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Scrittrice di romanzi, racconti, fiabe, favole e storie per l'infanzia. Autrice del romanzo "Donne allo specchio" Mef Firenze, della raccolta di Fiabe "Storie di Magia" Happy Art Edizioni Milano, del volume LegenΔe di Piante - Nostra Protezione ed equilibrio in terra (una raccolta di 12 leggende sulle piante ambientate nei dodici mesi dell’anno) pubblicato a puntate nel 2014 su Wall Street International Magazine.Nel giugno 2017 ha pubblicato per la Collana I Cortili della Casa Editrice dei Merangoli, il Saggio Ingegneria Elevato n - Ingegneria del Futuro o Futuro dell’Ingegneria?, scritto a quattro mani con suo fratello Maurizio Boi, con 150 Immagini Colore/BN del fotografo Sergio Pessolano.

giovedì 7 novembre 2013

Wall Street International Magazine: Il copione secondo l'Attore Luca Martella

Realtà o rappresentazione? Quali sono i sottili confini tra la magia del Teatro e il nostro personale copione di vita? Scopriamolo attraverso questa interessante intervista dell'attore Luca Martella

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WSI
Giovedì, 7 Novembre 2013

REPORT - Italy, Cultura

Il copione secondo Luca Martella

Una stretta analogia tra realtà e rappresentazione.

Il copione secondo Luca Martella
Photo by Giambalvo & Napolitano
Se ho interpretato bene la mia parte, battete tutti le mani e, dal palcoscenico, licenziatemi con un applauso, recita Augusto prima di morire (Svetonio, Vita dei Cesari II, Augusto, 99).
Quello che declamava Augusto era il copione unico e irripetibile della sua vita, non una sceneggiatura qualunque. Se si pensa, inoltre, che, secondo i toltechi, ognuno vive nel suo personale sogno influenzato dall’ambiente familiare, sociale e dal contesto storico in cui si trova, possiamo immaginare che la vita di ognuno di noi si svolga sul palcoscenico della realtà e la sua sceneggiatura sia interamente scritta nel personale destino di ciascuno. Cosa fa dunque l’artista che crea una sceneggiatura se non dare una sua fantasiosa lettura degli accadimenti? E non è egli fortunato, visto che esplora altre possibilità oltre a quella che gli è consentito di vivere? E l’attore che interpreta il copione non è anch’egli chiamato ad approfondire personalità consce o inconsce attraverso cui mettersi profondamente in gioco? Cerchiamo di comprenderlo meglio attraverso l’intervista all’attore Luca Martella.
Quando ti viene proposta una parte – immagino attraverso un provino – come ti prepari per entrare nei panni del personaggio?
Dopo aver letto la sceneggiatura, cerco di documentarmi sul personaggio: se è vissuto realmente posso attingere a fonti reali che mi aiutano a entrare in contatto empatico con la sua personalità, con le sue manie, con la sua essenza; se, invece, si tratta di un personaggio nato dalla fantasia del suo creatore, sia esso lo sceneggiatore o l’autore dell’idea, devo fare lo sforzo di immaginarmelo, e questo è uno stimolo per me stesso perché mi costringe ad attingere le risorse per interpretarlo dalla mia stessa esperienza personale, dalle mie emozioni, dai miei traumi, dalle mie paure, dalle mie più profonde convinzioni, o dai miei più annosi dubbi…

Come influisce il tuo aspetto fisico per l’assegnazione della parte? Quali cambiamenti sono necessari?
Un tempo la fisiognomica dell’attore era fondamentale per la scelta del personaggio da interpretare. Mi ricordo che mio nonno, e poi mio padre, che possedevano un cinema, mi dicevano sempre che i personaggi dovevano avere “facce”, caratteristiche che raccontavano qualcosa. Oggi conta il fattore bellezza così come espresso dai canoni della pubblicità che spesso porta l’attore ad essere fuori ruolo. Io sono vicino ai canoni del cinema classico, per fare del cinema sono convinto che devi possedere la faccia giusta, per interpretare un ruolo, dovresti essere dotato di quel preciso aspetto, che non sempre converge con un canone di bellezza condiviso, ma che incarna il personaggio da interpretare. Le modifiche che si mettono in atto – farsi crescere la barba, i baffi, cambiare taglio di capelli – fanno parte del gioco… 

