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Roma, Roma, Italy
Scrittrice di romanzi, racconti, fiabe, favole e storie per l'infanzia. Autrice del romanzo "Donne allo specchio" Mef Firenze, della raccolta di Fiabe "Storie di Magia" Happy Art Edizioni Milano, del volume LegenΔe di Piante - Nostra Protezione ed equilibrio in terra (una raccolta di 12 leggende sulle piante ambientate nei dodici mesi dell’anno) pubblicato a puntate nel 2014 su Wall Street International Magazine.Nel giugno 2017 ha pubblicato per la Collana I Cortili della Casa Editrice dei Merangoli, il Saggio Ingegneria Elevato n - Ingegneria del Futuro o Futuro dell’Ingegneria?, scritto a quattro mani con suo fratello Maurizio Boi, con 150 Immagini Colore/BN del fotografo Sergio Pessolano.

martedì 22 ottobre 2013

WSI: Il Saggio, lo Scemo e la Cagnetta - I bizzarri abitanti del boschetto di Patrizia Boi

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WSI
Martedì, 22 Ottobre 2013

REPORT - Italy, Cultura

Il Saggio, lo Scemo e la Cagnetta

I bizzarri abitanti del Boschetto.

Il Saggio, lo Scemo e la Cagnetta

C’era una volta in un angolo lontano del pianeta un bosco incantato. Nella parte più alta del bosco, proprio accanto a un’antica limonaia, vi era un castello protetto da due leoni di pietra. In esso viveva una fatina, un essere del bosco più simile a un’elfetta che a una potente fata, che, però, non si faceva mai vedere da nessuno. Quel bosco di Cedri, Abeti e Querce, inoltre, ospitava animali di tutte le specie, uccelli variopinti e una miriade di spiritelli allegri e burloni. Nessun viandante, però, ci si avventurava perché per arrivarci occorreva oltrepassare una barriera magica, un arcobaleno di venti con la forza di risucchiare il malcapitato dentro un pauroso vortice. 
Un bel giorno capitò da quelle parti il cantastorie Osvaldo, un giovane dai capelli folti e arruffati e una barbetta appena accennata, che girava il mondo accompagnato dalla sua chitarrina Esmeralda. Si fermò accanto a una fontana e bagnò i suoi folti capelli per rinfrescarsi un poco. Dalla fonte uscì uno gnometto azzurro e gli spruzzò in faccia un alito di acqua cristallina. Il giovanotto ebbe un guizzo di gioia e prese tra le mani lo gnomo per guardarlo meglio. Non aveva mai visto un ometto così piccolo e si incuriosì immensamente, come fanno i bambini quando scoprono un nuovo gioco. Nel mondo degli adulti sarebbe stato preso per scemo, con quei suoi occhi stupiti, con quel sorriso ingenuo, con quel suo passo galoppante da cavallino.
Lo gnomo burlone, invece, gli disse: “È strano che tu mi veda, in genere lo possono fare solo i bimbi. Loro mi capiscono, mi ascoltano e giocano con me contenti. Con gli adulti sono dispettoso, credono io sia un fantasma e fuggono”. Osvaldo rispose con un sorriso: “Mi sei simpatico gnometto, voglio dedicarti questa filastrocca:”
Prendo il cuore dell’ometto
corro dentro la boscaglia
non mi metto mai l’elmetto
ma comincio la battaglia.
Suono questa chitarrina
Esmeralda mi accompagna
ogni sera e ogni mattina
mia regina e mia gran dama.
Grazie a lei posso cantare
col sorriso a tanti denti
con i bimbi posso stare
e li faccio assai contenti.
Ora dammi la manina
danza balla fai un salto
scuoti bene la testina
e voliamo in alto in alto.
Il giovanotto volò quindi con lo gnomo attraversando la barriera magica in balia del vento. Quando passò dall’altra parte aveva i capelli colmi di stelline colorate, la chioma splendente e scompigliata e la chitarrina piena di fiori. Lo gnomo era scomparso, la luce era fievole e lui aveva la sensazione di non sentire più i rintocchi del tempo, come se ogni orologio si fosse fermato. In quella luce fioca si trovò di fronte a un imponente e antico Tasso. 

Era una pianta ammantata di fascino e mistero, splendido e accattivante nel suo vestito di bacche rosse, ma spaventoso e infido, come se la sua bellezza dovesse nascondere qualcosa di terribile. Osvaldo sapeva che quella pianta possiede un legno resistente e flessibile, un corpo durevole che si mantiene inalterato per migliaia di anni e che fin dai tempi antichi era usato per fabbricare archi, frecce e lance, a volte con le punte avvelenate. Insomma bisogna stare attenti a questo straordinario guerriero del bosco dal tronco alto e possente, per il suo carattere piuttosto velenoso, visto che in tutti i suoi organi si trova uno spiritello tossico, la gentile ma pericolosa Tassina, in grado di uccidere uomini e animali. 

Albero della Morte, quindi, ma di una morte intesa come momento di passaggio verso una nuova vita, una porta che mette in comunicazione il mondo dei vivi con quello dei morti.  Mentre Osvaldo era assorto davanti al grande Tasso, una nebbia improvvisa intorpidì i suoi sensi materializzando una figura vigorosa e altera, un ammasso di capelli bianchi e una folta e fluente barba. Il vecchio, sostenuto da un mastodontico bastone e accompagnato da una cagnetta bianca come la luna, il cui nome era Ambretta, esclamò: “Io sono il Maestro, guardiano di questa porta. Sono venuto da un tempo remoto. Ho abitato la terra per secoli cercando di condurre gli uomini verso una profonda comprensione di se stessi. Spesso non sono stato ascoltato. A volte mi hanno offeso e calunniato, mi hanno anche imprigionato e mandato via. Sono stato invece accolto dall’invisibile fata del bosco nella casa che ora ti mostrerò. La cagnetta che mi accompagna ora ci guiderà”.

