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Scrittrice di romanzi, racconti, fiabe, favole e storie per l'infanzia. Autrice del romanzo "Donne allo specchio" Mef Firenze, della raccolta di Fiabe "Storie di Magia" Happy Art Edizioni Milano, del volume LegenΔe di Piante - Nostra Protezione ed equilibrio in terra (una raccolta di 12 leggende sulle piante ambientate nei dodici mesi dell’anno) pubblicato a puntate nel 2014 su Wall Street International Magazine.Nel giugno 2017 ha pubblicato per la Collana I Cortili della Casa Editrice dei Merangoli, il Saggio Ingegneria Elevato n - Ingegneria del Futuro o Futuro dell’Ingegneria?, scritto a quattro mani con suo fratello Maurizio Boi, con 150 Immagini Colore/BN del fotografo Sergio Pessolano.

venerdì 12 luglio 2013

L'Albero Andronico

http://www.wsimagazine.com/it/diaries/report/cultura/l-albero-andronico_20130707112542.html#.Ud_mftKeMVA

WSI
Venerdì, 12 Luglio 2013

REPORT - Italy, Cultura

L'Albero Andronico

Quando il destino lo vuole anche la Luna diventa un Sole.

L'Albero Andronico
Illustrazione di Alessandra Murgia
C’era una volta in un boschetto incantato un Pioppo Nero come i segreti della notte, che s’ergeva elegante e silenzioso in mezzo all’antico Olmo, al saggio Frassino, al cugino Ontano Nero e ai suoi figli Salice Bianco e Salice Rosso.
Era il più alto dei fratelli e di certo il più affascinante, e aveva l’aspetto di un uomo vittorioso, tanto che era stato soprannominato Albero Andronico. Il carattere originale, la forza e la determinazione, la dolcezza e la tenerezza lo rendevano l’albero più ambito tra le femmine del bosco, ma tutto questo movimento a lui non piaceva, anche perché spesso gli era stato spezzato qualche ramo e staccata qualche foglia di troppo. Ecco perché lui tendeva a rinchiudersi nel suo manto dorato ed era poco disponibile a lasciarsi andare alle lusinghe femminili.
Il suo aspetto era attraente per la chioma ovale verdissima e colma di foglie lunghe e strette, un immenso gioco di luci e di riflessi che in autunno conquistava tutte le sfumature del rosso e dell’oro. Questa regale capigliatura era costantemente scossa dal vento: che fosse refolo o tempesta, essa donava al bosco una sinfonia di note, come il soave canto degli Elfi e delle Fate che si celavano dietro a quelle fronde vellutate. L’albero era vivo e risplendente dalle radici alla corteccia, eretto nel suo abito nerastro e spesso, possente e tenace come un guerriero. E racchiudeva il mistero di migliaia di occhietti verdi, piccoli, vivaci che scrutavano il cielo dal tronco diritto e nodoso, dalla corteccia fessurata e stanca.
Pensava spesso che avrebbe potuto conoscere altri luoghi, erbe magiche e fiori profumati, la sensualità degli abiti femminili delle querce e delle sequoie, la freschezza dei tigli. Lo attraeva la magia degli alberi fioriti, il sussulto delle ginestre colorate di sole, il tramonto sull’oceano infinito… eppure restava fermo nel suo antico e possente radicamento, non lo avrebbe spostato dalla sua zolla nemmeno l’evento più catastrofico della natura, un potente sisma o un disastroso uragano. Forse perché il Piccolo Popolo di Gnomi ed esseri elementali gli teneva compagnia e gli ruotava intorno aspettando il suo canto e la musica irresistibile che donava magia anche all’aria.
Ogni anno il Pioppo Nero mostrava la sua splendida fioritura espandendo il suo intenso profumo tra le femmine del bosco, ma mai aveva dato dei frutti, finché un bel giorno i suoi frutti furono maturi, e da essi fuoriuscirono tanti piccoli semini piumosi come cotone che il vento portò molto lontano. Uno di questi andò a posarsi su una splendida Pioppa Bianca di nome Aurora.
Era una pianta dal temperamento giovane, audace e focoso. Aveva la corteccia liscia e candida con qualche screpolatura in corrispondenza dell’attaccatura dei rami. Le sue vesti svolazzavano alla brezza investendola di fascino e leggerezza e rendendola disponibile al cambiamento. Le bastava una farfalla variopinta o un gabbiano, o il canto di una civetta in una notte d’estate per essere attratta dal mistero e perdersi in fantasie e sogni che raccontava alle fatine nascoste tra le sue vesti scintillanti. Figuriamoci come palpitò il suo cuore alla vista di quel semino piumoso! Si mise subito in testa di trovare la pianta da cui proveniva. E a nulla valsero i consigli di chi voleva dissuaderla da quel pericoloso viaggio.
La Pioppa Bianca si tagliò qualche radice ed estrasse le sue sinuose gambe dalla zolla, abbandonando tutta se stessa all’ignoto. Nemmeno lei sapeva esattamente cosa cercare, trascinandosi il semino sul petto come se inseguisse un sogno, con le radici desiderose d’umido e d’acqua pura. Ogni tanto si bagnava nelle acque di un torrente o di un fiumiciattolo che scorreva pigramente verso valli ignote e si fermava a far riposare la sua immensa fatica. Un giorno si sedette in riva a un lago, vicino a una pianta di Sambuco e s’addormentò profondamente. Le apparve in Sogno una dolce Fatina Bionda che così parlò:
Il Semino Piumoso è volato
e proviene dal bosco incantato
appartiene ad un bel Pioppo Nero
nato proprio su di un cimitero.