Una volta che ti hanno assegnato la parte, come interagisci con il copione?La passione per questo mestiere arriva a tal punto che il copione per me diventa una sorta di compagna di vita… Mi spiego meglio: se esco in macchina, il copione deve essere nel sedile accanto a me, se viaggio in treno, lui mi segue dentro lo zainetto che mi porto sempre dietro, se vado a dormire lo metto accanto a me e gli do il bacio della buonanotte… Insomma, una volta che mi viene assegnata una parte, il copione lo devo vedere ovunque, devo aver cioè presente la mia parte in qualunque situazione mi possa capitare, insomma ci vivo in simbiosi, e lei, la sceneggiatura/copione del momento, diventa la mia amante…

Preferisci interpretare un ruolo vicino al tuo modo di essere o una parte dove ricercare dentro di te una personalità più nascosta?
Preferisco senza dubbio interpretare un personaggio che non appartiene alle mie corde, così ho l’occasione di mettermi in discussione, di esplorare qualcosa di nuovo… se interpreto sempre lo stesso copione, lo conosco bene, lo padroneggio, ma magari non riesco a coglierne tutte le sfumature, proprio come fa una goccia dentro al suo mare… Invece sono molto stimolato dalla ricerca dentro di me di quella personalità che credo mi sia lontana… Mi accorgo paradossalmente, non so per quale perversa ragione, che, andando a scoprire a fondo il personaggio, alla fine lo trovo più vicino, simpaticamente posso scoprire parecchie cose del mio modo di pensare, di agire, insomma quella parte mi consente l’esplorazione, il viaggio verso verità che non erano ancora emerse… 

Come influisce sulla tua quotidianità lo studio di un copione?
“Purtroppo o per fortuna” influisce notevolmente. Se devo, per esempio, prepararmi a interpretare un personaggio un po’ violento, allora nella vita di tutti i giorni esaspero certi miei atteggiamenti e forse in quel momento vive più il personaggio che Luca. Per me è un piacere, per chi mi sta vicino può essere meno divertente… Del resto se devo interpretare, invece, un personaggio romantico, posso essere ancora più romantico, quindi, chi vive accanto a me può godere di questa nuova luce… Poi, quando sono alle prese con un nuovo personaggio, mi capita di isolarmi, di voler stare con il personaggio e quindi finisco con il confrontarmi e relazionarmi in quel modo… Può sembrare un assurdo, ma ognuno di noi, in questo lavoro di attore, si porta un po’ fuori dal palcoscenico il personaggio per un periodo più o meno lungo…

Ti è capitato di avere un passato in comune con il personaggio da interpretare?Alla fine capita più spesso di quanto uno possa immaginare. Mi è capitato di interpretare personaggi con le mie stesse difficoltà esistenziali, con gli stessi conflitti, le stesse fobie, gli stessi dubbi, ma anche con gli stessi interessi. Mi ricordo come, nel film di Eugenio Cappuccio Uno su Due con Fabio Volo, ho dovuto avere a che fare con la stessa malattia. Nel 2004 ero stato operato per un brutto tumore alla tiroide, insomma, una di quelle malattie da cui non sai se esci vivo. È stato un periodo difficile, pieno di paura, ma anche di una grande forza. A un certo punto mi sono imposto di essere un guerriero che decide di combattere col male, ho pensato che dovevo farcela, per me stesso, per i miei figli, per la mia famiglia... Ero appena uscito dalla fase critica della malattia e lo raccontavo con coinvolgimento a un amico durante una cena. A fianco a me c’era Eugenio Cappuccio, io nemmeno lo conoscevo, ma lui mi prese da una parte e volle sapere tutto. Mi ascoltò visibilmente emozionato e dopo pochi giorni mi propose il ruolo dell’istruttore di parapendio. Fabio Volo interpretava la parte del malato e io gli insegnavo la magia del volo non solo in senso fisico, ma anche metafisico. Lo aiutavo a volare verso l’alto, verso l’altro e soprattutto dentro se stesso… è stata davvero un’esperienza straordinaria sia perché ho dovuto riaffrontare, come guida spirituale, il viaggio emotivo verso la guarigione, sia per la passione e amore con cui è stato gestito il set, proprio come me lo ero sempre sognato…