Il vecchio fece cenno di seguirlo e Osvaldo s’incamminò alla scoperta di ogni segreto. Dopo pochi passi vide una luce verde brillante: era una lucertolina tutta di legno d’acero. Aveva due luminosi occhietti verdi rotondi e scintillanti. Strisciava a terra lasciando al suolo una serpentina di luce. Indossava un cappellino rosso fuoco e portava al collo un fiocchetto verde molto carino. Appena lo vide, la lucertolina tirò su la testa e lo fissò con i suoi deliziosi occhi a palla esclamando:
Nutriti con energia
dei frutti di stagione
cogline la magia
trattali con passione.
Gustali freschi e puri
mele, albicocche, pere
quando sono maturi
nespole, pesche e more.
Prendi la verdurina 
quando l’avrai lavata
mangia la carotina
gusta la tua insalata.
Poi la lucertola riabbassò la testolina. La calura pomeridiana si stava placando, ma Osvaldo aveva una sete immensa, cosicché il vecchio lo condusse presso una fonte d’acqua trasparente. Un cavallo molleggiato con il pelo bianco e nero si piazzò davanti alla sorgente per non farlo bere. L’animale aveva solo la testa e le zampe di cavallo, la sua pancia invece era costituita da una grande molla per far oscillare il corpo rendendone l’immagine elastica e cangiante. Il cavallo non si perse in chiacchiere e sentenziò:
Se quest’acqua aneli bere
per accumular riserve
devi certo tu sapere
che la pancia pure serve.
Per provare ogni emozione
come fosse una gran molla
che conserva proporzione
quando tira e poi rimolla.
Se diventi più flessibile 
e ti apri nella vita
niente sarà più temibile
l’inazione avrai sconfitta.
Puoi avere tutti i dubbi
dati da una stagnazione
quando il vento porta nubi
puoi cambiar la situazione.
Se il messaggio ora è chiaro
abbandonati al destino
non pensare che sia amaro
bevi pure e fai un inchino.
Il vecchio strinse la zampa al cavallo, mentre Osvaldo si gettò sulla sorgente per nutrirsi della sua trasparenza. Bevve per un tempo lunghissimo, mai sazio di quella freschezza, dell’armonia che provava a contatto con la sua purezza, dell’equilibrio in cui sentiva immerso tutto il suo essere. Come al solito fu il Maestro a risvegliarlo e a spronarlo a proseguire il viaggio. Stavolta lo fece entrare in una grotta nascosta tra le piante.
Dentro la grotta c’era un bel calduccio, un laghetto sotterraneo con l’acqua tiepida e un poco giallastra lo invitava a bagnarsi. Osvaldo si tolse le vesti e penetrò nel lago per abbandonarsi al piacere del bagno. Mentre nuotava da una riva all’altra vide un bruco gigante, variopinto con tutte le tonalità del giallo, con due paffute guance rosse che sporgevano dalla testa come due palloncini, le antenne ritte e scarlatte come il calore del sole. Il bruco parlò con la sua voce primordiale:

Oggi voglio suggerirti 
mentre nuoti dentro l’acqua
che dovrai solo nutrirti
di quel cibo che ti piaccia.
Devi sempre moderare
la tua sete e la tua fame
non bisogna esagerare
come fa l’obeso infame.
Non ti serve accumulare
soldi, cibo e ogni oggetto
non è questo il nostro scopo
in un mondo sì imperfetto.
Se vuoi avere una ricchezza
condividi ogni tuo bene
non gestirla con stoltezza
e vedrai che ti conviene.
Il bruco a questo punto entrò in acqua e si trasformò in una splendida farfalla fiammeggiante. La farfalla volò verso l’apertura della grotta e scomparve. Il vecchio guardiano lo invitò a vestirsi e gli indicò l’uscita della caverna dove lo attendevano due magnifici Platani. Doveva essere forse mezzogiorno perché l’irraggiamento solare era fortissimo ma l’ombra dei Platani era straordinaria, grazie all’estensione dei rami che si allargavano a raggiera. Le foglie erano ampie e frastagliate con i lobi appuntiti come se fossero il palmo di una mano aperta. Questi alberi piatti, infatti, come una Grande Madre con le cinque dita della mano aperta nell’atto di benedire, erano le imponenti femmine del bosco, la corteccia maculata marrone chiaro e color crema che si distacca in grandi piastre a cambiare continuamente d’abito. Attorcigliate sui loro tronchi massicci erano due superbe serpi dalla schiena scarlatta che sembravano appena rivestite della loro nuova pelle. Le signore dalle ampie chiome reclinarono il capo in segno di sottomissione alla figura del Maestro e accarezzarono con le loro foglie il volto di Osvaldo. Le due serpi sibilarono alzando il capo ed estraendo le loro lingue biforcute. Un alito di vento scosse tutte le fronde dei Platani facendole tremolare a lungo. La loro voce sottile si levò da quei tronchi, indistinta e confusa come se fosse un unico suono che proveniva da due diverse entità.
Noi siamo le sorelle
dalla pelle di serpente
le nostre vesti gemelle
sono d’oro splendente.
Siamo le veggenti
sveliamo il futuro 
sincere e suadenti
col passante maturo.
Cogli il tuo presente
rigenera la mente
prendi la strada giusta 
che non sia angusta.
Poi ci fu silenzio e dalle bocche dei serpenti sgorgò acqua fredda che cadde sulla testa di Osvaldo per rinfrescare le sue idee. Il ragazzo si fece scorrere addosso l’acqua fino a bagnarsi completamente. Il suo volto divenne luminoso, mentre i capelli del Maestro si riempirono di riflessi azzurri. Questa luce nella chioma del vecchio di intensificava man mano che si avvicinava il momento del crepuscolo. I colori del cielo e i riflessi del bosco si tingevano prima dei violetti del tramonto e dopo delle ombre della notte mentre il maestro con il suo discepolo si incamminavano nella profondità più recondita della foresta. La luna quella notte non si presentò al cospetto del cielo e solo una moltitudine di stelle fecero lume alla notte di Osvaldo che riposò nell’incavo di un’antica pianta di Ippocastano. Era stordito dagli incontri avvenuti e curioso di tutto quello che avrebbe ancora scoperto. La cagnetta era accoccolata ai suoi piedi e la chitarrina era stretta al suo fianco. 

