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Scrittrice di romanzi, racconti, fiabe, favole e storie per l'infanzia. Autrice del romanzo "Donne allo specchio" Mef Firenze, della raccolta di Fiabe "Storie di Magia" Happy Art Edizioni Milano, del volume LegenΔe di Piante - Nostra Protezione ed equilibrio in terra (una raccolta di 12 leggende sulle piante ambientate nei dodici mesi dell’anno) pubblicato a puntate nel 2014 su Wall Street International Magazine.Nel giugno 2017 ha pubblicato per la Collana I Cortili della Casa Editrice dei Merangoli, il Saggio Ingegneria Elevato n - Ingegneria del Futuro o Futuro dell’Ingegneria?, scritto a quattro mani con suo fratello Maurizio Boi, con 150 Immagini Colore/BN del fotografo Sergio Pessolano.

mercoledì 7 agosto 2013

Il cucciolo di robot iCub, una sorta di moderno pinocchio creato dalla passione scientifica di Giorgio Metta

http://www.wsimagazine.com/it/diaries/report/scienza/icub-un-bambino-sotto-le-sembianze-di-un-robot_20130807082737.html#.UgJRpPJH7Z4

WSI
Mercoledì, 7 Agosto 2013

REPORT - Italy, Scienza

Icub, un bambino sotto le sembianze di un robot?

Intervista a Giorgio Metta, padre putativo del cucciolo androide.

Icub, un bambino sotto le sembianze di un robot?

Ogni bambino vorrebbe in casa un compagno di giochi dolce e simpatico, un amico tenero e affettuoso per allietare le sue giornate solitarie magari trascorse in compagnia del computer o ancora peggio davanti alla televisione. Forse lo vorrebbero anche gli anziani per riempire le loro solitudini e per essere accuditi o le casalinghe che devono svolgere da sole infiniti compiti domestici.

Ci ha pensato Giorgio Metta, il padre putativo del piccolo iCub, il robot umanoide costruito dall'Istituto Italiano di Tecnologia a Genova. L’Ingegnere cagliaritano, prestato alla Liguria, è stato l’ideatore ed è il Capo Progetto della straordinaria nascita e crescita del bambino robotico più costoso del mondo. Pensate che ci vogliono circa 250.000 euro e un team di ricercatori internazionale per costruirne un esemplare. Non è l’amico su cui le mamme e i papà possono già contare, ma le prospettive future sono tutte positive. Questo robottino delizioso parla perfettamente l’inglese anche se ha solo tre anni e mezzo circa, e sa compiere azioni apparentemente semplici. Ci farà da interprete suo padre Giorgio che si cura di lui fin dalla nascita.

PB: Quando un bambino vede le immagini di iCub prova una grande tenerezza e poi quando lo vede muoversi si innamora letteralmente di lui, perché iCub piace tanto ai bambini? Lo descrivi brevemente?
GM: iCub piace sia ai bambini che ai grandi perché i suoi movimenti, oltre che le sue sembianze, hanno caratteristiche umane e a livello inconscio le persone gli attribuiscono un significato che va oltre quello che è realmente: nella macchina vedono umanità. iCub è un robot umanoide della dimensione di un bimbo di circa quattro anni, dotato di sensori tattili sulla maggior parte del corpo, di telecamere agli occhi, di sensori uditivi e di 53 gradi di libertà, insomma mani, testa e occhi sono in grado di riprodurre tutti i movimenti tipici dell'essere umano. Sono le caratteristiche della forma e del tipo di sensoristica che lo fanno assomigliare a noi con una tecnologia più complessa di quella tipicamente utilizzata in industria. 

PB: Quando hai partorito questa idea? Era un sogno che avevi fin da piccolo?
GM: L’idea di iCub in realtà è nata quando lavoravo negli Stati Uniti insieme al collega Giulio Sandini. Mi occupavo da tempo di robotica umanoide e avevo raggiunto un livello di esperienza tale da sapere come costruire un robot. Avevo immaginato tutti i componenti necessari per fare il robot, ma per tradurre in realtà questa mia idea ci volevano un progetto e relativi finanziamenti. Nel 2002 sono tornato dagli States e con alcuni colleghi (Giulio Sandini, David Vernon e un team composto da dieci istituti europei) abbiamo preparato la domanda di finanziamento alla EU. Il sogno si è avverato a settembre del 2004, con l’arrivo del finanziamento della comunità europea, gli 8,5 milioni di euro necessari. Poi ci sono voluti tre anni e mezzo per costruire iCub. La cosa importante era la “visione” del robot a forma di un bambino. C’è da dire che già da piccolo ero appassionato di fantascienza – passione comune a tutti i miei colleghi robotici. Guardavo i cartoni animati giapponesi, quelli con i robot umanoidi giganti. Nella fase dell’adolescenza, poi, ho letto autori classici come Asimov e racconti dove i robot umanoidi sono effettivamente ricorrenti. La tecnologia cui Asimov si riferiva, era molto sofisticata, ma ci sono scrittori moderni, per esempio Gibson, che hanno introdotto una complessità maggiore nell’immaginare un robot, soprattutto dal punto di vista della tecnologia digitale. Mentre gli scrittori contemporanei hanno portato le storie di robot verso un futuro ancora lontano: i robot sono organici, non più metallici, quindi non sono più distinguibili dall’essere umano vero e proprio.

PB: Come ti prendi cura di questo cucciolo tutti i giorni?
GM: In verità c’è un team di 50 persone che lavora con me, loro si prendono cura di iCub e io mi prendo cura di loro cercando di assicurare che i soldi per il nostro progetto non finiscano, sia vincendo progetti nell’ambito della comunità europea, sia garantendo gli standard necessari a rimanere in questo istituto. Lavoriamo giorno e notte per questo cucciolo, se non dovessimo realizzare gli avanzamenti tecnologici che di fatto facciamo, non avremmo più il supporto dell’IIT. Ma sarebbe normale: nella scienza i progetti che non producono risultati diventano solo uno spreco di energie e di risorse. Il lavoro, però, è molto divertente. Come responsabile di progetto cerco di evitare eventuali conflitti tra i ricercatori e di tenere alto l’umore del gruppo stimolando il loro interesse e preoccupandomi dei risultati…

PB: Hai mai pensato di essere un moderno Geppetto? Il falegname aveva forgiato Pinocchio da un pezzo di legno, invece tu hai creato iCub con il ferro, l’acciaio, le leghe, il composito, i circuiti e che altro? Potresti essere un artigiano, artefice, artista moderno?
GM: Perché no? Bella definizione! La cosa che manca è che nella fiaba il legno dal quale aveva avuto origine Pinocchio era magico – dava il movimento e il pensiero al burattino –, noi invece per fare le stesse cose dobbiamo confrontarci con l’intelligenza artificiale, con un software che è una cosa molto complessa e problematica. Approfitterei senza dubbio della magia di Pinocchio per il mio burattino di metallo…

PB: Quando iCub ha detto la sua prima parola, ti sei emozionato?
GM: No, in quel momento no, perché sapevo che le parole derivavano da un programma, e quando sai come è fatto il sistema sei meno coinvolto. Ma mi sono emozionato la prima volta che ho capito di avere costruito un sistema davvero in grado di rispondere agli stimoli esterni, è stato un effetto potente, dava i brividi. Una grande emozione l’abbiamo vissuta tutti durante la revisione finale del progetto europeo Robocub, quando sono venuti una cinquantina di esperti della commissione europea e per la prima volta abbiamo fatto gattonare iCub.