La Pioppa Aurora aprì gli occhi ed ebbe davanti a sé uno spettacolo che le accese subito il cuore: aironi cenerini, garzette, gallinelle d’acqua, un germano reale e un martin pescatore volarono intorno a lei e le mostrarono la strada per proseguire il viaggio. La Pianta si congedò dagli altri amici conosciuti durante il cammino: la Signora Rana, il Signor Rospo e la loro piccola Raganella, salutò la Lucertolina e il Tritone e la loro amica Biscia e s’incamminò per la via indicata. S’inoltrò presto in un bosco vero e proprio, incontrando un Salice Bianco, un Frassino, tre Ontani Neri e un’altra pianta di Sambuco che la salutarono sorridendo. Dalle loro fronde s‘alzò un canto di usignoli e cinciallegre, un picchio verde s’affacciò tra le foglie e uno sciame di farfalline colorate s’unì alla comitiva in volo. Un Olmo campestre si levò gentilmente il cappello e tutto il sottobosco si fece avanti ricco delle sue fioriture: biancospino, frangola, corniolo, lantana, nocciolo, prugnolo, ligustro, sanguinello, fusaggine e luppolo. Il viaggio proseguì in un clima di festa e l’allegra compagnìa si spinse avanti fino al tramonto.
Un sole immenso scese dietro ai monti e lasciò spazio a una straordinaria Mezza Luna Rossa. La Pioppa fu ammaliata da tanta bellezza e restò a contemplare la scena prima d’abbandonarsi al Sonno e ai Sogni della notte. Una varietà di Esseri con le alucce verdi, azzurre e rosse la visitarono e una marea di Elfi e Gnomi le salirono sui rami accarezzandola dappertutto. Lo Gnomo più anziano le fece segno di seguire un coniglio bianco. Al suo risveglio tutto il Piccolo Popolo era sparito ma non il coniglietto, pronto a indicarle il cammino. La guardò con i suoi occhietti rossi e iniziò una veloce corsa. La Pioppa Bianca dovette districarsi tra le piante, attraversare campi di fiori, fiumi, selve e il verde prato di una rotonda collina, poi, giunta accanto a una cascata d’acqua azzurra, si lavò la chioma affaticata sotto quel getto miracoloso. Una Carpa dorata le rimase impigliata tra i rami e le sussurrò:
Il Coniglio ha concluso il suo viaggio
vieni nel fiume con forza e coraggio.
E si buttò nell’acqua con un salto.

La Pioppa Aurora seguì la Carpa per tre giorni e tre notti e la terza notte raggiunse una radura illuminata dal cielo stellato. Era piacevole il bagliore di tutti quei puntini e il suo cuore fu colmo di desideri. Non era più ansiosa di arrivare a destinazione, ma voleva assaporare ogni momento del viaggio. Nella notte attraversò un muro luminoso formato da tante piccole lucciole e all’alba si trovò finalmente proprio ai piedi del bosco incantato. Una strana luce rossastra danzava amabile sopra la chioma delle piante dove scorse subito la testa più alta. A quel punto si fermò e attese uno sguardo. Il Pioppo Nero era così preso dalla sua chioma agitata dai venti, dalla musica che passava tra le sue foglie che non s’accorse di lei. La Fatina Bionda le apparve di nuovo e disse:
Sei giunta a destinazione
hai seguito l’illusione
ora devi aspettare
il Pioppo ti deve invitare.