Nel cuore della notte la chitarrina iniziò a suonare. La cagnolina Ambretta si alzò su due zampe e si mise a danzare tra le piante facendo svolazzare la sua gonnellina in tulle turchese. La danza di Ambretta contagiò tutti gli elfi, gli gnomi e le fatine delle piante: un arcobaleno di colori si alzò verso il cielo e una fantasia di voci colmò ogni spazio vuoto del bosco. La danza durò fino all’alba, allorché i raggi del sole penetrarono tra il fogliame per mostrare il tripudio dei fiorellini bianchi. Doveva essere il pieno della primavera perché le piante d’Ippocastano vestite di germogli candidi sembravano saggi, alti e imponenti capolavori di precisione architettonica.

Eppure Osvaldo si era addormentato che era autunno perché il sentiero del bosco era colmo di foglie secche che risuonavano al calpestio come una strana risata. Aveva raccolto tre frutti in mezzo ai resti dei ricci schiacciati o ancora chiusi come misteriosi portafortuna. Lo avrebbero preservato dalle malattie, dai ragni nocivi, dai funghi velenosi e persino dalla tristezza. Gli avrebbero narrato le misteriose storie delle fate e degli elfi nascosti dentro ai tronchi, i segreti degli scoiattoli innamorati e tutte le storie fantastiche racchiuse nel pensiero del bosco. Il Maestro era già uscito a cercare bacche per la colazione, mentre Osvaldo temporeggiava ancora tra il sonno e la veglia. Quando si alzò, non sapeva quanto tempo avesse dormito, gli pareva che dal momento in cui era entrato nel bosco fossero passati almeno quindici anni ma guardando il cagnolino e la sua chitarrina sembrava non fossero ancora cresciuti o invecchiati di un solo giorno.
Ambretta gli leccò il viso per aiutarlo ad aprire gli occhi e abbaiò:

Questo bosco è della fata
dentro questo cagnolino
ora la vedrai celata
per guardare da vicino.
Tutti gli Esseri del bosco
e il tuo volto da barbuto
quell’aspetto forse losco
che sorride soprattutto.
Lei non crede tu sia Scemo
vede bene ogni paura
che si cela dentro all’elmo
della tua propria natura.
Lei t’osserva come nudo
la tua voce in basso tono
e si accorge che in futuro
il successo avrai e il perdono.
Ambra azzurra Ambra chiara
una semplice fanciulla
è una perla molto rara
bianca e dolce come nulla.
Il suo mondo assai cortese
ogni animella accoglie
senza mai troppe pretese
anche se è a mani spoglie.
Il cagnolino esplose in una bolla di stelline e apparve una fatina con gli abiti arcobaleno e il sorriso risplendente come un diamante: era la fatina del castello dell’antica limonaia. Con la sua bacchetta toccò la barbetta di Osvaldo che divenne petali di margherita poi scomparve dentro la chioma profumata di una pianta di Tiglio. Quella capigliatura appariva come un ammasso di piume leggere, costituendo tante ali fiorite. I fiori, molto profumati, di questo elegante e possente albero avevano certo fatto da sfondo ai riti e alle misteriose cerimonie tipiche delle saghe nordiche degli antichi popoli germanici. La sacralità della pianta e la sua possibilità di arrivare alla venerabile età di mille anni, fanno di quest’albero un simbolo di longevità e il suo fiore un’incarnazione dell’amore coniugale. Questa meravigliosa signora scosse i capelli e sussurrò:
Quando ti sentirai grande
acquisendo un certo stile
proprio in mezzo alle mie fronde
vedrai il mondo femminile.
Non temere di giocare
col tuo tocco vellutato
il carattere solare 
ti farà leggero al tatto.
Io ti guido verso un suono
che la musica vi impera
che l’ebbrezza avrà del tuono
nella vita tutta intera.
Canta suona la mattina
sia gioiosa e mai spavalda
fai danzar la chitarrina
la dolcissima Esmeralda.
Ora vedi un poco avanti
cogli tutti i bei messaggi
tra quei legni sempre attenti
che ci rendono più saggi.
La signora si tolse il cappello in segno di saluto e di nuovo tornò a sorridere al bosco con la sua chioma profumata. Il Maestro guidò il ragazzo in mezzo a una gola stretta e senza respiro. Osvaldo era alquanto spaventato e si aspettava che da un momento all’altro comparisse qualche mostro. I capelli canuti del vecchio riflettevano quella luce sinistra come l’abito di una fantasma. La gola diventava sempre più profonda e si faceva infine grotta oscura. Mentre il giovanotto era immerso in quel buio fitto gli apparve il riflesso turchino dell’immagine di un grande occhio. Quest’occhio lo guardava con la pupilla fissa come se fosse in quella posizione dall’eternità e una voce bassa e spettrale così parlò:
Dei tuoi due io sono il terzo
non ho lacrime e non guardo
come vedi son diverso
vedo oltre il vostro sguardo.
Un triangolo di luce
alla vista superiore
se mi ascolti ti conduce
verso il fulcro del tuo cuore.
Il riflesso di quest’occhio si fece intensamente violetto, poi emise un suono tintinnante come una campana di cristallo per sparire quindi di nuovo nel buio assoluto. Nella caverna cominciò a fare freddo e Osvaldo iniziò a battere i denti un po’ per il gelo un po’ per la paura. Si assicurò che il Maestro fosse accanto a lui cercando disperatamente la sua barba. Quando toccò quel velluto si accorse che emanava un certo calore e in qualche modo si rasserenò, anzi cominciò a vedere un brillio in quella barba che faceva da faro in quella pista buia. A un tratto una specie di porta scricchiolò e si aprì un passaggio nella parete che conduceva a un’ampia stanza ghiacciata. Un’enorme colomba con le ali d’acciaio era accovacciata in quell’antro e aveva le ali aperte pesanti e stanche. Il suo sguardo era grigio e spento e il suo becco d’acciaio impossibilitato al sorriso. Il giovanotto andò a stringere una zampa palmata e la colomba ebbe gli occhi pieni di lacrime. Le lacrime sciolsero i suoi ingranaggi e il suo becco sorrise dicendo:
Un tempo ero la pace
ma sono stata violata
da una parola fugace
in ogni epoca e annata.
La guerra ha conquistato
per lotte di potere
un uomo ormai soldato
di un nemico che non vede.
Ti chiedo o cantastorie
di scrivere una canzone
che resti nella memoria
e doni un’emozione.
Spieghi la mia esistenza
la mia pura missione
trasformando l’essenza 
in questa riflessione:
Chi sarà lo sconfitto?
Solo il perdente?
In questo mondo afflitto
O suo fratello vincente?
Osvaldo prese la sua chitarrina e suonò una serenata alla colombina:
Vola mia colombina
la pace si avvicina
se tutti ti acclamiamo
e il cuore ti doniamo.
Io canterò alla gente
ch’è triste e sofferente
s’abbandoni la tenzone
e vinca una canzone.
La canzone del sorriso
ad ogni essere vivo
uomo animale pianta
di questa Terra Santa.
La colomba si stiracchiò tutta e una grande forza vitale la invase rendendola luminosa come una stella. Infine sorrise e si levò in volo per dirigersi verso la primavera degli uomini aprendo nella stanza un cielo stellato. Osvaldo sapeva che il viaggio non era ancora concluso, infatti, un altro cunicolo doveva essere oltrepassato e di nuovo si dovette camminare al buio. Questa volta la chitarrina Esmeralda cominciò a lampeggiare di una luce dorata mostrando alcuni oggetti che si incontravano lungo la strada: grandi piume d’uccello, un enorme carapace, il teschio di un cavallo e un grande dente di bue. Il cantastorie voleva raccogliere quei tesori ma il Maestro glielo impedì. 