PB: Come vede, cosa sente, come guarda iCub?
GM: iCub vede attraverso telecamere che registrano l’immagine, la luce e sono connesse con algoritmi di varia natura per elaborare le informazioni che consentono di distinguere gli oggetti. Sente i suoni attraverso dei microfoni e prova sensazioni tattili attraverso un insieme di sensori sensibili al tocco distribuiti in buona parte del corpo, sulle mani e le dita. Inoltre sente anche la tessitura di ciò che calpesta con i piedi…

PB: A che ora lo mettete a dormire? Come è fatto il suo lettino?
GM: Lo mettiamo a dormire quando decidiamo che è anche per noi il momento di riposare, verso le 20,00-21,00, se possiamo permettercelo. Anche se ai bambini sicuramente non piace, iCub dorme in piedi appeso a un sollevatore. Si spegne e dorme lì in laboratorio. Il lettino semmai è la scatola che usa per viaggiare, quando cioè deve dormire un po’ più a lungo…

PB: Come si muove il piccolino? Sa giocare a palla? Cammina? Corre? Gattona?
GM: Purtroppo non corre, siamo all’inizio degli studi sul controllo della camminata, sono cose nuove e complesse da ottenere. Gli piace giocare con la palla, con le macchinine, con i peluche. Capisce comandi semplici attraverso la voce, interpreta azioni fatte da altre persone, gattona lentamente, cammina con dolcezza, si tiene in equilibrio e afferra gli oggetti piano piano…

PB: Mi hanno detto che sono nati dei fratellini in tutto il mondo, come è successo? Quindi non è figlio unico?
GM: Il progetto è open source, come il sistema operativo Linux. C’è stato un momento in cui abbiamo deciso che la filosofia di gestione del software dovesse essere di condivisione, per cui si è ritenuto opportuno che tutti i risultati degli studi di robotica confluissero su internet, a disposizione di chiunque. In questo modo si avvantaggia lo scambio di contributi che, attraverso la rete, provengono dai vari istituti che partecipano al progetto. Nel nostro caso tanti ricercatori hanno avuto il piacere di partecipare a questo progetto aperto, così abbiamo costruito un certo numero di robot inviati alle università, in realtà si tratta di un prestito di 99 anni. Sono ben 10 gli istituti di ricerca europei che hanno contribuito alla realizzazione di iCub. All’inizio grazie ai fondi europei abbiamo costruito sei esemplari e li abbiamo donati ad altrettanti enti di ricerca, tre li abbiamo tenuti invece nel nostro istituto. In seguito altri iCub, circa una ventina, sono stati comprati da università e enti di ricerca grazie ai fondi nazionali ed europei. Insomma iCub ha un fratellino in Giappone, uno negli Stati Uniti, 3 sono qui a Genova, gli altri sparsi in Europa (4 nel Regno Unito, 4 in Germania, 2 a Parigi, e poi Barcellona, Lisbona, Svizzera, Svezia, ecc.)
PB: Cosa sta imparando in questo momento? Che livello di sviluppo mentale ed emotivo ha? Sta facendo progressi?
GM: Controlla i movimenti del corpo come fosse un bambino di un anno, cammina, afferra gli oggetti, scambia stimoli con l’ambiente. Proprio per misurare l’interazione con l’ambiente in tutto il corpo è stato necessario creargli una pelle sensorizzata. Non è stato semplice fargli apprendere queste azioni in modo automatico, in laboratorio è più facile, ma se immaginiamo il robot all’esterno, in casa, ci sono fattori imprevedibili per cui alla fine il robot non funziona così bene come in laboratorio. La difficoltà di questo lavoro sta principalmente nell’apprendimento automatico sia dei movimenti sia della percezione. Su questi temi stiamo investendo molto e facendo progressi. Ma non dimentichiamoci che stiamo parlando di una sorta di Sacro Graal dell’intelligenza artificiale. Per spiegarne la difficoltà basti pensare che l'espressione "Intelligenza Artificiale" (Artificial Intelligence) fu coniata nel 1956 dal matematico americano John McCarthy, durante un seminario svoltosi nel New Hampshire intendendo l'abilità di una macchina di svolgere funzioni e ragionamenti tipici della mente umana. Sembrava tutto di una facilità estrema, invece, sono passati più di cinquant’anni e l’intelligenza Artificiale Globale è ancora qualcosa di sfuggente, almeno come concetto complessivo.

PB: Se dovessi dare un consiglio, direi che la voce non è proprio infantile, ma ti chiedo se sa solo parlare, o se sa anche cantare. 
GM: Sulla voce hai ragione, è generata da un sintetizzatore standard. Il poterla rendere più da bambino non è un problema difficile da risolvere, ma non è il nostro principale obiettivo. Così come la possibilità che un giorno impari a cantare. Questo potrà avvenire quando la piattaforma sarà robusta e pensata per entrare sul mercato, nel mondo del consumo. Basterebbe, per esempio, connetterlo a internet in modo continuo, ma questo avrà senso quando l’acquisto del robot diventerà una cosa a disposizione di tutti, come la tecnologia degli Smartphone.

PB: Gli piace giocare con il computer, guardare la televisione oppure preferisce giocare con gli altri bambini? È contento quando vede i bambini? O desidera anche stare con i grandi?
GM: Cosa gli piace non si sa, per ora non ha un sistema di emozioni, ma ci sono ricercatori che lavorano su sistemi di emozioni artificiali. Per ora è più facile che il robot comunichi il suo stato interno come se fossero emozioni, per esempio, se è triste, felice, o arrabbiato in relazione all’azione che sta compiendo, al suo comportamento. Il resto attualmente non è un argomento della nostra ricerca.

