i provini. La mia selezione è stata attenta e precisa. Grazie alla Fondazione “Anna Ruggiu” c’è stata una collaborazione con un regolare rapporto di lavoro, sono stati assunti in tutti i ruoli, attori, ma anche come aiuti alla scenografia, all’organizzazione, al catering e questo ha facilitato il nostro rapporto. Loro poi sono stati un’occasione perché mi hanno ricordato cosa manca oggi a noi italiani che viviamo in queste grandi città, in una dimensione spersonalizzante. Anche loro, per la verità, sono italiani, ormai vivono nel campo da quasi quarant’anni, ma hanno un modo di vivere che ricorda i piccoli paesi della Sardegna, dove si sta tutti insieme. I Rom vivono molto le relazioni, ci sono continue discussioni, dibattiti, discorsi anche molto accesi, mentre noi a Roma, oggi, non sappiamo nemmeno chi abita alla porta accanto… sia a Roma, ma anche a Cagliari, viviamo una situazione di solitudine e di disinteresse nei confronti dell’altro. Nella loro comunità c’è invece molta attenzione all’altro, ad antichi valori che noi abbiamo perduto. Loro mi hanno insegnato, quindi, l’importanza dei rapporti umani.

PB: E come vi siete preparati con la Bitri per farle entrare dentro il mondo Rom, per essere una di loro? Il risultato è stupefacente, è veramente a suo agio nel ruolo di Alina?
PM: Luli è una grande professionista, si è formata all’Accademia di Tirana. Lei interpreta un ruolo dopo essersi preparata, è molto recettiva nel profondo, tende a disinteressarsi, invece, delle cose futili. La preparazione più importante è avvenuta sul campo. Lei si è veramente messa in discussione buttandosi in quel tipo di vita per comprenderla e per poter diventare una di loro. Si è immersa in quella cultura e l’ha fatta sua. Non è stato facile, ma il risultato è stato ottimo grazie alla sua professionalità ma anche grazie alla sua volontà di mettersi in gioco, in ascolto degli altri e della sua voglia di imparare. Una delle cose che l’ha affascinata è stato il modo di vivere non strutturato e con poche certezza, una qualità che, per come si sta evolvendo la società, dovremmo conoscere meglio tutti noi che non ne abbiamo esperienza.

PB: Parlami dell’ambientazione del film: perché la scelta di una città come Cagliari, avevi bisogno di contrapporre il mare, la spiaggia, al disordine delle baracche dei campi Rom? Oppure il senso di infinito dell’orizzonte marino ti serve per allargare i confini con cui siamo abituati a confrontarci?
PM: Non vorrei fare un discorso troppo spicciolo, ma Cagliari è la mia città e ha sempre un posto nel mio cuore. Quando tu hai un’idea ti viene sempre più facile svilupparla, pensarla dietro casa. Nelle storie, occorre raccontare ciò che si conosce, anche se i grandi riescono a raccontare bene anche ciò di cui non hanno diretta esperienza. Poi Cagliari, la Sardegna, si prestano bene, mi piaceva narrare la dimensione dell’isola, l’accoglienza dei nomadi che vivono nel loro isolamento strutturato da secoli. E poi volevo tornare a girare a Cagliari per raccontare una versione diversa rispetto a quella che emerge dall’altro film I bambini della sua vita… Era anche un mio bisogno…

PB: In questo film non hai lavorato con scenografi professionisti, eppure le scene interne alle baracche zingare sono molto calde, c’è in qualche modo una certa poesia negli accostamenti degli oggetti, come hai ottenuto questo effetto? È merito delle inquadrature?
PM: Il merito è stato di lasciare tutto com’era. Le comunità Rom hanno dinamiche di spostamento e di organizzazione che sono molto poetiche soprattutto sul nascere della giornata. Ti faccio un esempio: loro si alzano la mattina e non pensano minimamente di farsi una doccia, di pettinarsi – non sono perfettini come noi e non lo dico con un’ombra di giudizio – loro stanno con i capelli arruffati, con i vestiti sgualciti, hanno una sorta di non precisione che genera un disordine metodico. Anche coloro che non sono allineati hanno un loro poetico ordine e questo traspare anche nel disordine che regna nel campo e che lo rende molto suggestivo. Puoi trovare il pentolino sul letto, la pastina sul divano e tutto questo è assolutamente naturale e spontaneo. Io sono stato molto attento a questo dettagli, ho cercato di coglierli. Le scenografie le hanno generate artisticamente loro stessi, io le ho fissate rispettosamente sulla pellicola.