Preferisci interpretare la tua parte in teatro, in televisione o al cinema? Perché?Preferisco il teatro perché sicuramente mi concede maggiore libertà e preferisco il cinema perché ho la possibilità di rivedermi, cosa che non succede a teatro. Questo è il dramma dell’attore in teatro… Infatti, a teatro, si sprigiona una potente energia dallo scambio con il pubblico… sul palcoscenico la senti e ti ricarica. Tu puoi anche riprendere la scena, non potrai però mai percepire questo scambio e non potrai mai immortalare l’emozione che vive l’attore in quel momento. Poi a teatro c’è un livello di attenzione che sicuramente è superiore. Riesco ad entrare maggiormente in ascolto con me stesso, c’è un silenzio emozionante, anche se poi non posso rivedermi. Credo che però ogni attore, così come capita a me, riesca anche a vedersi dal di fuori, attraverso lo sdoppiamento che è in grado di attuare sul palcoscenico… io divento la guida di me stesso, c’è un altro me che mi guarda dal di fuori e mi suggerisce lo spettacolo, come in uno specchio… Comunque anche il cinema mi piace molto e la macchina da presa ha il suo fascino…

Quale esperienza televisiva ti ha segnato maggiormente?
Sicuramente il personaggio che mi è rimasto più dentro e che mi ha dato più notorietà è stato quello del gangster irlandese che interpretai nel 2005 nella fiction Orgoglio. Intanto era una fiction in costume ambientata a fine ottocento e il costume già parla per te… in secondo luogo, chi è che non ha mai sognato di fare il cattivo? Di ammazzare qualcuno? Del resto è nell’immaginario collettivo… tant’è che la Fiction ha avuto un indice di ascolto con punte fino a 14 milioni di telespettatori. Siccome il pubblico si immedesima nel personaggio e nella storia, mi è capitato che la gente per strada mi fermasse e mi scambiasse realmente per quel gangster. Qualcuno mi diceva delle parolacce, a volte mi offendevano perché erano arrabbiati per il massacro che avevo fatto sullo schermo, non comprendendo più il limite tra la realtà e la finzione... Ma del resto tutti i grandi attori – Al Pacino, De Niro, e il nostro Remo Girone, ecc. – sono passati almeno una volta per il ruolo del cattivo…