La Pioppa Aurora stava al suo posto ad aspettare, ma il Pioppo Nero non la guardava mai negli occhi, sbirciava ogni tanto da lontano, forte della distanza che li separava e poi si concentrava di nuovo su se stesso. Pensava e ripensava, valutava e soppesava, ogni tanto gli sfuggiva un’emozione, una sensazione, una voglia di tenerezza, ma poi ritornava sui suoi passi. Ci fu un momento che incontrò lo sguardo di Aurora, ma subito uno spiritello burlone con una spinta lo persuase che era meglio non fidarsi del mondo femminile. Aurora ci rimase molto male, quell’ostentata solitudine del Pioppo Nero la spaventava. Lei desiderava l’intrecciarsi di due vite, la condivisione profonda dei sentimenti, la perdita di se stessa nell’anima dell’altro, invece era tenuta a distanza come un essere pericoloso. Così, in lacrime, staccò di nuovo le radici dal suolo e tornò a casa.
Il viaggio di ritorno, pur con la tristezza nel cuore, fu comunque piacevole, grazie ai tanti interessanti incontri che la riavvicinarono ai lati positivi della vita. Aurora fu accolta dalla gentilezza delle Betulle, dalla tristezza dei Salici, dalla precisione dei Cipressi, dalla possanza dei Faggi e dalla sicurezza dei Frassini. I fiori le raccontarono i segreti dei loro colori inondandola della loro fragranza. Tartarughe e lumachine che s’affrettavano verso uno stagno le mostrarono splendide Ninfe intente a filare e tessere i destini degli uomini, deliziose Silfidi avvolte in vesti argentate tra i cespugli di rose bianche e Ondine danzanti sul far della sera o alle prime luci dell’alba. La lentezza del suo passo le consentiva di osservare quel mondo invisibile che spesso sfugge ai sensi distratti. Sfidò le colombe verdi del torrente che svolazzavano in aria festose, i Troll dei fiumi che aprivano porte e spazi, gli spiriti dei Jinn nascosti nelle rocce e i malvagi Goblin erranti negli antri misteriosi. Gli animali la guidarono: l’ermellino bianco nelle strade più fredde, gli scoiattolini nelle radure del bosco, i lupi attraverso le selve più intricate. Tutto la rendeva felice facendole pian piano sentire quella terra che nutriva le sue radici. Il Pioppo Nero aveva rifiutato la gioia, il sorriso, il sogno di unione e lei aveva rischiato di perdere forza, stabilità e allegria. Non aveva avuto altra scelta che la sua originaria solitudine, ma il viaggio le aveva donato conoscenza e aperto nuovi orizzonti.
Il Pioppo Nero, dal canto suo, non era indifferente a quella perdita, la Pioppa gli mancava, gli mancavano i suoi sguardi, i suoi sorrisi, la carezza della sua voce, ma era inchiodato alla sua zolla senza saperne il perché. Negli ultimi tempi si era chiuso alle novità, eppure più temiamo i cambiamenti più essi arrivano a minare la nostra stabilità. La distruzione degli uomini avanzava nella foresta: i tagli degli alberi, l’invasione del cemento, le costruzioni sempre più ingegnose con i metalli. Da quando il passaggio di automobili e di velivoli, il viavai chiassoso della gente aveva invaso l’ambiente incontaminato, molti alberi avevano abbandonato il bosco, altri erano appassiti per carenza d’acqua, altri ancora, allontanatisi un istante, non erano più tornati.
Il boschetto era scomparso lasciando spazio alle case di una grande città e al caos degli uomini. Anche se appariva disinvolto nella sua dura scorza di Albero Andronico, il Pioppo s’affliggeva per le più piccole cose. Soffriva quasi compiacendosi dei suoi problemi e se talvolta teneva per sé le sue lamentele, era per godersele meglio. Non lasciava mai trapelare il suo stato interiore, lo si poteva pensare sempre tranquillo e disteso, mentre in realtà era spesso torturato, inquieto, angosciato. Certo, senza più la freschezza della foresta, la magnificenza dei prati verdi e colorati di fiori, senza il calore degli animaletti del bosco, la pianta era spaesata pur dietro alla sua maschera d’allegria e coraggio.
Fu così che si rese conto che tutto passa nella vita tranne gli affetti importanti e quella Pioppa che lo aveva raggiunto spinta dalla passione forse avrebbe creato armonia nella sua anima tormentata. Cosa se ne faceva della sua forza, della sua conoscenza del regno invisibile, della sua determinazione se non poteva condividerla con nessuno? Forse quel sogno d’unione poteva risvegliare tutto il suo potere di creazione. Così tirò fuori i suoi germogli e sparse di nuovo al vento quei semini piumosi.
Non ci crederete, ma uno dei semini raggiunse ancora la nostra Pioppa con l’aiuto di qualche Fata dell’Amore. Aurora riconobbe il richiamo di quel Pioppo Nero a cui aveva pensato tanto, ma fu attraversata da un’infinità di dubbi, aveva paura del dolore, di non essere accolta. Eppure quel semino la guardava e la implorava, come se le chiedesse di partire ancora. Stavolta Aurora non disse nulla alla sua gente, nessuno l’avrebbe compresa e aiutata, nessuno le avrebbe suggerito di rimettersi in viaggio. Lei però ora era diversa, possedeva la sua creatività, il suo carattere, la sua innata letizia, avrebbe forse potuto condividere con lui il suo potere. Era aperta ad accogliere e trasformare anche il dolore, a superarlo con il movimento che crea la vita, desiderava quell’unione più di ogni altra cosa e credette di nuovo al suo sogno. Il viaggio, oltretutto, la stimolava, non le piaceva fermarsi troppo a lungo nella stessa zolla, voleva esplorare tutti i mondi possibili e così partì entusiasta all’avventura. Il cammino le donò sapienza, fu più piacevole che mai e la noia non la sfiorò nemmeno per un attimo. Si sentiva forte, saggia e piena di energia e ogni istante fu intenso e coinvolgente. Non si fece mai avvolgere dalla paura e angustiare dal dubbio, andò dritta per la sua strada e niente la distolse dai suoi propositi.
Quando giunse accanto al Pioppo Nero, stavolta, lo guardò negli occhi con determinazione e lui non abbassò lo sguardo, anzi l’accolse teneramente tra le sue foglie scintillanti. Lei si appoggiò con fiducia a quel tronco possente e sentì tutta la forza dell’Amore che debordava da quell’antica corteccia. In quel momento le due piante sorrisero e immediatamente le radici dell’una s’intrecciarono a quelle dell’altra. Ormai unite alla base, levarono le radici da quella terra arida e si diressero verso un giardino lontano. Ed è stato durante il viaggio che i loro tronchi e le loro chiome sono diventate una cosa sola portando una trasformazione alla pianta che non la rende né bianca né nera ma le regala l'aspetto di una vita intera, coraggiosa e vittoriosa, degna di un vero Albero Andronico.
Il viaggio è stato lunghissimo prima di arrivare al giardino lontano, ma la fioritura dell’Albero Andronico in ogni luogo e in ogni tempo ha portato gioia e risveglio a tutti gli animi in cui si è imbattuto. Inoltre ogni fioritura ha riempito il mondo di tanti piccoli alberelli, Pioppetti Bianchi e Pioppetti Neri, che hanno tramandato e tramandano ancora il suo messaggio segreto.
Ogni bell’albero dal fusto fiero
dall’alto domina sicuro e altero
senza coinvolgersi profondamente
perché sull’anima spicca la mente.

Il Pioppo Bianco spinto dal cuore
paziente aspetta e freme d’amore
spera e confida nell’aspetto gentile
danza e si muove con vero stile.

Ma se l’orgoglio non cede il passo
anche un germoglio diventa sasso
non basta un pianto di tenerezza
per risvegliare reale interezza.

Meglio star soli che in compagnia
con alti muri e una sana follia
chiusi nel carcere da un censore
da mane a sera a contare le ore.

Quando però il destino lo vuole
anche la Luna diventa un Sole 
e la piantina può essere accolta
per non sbagliare ancora una volta.

La solitudine a noi tutti pesa
e il Pioppo Nero vuole la resa
la Pioppa Bianca lo guarda felice
e gli sorride da chioma a radice.

E nell’incanto dell’abbandono
ogni lamento diventa un suono
ogni radice cerca l’unione
e Amore porta trasformazione.

Così il bell’albero né Bianco né Nero
ora capace d’Amore sincero
può continuare la sua avventura
portando al mondo la sua fioritura.

Da ogni fiore poi nasce un frutto
che dona al mondo nuovo costrutto
tanti alberelli in un popolo amico
per raccontare del Pioppo Andronico.