PS: Quando hai girato il film I bambini della mia vita hai lavorato con scenografi professionisti come Ewa e Osvaldo Desideri, abituati ai più grandi registi del cinema, come ti sei trovato? Quale è stato il loro valore aggiunto alla tua regia?
PM: Con loro mi sono trovato molto bene. Hanno un modo di lavorare – lo dico senza giudizio ma piuttosto con ammirazione – molto accademico, hanno una notevole percezione delle cose strutturate con senso. Un tempo i set dei grandi registi erano studiati in ogni dettaglio, anche con un’accurata ricostruzione storica, ma i budget dei film erano diversi. La mia scommessa è stata mettere dei mostri sacri della scenografia in un film d’autore con piccoli capitali – questo film non ha superato il milione di euro –, è stata veramente una sfida. Osvaldo ha vinto l’Oscar per L’ultimo Imperatore di Bertolucci, è uno che sa il fatto suo, ha trovato delle soluzioni che hanno consentito di allineare la sceneggiatura. Lui ed Ewa hanno avuto una fantastica idea: aprire la Manifattura Tabacchi per girare le scene al suo interno. Sono riusciti a vedere il potenziale di quel luogo, costruendoci un piccolo set, una piccola Cinecittà sarda. Sono stati molto bravi a reinventarsi la città, a strutturare tutta la situazione in maniera molto più oggettiva di come avrei fatto io e hanno dato un’immagine poetica della mia città vedendo delle cose, delle realtà, degli scorci, che io non avrei visto… forse l’avrei infarcita della mia soggettività da sardo.

PB: È vero che si parla anche di bambini, ma il tema di questo film si presta poco alla visione di un pubblico troppo giovane, allora perché la scelta della formula cartone? Per alleggerire le scene più drammatiche?
PM: Hai ragione, mi piaceva alleggerire la situazione di disagio familiare in cui era costretta a vivere la bambina, volevo che la visione della bambina fosse alleviata dai colori. I cartoni animati hanno il potere di attenuare il disagio infantile.

PB: Una sorta di visione poetica permea ogni scena dei tuoi film, anche quando i temi sono tutt’altro che lievi; è un distintivo della tua sensibilità o la poesia è una scelta di fondo che caratterizza il tuo lavoro?
PM: Non si tratta di una scelta, faccio quello che è connaturato alla mia personalità. Sono il meno adatto a parlare del mio stile, seguo l’istinto nel mio lavoro, mi fido molto dell’istinto. A volte si possono prendere veri e propri abbagli, ma se divento un calcolatore non sono a mio agio, anche se il calcolo a volte può essere il segreto del successo.

PB: C’è un difficile lavoro di ricostruzione del passato attraverso i flashback in questo film, un intento delle sceneggiatore?
PM: Assolutamente sì, il giovane scrittore e sceneggiatore Marco Porru (che è in libreria con un romanzo fantastico e pluri-apprezzato dalla stampa nazionale L’eredità dei corpi edito da Nutrimenti) ha impostato la sceneggiatura così, una sorta di incastro a scatole cinesi. Mi è piaciuto questo suo modo di raccontare, la sua originalità, questa scelta di non linearità a cui si è affidato.

PB: Le tematiche omosessuali sono presenti in molti dei tuoi lavori, quale messaggio intendi trasmettere in merito a questa diversità? C’è qualche grande regista del cinema internazionale a cui ti ispiri?
PM: Mi piace sempre inserire queste note sull’omosessualità perché arricchiscono le mie storie. Esplorare la voglia di paternità di un gay e, nello stesso tempo, il disagio di uno come lui, anche riguardo al giudizio che ne dà la Chiesa nel film I bambini della sua vita è stato molto importante anche per me. InDimmi che destino avrò, il personaggio è secondario, cerco però di mettere in risalto che anche se il commissario in qualche modo accetta l’omosessualità di suo figlio, gli manca l’apertura per accettare e confrontarsi sulla diversità culturale dei Rom, almeno inizialmente.

PB: Mi racconti come mai hai scelto la strada del cinema? Qualcuno della famiglia o degli amici ti ha influenzato o è una passione tua personale?
PM: Mio padre è un commerciante, mia madre è sempre al suo fianco, non ho esempi familiari nel mondo del cinema. È una mia passione, nata fin da piccolo, fin dai tempi in cui frequentavo la cineteca sarda a Cagliari. È stata una scelta di vita, quella di dedicarmi interamente a questo lavoro. Lo faccio con infinita passione, non parlo solo di cinema, ma di documentari, spot pubblicitari e tanto altro.