La luce di Esmeralda si fece più intensa e la caverna divenne un grande guscio di lumaca mentre i piedi scivolavano sopra il corpo vischioso dell’animale. Il guscio diventò fosforescente cosicché ci fu tanta luce dentro quella casa. Due antenne spuntarono dietro l’uscio e due occhi luminosi interrogarono Osvaldo:
Perché entri in casa mia?
Cerchi forse leggerezza?
Vuoi le piume di tua zia?
O del teschio la saggezza?
Vuoi sapere cosa sente
dentro questo carapace
il suo cuore onnipotente?
Poi però lasciami in pace!
Della vita fai chiarezza
cerca sempre protezione
fallo certo con lentezza
nel tuo guscio di stagione.
Poi però cambia registro
costruisci una dimora
butta il vecchio guscio tristo
e rinnova la tua aurora.
Quindi la lumaca strisciò via lentamente lasciando una bava rossa per indicare la direzione della luce. Aspettarono dunque che la lumaca scomparisse e pian piano si misero sulle tracce della sua bava finché non trovarono una grande apertura. La grotta terminava con una pietra colossale che si affacciava su uno spiazzo selvaggio pieno di ciuffi di Genziana. Sembravano tanti guerrieri con le loro teste diritte e altere che esplodevano in infiorescenze gialle. Eppure erano guerrieri pacifici: i loro silenziosi sguardi celebravano con fierezza un’intensa serenità. All’uscita della grotta vi era un albero mozzo a tre tronchi dall’aspetto rassicurante e possente. Il legno era ancora vivo, umido e tenero e una forte energia si sprigionava da quelle venature antiche. L’anima della pianta cantò queste parole:
L’albero della fortuna
riflette il gioco amaro
creato quando la luna
cadde in poter di un baro.
Ha tronchi addormentati
freschissimi germogli
ridona luce ai prati
non sai quanto raccogli.
Sfodera la chitarra
suona tutte le note
come una scimitarra
e aspetta fino a notte.
Mi riempirò di gemme
e poi di fiori rari
violette con le gonne
da non giocare a dadi.
Son l’albero di Giuda
colmo di fiori rosa
son bello di natura
come un bouquet da sposa.
Se non mi tradirai
e giochi un gioco chiaro
vincente tu sarai
corretto in modo raro.
Giuseppe mi conobbe
quando con l’asinello
alla capanna il bove
scaldava il bambinello.
Se l’asino non raglia
scommetti e bevi vino
poi mangia la sua paglia
e sarai fanciullin divino.
In quell’istante i tronchi crebbero velocemente riempiendosi di una fitta ramificazione celebrante un trionfo di fiori dall'affascinante tonalità rosa molto vivace. Osvaldo apprezzava la leggiadria del suo fogliame, lo sviluppo della chioma espansa e la notevole fioritura che con il suo colore acceso contrastava in modo suggestivo con la corteccia più scura, donando all'albero un notevole valore d’ornamento, come fosse un gioiello della foresta. In quel momento un enorme lombrico usciva dalla terra indossando un cappellino nero e un vestito color terra di Siena. Strisciava dolcemente nella terra soffice e morbida e faceva cenno con le antennine di seguire la sua coda. Non tanto lontano si attorcigliò al piede di un grande tronco con le ali d’aquila e un omuncolo bianco come un fantasma accartocciato accanto alla sua immensa radice. L’albero era stato lasciato nella terra come un grande totem con la testa d’aquila e le ali spalancate:
Ehi ragazzo io t’insegno
cosa sono intuito ed estro
ch’è importante avere ingegno
come impari dal Maestro.
Guarda nel tuo mondo vano
per poter volare alto
vedi tutto da lontano
come l’aquila in un balzo.
Sii regale e distaccato
con sapienza ed intelletto
il destino ha aiutato
la tua indole o imperfetto.
Non cercare tenerezza
cerca d’esser solo forte 
e nemmeno una carezza
non temere mai la morte.
Anche se ti sembro brutto
così bianco come un cencio
così piccolo e paffuto
devo esserti d’esempio.
Succhia dalla mia radice
la sapienza originaria
come dice la zia Bice
è una forza straordinaria.
Cerca bene da quel lato
quel suo abito immortale
di bel Pino un po’ invecchiato
dall’aspetto originale.
E subito comparve un antico e leggendario Pino, una conifera secolare con foglie sempreverdi fatte di tanti aghetti e riunite in piccoli fasci. Come tutti gli alberi secolari di grande mole, sembrava l'emblema della forza e della potenza della natura. A guardare la sua chioma ampia ed elegante si era invasi da una sensazione di calma interiore e si era ispirati alla verità. Osvaldo divenne per un attimo così alto da toccare la testa di questo gigante per aspirare il selvaggio profumo della vitalità e fermezza. Il tronco era così ritto e sicuro di sé che pareva dovesse impadronirsi della volta del cielo e le sue braccia forti e quiete si levavano in alto in segno di preghiera:

Lascia che il suono
riempia il tuo cuore
sia il tuo abbandono
al canto d’amore.


Osvaldo ritornò a vagare nel campo di alberelli di Genziana che terminava in un enorme abisso sovrastato da un maestoso albero di Cedro. La pianta dal portamento slanciato con la sua chioma a candelabro e le foglie ondeggianti al vento portava incisa nel tronco la faccia più luminosa del sole. E fu proprio questo volto a parlare:

Godi della stagione
splendi con un sorriso
ama con la passione
dona la luce al viso.
Alzati sempre all’alba
onora il mio splendore
nell’ora ch’è più calma
con gioia e tanto amore.
Aspetta che io tramonti
e poi vai a riposare
lontano in mezzo ai monti
e sogna il grande mare.


Accanto allo strapiombo vi era un’altalena le cui funi venivano giù direttamente dal cielo. Osvaldo ci si sedette sopra e subito il sedile iniziò a oscillare più velocemente e poi ancora più velocemente e la fune si allungò e si allungò e poteva oscillare nel vuoto dell’abisso. Il giovanotto era impaurito, non sapeva più dove si trovava, non sapeva quanto fosse profondo il baratro, non vedeva un lembo di terra a cui appoggiarsi e non scorgeva più né la testa né la barba del Maestro. Dondolando sempre più vorticosamente si addormentò e passò tutta la notte travolto da un grande senso di libertà.
Quando l’aurora fece capolino nel bosco fatato i suoi occhi si aprirono su una grande culla che gli dondolava sopra. Si sentiva di aver attraversato il treno della vita e ora doveva riempire i suoi vagoni vuoti: era sostenuto dalla Terra sopra cui era sdraiato e dall’abbraccio di una magica Quercia la cui chioma lo ricopriva facendogli ombra. I suoi occhi guardavano verso l’alto e osservavano le braccia della pianta, un incrocio di rami oscillanti coperti di foglie frastagliate e colmi di grosse ghiande. Il sole penetrava tra le fronde illuminandogli lo sguardo. Da quel momento non si ricordò più del Maestro o forse non ne ebbe più bisogno e si lasciò coccolare dall’abbraccio della Grande Madre del bosco come un neonato appeso a un ramo nella sua culla. Dalla radice di questa creatura uscì un vapore di stelline rosse che piano piano si composero per costituire la splendida fatina con l’abito rosso, padrona di casa, che disse dolcemente:
Questa è la tua pianta
che ti abbraccia senza fine
come una Madre Santa
in un sogno a lieto fine.
Se accetti la radice
la terra ti protegge
l’antica dea lo dice
se apprendi la sua legge.
Sempre t’ospiterò
nella casa che ti manca
nella villa che non ho
come vedi son Ambra.
Da quel giorno Osvaldo si godette tutte le delizie del bosco, fece amicizia con le piante, gli animali e gli animaletti della foresta e divenne la mascotte di tutti gli spiritelli, gli gnomi, gli elfi e le fatine del bosco incantato, anzi con le sue canzoni e la sua chitarrina Esmeralda divenne canto e danza per tutto il popolo della Natura.
Ambra Ambretta
io sempre lo canto
la vita è perfetta
che splendido manto.

Il Parco del Boschetto di Teresa Protto
Se dopo aver visitato Firenze avete voglia di un po’ di tranquillità e riposo, a pochi passi dal centro ma lontano dalle vie più “turistiche”, verso la zona ovest, a ridosso del Monte Uliveto e nella contiguità delle colline di Bellosguardo, c’è via di Soffiano dove si trova una delle due entrate che porta al Parco del Boschetto, o di Villa Strozzi, uno dei più belli e meno conosciuti della città ma sicuramente ricco di tesori.

Entrando, ci si ritrova immersi nel verde, e dalla cancellata bellissima di ferro battuto posta tra due colonne e due casotti rivestiti con bugnato rustico, si snoda un sentiero che porta gradualmente alla collina, fiancheggiato da secolari tigli, platani, cipressi e ippocastani. Mentre ci immergiamo nel cuore del parco, si intravedono prati dove sono raggruppati pini, tassi e alberi di giuda, e in primavera non possiamo che rimanere affascinati dal contrasto di colori che ci fanno pensare al risveglio della natura in tutti i suoi aspetti più romantici.

Le origini del Parco risalgono alla metà del XVI secolo quando Giovan Battista di Lorenzo Strozzi per ampliare il bosco detto di Cafaggio (che sembra in longobardo significhi proprio bosco) acquistò una serie di proprietà confinanti e in questa distesa proprietà vi fece costruire la sua residenza con adiacente un grande giardino, e il bosco, pur mantenendo le sue caratteristiche “selvatiche”, fu arricchito con giochi d'acqua ed elementi decorativi, caratteristici del gusto manierista dell’epoca.