Illustrazioni di Alessandra Murgia
Pubblicato: Domenica, 7 Luglio 2013
Autore: Patrizia Boi

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lunedì 24 giugno 2013

Il Personaggio: Nico Valerio

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WSI
Lunedì, 24 Giugno 2013

REPORT - Italy, Benessere

Intervista rubata a Nico Valerio

È possibile oggi interessarsi di tutto e in profondità?

Intervista rubata a Nico Valerio

Intervista rubata, attraverso i suoi blog, al poliedrico e anticonformista intellettuale che applica con grande passione, anche nelle questioni più minute, gli insegnamenti di Leonardo e Voltaire.
Dopo essersi occupato per anni di giornalismo culturale, d'inchiesta, scientifico, politico e di critica e attualità musicale, di cultura e jazz, su importanti testate quali Il Mondo, la Repubblica, l’Espresso, ilCorriere della Sera, Panorama, L’Europeo, l’Astrolabio, ecc., Nico Valerio dedica prevalentemente i suoi studi all’alimentazione sana e naturale, alla storia del cibo, alla divulgazione scientifica, al vegetarismo, al crudismo, alla cultura e alla critica. In una società globalizzata e cosmopolita come quella contemporanea, oltre ai numerosi libri scritti sull’alimentazione, Valerio ha scelto la forma del blog per trasmettere le sue conoscenze e le sue opinioni in campo scientifico, cultura, ecologia, politica, commenti, disegni, critica, poesia e satira, come ci spiega lui stesso: "Il sito-blog come lo vedo io è un piccolo archivio personale, un diario pubblico che non conosce né cassetti né chiavi, ma che è sottoposto al giudizio severo e al feedback dei lettori".

Infatti, lo strumento del blog consente di entrare in contatto con lettori che altrimenti non saprebbero nulla delle materie care allo scrittore, esattamente come è successo a me. Ero interessata a saperne di più sulle controindicazioni dell’olio di palma e mi sono imbattuta in modo casuale in alcuni di questi blog. Devo dire che ho trovato una seria dissertazione in merito all’argomento e mi sono appassionata alla lettura del blog. Ritengo che nel web si leggano articoli svincolati dalla pressione della produzione e del consumo e dalla reale condizione di non-libertà in cui versa la stampa italiana, come sostiene d’altronde lo stesso Valerio: "I giornali italiani dipendono passivamente dalla pubblicità, a tal punto che spesso si guardano bene dal pubblicare articoli che parlano di difetti o vizi, anche di infrazioni deontologiche o provvedimenti legali che riguardano i prodotti pubblicizzati".

Una condizione che lo studioso ha toccato con mano come racconta più approfonditamente: "Quando tentai di scrivere articoli scientifici, citando sempre gli studi, per un settimanale leader e per un mensile specializzato in alimentazione naturale, in entrambi i casi la redazione obiettò che in tal modo (cioè pubblicando la famosa verità nascosta che il largo pubblico ignora) le ditte interessate avrebbero interrotto la pubblicità". In questo momento storico, quindi, di "esplosione di interesse di biologi, chimici, nutrizionisti clinici, patologi e tossicologi sui rapporti tra alimenti e salute, cibo e prevenzione", Nico Valerio si dedica con onestà intellettuale a questi temi pronto a sposare antichi valori: "Il cibo sia la tua medicina, la tua medicina sia il tuo cibo", secondo il detto che si rifà a Ippocrate, fondatore della medicina scientifica, ma nei secoli successivi anche simbolo dell’alimentazione e della medicina 'naturiste', essendo il primo significato storico di Naturismo quello di una dottrina che affida alla natura l’azione risanatrice dell’organismo malato, riconoscendo alla terapia medica una funzione puramente ausiliaria."

La sua convinzione come esperto di alimentazione è che cibo, stile di vita, cura del corpo e della bellezza siano gli alleati fondamentali della nostra salute, e che si debba demandare alla scienza medica solo la cura delle patologie che non è stato possibile prevenire grazie a una corretta alimentazione. Valerio, però, non suggerisce di affidarsi alla cultura naturista tout court se non confermata dalla scienza, e invita a diffidare di alcune opinioni correnti in merito a ciò che è naturale ("naturale per l’Uomo", specifica): "Dopo tante mistificazioni, bisognerebbe rieducare il pubblico, far capire ai lettori in che senso un regime alimentare selezionato per prove ed errori dall’Uomo migliaia di anni fa è naturale. E come va attuato e tradotto nei tempi nostri. E perché molte cose chiamate per pubblicità 'naturali' non lo sono, in quanto non sono affatto naturali per l’uomo: mai l’Uomo le ha mangiate e neanche fanno bene alla salute".

Del resto Valerio è un profondo conoscitore della materia in quanto autore di una decina di manuali, e appassionato conoscitore del cibo sano e naturale in senso tradizionale o antropologico, ma, nel contempo, attento a rivedere le verità alimentari alla luce della scienza moderna. Ovviamente, l’intento di questo articolo non è la pubblicità ai libri citati: dopo tante ristampe sono tutti esauriti, mi ha fatto presente lo stesso autore. Anzi ci vorranno almeno due anni perché possa essere prodotta un’aggiornata edizione del manuale L’Alimentazione Naturale alla luce dei nuovi studi scientifici: "Era da molti anni che non rileggevo più il mio manuale, perché sapevo, grazie agli studi quotidiani sulle riviste scientifiche per i corsi di aggiornamento che tengo in ogni stagione, che era ormai legato ai decenni passati. Però mi illudevo che bastasse aggiungere qualche nuovo studio a ogni voce per aggiornarlo. No, nient’affatto. Ogni riga, vedo, va riscritta e ampliata. Il manuale riflette quello che si sapeva in quegli anni, anticipa cose giuste e poi confermate, ma citando solo gli autori non i loro studi precisi, come si pretende oggi. E per uno studio, poco controllato di 20 anni fa, oggi se ne trovano 10 mila, e ben controllati".