Quale film ti ha mostrato una faccia inaspettata di te stesso? È stato per via del copione? Per le persone che hai incontrato? O per il luogo dove è stata girata la pellicola?Sono un po’ innamorato di tutti personaggi che ho interpreto con la stessa professionalità e passione, perché in ogni personaggio ho trovato o scoperto qualcosa che mi apparteneva, certi lati del mio carattere, certi miei comportamenti… ma, quando mi sono trovato a recitare con dei grandi attori, quell’esperienza mi ha cambiato. Nel 2003 ho avuto la fortuna di incontrare Nino Manfredi sul set di La notte di Pasquino, di Luigi Magni e lavorare con un mostro sacro come Manfredi mi ha consentito di entrare più facilmente in empatia col mio personaggio e poi è stata una vera scuola, quando vedevo recitare lui, con quella sua gestualità, quella sua mimica… mi si è aperto un mondo e ho amato anche di più il mio personaggio, la mia piccola luce diventava ancora più luminosa avendo davanti il faro Manfredi. Mi sono poi addirittura stupito e impressionato quando, nel 2005 nella fiction Psyco - Delitti per gioco di Davide Mazzoli, ho interpretato la parte di un criminologo insieme a Remo Girone, quel Tano Cariddi deLa Piovra che avevo conosciuto e apprezzato tantissimo quasi trent’anni prima. Trovarmelo davanti in tutto il suo spessore, mi ha consentito di dare il meglio di me stesso. È stato faticoso imparare tutto a memoria, ma facendomi guidare da quella sua faccia che parlava anche senza parlare, la mia interpretazione è stata una delle migliori della mia carriera…
Se io fossi un’attrice mi piacerebbe interpretare il copione a modo mio, vale a dire apportare delle piccole modifiche alle battute imposte dal copione. Ma io non sono un’attrice. A te che sei un attore capita di discostarti un poco dal copione per cucirtelo meglio addosso?Non è così semplice, difficilmente ti puoi discostare dal copione. Devi imparare quello che gli sceneggiatori hanno scritto per te, per il personaggio. Poi, magari, qualche modifica è concessa sempre dopo aver parlato con il regista, l’ultima parola spetta sempre a lui. Quello che posso dirti è che, ogni volta che interpretiamo un personaggio, affrontiamo un viaggio, raccontiamo una storia e quello che io posso fare è che la storia sia il più possibile emozionante e avvincente. Il racconto diventa mio, perché quelle parole del personaggio, sono parole vuote se io non do un senso mio, ogni attore nella sua testa compie il suo personale viaggio prestando le sue emozioni al personaggio, sarà sempre quella storia, pronuncerai quelle esatte parole, ma riempirai il tuo racconto con le emozioni che troverai dentro di te, con il tuo viaggio, con la tua storia… 

Quanto ti impegna la comunicazione non verbale nelle tue interpretazioni?Direi che è basilare. Io ho studiato al Teatro dè Cocci – ci tengo a dirlo perché da quella scuola sono usciti tanti grandi attori – e una delle prime cose che mi hanno insegnato è che il bravo attore si vede proprio nei piani di ascolto, quando cioè non recita verbalmente, in un dialogo in cui non è lui a parlare, l’altro parla e lui è in fase di ascolto. Non è che posso recepire in maniera passiva le parole del mio collega, in qualche modo devo saperle vivere. Nella seconda puntata di Un caso di coscienza 5, Una promessa mantenuta con Sebastiano Somma trasmessa da poco su Rai1, dove ho interpretato il ruolo di un secondino imputato in un caso di omicidio, ho dovuto vivere tutte le fasi del processo quasi senza parlare mentre ascoltavo tutti i capi d’imputazione o il verdetto di condanna. In questo caso è stata essenziale la mia reazione non verbale. I piani d’ascolto, quindi, sono stati fondamentali. È chiaro che deve essere bravo il regista – in questo caso Luigi Perilli – a saper cogliere questi momenti nello sguardo dell’attore. A differenza del teatro, dove anche il corpo, la gestualità giocano un ruolo fondamentale, davanti alla macchina da presa l’attore dev’essere bravo a raccontare con gli occhi e il regista deve saper cogliere questo racconto in quello sguardo…

Oltre che rappresentare un copione da attore, ti è capitato di rappresentarlo come regista?
Sì, quando faccio il regista e l’attore dei miei spettacoli o quando metto in scena uno spettacolo con gli allievi dei miei laboratori teatrali: in questi casi in qualche modo li guido ma mi lascio anche guidare. La cosa che mi piace dei giovani è che paradossalmente sono loro che mi insegnano forse più di quello che io insegno loro, hanno la capacità di farmi comprendere cose che avevo dimenticato. Perché il teatro non è altro che un gioco, anche se un gioco serio, con le sue regole, e quest’aspetto, quando diventiamo adulti, tendiamo a dimenticarcelo. Tant’è che per gli inglesi recitare è to play