PB: Pensi che un giorno potrà pure ballare? Oppure non gli farai fare delle attività artistiche?
GM: Perché no? Sempre grazie a un collegamento internet, il robot potrebbe pure ballare, io non porrei limiti se ci fosse un mercato come quello del digitale. Il robot può essere corredato delle più svariate funzioni nel momento in cui nascesse un interesse commerciale. Per ora ci sono 50 addetti che si occupano di iCub a Genova e 200-300 in tutto il mondo, è chiaro che se l’interesse della piattaforma si espande e aumentano le menti che se ne occupano si potrebbe vedere il moltiplicarsi di funzionalità del robot. Danzare non è assolutamente escluso…

PB: iCub abita con te in una casa normale o in un centro di ricerca? Pensi che un giorno potrà vivere in una casa come la nostra?
GM: In questo momento abita nel centro di ricerca, ma lo scopo ultimo del progetto è proprio quello di raggiungere le case. Questo farebbe compiere dei passi da gigante alla ricerca. Ci potrebbe essere un mondo di ragazzini che si divertono a riprogrammare il robot e questo creerebbe un ecosistema intorno al robot. Quando io ero piccolo c’erano gli home computer, ma erano diversi da come sono ora. Allora si poteva solo programmarli, il gioco e la sfida erano quelli, i computer erano utilizzati dagli appassionati, io sono cresciuto così. Questo modo di utilizzare i computer ha sviluppato la fantasia degli utenti e ha creato la cultura della macchina. Io ho grande fiducia nei giovani…

PB: Se tu lo liberi dai fili si muove lo stesso oppure è obbligato a essere attaccato alla corrente come un burattino? Lo libererai un giorno perché possa andare al mare o correre nel bosco? Oppure aiutare i nostri anziani?
GM: Allo stato attuale è attaccato al cavo, però stiamo progettando delle batterie leggere e una connessione Wi-Fi per farlo funzionare in modo indipendente, per liberarlo dai fili… Farlo correre è senza dubbio più complicato… Ci sono ricercatori che stanno cercando di capire se i robot possano essere utilizzati per l’assistenza agli anziani. Le macchine consentono per esempio il monitoraggio della salute dell’anziano, delle medicine che prende, un aiuto computerizzato a quelle che sono attività che oggi costano tanto al sistema sanitario nazionale e non sempre raggiungono la qualità adeguata.

PB: Come respira iCub? Gli piace l’aria di mare? Ogni tanto lo porti a passeggio?
GM: Purtroppo non respira, non ne ha bisogno, si alimenta solo di elettricità. Non ha emozioni, ma a passeggio per il mondo lo porto spesso…

PB: Gli piace viaggiare? Dove lo hai portato in questi anni? Cosa metti nella sua valigia?
GM: Che gli piaccia o no, ha viaggiato per tre continenti e in Europa ovunque. Siamo stati negli Stati Uniti, a Los Angeles e a San Francisco e in Giappone a Tokyo. E abbiamo dovuto declinare degli inviti importanti come India e Russia perché il trasferimento era risultato oneroso. Ogni viaggio necessita di una valigia dove è collocato il robot, due enormi valigie che contengono i computer e un’altra grossa valigia dove sono posti pezzi di ricambio e attrezzi, inoltre deve viaggiare con uno staff di cinque addetti, me compreso… un viaggio complicato e costoso…

PB: Non pensi che iCub possa volere una fidanzata? Quando le costruisci una robottina?
GM: È dato per scontato che sia un maschio? Forse per la voce? Cambieremo il software della voce, ma di fatto iCub per ora è asessuato come gli angeli… 

PB: Come è fatta la sua pelle? 
GM: La pelle è costruita con dei sensori di pressione simili a quelli dei touchscreen. Il suo studio ci è costato tre anni di lavoro: è una tecnologia che non si compra come quella delle telecamere o dei microfoni. Abbiamo dovuto affrontare un problema meccanico complesso: da un lato una “pelle artificiale” deve essere resistente perché si rompe facilmente – non è come la pelle umana che ricresce continuamente –, dall’altro lato, se è troppo robusta, la sua sensibilità diminuisce. Bisogna trovare il giusto equilibrio tra le due opposte necessità prestando molta attenzione alla scelta dei materiali.

PB: E perché non gli crescono i capelli? La robottina avrà i capelli? O avrà una parrucca?
GM: Il robottino era nato come un personaggio da cartone animato, con l’aspetto del fantasmino Casper, quindi senza capelli. Allo stato attuale, stiamo perfezionando la sua estetica in relazione all’uso commerciale che se ne farà, pertanto, se piacerà ai futuri utilizzatori, avrà anche i capelli… 

PB: Potrebbe essere il protagonista di una fiaba, di un cartone, di un film? Non ci hai mai pensato?
GM: iCub è già comparso in diversi servizi televisivi e in un film sulla robotica, un documentario intitolatoPlug and Pray. Sappiamo inoltre che ha ispirato un cortometraggio di un autore di robotica, che però era abbastanza terrificante, da non consigliarlo ai bambini, per esempio mio figlio non è riuscito a vederlo tutto. Sarebbe bello se riuscissimo a costruire una fiaba o, ancora meglio, un cartone animato, con uno stile un po’ poetico, oppure un film per bambini, o perché no, una comparsa in qualche film di Hollywood… 

PB: Quale cibo preferisce, cosa beve preferibilmente? Gli piace lavarsi oppure fa le bizze perché non ama la vasca da bagno?
GM: Direi che non ama la vasca da bagno, per lo meno i materiali e i circuiti di cui è fatto non sono capaci di sopportare acqua, bevande e cibi… tutto quello che li può danneggiare. Se dovrà entrare nelle case bisognerà renderlo stagno, in modo che se qualche bambino gli rovescia l’acqua addosso non subisca danni visto che il costo sarebbe insostenibile…

PB: Ti piace quando sorride? Ce li ha i denti? Quanta forza ha?
GM: Non ha i denti e ha poca forza. La cosa simpatica è che si è portati a pensare che i motori elettrici siano più potenti dei muscoli, ma non è così, è decisamente più forte l’essere umano. La forza non si ottiene con questa tecnologia; iCub è dolce, delicato e deboluccio. Il sorriso stesso ispira un senso di dolcezza. In questo momento stiamo ipotizzando e progettando una nuova faccia con labbra mobili, in modo che il sorriso possa essere ancora più accattivante. 

PB: L’hai fatto piangere qualche volta? Perché?
GM: iCub non piange mai, è un bambino modello…
PB: iCub ha solo un padre? E la mamma? Esistono dei nonni? Gli vogliono bene? E tu gli vuoi bene?
GM: Ha un sacco di familiari, parenti, perché è stato progettato da un sacco di persone.