La sua ricerca, perciò, è lunga e complicata, attenta alle giravolte imprevedibili degli studi scientifici. A chi gli chiede quando riscriverà il suo manuale aggiornato risponde realisticamente: "Ho calcolato che se dovessi applicare, come voglio e debbo, a L’Alimentazione Naturale lo stesso dignitoso metodo di scientificità ("ogni affermazione non banale va provata citando uno o più studi scientifici") impiegato per realizzare – negli anni Novanta, appunto – il mio Manuale di Terapie con gli Alimenti, dovrei pubblicare 3000 pagine, cioè tre volumi di 1000 pagine ciascuno!". Il che significa che non bisogna essere semplicistici in questo campo, né affidarsi ai facili entusiasmi e alle banali ricette di chiunque, come lui stesso spiega: "La scienza non è la storia d’un romanzo, facile a riassumere: se riassumi troppo e non tieni conto degli infiniti "se", "ma" e "riguardo a"; se da un caso particolare trai conclusioni generali affrettate; se soprattutto non riferisci in modo esauriente le prove, cioè chi l’ha detto e provato (così da permettere a chiunque di trovare lo studio preciso), non fai divulgazione scientifica, ma disinformazione da dilettanti, proprio come in quasi tutti i giornali e siti web di cui si pascono purtroppo i miei amici cultori sedicenti di naturismo alimentare, vegetarismo, veganismo, macrobiotica, crudismo, ecc.".

Valerio, quindi, invita al rigore delle affermazioni e non ai comodi consumismi. Le sue opinioni, in verità, sono sempre state frutto di attenti esami della realtà e la sua penna non ha mai evitato di rilevare le criticità del sistema, anche quando si è occupato di altri argomenti. Uno dei suoi cavalli di battaglia ritenuti minori è stato il recupero dell’antica e pagana "cultura del corpo" (FreiKorperKultur o FKK, o nudismo). E come si desume da queste considerazioni, non ha risparmiato sul tema la cultura dominante: "In un mondo che, non solo per l’ipocrisia e innaturalità del Cattolicesimo, ossessionato dalla sessualità e inquinato dalla pedofilia – e perciò produttore di una sessualità morbosa, contorta e depravata proprio perché negata – ma anche a causa delle nevrosi non risolte di molti sedicenti intellettuali laicisti e progressisti, ha patologicamente mescolato il sesso alla morte, dandoci solo il volto nero, aggressivo e violento dell’amore…".

E il jazz, che c’entra? "È la musica della mia vita", dice. "Forse perché è la musica della libertà e della Natura, cioè l’essere se stessi... ". Così ha preso l’abitudine di mettere in coda a ogni articolo del suo blog generalista Nico Valerio un link ai video jazz di YouTube. In passato, non ha evitato di svelare i giochi consumisti dei più gettonati festival musicali ai quali ha partecipato come critico di jazz: "Il Festival di Montreux, con tutta la sua fama, mostra soltanto le varie incarnazioni stagionali del potere discografico e dello show business", scrivevo tanti anni fa su l'Espresso. E oggi è ancora peggio. Ma poi il Festival di Montreux è ancora un festival di jazz? Non lo credo. È ormai pieno di musicaccia commerciale e rock". Nello stesso tempo, lui che ama i paradossi, ha fatto notare che in un’epoca buia e senza libertà come i nostri anni Venti e Trenta, il genere musicale libero per eccellenza, il jazz, ha paradossalmente avuto la massima diffusione popolare: "Nonostante le critiche dei giornali del Regime, più che i divieti, la musica dei 'negri' e degli americani ebbe grande successo in Italia nell’infausto Ventennio. Tutti ascoltavano e ballavano il jazz, vero o annacquato che fosse. Anzi, tanto di moda era quel nome o quel ritmo che ogni musica era 'jazz-band'. E i gerarchi? E Mussolini? Bastava dirgli che si trattava di un valzer o una mazurka. Così, con qualche trucco, lo si suonava e ascoltava perfino dopo le leggi razziali e anti-americane, durante la guerra e nell’Italia divisa. E ci furono addirittura generali della Wermacht e fascisti che organizzarono orchestre jazz. E anche i jazzisti, alla radio (radio Salò contro radio Bari), a modo loro fecero la guerra".

Insomma, se vogliamo chiederci con le stesse parole di Nico Valerio "Che cosa unisce le passioni per la natura, la libertà, il jazz, la vita sana, il naturismo, l’alimentazione, il giornalismo, la scrittura, la ragione, la critica, le scienze, l’ateismo, il nudismo, il vegetarismo, l’umorismo, la bellezza, il disegno, l’arte, la musica, la psicologia, le automobili d’epoca, la politica?", possiamo rispondere che è la curiosità, la passione, la ricerca, l’onestà intellettuale, lo spirito critico, la libertà, la Natura e la poliedricità di un uomo che ha dedicato tutta la vita alla scoperta di se stesso e degli altri. Se volessimo anche chiedergli cosa ha imparato in tutti questi anni sono certa che ci risponderebbe che quello che ha imparato è senza dubbio meno interessante di quello che deve ancora imparare e che da ogni esame critico di una situazione, di un evento, di un caso, ha appreso nuovi dubbi anche sulla sua stessa esistenza che lo hanno costretto a mettersi in discussione e rinnovarsi.