Poi, nella seconda metà dell’800, il principe Ferdinando Strozzi commissionò a Giovanni Poggi il restauro della Villa e il riammodernamento del Parco, ed è a lui che si deve il viale delle carrozze, appunto l’ingresso di via di Solfano, con la trasformazione dei campi a sud che furono modellati in dolci pendii e attraversati dai sentieri su cui oggi possiamo agevolmente passeggiare tra le tante decorazioni architettoniche. Sul lato dell’altro ingresso di Via Pisana, fu da lui voluta la scalinata in pietra pavimentata a ciottoli di fiume e inoltre, tra il parco vecchio e quello nuovo, fu costruita l’altra importante opera che possiamo vedere in questo Parco, cioè la Limonaia, costruzione imponente scandita da tre archi a tutto sesto (serliane).

Oggi il Parco e tutti i suoi tesori appartengono al Comune di Firenze e l’ultima ristrutturazione risale agli anni ‘80, quando, senza nulla più togliere al fascino e all’eleganza del bosco, regalato al pubblico e attrezzato anche con percorsi ginnici e giochi per bambini, ha migliorato il percorso al proprio interno che sinuosamente raggiunge la radura a prato che è il punto più alto della collina dove si elevano i volumi rivisti e classicheggianti di Villa Strozzi, delle Scuderie e della Limonaia.
Pubblicato: Martedì, 22 Ottobre 2013
Articolo di:  Patrizia Boi

Il Saggio, lo Scemo e la CagnettaIl Saggio, lo Scemo e la CagnettaIl Saggio, lo Scemo e la Cagnetta
Il Saggio, lo Scemo e la CagnettaIl Saggio, lo Scemo e la CagnettaIl Saggio, lo Scemo e la Cagnetta

martedì 8 ottobre 2013

Intervista all'attrice albanese Luli Bitri a cura di Wall Street International Magazine

http://www.wsimagazine.com/it/diaries/report/cultura/intervista-all-attrice-luli-bitri_20131007091746.html#.UlPIC1DIaxU

REPORT - Albania, Cultura

Intervista all'attrice Luli Bitri

Donne che lottano per la libertà.