PB: Ti ha mai raccontato all’orecchio qualche segreto? Non è che per caso è arrivato da un altro pianeta?
GM: Lui non racconta mai, ma la sua sola presenza stimola nuove idee. L’idea che mi frulla in testa ultimamente è di capire se possiamo metterne uno in ogni casa… Cosa sia di questo pianeta o di un altro ancora devo scoprirlo, forse proprio grazie e lui…

PB: Gli piacciono gli animali? Qual è il suo animale preferito? 
GM: Sì, gli piacciono tanto. Il suo preferito è il polpo, anche se è un peluche, perché lo prende spesso. Gli piacciono le cose morbide perché sono più facili da afferrare.

PB: È in grado di rispettare le piante? Gli piacciono i fiori e i prati? Lo sente il profumo delle rose?
GM: No, perché non ha sensori che riproducono l’olfatto e non sa che cosa sono gli odori. Glielo dobbiamo ancora insegnare…

PB: Qual è il suo più grande desiderio? E la sua più grande paura?
GM: Il suo e il mio più grande desiderio è che il progetto continui, mentre la più grande paura è che possa finire…

PB: Ti pone delle domande? È curioso?
GM: Lui è tutto una domanda perché è costruito con l’obiettivo di fare ricerca e domande ce ne pone un’infinità. Anche l’idea di progettarlo come un bambino è nata dall’esigenza di studiare i meccanismi dell’apprendimento. E pone molte domande laddove ancora non ci sono risposte…

PB: Che lavoro farà da grande?
GM: Il progetto non era nato per applicazioni in ambito industriale, e nel corso del suo sviluppo abbiamo compreso che iCub (o i suoi derivati) è più adatto per un utilizzo domestico, una sorta di amico casalingo su cui fare affidamento e di cui non poter fare a meno…

PB: Mi prometti che non lo abbandonerai mai?
GM: Certamente. 

PB: Vogliamo chiudere l’intervista con un fatto divertente che ti è successo in merito a iCub?
GM: È accaduto con mio nonno, che è morto da poco, ultranovantenne. Un giorno, proprio negli ultimi anni della sua vita, i miei genitori lo hanno accompagnato qui a Genova per fargli conoscere iCub. Non appena lo ha visto, mi ha detto: “Quando la smetti di giocare, Giorgio, e ti trovi un lavoro serio?”. Nessuno è profeta in patria…
Ringraziamo Giorgio Metta per la simpatia con cui si è prestato alle domande che gli farebbe un bambino e per averci concesso questa intervista davanti a dei bambini, presso il centro di ricerca dove lavora. Posso dirvi che iCub è veramente delizioso e che di certo prima o poi diventerà protagonista di qualche mia fiaba…

Per maggiori informazioni:
www.icub.org
Pubblicato: Mercoledì, 7 Agosto 2013
Autore: Patrizia Boi

Icub, un bambino sotto le sembianze di un robot?Icub, un bambino sotto le sembianze di un robot?Icub, un bambino sotto le sembianze di un robot?
Icub, un bambino sotto le sembianze di un robot?Icub, un bambino sotto le sembianze di un robot?Icub, un bambino sotto le sembianze di un robot?

sabato 3 agosto 2013

Giorgio Metta, un sardo nel mondo

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Anno XIV - Luglio/Agosto 2013
Sardi nel mondo

Giorgio Metta: genio cagliaritano della robotica
prestato alla Liguria e agli atenei di mezzo mondo

Le esperienze scientifiche di iCub da Boston all’Istituto italiano di tecnologia di Genova

di Patrizia Boi
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È nato a Cagliari Giorgio Metta, l’ideatore dell’umanoide iCub, un robot che impara dall’esperienza come farebbe un bambino di circa tre anni e mezzo. Esistono una trentina di esemplari in tutto il mondo di questo simpatico robot che può essere triste o felice e gattona e cammina come un bimbo.
Giorgio Metta Lui (43 anni, sposato con una italo spagnola, ha un figlio di otto anni) segue il progetto per l’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, dove gestisce un team di 50 esperti che curano il perfezionamento delle funzionalità del robot di metallo. Lo studio coinvolge 20 centri di ricerca, con qualche centinaio di addetti ed è un progetto open source per facilitare lo scambio scientifico e favorire la ricerca impegnando intelligenze a confronto. L’idea è nata negli Stati Uniti come lo stesso Metta spiega: “Quando lavoravo a Boston nel campo della robotica umanoide avevo già in mente come costruire un robot pezzo per pezzo. Tornato in Italia, ho lavorato al progetto per un anno intero (insieme ad altri collaboratori, un italiano, Giulio Sandini, e un irlandese, David Vernon) e alla fine – nel settembre del 2004 – è giunto il finanziamento della comunità europea, gli 8,5 milioni di euro necessari per realizzarlo. La costruzione di iCub è durata 3 anni e mezzo ed è nato così il cucciolo di uomo. Il termine iCub è mutuato dal Libro della Giungla, ma anche dai racconti di fantascienza di Asimov I, Robot. Noi appassionati di robotica siamo passati tutti per i cartoni animati giapponesi sui robot giganti degli anni ’80 e per la Fantascienza”.
Quando l’era degli Home Computer era appena iniziata i ragazzini potevano programmare a casa, era una passione che attivava la loro fantasia creativa da applicare al mondo delle macchine e Metta era uno di quei piccoli geni. Lui stesso ci spiega in cosa consiste la piattaforma iCub che ha creato: “Le tecnologie per la parte meccatronica del robot sono standard, si tratta di motori elettrici, microcontrollori, poi abbiamo creato i software per l’apprendimento automatico con le nostre soluzioni originali. Queste consentono ad iCub, attraverso dei sensori tattili sulla maggior parte del corpo, di telecamere agli occhi, di sensori uditivi e di 53 gradi di libertà, di muovere mani, testa e occhi riproducendo tutti i movimenti tipici umani e di elaborare le informazioni sugli oggetti e sull’ambiente esterno. La novità è che sperimentiamo una piattaforma completa e non un aspetto particolare. Utilizziamo leghe di alluminio, plastiche varie e materiali speciali. Perfezionamenti interessanti saranno possibili tra una quindicina d’anni quando le sperimentazioni sulla nano e micro tecnologia consentiranno attraverso gli smart materials di rendere più flessibili parti del corpo come lo scheletro, i muscoli, le articolazioni, eccetera”.
L’obiettivo di questo progetto era la ricerca ma ora si pensa di rendere commercializzabile l’idea anche per usi domestici. Si è pensato a una serie di applicazioni come assistenza domestica (il personal assistant), aiuto in fabbrica (il cosiddetto co-worker) e infine l’intervento in caso di disastro (terremoto).
Giorgio Metta è spesso impegnato in viaggi e seminari dovunque, è stato pure ricevuto dal presidente della Repubblica in occasione della cerimonia dell’apertura dell’anno scolastico, ma ogni spostamento è costoso, si pensi che far viaggiare iCub con tutte le attrezzature necessarie costa 9000 euro a viaggio, senza contare i cinque esperti che lo devono accompagnare per prendersi cura di lui, mentre la costruzione di ogni esemplare costa oggi 250.000 euro.
Giorgio Metta ha lasciato la cattedra di ricercatore universitario e accettato un incarico a progetto da parte dell’Iit di Genova perché, come lui stesso afferma: “L’Iit offriva la possibilità di qualcosa di nuovo. Come in Europa e nel resto del mondo si tiene conto del merito piuttosto che dei diritti acquisiti e dell’anzianità e se i progetti non rendono o non raggiungono gli obiettivi - come avviene anche qui all’Iit - semplicemente chiudono”.
Naturalmente la speranza del nostro ingegnere è quella che il progetto continui all’infinito. Questo consentirà di esplorare le illimitate possibilità di sviluppo fisiche del robot e le inesplorate potenzialità dell’intelligenza artificiale che ancora viaggia in un campo misterioso e ignoto. La sfida non spaventa la mente aperta e curiosa dello studioso: “Io non temo di cambiare luogo di lavoro, argomento di studio, città o continente. Sono disponibile al viaggio di condivisione con gli esperti come al trasferimento in altre realtà lavorative purché rimanga viva la possibilità di far avanzare le nostre conoscenze in ogni campo alla nostra portata”.
Sarebbe stato bello se questo progetto fosse nato in Sardegna, sarebbe stata l’occasione per suscitare l’interesse dell’imprenditoria locale, determinarne la crescita e innestare importanti collaborazioni con le altre realtà oggi coinvolte in questa piacevole sfida. Tutto è possibile, del resto, il progetto è ancora aperto. .