Tale è il compito di uno spirito critico, per dirla con Cartesio: "considerare il dubbio come un mezzo e non come un fine, come un procedimento preliminare, non come un risultato definitivo". Sono infatti convinta che "ogni cosa ha un perché" e che chiedersi il perché delle cose sia uno dei primi passi per sviluppare la propria intelligenza. Insomma, ero partita dalla conoscenza enciclopedica di Valerio riguardo all’alimentazione naturale per finire a interessarmi in effetti della forza del suo porre in dubbio… Sarà perché mi chiedo se nella nostra cultura consumista e superficiale, fatta di politica degli slogan e del gossip, attenta a incanalare ogni istante del nostro tempo in una corsa sfrenata e senza senso, esista ancora il valore fondamentale dello spirito critico, che per me significa "chiedersi il perché a prescindere dal fatto che si riesca realmente a definirlo…". "Ma con tanti interessi e tante sfumature della personalità" – dice Valerio – "c’è il rischio costante di essere equivocato". Lasciamo, perciò, a lui stesso il compito di dire chiaro e tondo quali sono i quattro aspetti a cui tiene di più: 

1. A quelli che accusano di superficialità i versatili (ma spesso, fateci caso, questi critici sono persone che fanno una sola cosa e neanche in modo eccelso), dico: al contrario l’intelligenza è sempre versatilità, molteplicità. Perfino in filosofia, dove tutto è stato già detto, è inevitabile l’eclettismo. Lo confermano la psicologia, la storia della Cultura e le biografie celebri. L'intelligenza è pervasiva e non tollera confini: va dappertutto, occupa tutti gli spazi. Lo vedete già nell’infanzia: i bambini vivaci e intelligenti guardano tutto, osservano tutto, si interessano di ogni cosa. Quindi, al contrario d'un vecchio stereotipo popolare, o è versatile e leonardiana, o non è. Mi confermava in un'intervista Rita Levi Montalcini che non può essere che una persona sia intelligente e critica in un campo e in un altro no. Il Rinascimento è una riprova sublime di questa intuizione. O tutto o niente. Certo, magari si rischia l’opera per puro diletto, la provvisorietà, il non-finito, la leggerezza, la mancanza di tenacia (insiste su una cosa chi sa fare solo quella...). Leonardo, per esempio, raramente finiva le sue opere, sempre preso da cose nuove e più eccitanti, come un eterno adolescente. E poi gli Illuministi ripresero, ma con una moderna cognizione della scienza, la prassi leonardiana di rivolgere lo spirito critico al Tutto, intorno all'Uomo, senza confini. Un’avidità spasmodica di sapere, ecco la diversità vera della nostra Specie. 

2. A quelli che non danno importanza a nulla (specie tra i maschi, specie in Italia...) obietto che invece tutto è idea, concetto, Ragione. Ma anche fantasia. Insomma "tutto è serio". Si può, si deve trarre una tendenza, una morale, una conclusione, un "significato" culturale, da qualunque fenomeno, anche il più futile (perfino, che so, la curiosa morbosa propensione per le natiche, popolarmente note come "lato B" (back side). Ma sì, tutto è semantico, cioè significante. A partire dalle parole (vedi certe etimologie curiose). Ne consegue che:

3. La libertà è la vera molla del Mondo, come dimostra appunto la Storia, che è sempre storia di libertà come ha provato Benedetto Croce (e indipendenza anche dai dogmi e dalle religioni, quando queste pretendono di condizionare anche la vita privata). Indispensabile quindi la tolleranza e il rispetto delle altrui opinioni. Voltaire ancor oggi passerebbe i suoi guai. A proposito, il mio primo blog è stato il Salon Voltaire, in cui un Voltaire di oggi critica con buonsenso laico e humour razionale tutto e tutti.

4. Ma di fronte alla nostra intelligenza che tutto pervade, non esiste distinzione tra temi alti o bassi, cose serie o futili. Le cose banali, giudicate poco serie e futili proprio dal ragioniere o dalla casalinga della barzelletta, come i tic psicologici, i lapsus e gli errori, sono in realtà serissimi, addirittura rivelatori, per l’uomo che sappia "vedere". E danno luogo a ritratti psicologici e a idee molto serie. All'inverso, i cosiddetti temi alti, seriosi, accademici, morali ecc., sono spesso piccola cosa, e possono anche essere affrontati ridendo e scherzando. In questo senso, allora, tutto è poco serio... Insomma, serietà nel gioco (cfr. i bambini), cioè nelle cose definite poco serie, e invece leggerezza, nonchalance, ironia, satira, nei temi cosiddetti seriosi, tipico rifugio del conformista. Un pizzico di golardia non guasta. Di qui si arriva facilmente alla satira e all'anticonformismo, che significa pensare con la propria testa. Ecco perché, provocatoriamente, arrivo al punto di lodare (e per la sua... intelligenza) la tanto vituperata modella nuda, in confronto all’acida prof. che la critica, ma anche di sostenere che la poesia la smetta di occuparsi solo di presunti temi elevati come fiori-amore-natura-stelle ecc., e si occupi finalmente di tutto, compresa la cosa-tabù, la più vergognosa e sporca che si possa immaginare, come nella curiosa poesia Kopros e in altre poesie satiriche o eccentriche. 

Ma l’amore più grande, che in una lotta serrata forse batte addirittura sul filo di lana quello per la libertà, è per me è l'amore per la Natura. Natura fisica, reale, cioè camminare per boschi e vette: ho fatto la guida avventurosa per anni). E anche la filosofia di vita che a essa si rifà: il Naturismo. E pochi sanno che il Naturismo già nel primo Novecento predicava l'anti-consumismo e il risparmio dell’energia, anticipando gli attuali movimenti civici fondati sul “far da sé”. Perciò ho stilato un “Decalogo dell'anti-consumatore” come autodifesa contro la prepotenza dei produttori. Perché un mercato "libero", diceva Einaudi, è davvero libero quando venditori e acquirenti hanno gli stessi diritti, sanno sul bene venduto le stesse cose, sono insomma sullo stesso piano. Anche qui è un problema di libertà e giustizia.
Per maggiori informazioni: Nico Valerio, L'Alimentazione Naturale (edito negli Oscar Mondadori dal 1980 al 2001), Manuale di Terapie con gli Alimenti (1995), Il Piatto Verde (1986), La Tavola degli Antichi (1989).
www.nicovalerio.blogspot.it 
www.alimentazione-naturale.blogspot.it
Pubblicato: Sabato, 22 Giugno 2013
Autore: Patrizia Boi