Intervista all'attrice Luli Bitri

Mi ha colpito l’interpretazione della zingara Alina al suo esordio italiano nel film Dimmi che Destino avrò di Peter Marcias, la sua personalità aperta e poliedrica, la disponibilità a mettersi completamente in discussione e l’indiscutibile fascino di donna dell’Est. Luljeta Bitri Lushnjë, nota Luli, è un’attrice di origine albanese, stimata ormai in tutta Europa, dopo il successo ottenuto nel 2010 dal film Amnesty del regista Bujar Alimani al Festival cinematografico di Berlino.
Luli, diplomata all'Accademia delle Belle Arti di Tirana, è tornata al Teatro – dove aveva esordito nel 2001 con Beckett – in occasione dello spettacolo portato in scena da Michele Placido e Isabella Ferrari a Roma alle Terme di Caracalla il 9 e 10 agosto scorso. Lo spettacolo, Un bacio nel cuore - Le donne nella vita e nella musica di Verdi, è costruito dalle lettere che ha scambiato il grande compositore con le sue donne, la prima moglie Giuseppina Streponi, interpretata da Isabella Ferrari, e il soprano Teresa Stolz, la musa e amante di nazionalità ceca che ha rappresentato le eroine protagoniste delle sue opere, da Leonora (Il Trovatore) ad Amelia (Un ballo in maschera), da Abigaille (Nabucco) ad Azucena (Il Trovatore), da Violetta (La Traviata) a Gilda (Rigoletto), interpretata appunto da una splendida Luli.
1. Come ti sei calata, Luli, nel personaggio di Teresa Stolz? Cosa ti ha regalato la vicinanza di questa grande donna della vita di Verdi?
Si tratta di un personaggio straordinario, di una storia coinvolgente che mi è capitata quasi per caso… Gli incontri importanti a volte sembrano un mistero, ma io preferisco credere al destino… e al Destino mi affido! Del resto ho esordito in Italia con il film di Peter Marcias Dimmi che destino avrò… Proprio per il ruolo di Alina in questo film ho vinto il premio come Migliore Attrice al B.A. Film Festival, così sono andata a Busto Arstizio per ritirare il Premio. È stato lì che ho conosciuto Michele Placido e, come si fa tra attori appassionati, ci siamo raccontati i nostri progetti. Sono rimasta colpita e affascinata dalla figura di Verdi, dalla personalità di queste due donne fuori dal comune. In ogni attrice esiste sempre il sogno di impersonare una donna dell’Ottocento, figurati con che gioia ho accolto la sfida di essere Teresa Stolz, una straordinaria soprano e inseparabile musa del compositore. Ho trascorso un periodo bellissimo: non ho fatto che studiare la parte, immergendomi anima e corpo nel copione. Mi sono tuffata nelle ricerche sulla vita di Verdi, sul rapporto con le sue donne, con le sue opere, con la magia delle sue note…
2. Come hai vissuto l’impatto con il pubblico romano, nella cornice magica delle Terme di Caracalla? 
Non sai quanto io ami il teatro, la magia dello spazio libero di fronte allo spettatore! Condividere quest’emozione con la personalità di Michele Placido e Isabella Ferrari, travolta dal fascino dell’appassionante musa di Verdi, sul palco incantato delle Terme di Caracalla, per me è stato un grandissimo dono della vita. Immagina che estate inconsueta e coinvolgente avvolta dalle magnifiche note del genio nel tempio della pace romana…
3. È stato facile lavorare con Michele Placido e Isabella Ferrari? 
Lavorare con i grandi è sempre un’opportunità, un motivo di crescita: è stato come se li avessi conosciuti da sempre, mi hanno fatto sentire a mio agio fin dal primo momento. Però, ammetto, che lavorare con loro è stata anche una grande responsabilità. Devi dare il massimo, non puoi permetterti cali di tono o di ritmo, devi essere sempre carica di energia. Non lo voglio nascondere, all’inizio non riuscivo a credere che avrei recitato accanto a loro, per di più a Teatro, poi mi sono fatta forza e ho affrontato il Destino preparandomi con impegno. Placido mi ha dato fiducia contribuendo a rafforzare le mie qualità e talenti. Ferrari è una donna di gran cuore, non è solo una brava attrice, mi sono veramente sentita accolta dalla sua umanità e poi mi sono decisamente innamorata del modo in cui ha fatto vivere il suo personaggio, la ammiro immensamente.
4. Preferisci misurarti con un pubblico dal palcoscenico o ti affascina di più il rapporto con la macchina da presa? Dove ti trovi più a tuo agio?
L’interpretazione a teatro non cambia tanto rispetto a quella davanti alla macchina da presa. Il segreto è saper gestire le diverse misure. Io ho iniziato col teatro e mi sento a mio agio davanti a una sala piena di occhi che mi guardano. Mi ha sempre affascinato, fin dal primo giorno, il momento in cui mi viene assegnata la parte. Ogni replica, poi, con i suoi brividi d’emozione e la sua ansia di prestazione, mi riempie di gioia. Il cinema è venuto dopo, ma, non lo nego, amo anche il grande occhio, quello della macchina da presa. Perché è proprio quello che mi rende immortale nel tempo.
5. Il film che ti ha resa famosa, Amnesty, ti ha vista nel ruolo di Elsa, la moglie di un detenuto finito in carcere per debiti. Questa donna si porta dietro una grande tristezza, la stessa che investe tutti i personaggi della storia e forse l’Albania stessa. Molte scene rappresentano lo stato sulfureo di una società senza via di scampo, la povertà investe ogni campo della vita, compreso quello delle emozioni, tanto che non è mai possibile sognare… Come ti sei preparata per affrontare questo complesso personaggio giocato spesso sulla comunicazione non verbale e sulla magia dei silenzi?
Come al solito, è stato tutto un gioco del Destino… Ero tornata a recitare a teatro, a Tirana, dopo anni in Italia, e proprio quella sera ho ricevuto la proposta di Alimani… Dopo aver letto la sceneggiatura del film, mi sono sentita fortunata, volevo essere quella donna, un profilo qualunque di femmina abortita dal sistema. Una tra le tante donne di provincia, una donna che non ha realizzato se stessa e che non ha più sogni o forse non ne ha mai avuti, una di quelle persone che vive nella grande disperazione di una vita che non vuole vivere, ma che nello stesso tempo non sa come migliorare. Ho cominciato a frequentare i pullman, a prendere il caffè nel bar davanti alla prigione. Volevo vedere con i miei occhi la tristezza di quelle piccole donne, leggere nei loro volti il terrore di quella solitudine, l’angoscia per il fallimento delle loro esistenze, il senso del supplizio subito da un’atavica programmazione. Non è stato difficile immedesimarmi nella loro sofferenza, nel dolore della mia terra...
6. Qual è stato il tuo rapporto con il regista Alimani e perché sei stata scelta per quella parte?
Alimani è uno sceneggiatore e un regista che conosce bene la psicologia di una donna, mi è stato di grande aiuto nei momenti difficili. Non so perché abbia scelto proprio me per il ruolo della protagonista, forse ha visto nella mia interpretazione i colori che cercava per il suo personaggio. Lui è stato capace di creare sul set un clima amichevole, sempre colmo di buon umore, è sempre stato delicato e costruttivo nel criticare quello che non andava. Personalmente adoro la sua penna e non vedo l'ora di iniziare il prossimo film. Siamo in fase di preparazione per il film Gold, nel quale reciterò di nuovo da protagonista.
7. Per il ruolo di Elsa hai ricevuto il Premio Miglior Attrice all’East East West Festival di Orenburg in Russia. La giuria del Festival era composta dal famoso regista polacco Zanussi, da Sherif Award, critico d’arte, e dal regista serbo Goran Paskaljevic. La descrizione del Premio è stata la seguente: «A Luli Bitri, un’attrice che riesce a trasformarsi senza aver paura di imbruttirsi. Un ruolo irriconoscibile con l’attrice della vita quotidiana. Una strong woman!».
Ho vinto anche altri due premi come miglior attrice protagonista al Festival Internazionale del Cinema di Vernon (Francia), edizione 2011, e il Premio Internazionale “Golden Goddess” al Prifilmfest. E naturalmente anche al Festival del Film Albanese del 2012 ho ricevuto il premio “Miglior attrice protagonista”.I premi mi hanno dato fiducia e mi hanno portato a un impegno maggiore per permettermi di crescere ancora per ruoli migliori ancora più difficili. Ogni sfida, per me, è un’opportunità.