lunedì 22 luglio 2013

Luchino e la Ranocchia


http://www.wsimagazine.com/it/diaries/report/cultura/luchino-e-la-ranocchia_20130722130500.html#.Ue2ODY1A1qU

WSI
Lunedì, 22 Luglio 2013

REPORT - Italy, Cultura

Luchino e la ranocchia

Non giudicare dall'aspetto, ma abbi fede e rispetto.

Luchino e la ranocchia

In un regno molto lontano vivevano i principi della famiglia Reali. Marino, Peppino e Luchino erano figli della Regina delle acque e del Re dell’Oceano.
Marino divenne principe del castello del Lago e sposò la principessa più bella dei laghi dei Castelli, Peppino ebbe in dote il Castello del Grande Tevere ed ebbe in moglie la principessa più bella delle acque correnti e al povero Luchino - il più giovane dei tre - toccò il Castello dello Stagno e dovette sposare la principessa più bella delle ranocchie degli acquitrini. Luchino era sì il più giovane e anche il più bello e intelligente dei fratelli, ma, per non ribellarsi al volere del Re, s’incamminò verso il castello che gli era stato assegnato. Gli ci vollero ben sette giorni di difficile cammino. Quando giunse in prossimità dello stagno si accorse che di costruzioni nella campagna non c’era nemmeno l’ombra. Il povero Luchino girò intorno allo stagno cercando di capire come trovare la sua dimora ma non sapeva come fare. 

A un certo punto si sedette su una grande pietra e si prese la testa tra le mani. Pensò a come era stato fortunato fino a quel momento ad abitare nel castello di suo padre ricco di stanze e comodità e gli fu ancora più penosa la sua nuova condizione. Mentre la disperazione cresceva, Luchino si guardò in giro invocando un aiuto. A un tratto notò una ranocchia scintillante ed elegante che lo chiamò con il suo gracidare. 

La prese in mano e lei gli puntò addosso due occhi luminosissimi. Poi gli fece cenno di seguirla sott’acqua. Luchino - provetto nuotatore - si tolse gli abiti e si tuffò nell’acqua torbida dell’acquitrino sebbene fosse pieno di paura. La ranocchia gli indicava la strada con la sua brillantezza e, per quanto sotto fosse quasi buio, Luchino si orientò finché non vide spuntare il bastione di un castello. Era un castello di forma semplice, fatto di materiali di un ocra opaco che lo facevano sembrare una vera fortezza inespugnabile. 

La ranocchia si posò su un camminamento pieno di serpentelli, girini, rospi, rane e altri animali delle acque stagnanti. Poi mostrò a Luchino una fessura da cui fare ingresso nella fortezza e sussurrò:

O mio Luchino così diverso
non credere d’esserti perso
come t’immagini sono Vanessa
la tua prescelta principessa.
Non giudicare ora il mio aspetto
cerca d’aver fede e rispetto
se decidi d’affidarti a me
ti prometto che sarai un Re.


Luchino era spaventato ma anche ammaliato dagli occhi di quella ranocchia così regale. La seguì penetrando non senza timore nella fortezza. Lei lo condusse in una stanzetta in penombra dove c’era una splendida un’oca bianca che così parlò:

Dolce ranocchia Vanessa
adesso torna principessa
indossa diamanti e perle
coi tuoi occhi come stelle.
Metti tutti i tuoi gioielli
sciogli i biondi capelli
vai nel letto a baldacchino
col tuo principe Luchino.

Luchino vide mille stelline azzurre e in un vortice la ranocchia si trasformò nella donna più bella che avesse mai visto.  Fu così strabiliato dal suo aspetto gaio e adorabile che riuscì a dire solo queste parole:

Giuro sono sbalordito
non avrei mai immaginato
una fanciulla più meravigliosa
da poter ricevere in sposa.
Non ho parole di lode
voglio solo il tuo Amore.


Vanessa s’avvicinò, lo prese per mano e lo portò nella sua stanza. Luchino vide una luce intensa e un brivido di gioia gli fece battere forte il cuore. Vanessa vestì lo sposo con un pigiama di seta e lo fece dormire tra le sue morbide lenzuola. L’indomani il principe s’alzò pieno di vigore e cercò la mano della sua bellissima sposa. Con grande sgomento, accanto a lui trovò la solita ranocchia che, dispiaciuta, esclamò:

Un maleficio è stato fatto
mio padre è stato derubato
del suo castello e del reame
da un mago assai infame.
Io sono diventata ranocchia
con questa verde capocchia
e se anche di notte mi trasformo
rana ridivento ogni giorno.
O Luchino dolce sposo
chi mi ama sarà coraggioso.