Intervista rubata a Nico ValerioIntervista rubata a Nico ValerioIntervista rubata a Nico Valerio
Intervista rubata a Nico ValerioIntervista rubata a Nico ValerioIntervista rubata a Nico Valerio

domenica 9 giugno 2013

Il Portale dell'Eur: Musica dentro a Rebibbia

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Rebibbia, "Musica dentro" per le detenute e i loro figli: uno spettacolo chiude il progetto di Musicoterapia in carcere
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Martedì 11 giugno 2013 alle ore 16, l'evento conclusivo del laboratorio promosso dall'Associazione A Roma Insieme nella Casa circondariale femminile

9 giugno 2013

Rebibbia, Musica dentro per le detenute e i loro figli: uno spettacolo chiude il progetto di Musicoterapia in carcere
Si tiene il giorno 11 giugno nel giardino del nido della Casa circondariale femminile di Rebibbia (Roma) lo spettacolo "Musica dentro". L'evento è riservato a 18 detenute madri e ai rispettivi figli di età compresa tra zero e tre anni.
Lo spettacolo conclude il progetto "Musicoterapia in carcere", voluto dall'associazione "A Roma insieme" e sostenuto dall'intervento della compagnia assicuratrice Axa. Il laboratorio Fare musica insieme giunto quest'anno alla sesta edizione e coordinato dalla musicoterapista Silvia Riccio, ha lo scopo di creare un clima non conflittuale e di proporre alle ospiti del penitenziario nuovi modelli relazionali e di socializzazione.
Lo spettacolo prevede canti, danze e musiche ideati dai musicoterapisti che hanno svolto il progetto in questi mesi, Silvia Riccio ed Emanuele Bruno. Insieme a loro, per l'occasione, si esibiscono diversi artisti professionisti: il percussionista Pierluigi Campa, il pianista Giuliano Valori e i chitarristi Luigi Bonelli e Fabio Caricchia. Dal 1994 l'associazione “A Roma Insieme”, presieduta da Gioia Passerelli, lavora con donne detenute ed i loro figli, che per legge possono essere tenuti in penitenziario fino a tre anni di età.

Il potere della musica è noto fin dai tempi più antichi: essa ha la forza di creare connessioni con le sfere più alte dello spirito. Lo sapevano e lo sanno ancora i mistici di ogni epoca, lo spirito si libra e l'anima vola abbandonandosi ai canti e alla magia del suono. Oggi lo sanno anche gli amanti delle piante che sono riusciti a decifrare il suono emesso da ogni specie in una sorta d'unione cosmica e totalizzante con le energie del creato. Lo sapevano i compositori di musica classica che facevano danzare le note a suon di flauti e di violini e lo conoscono i Jazzisti di tutto il mondo che liberano la fantasia con i loro intensi assoli consumati nell'estasi del suono. La musica può abbattere pareti e muri, il suono può farci colloquiare con la scintilla divina che si trova dentro ognuno di noi senza giudizio e senza punizione. E lo possiamo dire anche in un luogo di prigionia che se pure i corpi sono incarcerati da una fortezza, le anime saranno sempre libere di seguire i misteriosi voli della musica e le estatiche fughe verso altri mondi e dimensioni. I musicisti si possono presentare come sconosciuti che sembrano accordare uno strumento e possono poi stupirci con il loro fraseggio e gli scambi musicali che salgono di tono e ritmo stimolando il nostro desiderio di liberare il corpo in danze leggere e silenziose o intense e senza controllo.  Le corde di un violino possono tendere ogni nostro muscolo e possono far tintinnare il nostro cuore. Il suono è straniante e ci conduce negli abissi dell'ignoto, al piacere della scoperta dei misteri dell'inconscio, delle paure, dei desideri, delle nostre più assurde follie, delle armonie celesti e di ogni terrestre passione. Le dita sulle corde di una chitarra, il respiro sul beccuccio di un flauto, il tocco sicuro e potente sulle percussioni, la carezza delicata e leggera sui tasti di un piano, la magia di una voce, sono tutti strumenti che possono generare intense gioie e piaceri immensi. Uno strumento si suona tutto e diventa oggetto di percussioni, di carezze, di discorso sottile e intimo tra il musicista e la cassa di legno, le corde, le rotondità della cassa, il manico, il bordo e ogni piccolo spazio dove si può generare la benché minima nota. Chi suona si trasferisce nella sua dimensione artistica, ma chi ascolta resta stupefatto dallo strumento che emette urletti di gioia, rantoli, lamenti, sibili, suoni dolcissimi e finanche ululati in una gamma di sfumature che esplorano le profondità dell'Eros ed esulano da qualsiasi stordimento della ragione. Alla fine sono tutti soddisfatti, chi ha organizzato gli spettacoli, i tecnici che danno luce al suono, i danzatori e le danzatrici, i musicisti tutti e naturalmente gli spettatori che sono coccolati, strapazzati, vezzeggiati, sballottati da un brano all'altro, incalzati dal ritmo crescente, frustati dai cambi di tono, domati dal suono e di certo rigenerati dalla potenza della musica. Non dimentichiamoci della funzione catartica che la musica ha svolto in passato quando la medicina ufficiale non aveva gli strumenti per curare la povertà e la miseria della gente. Rammentiamo quella Terra del Rimorso di Ernesto  De Martino dove i tarantati, morsi dalla fame e da un Eros inibito dalla feroce cultura cattolica dominante, trovavano pace e guarigione proprio grazie alla terapia musicale. Tamburello, organetto, chitarra, violino e mandolino..., quindi, un complessino costituito proprio per la cura di ogni male attraverso la danza... La danza, ecco lo stimolo principale che ci dona la musica, un irresistibile bisogno di danzare, di alzarsi dalle comode poltrone della nostra vita e metterci in movimento facendo vibrare le verità nascoste dentro di noi. Il musicista è il Taumaturgo capace di risvegliare in tutti noi un ballo aperto alla sinfonia delle emozioni che la vita ci può donare: così è ogni vero artista, un intermediario tra il mondo visibile e il mistero dell'invisibile che abbiamo paura di guardare. E saranno soprattutto i bambini con la loro gioia, con la loro spontaneità, con la loro mente ancora libera da condizionamenti culturali ad potersi abbandonare alla relazione primordiale con i legni degli strumenti musicali, alla vibrazione e forza della melodia che si fa armonia celeste e lettura misteriosa di ogni abisso. La musica è anche scambio tra le genti di ogni epoca e ogni luogo, una culla di culture e civiltà che devono dialogare, consce della difficoltà della convivenza civile, con la precisa volontà di integrazione a dimostrazione che anche la musica può essere uno strumento politico di pace e di connessione tra i diversi popoli. Inoltre, di volta in volta, lo spettacolo non è mai lo stesso e nessuno esce dalla sala annoiato o addormentato... 