PB: Su quale film stai lavorando in questo momento? Ho saputo che a Cannes diversi produttori sono interessati al tuo lavoro, hai delle novità in merito?
PM: Dimmi che destino avrò ha partecipato al Marchè di Cannes 2013 grazie a Cosimo Santoro e la sua The Open Reel. Il film ha interessato molti distributori esteri e soprattutto festival. In Italia il film è distribuito dalla Pablo di Arcopinto (è uscito al cinema lo scorso 29 novembre, dopo la presentazione ufficiale al Torino International Film Festival) e ha fatto un ottimo lavoro di divulgazione, se si pensa che quasi 35mila persone tra sala e web (l’uscita natalizia con Repubblica.it) hanno visto l’opera. Ora sto lavorando a un documentario sulla grande attrice Piera degli Esposti, poi ho un’infinità di altri progetti, però per scaramanzia preferisco non parlarne. Nel mondo del cinema non c’è mai nulla di certo, il motore di tutto sono i contributi legati ai produttori e non so ancora quale o quali di questi progetti andranno effettivamente a buon fine.

PB: Cosa ti aspetti dal futuro e che cosa desideri più di ogni altra cosa nel tuo lavoro e - perché no - anche nella vita?
PM: Mi aspetto di riuscire ancora a lavorare in questo settore. Sono tempi difficili, in cui c’è un passaggio epocale importante. Le nuove tecnologie rendono ogni cosa semplice e a portata di mano compresi i film da scaricare con facilità dal web. C’è difficoltà a distribuire i film, molta difficoltà ad avere visibilità, inoltre, oltre agli scompensi creati dai facili prodotti gratuiti, l’offerta è veramente tanta e occorre farsi largo tra la folla dei film. Mi auguro che prima o poi ci sia una compensazione tra il fare e il far vedere l’opera, me lo auguro per me e per tutti i professionisti seri che fanno il mio stesso lavoro.

PB: Sei emigrato dalla tua isola: necessità o volontà? Hai qualche nostalgia o rimpianto?
PM: Fin da piccolo ho sempre amato viaggiare e ora devo dire che è molto facile andare e tornare. Io amo girare l’Italia e anche il mondo quando mi sposto per i vari festival. Mi piace questo movimento e con il lavoro da regista, che è lontano dai vincoli impiegatizi, ho la libertà di volare.
PB: Se a 35 anni hai già lavorato con nomi come Piera degli Esposti, Paolo Bonacelli, Nino Frassica, con gli scenografi Desideri, Marco Onorato e tanti altri, cosa farai da grande? Posso definirti una delle giovani promesse del cinema italiano o la crisi ha talmente investito il nostro Paese che sarai ancora costretto a emigrare oltre il Bel Paese?

PM: Ti ringrazio, ma io nutro diffidenza quando si dice che sono giovane. Negli altri paesi a 25-30 anni si è già diventati dei professionisti, mentre qui sembra che cominci ora ad affacciarti nel mondo del cinema. Io sono uno che si muove molto, perché ho scelto di fare solo questo lavoro, faccio tanto e trovo stimolante conoscere sempre gente nuova. Mi piacerebbe immensamente anche andare a girare all’estero, sono assolutamente aperto, non ho limiti e non sento che andare oltre l’Italia sia una costrizione. Sono un cittadino del mondo, non capisco, piuttosto, quelli che stanno fermi. In un certo senso li ammiro, io mi sentirei prigioniero. Voglio vivere intensamente e fare tutti i viaggi che mi sarà possibile fare in questo meraviglioso e misterioso viaggio che ci offre la vita. 

Ringraziamo il simpatico Peter per la sua disponibilità e speriamo che questa sua apertura verso il mondo lo conduca a Itaca solo dopo aver esplorato tante altre interessanti isole…
Pubblicato: Venerdì, 7 Giugno 2013
Autore: Patrizia Boi

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martedì 4 giugno 2013

Il Poeta e intellettuale abruzzese Igino Creati ci ha lasciati

Lo avevo conosciuto al Premio di Camaiore nel 2007, ci aveva presentato la poetessa Lucarini e ci eravamo scambiati i nostri libri, poi lui aveva vinto il Premio. Igino Creati, il professore di Penne, aveva reso famosa la città di Penne portandola ad avere per un trentennio interessanti scambi culturali con i maggiori intellettuali italiani e con il mondo culturale russo, rumeno, greco. Lui è stato il Fondatore del "Premio Internazionale di Narrativa e Poesia Città di Penne" e il suo instancabile organizzatore fino al giorno della sua morte, avvenuta il 28 maggio a Pescara.  
 