Luchino si sentiva felice con la sua Vanessa che pure da ranocchia conservava il portamento di una principessa. E così il tempo passava e Luchino nel Castello sotto lo Stagno aveva completamente dimenticato la sua famiglia. Un bel giorno, però, il Re chiamò i suoi figli e chiese a ognuno di loro di far tessere dalle rispettive spose un mantello. Chi avesse portato quello più fine e delicato avrebbe avuto in eredità il suo Regno. La sposa di Marino preparò un mantello in finissimo raso azzurro come le acque del lago che venne acclamato da tutta la famiglia, la moglie di Peppino un mantello di seta rosso come il sole al tramonto che ebbe le lodi di tutta la corte, ma Luchino si affidò alla sua ranocchia che riuscì a tessere un mantello sottilissimo fatto di fili di luna e sole così meraviglioso come non se n’erano mai visti. Il Re rimase stupefatto dalla finezza di quel mantello, così chiese ai figli di portare le mogli a corte entro un anno per affidare il Regno al figlio più giovane.

Luchino si imbarazzava ad andare a corte con la ranocchia e pensò di rinunciare al Regno, Vanessa invece voleva conoscere la famiglia di Luchino perché aveva fiducia in se stessa. Quando s’accorse che Luchino si vergognava di lei prese le sue cose e partì. Luchino terrorizzato da quella perdita, si mise in cammino per cercarla. Quando stava per uscire dal castello, l’oca bianca lo ammonì:

Se avessi portato dal Re Vanessa
adesso sarebbe una principessa
l’incantesimo si sarebbe sciolto
e ogni dubbio sarebbe risolto.
Se invece ora la vorrai salvare
tre prove dovrai superare:
il rospo di fuoco dovrai cercare
e con furbizia lo dovrai accecare.
La gallina dorata dovrai trovare
e con astuzia la dovrai catturare,
il serpente di ferro forte e prepotente 
su una croce sarà dove non si sente.
Altro non posso dire Luchino
presto mettiti in cammino
prendi la direzione del vento
e segui ogni suo lamento.
Giungerai nella scura foresta
durante la notte buia e pesta.


Luchino intese i consigli dell’oca bianca e si mise in viaggio pur non sapendo bene dove andare. Seguì la direzione del vento e si trovò in una vasta prateria piena di bufali. I bufali pascolavano mentre due cacciatori mascherati da lupi bianchi si avvicinavano furtivamente: un nugolo di mosche infestava l’aria calda. A un tratto vide volare intorno a lui una mosca bianca luminosa come una lucciola che sussurrò queste parole:

Segui il battito del cuore
per ritrovare l’amore
cammina veloce e spedito
che Vanessa ha passo ardito.
Compie un viaggio necessario
verso un mondo straordinario
dove non aver vergogna dell’aspetto
perché Amore sia immenso rispetto.
Per non sopportare il giudizio
dei parenti prima dello sposalizio
vai nello stagno sommerso
dove il rospo di fuoco è immerso.


Luchino salutò la mosca bianca e camminò diritto per tre giorni e tre notti senza mai riposarsi, finché all’alba del terzo giorno cadde in un sonno profondo. Dormì tutto un giorno e sul far dell’alba sentì un’ala di farfalla fargli il solletico. Aprì gli occhi e la farfalla volò verso una corona di pini nani facendogli comprendere che doveva seguirla. Appena lui fu in quel cerchio sprofondò nella melma e fu ricoperto di fango fino alla bocca. A quel punto afferrò un giunco e cercò di tirarsi verso la riva di quell’acquitrino spaventoso, ma sentì un caldo insopportabile sulla coscia. Allora strappò un altro giunco e lo puntò alla cieca verso quel bruciore finché non colpì un corpo che urlò:

Certamente sei Luchino
arrivato qui al mattino
per donarmi la vista del cuore
che senz’occhi non si muore.


Il rospo s’incendiò e si trasformò in un uccello azzurro con le piume morbide colore del cielo e gli occhi scintillanti come diamanti. L’uccello volò in alto in alto e poi scomparve alla vista. Luchino aveva superato la prima prova e si sentiva più vicino alla bella Vanessa, ma ora non sapeva veramente da che parte andare. Provò a guardarsi intorno e scorse di nuovo la farfalla che mosse le antenne dicendo:

Vagherai nel bosco nero
per un anno tutto intero
quando perdi ogni speranza
una vecchia saggia avanza.
E ti aiuterà di certo
a trovare in quel deserto
tra i pennuti e galli d’oro
la gallina in gran decoro.


Luchino si sentì sconfortato dalle parole della farfalla, spaventato per la lunga strada da percorrere e per lo smarrimento che avrebbe provato così solo e ancora lontano dalla sua Vanessa. In quel momento comprese quanto era stupido temere il giudizio della famiglia e si pentì di non aver mostrato Vanessa forte del suo amore e fiducioso nelle sue innumerevoli doti. Per otto mesi affrontò il bosco percorrendo una strada sempre in salita, poi la selva si fece piana ma sempre più fitta, infine divenne un vero e proprio labirinto che pareva davvero senza uscita. 

Luchino stava per perdere veramente ogni speranza, quando vide una capanna in una radura e si avvicinò. Provò a bussare ma la porta restò chiusa, allora girò la maniglia ed entrò impaurito e circospetto. La casa aveva il pavimento di legno e le pareti rosse, il camino era acceso e sul tavolo c’era un bel tacchino arrostito. Dentro la capanna, però, non si vedeva anima viva. Luchino si sedette su una poltrona azzurra e aspettò. Dopo due ore vide entrare una vecchia. Il volto rugoso e i capelli lunghi celestini la facevano sembrare più vecchia del mondo stesso e la sua voce fu un sibilo:

Ho cucinato quel tacchino
per te principe Luchino
per mostrare il deserto
a te giovane inesperto.

Prendi questa Piuma Rossa
ed esegui ogni sua mossa
la gallina mi dovrai portare
solo così potrai continuare.
Ci vorrà un mese intero
se avrai l’animo sincero.


Luchino prese timidamente la piuma. Poi, la vecchia, in silenzio, apparecchiò il tavolo e offrì il suo tacchino e una bottiglia di vino. Luchino mangiò con appetito e bevve con avidità. Alla fine del pranzo si sentiva forte come un leone. La vecchia gli porse una borraccia e disse:

Questa è acqua miracolosa
si rinnova senza posa
bevi anche se finisce
e vedrai che mai sparisce.


Ora Luchino aveva il necessario per il viaggio, pertanto salutò la vecchia e andò via. Camminò senza sosta per una settimana e giunse in un deserto dalla sabbia tutta d’oro. Le palme erano d’oro, gli animali erano d’oro e ogni sasso che incontrava era fatto della stessa materia. Nel deserto non c’era una pozza d’acqua, ma per fortuna lui aveva la borraccia. A un certo punto uscì dalle dune più alte e si ritrovò davanti a una distesa sconfinata. Faceva un caldo insopportabile e la strada era ancora tanta. Luchino si sedette in preda alla disperazione, ma per fortuna si ricordò della piuma. 