 

Al Teatro dell'Antoniano di Bologna la fantasia musicale di Aco Bocina

 
http://www.acobocina.it/index.php/it/news




Recensione di Patrizia Boi



Aco Bocina: musica in fantasia
Prosegue il successo dello Spettacolo "Dai Balcani all'Andalusia, dall'Islam alla Grecia. Una crociera musicale sulle rive del mediterraneo, seguendo antiche vie tracciate dai gitani" portato in scena dal musicista croato Aco Bocina, inventore della Mediterranean World Music. 
Dopo Roma e Milano, il concerto è approdato a Bologna il 27 maggio dove è stato organizzato in beneficenza per i Divers for Africa nella straordinaria locantion del Teatro dell’Antoniano, uno spazio molto accogliente “testimonianza francescana attraverso una carità che non è solo assistenza amorevole, ma è promozione e sviluppo per la crescita della persona nelle diverse condizioni di vita e di bisogno”. Con la sua acustica curata, l’attento staff tecnico dedicato ai giochi di luce, quest’oasi di pulizia, semplicità ed eleganza è luogo ideale per quel meraviglioso animale da palcoscenico che è Aco Bocina, tra i migliori chitarristi al mondo e senz’altro il primo mandolino al mondo secondo il parere degli esperti del “Walnut Valley Mandolin Championship” Festival che si svolge in Kansas (USA). 
I concerti del nostro virtuoso lasciano sempre con il fiato sospeso per il suo modo di proporre i brani in funzione del pubblico che ha di fronte. E il pubblico dell’Antoniano, abituato ad ospitare talenti fin dal 1953, accoglie la musica mediterranea con scrosci di applausi e un’ovazione vera e propria dopo i pezzi più coinvolgenti. 
Aco stupisce lo spettatore iniziando il concerto da solo tutto vestito di bianco come uno sconosciuto che cerca di accordare la sua chitarra. Una chitarra magica che tra le su dita prende il volo man mano che, quasi in sordina, entrano in scena gli altri musicisti vestiti di nero: prima Manuel Auletta alla chitarra ritmica, poi Alberto Guareschi al basso, infine Roberto Botturi alle percussioni. Il fraseggio dei musicisti e i loro scambi musicali salgono di tono e ritmo nel corso della performance fino a quando compare inaspettatamente una danzatrice, leggera e silenziosa come una farfalla. La graziosa Nicoletta Mastroianni entra e esce dal palcoscenico ogni tanto richiamata dalla chitarra di Aco  che gioca con le sue corde riuscendo a tendere anche i muscoli della deliziosa Nicoletta in una danza che si fa sublime. Poi Aco si estranea e sale in cattedra abbandonandosi totalmente alla magia del suono, alle dita che corrono veloci sulle corde distratte della chitarra… Giunto in piena estasi mistica, Aco solleva dolcemente il mandolino, uno strumento che si suona tutto e diventa oggetto di percussioni, di carezze, di discorso sottile e intimo tra il musicista e la cassa di legno, le corde, le rotondità della cassa, il manico, il bordo e ogni piccolo spazio dove si può generare la benché minima nota. 
Lo spettatore resta stupefatto e Aco si diverte a stupirlo, imbraccia lo strumento al contrario, se lo struscia sulla coscia, gli fa emettere urletti di gioia, rantoli, lamenti, sibili, suoni dolcissimi e finanche ululati in una gamma di sfumature che esplorano le profondità dell’Eros, mentre gli altri musicisti seguono i voli pindarici di Aco abituati  a comprenderlo solo da uno sguardo. Alla fine sono soddisfatti gli organizzatori, i tecnici che hanno dato luce al suono, la danzatrice, i musicisti tutti e naturalmente gli spettatori che sono stati coccolati, strapazzati, vezzeggiati, sballottati da un brano all’altro, incalzati dal ritmo crescente, frustati dai cambi di tono, domati dal suono e di certo rigenerati dalla fantasia musicale di Aco. 
Non dimentichiamoci che questo tipo di musica risente delle influenze dei popoli che si affacciano sul Mare Nostrum, una culla di culture e civiltà che il croato, memore della difficoltà della convivenza civile,  si compiace di far colloquiare.  La sua è una precisa volontà di integrazione multiculturale a dimostrazione che anche la musica può essere uno strumento politico di pace e di connessione tra i diversi popoli. 
Dopo il bis e vari ritorni e inchini, il pubblico non riesce ad andare via, desideroso di sentire altra musica, ma Aco ha speso infinite energie nelle due intense ore di Show e non può proseguire ancora la sua estasi musicale. Nessun problema, il Teatro lo ospiterà senz’altro una prossima volta, tanto il suo spettacolo non è mai lo stesso e nessuno esce dalla sala annoiato o addormentato…