8. Quanto è stato difficile rappresentare attraverso la lente sottile del tuo personaggio il doloroso e tragico mutamento della Storia dell’Albania?
Io sono un’attrice drammatica e non so se lo posso dire, ma trovo una grande soddisfazione se i ruoli sono complessi sia dal punto di vista psicologico sia politico-sociale. Questo ruolo è stato una grande sfida per me, ma credo di aver superato la prova. Sono stata felice di poter dar voce a quelle piccole donne che non sono in grado di uscire dalla trappola del proprio Destino.
9. Il racconto della passione di un uomo e una donna, nata ai margini di un carcere, una tenera storia d'amore, condizionata dalla detenzione dei rispettivi coniugi, che rapporto ha secondo te, con gli obblighi e divieti imposti da un regime in fase di trasformazione?
Elsa e Shpetim vanno verso la prigione a compiere il loro dovere nei confronti dei coniugi. Non hanno il coraggio di fare il contrario, ma non vedono neanche un raggio di sole intorno a loro. Vivono nella loro povertà, senza speranze, senza fantasia, senza ribellione. Anche se loro sono fuori dai cancelli, sono loro i veri prigionieri. Solo nel momento in cui le loro vite si incrociano, offrendo alla loro anima un reciproco specchio, allora c’è una specie di risveglio e nasce la speranza in una vita migliore, forse semplicemente più libera, dove non sono costretti a compiere solo doveri. Elsa ha due bambini, non ha più un lavoro e come se non bastasse ha un suocero che la controlla. Gli anni passano e lei si sente in trappola, senza un motivo per sorridere, con un marito che la considera solo un oggetto con cui soddisfare le sue esigenze sessuali.
10. Le scene erotiche sono interpretate secondo un canone di moralità sociale che inizia a sciogliersi solo oggi, nonostante la dissoluzione della Repubblica popolare sovietica sia avvenuta da oltre un ventennio – ricordiamo che la Nuova Repubblica di Albania è nata nel 1991 dopo quasi cinquant’anni di Regime. Quanto tempo passerà ancora perché l’Albania, le donne e gli uomini albanesi, si possano liberare di questo pesante condizionamento?
Questo film con queste scene erotiche è considerato un film coraggioso. Non è l'unico film che supera i condizionamenti del tempo del comunismo. Pensa che una volta nei film era impossibile vedere un bacio. Abbiamo recuperato in fretta. Questo film non rappresenta tutta l’Albania, ma parla proprio della sua parte malata.
11. Ti senti in linea con l’attuale ruolo della donna albanese nel film? E nella vita?
Io a differenza di Elsa ho cercato di realizzarmi, studiando. Ho sognato e ho sfidato il mio Destino. Sono libera e forte. Sono una che combatte per realizzare i propri sogni.
12. Come sta cambiando il ruolo della donna nel tuo paese e quanto è importante il suo ruolo per la crescita di tutto il paese?
Sono accaduti tanti cambiamenti in questi 20 anni e la donna è stata la prima a cercare la sua indipendenza. Abbiamo recuperato in fretta perché siamo ambiziose. C'è tanto da fare ancora, è vero, ma alla fine questo capita dappertutto. Io che vivo ormai in Italia da anni, mi sono accorta che problemi simili si vivono anche in questo Belpaese.
13. Le scene erotiche sono rare, le donne sembrano indifferenti, la sessualità è qualcosa di meccanico, quasi violento e senza eros, senza passione, è stata una scelta precisa di Alimani?
Tra di loro non c'è più amore. Il sesso è solo un dovere per le donne. Questo faceva parte della visione del regista.
14. Che differenze hai riscontrato tra la tua esperienza cinematografica in Albania e le luci della ribalta italiane?
A parte la difficoltà di dover recitare in una lingua straniera, nel modo di lavorare non ho notato nessuna differenza.

15. Al tuo esordio italiano ti abbiamo visto nei panni di una zingara a recitare insieme ad attori non professionisti del mondo dei rom, cosa ti ha insegnato quest’avventura sotto la guida di Peter Marcias?
L'esperienza in questo film è stata forte. L'impatto con la realtà rom è stato dirompente. Non mi era mai capitato di conoscere la loro cultura, la loro psicologia, la loro filosofia di vita e quando Marcias mi ha proposto quella parte, ho capito che dovevo prepararmi a fondo. Ho imparato ad accettare le persone per come sono, per tutte le scelte di vita che fanno, senza giudicare ciò che è lontano da quello che ho scelto io.
16. Come ti sei preparata per questo ruolo?
Mi sono tuffata nelle ricerche sulla cultura rom, sulla lingua Romanès e quando mi sono materialmente trovata al campo nomadi tutto è diventato più facile. Dovevo essere una di loro e per fare questo dovevo crederci in quel modo di vivere.

17. Nei due lungometraggi che hai interpretato come protagonista ricopri un ruolo ai margini della vita sociale: zingara, moglie di un detenuto, sono due tipi di detenzione differenti? Dove ti sei trovata più a tuo agio?
Elsa e Alina sono state due personaggi diversi. Elsa depressa, debole, buona e schiava del proprio Destino. Alina una donna in bilico tra due realtà: nata e cresciuta nei campi rom e poi trasferitasi per studiare e lavorare a Parigi. La cosa in comune è che tutte e due vogliono una vita migliore. Elsa per la sua famiglia e Alina per tutti i più deboli. Nel momento in cui mi viene affidato un ruolo da interpretare faccio l'impossibile per essere pienamente nella parte. Sono stata fortunata con entrambi i personaggi perché li ho sentiti profondamente dentro.
18. Come è nata la tua passione per questo lavoro - perché di passione si tratta naturalmente? C’è un evento o una persona in particolare che ti ha suscitato questo stimolo o è stato piuttosto un bisogno di andare a fondo nella conoscenza interiore di te stessa?
Dopo il liceo ho studiato un anno di Medicina. Capivo che non era il mio mondo, perché ero troppo sensibile agli odori degli ospedali, non tolleravo la sua tristezza, le sofferenze e i dolori. Da piccola amavo la letteratura, l'arte ma senza capire esattamente che era la recitazione quella che amavo. È stato grazie a una mia amica, di nuovo per caso, o meglio per Destino. Si è fatta venire l’idea di un concorso e io mi sono buttata a capofitto in questo sogno. Il Destino mi ha favorito, ho vinto la possibilità di studiare all’Accademia delle Belle Arti di Tirana. In quei 4 anni di percorso ho messo tutta la mia passione e l'amore per quest'arte. Non mi sono mai pentita di questa scelta, nonostante tutte le difficoltà che ho dovuto affrontare, è stata la migliore scelta della mia vita, un vero cammino del cuore.
19. A quali progetti ti stai dedicando in questo momento?
Ho appena finito di girare un corto a Tirana la settimana scorsa. Si intitola Finalmente a casa, e infatti mi sono sentita anche io finalmente a casa a recitare di nuovo nella mia lingua. Sono in attesa delle date delle repliche dello spettacolo Un bacio sul cuore di Michele Placido, e, nel frattempo, sto valutando una piece teatrale a Tirana. Siamo anche in fase di preparazione del nuovo film di Alimani Gold.
20. Dimmi che destino avrai… nel tuo futuro: resterai in Italia o ti aspettano nuovi viaggi?
In Italia ho la mia famiglia, quindi tornerò di sicuro. Sto pensando, però, a una nuova esperienza in Francia o in Inghilterra… Le vie del destino sono infinite… Credo nel Destino ma anche nel detto: “Il Destino non è altro che il risultato delle nostre azioni passate”.
 


Il prossimo appuntamento è per il 22 di Ottobre.
Pubblicato: Lunedì, 7 Ottobre 2013
Articolo di:  Patrizia Boi

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