La prese in mano e cercò di capire come lo avrebbe aiutato. Improvvisamente da dietro a un sasso s’affacciò una lepre tutta d’oro, la piuma volò e si posò su di lei. La lepre divenne una lepre vera, Luchino la catturò, fece un bel fuoco e se la mangiò. Alla fine del pasto si sentì molto meglio, bevve dalla borraccia e continuò il suo cammino seguendo il sole che tramontava all’orizzonte. Dopo un mese che vagava nel deserto aiutato dalla piuma che trasformava gli animali d’oro in animali veri, giunse su una duna molto alta. Era mezzogiorno in punto e una gallina grassa grassa stava seduta al sole e risplendeva di luminosità. Luchino provò ad avvicinarsi ma la gallina sussurrò:

Vieni accanto alla mia duna
sai che avrai molta fortuna
se mi dai la piuma rossa
la mettiamo in una fossa.
Scoprirai così un tesoro
di diamanti e oggetti d’oro
se mi cedi la borraccia
l’acqua ti zampilla in faccia.
Potrai bere e rinfrescarti
e se vuoi rifocillarti.


Il principe fu tentato di fare quello che gli aveva chiesto la gallina ma quando stava per dargli la Piuma Rossa, quest’ultima gli volò vicino all’orecchio ed esclamò:

Ora avvicinati alla gallina
e poi lasciami in sordina
salirò sul suo becchetto
e porrò un bel lucchetto.
Una volta catturata
portala alla vecchia fata.


Così fece e non appena la piuma si posò sul becco della gallina, questo fu imprigionato. Non potendo più parlare, la gallina perse tutta la sua resistenza, così Luchino poté caricarla in un sacco e tornare alla casa della vecchia. La Piuma Rossa si agitò nella sua tasca e Luchino capì che aveva qualcosa da dirgli. La tolse fuori ed essa cantò:

Fata fatina
abbiam la gallina
vecchia vecchina
portaci alla tua casina.


Luchino entrò in un vortice di vento e in men che non si dica si ritrovò dentro la casa fatata.

La vecchia era seduta sulla poltrona e appena ebbe la gallina pronunciò la seguente formula magica:

Sorella Dorina
torna fatina
muta le piume dorate
nelle vesti fatate.


Comparve a fianco alla vecchia un’altra vecchia identica a lei che ringraziò Luchino:

Di un mago prigioniera
me ne stavo fino a sera
nella duna dorata
senza esser più fata.
Grazie per la liberazione
a torto o a ragione
torno da mia sorella
di cui son la gemella.
Ora caro Luchino
mangia il mio budino
tieni il bastone dolente
per domare il serpente.
Luchino ringraziò la seconda fata e si congedò dopo avere preso il bastone. Uscì dalla casetta e si diresse verso la selva oscura dove si fece indicare la strada dal bastone dolente. Quando bisognava cambiare di direzione il bastone recitava: "Ohi, ohi, ohi!" Fu lui che in soli tre giorni aiutò Luchino ad uscire dal labirinto. 

Fuori dal labirinto si entrava immediatamente nel cimitero di un paese fantasma che non era presente nemmeno sulla carta geografica. Era l’ora del tramonto e c’era un cartello che diceva: "Qui giacciono cadaveri di volatili spiumati". Il bastone gli indicò quella direzione e Luchino anche se tremante di paura s’inoltrò. Vi era un prato verdissimo con una distesa sconfinata di croci di legno tutte uguali. Luchino camminò tra le tombe guardingo finché non vide su una croce arrotolato un serpente di ferro, un pitone velenosissimo. Accarezzò il bastone dolente che si alzò in aria e scese accanto al pitone. Il pitone si arrotolò sul bastone che volò lontano dicendo: "Ohi, ohi, ohi!"

In quel momento Luchino vide che sulla croce c’era la sua ranocchia. Ci fu subito un brillare di luci e fumi colorati da cui uscì in tutta la sua bellezza e splendore Vanessa che era definitivamente diventata una principessa. Nello stesso istante il bastone scese di nuovo a terra e il pitone volò in aria trasformandosi in un nube di piume e quindi nel Re padre di Vanessa. Vanessa e suo padre furono liberati dall’incantesimo, il cimitero si trasformò nel loro Regno, il mago malvagio fu imprigionato nelle segrete e un matrimonio sfarzoso si celebrò tra Luchino e Vanessa.
Dopo le nozze i due sposi partirono verso il Regno di Luchino che arrivò a corte con la sua bellissima moglie. Tutti dovettero riconoscere che il più piccolo dei fratelli meritava di essere Re perché aveva sposato la fanciulla più bella, più dolce e raffinata sulla faccia della terra. Luchino regnò per tanti anni in modo saggio onesto e giusto e dalle nozze nacquero tre figlie splendide come fate che vissero sempre in pace e serenità.
Pubblicato: Lunedì, 22 Luglio 2013
Autore: Patrizia Boi

Luchino e la ranocchiaLuchino e la ranocchiaLuchino e la ranocchia
Luchino e la ranocchiaLuchino e la ranocchiaLuchino e la ranocchia

Il Pioppo e il ciclo continuo dell'Universo

http://www.wsimagazine.com/it/diaries/report/benessere/il-pioppo-e-il-ciclo-continuo-dell-universo_20130707113129.html#.Ud_nW9KeMVA


WSI
Venerdì, 12 Luglio 2013

REPORT - Italy, Benessere

Il Pioppo e il ciclo continuo dell'universo

Leggende, poteri e usi.