Igino Creati era nato ad Arsita, un paesino ai piedi del Gran Sasso in Provincia di Teramo, ed ha vissuto a Pescara insegnando lettere classiche e collaborando come giornalista nelle televisioni private e con giornali e riviste acui ha fornito il suo contributo critico in campo letterario. La sua passione era l'organizzazione di manifestazioni culturali, infatti, oltre al Premio Penne, che ha anche esportato a Mosca nel 1995, ha ideato il Premio Arsita e ha fondato l'A.S.P.A. (Associazione dei Poeti Abruzzesi). Ha vinto vari premi di poesia e critica letteraria tra i quali il "Citta' di Pisa", il "Ceppo - Nuove Proposte", il "Chiaravalle" e il "Sant'Egidio". 
Tra le sue opere ricordiamo: Gocce d'alba (1971), Dissidio (1973), La collina di luce (1975), L'onesta solitudine (1981), Via Donatello 23 (1986), Quarto piano (1995), Un tunnel lungo il cuore (2005), I cieli di San Pietroburgo - dal 1986 tutti editi con le Edizioni Tracce.
 
Per me fondamentalmente Igino era un amico, mi ha fatto conoscere il mondo culturale russo dove aveva importanti contatti con il governo e con il suo Ministro della cultura e soprattutto sua moglie Tamara. Spesso lo andavo a trovare a Pescara, lui mi veniva a prendere e dopo mi accoglieva anche grazie all'ospitalità di sua moglie Tamara.
Preferisco ricordarlo con queste immagini legate alle sue passioni letterarie e soprattutto con alcune poesie dedicate a Tamara e alle sue due figlie, Ilaria e Natalia
 
 
Da “I cieli di San Pietroburgo” di Igino Creati
 
Anche senza darti un bacio
Se oggi passasse al mio fianco
un po’ di questa tua dolcezza
sarei all’improvviso più vicino – o più a fondo –
nel sorriso della vita.
 
lo sa la mia età
che mentre muti
intanto ti conosco a poco a poco
anche senza darti un bacio.
 
Non mi resta, cara,
che amare l’attesa
che ci scalda
cercare – se esiste – un’entrata
-magari d’emergenza –
nel tuo cuore.
 
La tua grazia
Appena uscito dal tumulto delle strade
voglio offrire una rosa a tua figlia.
 
So che tu sarai sola anche stasera
e lei ti attende altrove
magari si chiede al mattino
dove e se finisce
il viaggio di sua madre
e resta un po’ inquieta o ferma
dentro l’innocenza.
 
Io aspetto che negli occhi
si compia e si riposi
ogni sentimento
che un gesto o una parola s’avvicini.
 
Non importa – sai – se a ottobre o a novembre
arriverà un tuffo al sangue
la dolce sorpresa dell’esistere
con un po’ di noi.
 
Davanti a una tazza di caffè
mi domando ora
se per caso tu riascolterai la mia voce
e se io ripeterò almeno una volta
il profilo del tuo viso
se crescerà in te l’abitudine al silenzio
o accanto a me
camminerà senza sosta
la tua grazia.
 
I cieli di San Pietroburgo
Tu dalla tua lontananza
io dalla mia
difendiamo ognuno la propria verità.
 
Quando un nuovo giorno
è appena cominciato
chiamo per ogni stanza il tuo nome
e accendo a sera tutte le luci
sperando di vederti.
 
Ricordo ora la tua mano al ritorno
la stessa dell’andata
con diversa velocità
d’amore o di stanchezza – mi chiedo? –
 
Attendo un nuovo cenno
il profumo di te
che sai di terre russe.
 
Sento acuto il dolore
e osservo di profilo
te che guardi lo smalto sulle unghie
o allo specchio
il labbro tingi di rossetto.
 
Intanto rigenero il futuro
e mi chiedo – ti chiedo –
se avrai presto un altro sorriso
o solo tristezze
magari un’ombra
un salto che ti avvicini.
 
Ricorda, Tamara,
viverti è il solo grande gioco che mi piace
e non voglio perderti.
 
Pensami ancora
sotto i cieli di San Pietroburgo
di noi due solo tu sei
un punto certo di memoria
tra le strade affollate di turisti
tra i baci e gli abbracci dei ragazzi
pure dentro improvvisi silenzi.
 
Anche questo accade a fine giugno
nel percorso di una lacrima
che riassume l’esistenza.
 
E tu hai la mano tesa verso un fiore.
 
 
Sei giunta da lontano
Sei giunta da lontano, Ilaria,              A mia figlia Ilaria nel giorno del suo battesimo
da un’isola di quiete
a noi da sempre sconosciuta.
 
Dacci a poco a poco
l’antico sorriso senza inganni
il brulichio del cuore
la via che ci manca.
 
Oltrepassato il flusso dei ricordi
dietro ai sogni
dentro ogni verità
spiri aria nuova
e luce a fare cielo.
 
E oggi che più largo abbraccio
e lungo
riscalda la tua fragilità
mentre accarezzi con la mano
l’ultima foglia
che si stacca da dicembre
insegnaci senza abbagli
in ogni approdo
e prima e dopo
il senso giusto delle cose
la loro serena lucentezza.