Il Pioppo e il ciclo continuo dell'universo

Senza Radici non si vola a cura di Lucia Berrettari
Il Pioppo ci mette davanti a morte, sacrificio e dolore. Ci porta nel pianto profondo della perdita, ci fa scendere nell’Ade, in un viaggio che non può essere altro che solitario, a incontrare le proprie ombre e paure. Il Pioppo ci mostra la fugacità della vita, ci conduce nella paura primordiale del nostro essere mortali. Ci racconta che qualsiasi cosa, che qualsiasi aspetto di noi, qualsiasi evento, come nasce morirà. Con la possanza della sua corteccia e con l’ampiezza della sua chioma ci indica quanto potente è la nostra paura e quanta forza acquistiamo nel vederla e combatterla. C’è una trasformazione alchemica tra il Pioppo Nero e il Pioppo Bianco, il quale possiede l’energia per mutare questa lotta in coraggio e rinascita. È la capacità dell’uomo di andare oltre l’ombra e la paura e, dopo avere combattuto con la morte, risorgere alla vita. Il Pioppo Bianco rappresenta la volontà e l’amore, la trasmutazione della paura in forza e libertà, la capacità di andare per amicizia, amore e passione oltre confini e regole. Entrambi gli alberi rappresentano l’Otto, il ciclo continuo dell’universo, vita-morte-vita. Sono alberi cari agli dei per la loro conoscenza della morte e della forza della vita. Restare inchiodati nell’energia dell’uno o dell’altro, può bloccare: il Pioppo Nero in una solitudine priva di entusiasmo e il Pioppo Bianco in un movimento privo di forza e direzione. Includere e lasciar fluire queste due energie porta equilibrio sulla fragilità dell’essere uomo, quindi mortale, e sulla forza di essere amato dalla vita, quindi vitale e creativo.
Scheda tecnica del Pioppo a cura di Maria Teresa Protto
Il Populus è un genere di piante arboree della famiglia Salicaceae che comprende una trentina di specie – comunemente note come Pioppi – tra cui troviamo la Leuce (di cui fanno parte i Pioppi bianchi e i Pioppi tremoli) e le Aigeiros (che comprendono i Pioppi neri). I Pioppi possono arrivare a vivere fino a 200-400 anni. La loro altezza varia dai 15 ai 30 metri, con fusti che possono superare i 2,5 metri di diametro. La corteccia degli individui giovani è liscia, con colorazioni che vanno dal bianco al verdastro al grigio scuro, spesso ricco di lenticelle; sugli esemplari più vecchi, diviene generalmente rugosa e profondamente fessurata; i germogli sono robusti e le gemme apicali e le foglie sono disposte a spirale con una forma che varia da triangolare a circolare o, raramente, lobata, con lunghi piccioli. In alcune specie di Pioppi i piccioli sono appuntiti, così che il vento, facendo muovere le foglie, dà l’impressione che l’albero “tremi”. Tra le specie di Pioppo che hanno riscontri nelle tradizioni antiche, e alle quali sono associate alcune usanze e miti, ci sono il Populus nigra e il Populus alba, cioè il Pioppo nero e il Pioppo bianco. Questi differiscono tra loro per via delle foglie e della corteccia. Le foglie del Pioppo nero hanno forma triangolare o “a cuore” e sono interamente di colore verde scuro, mentre la corteccia è di colore grigio-marrone scuro; il Pioppo bianco ha foglie lobate, a tre o cinque lobi, verde scuro sulla pagina superiore e bianche su quella inferiore, ricoperta da una lieve peluria, mentre il fusto è chiaro, di colore argentato.
Usi
Il Pioppo riveste un ruolo importante nell'arboricoltura da legno: viene infatti impiegato per vari usi, come la fabbricazione di fogli e pannelli di compensato, cassette da imballaggio, carta, fiammiferi. Apprezzato anche per motivi ornamentali, viene impiegato nei parchi, nei giardini e nei viali delle città.

Leggende e curiosità 
Il termine "Pioppo" deriva dal latino e, secondo una diceria romana riportata dagli antichi, sarebbe da legare a popolus, "popolo", perché la sua folta chioma mossa dal vento produce un brusio che ricorda quello della folla. A tal proposito, si può citare una diffusa credenza che fa derivare il nome Piazza del Popolo di Roma da un antico boschetto di Pioppi neri; secondo altre antiche leggende invece il brusio delle foglie era considerata la danza in risposta ai segreti del Sidhe trasportati dai venti sottili. Per questo il Pioppo era considerato un albero oracolare, il messaggero del Divino, l’intermediario tra un mondo e l’altro, la Voce del Sidhe che svelava i misteri più nascosti. I semi del Pioppo in primavera formano quelle specie di "tormente di fiocchi bianchi" che ci fanno pizzicare il naso! Il legno di Pioppo è stato usato da Leonardo da Vìnci per dipingere la sua celebre Monna Lisa. Nella cultura celtica il Pioppo – pianta dedicata ai morti in battaglia – rappresenta il segno zodiacale dei nati dal 4-8 febbraio, 1-14 maggio, 5-13 agosto, 3-11 novembre: i nati sotto questo segno avrebbero una tendenza al pessimismo, alla contemplazione e alla critica. Amanti della natura, non riescono tuttavia a godere appieno dei piaceri della vita.

Dal Pioppo deriva il nome volgare di uno fra i più apprezzati funghi commestibili: il piopparello. La corteccia del Pioppo, dopo essere stata lavata accuratamente può essere mangiata, condita con un po' di olio e di sale. Si narra che possedere una bacchetta di Pioppo bianco fosse un requisito indispensabile per entrare a far parte di un famigerato club clandestino di duellanti del XVIII secolo, chiamato dai suoi membri Le Lance d’Argento.  Nei libri di Harry Potter, il legno di Pioppo bianco di qualità per bacchette è appunto di colore bianco e a grana fine, ed è molto apprezzato da tutti i fabbricanti per la sua elegante somiglianza con l'avorio e per gli incantesimi eccezionali che è in grado di realizzare. Il Pioppo nero, posto all'ingresso dell'Altromondo, è legato alla Dea nel suo aspetto di distruzione, di morte fisica e spirituale, il Pioppo bianco è la riuscita di questo processo, l'altro volto della Dea dispensatrice di vita: il processo di morte – rinnovamento – rinascita è uno dei punti cardine di tutto il pensiero celtico. Il Pioppo tremulo è particolarmente caro ai Gaeli: pare che le antiche saghe dei Fili (bardi) d'Irlanda fossero incise proprio su bastoni di Nocciolo e Pioppo.
Magia delle erbe
Per provocare la sparizione della febbre gli antichi erano soliti cingere con un pezzo di stoffa il tronco di un Pioppo tremulo, al quale veniva così passata la febbre. Oggi la corteccia in decotto viene utilizzata dalla medicina popolare come succedaneo della chinina negli accessi di febbri reumatiche. Il Pioppo nero per le sue proprietà assorbenti viene usato come purificante. Le sue gemme sono l'ingrediente principale dell'Unguento Purpureo, antico rimedio astringente e disinfettante contro le scottature e emorroidi ulcerate. Inoltre le tinture di gemme di Pioppo sono usate per le loro proprietà antisettiche fluidificanti contro tosse e bronchite cronica. Nella medicina popolare si utilizzava come rimedio per la tubercolosi un tonico ottenuto dalle gemme di Pioppo e scorze d'arancio nel vino.
E infine… Tra i rimedi dei Fiori di Bach, troviamo l’Aspen (Pioppo tremulo), che può essere usato da coloro che sono affetti da paure e ansia insensate, che sono spaventati per ciò che non comprendono, come dagli spiriti, dalle entità nascoste e invisibili, dal buio, da esseri mostruosi, e simili. Può essere usato anche in caso di sensazioni di minaccia, di negatività o per combattere le cattive influenze che certe persone, volontariamente o meno, trasmettono agli altri.
Pubblicato: Domenica, 7 Luglio 2013
Autore: Patrizia Boi

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