Quanto conta la scenografia all’interno di una sceneggiatura al cinema? E a teatro? 
La scenografia è come l’abito del personaggio, nella finzione recitare in un ambiente che in qualche modo mi ricorda il periodo storico, l’epoca, la situazione è chiaro che mi condiziona e mi stimola aiutandomi a vestire i suoi panni. Spesso chiedo aiuto al Maestro Scenografo Osvaldo Desideri - Premio Oscar perL’Ultimo Imperatore di Bernardo Bertolucci – e a sua moglie Ewa, che vestono con passione e intuito il palcoscenico dei miei spettacoli interpretando al meglio il copione. Se al cinema la scenografia sembra qualcosa di fondamentale, a teatro, un tavolo, una sedia, o i pochi oggetti a disposizione, sono addirittura essenziali. Siccome il teatro è minimalista, ogni piccolo oggetto mi racconta qualcosa e mi consente di giocare di più. Mentre al cinema la scenografia dà forza all’attore, a teatro è l’attore che dà forza all’oggetto, che lo fa vivere. Sei lì che parli con una candela o con una bottiglia, è una cosa che può succedere soltanto a teatro, su un palcoscenico e così in quel momento l’oggetto prende vita. Una sedia a teatro può anche parlare. Quando faccio il monologo di Gaber La sedia da spostare, la sedia comincia a parlare, mi fa quasi da spalla. È pur vero che anche nel cinema d’autore, per esempio in Bergman o anche in film come Interiors di Woody Allen, dove le scenografie sono minimaliste, la scena è nella forza degli attori, nella recitazione ma anche nei dialoghi, nella forza della sceneggiatura.. In effetti, alcune scene sono quasi dei fotogrammi e ricordano l’atmosfera teatrale…

Qual è per te il palcoscenico ideale? Preferisci rapportarti con il pubblico del teatro o con l’occhio magico della macchina da presa?
Come ti ho già detto, il palcoscenico mi piace di più per certi aspetti, la macchina da presa per altri, però quando faccio uno spettacolo a teatro e sono padrone della scena, come quando interpreto i monologhi o le canzoni di Giorgio Gaber, allora quella è la mia dimensione ideale. Mi immedesimo talmente nel personaggio, nell’uomo, nel filosofo, nel poeta, nello scrittore, nel cantante naturalmente, che mi sento quasi più a mio agio che nella vita reale. Avere la possibilità di suscitare nel pubblico che ho davanti lo stupore, il sorriso, la commozione, il dubbio, la rabbia, la lucida riflessione, mi stimola a fare nuovi spettacoli. Il pubblico, infatti, mi ricarica di energia: in questo mio racconto mi emoziono con la speranza di emozionare. Quando poi interpreto il Signor G, ho la sensazione che, attraverso di lui, posso avere una sorta di missione da compiere, come risvegliare le coscienze e produrre anche se solo culturalmente, un cambiamento, una trasformazione interiore. Il mio palcoscenico ideale, quindi, è senza dubbio quello del Teatro-Canzone di Gaber-Luporini…

Quando ti è nata la passione per il cinema? C’è un accadimento, un luogo o una persona che ti hanno stimolato?
Devo tutto a mio padre e a mio nonno che, come ti ho già detto, possedevano un cinema a Ciampino e io sono cresciuto là dentro. Una delle esperienze più forti che ho provato nel film dove ho interpretato l’irlandese è che era prodotto dalla Titanus, un marchio storico che inizialmente faceva solo ed esclusivamente cinema. Ricordo che da piccolo vedevo quella sigla con una specie di cuore a tre punte e mi figuravo un intero pianeta di immagini, forse il cinema stesso, per cui, quando ho firmato il contratto con la Titanus, non ho difficoltà ad ammettere che mi tremava letteralmente la mano. Mio padre mi ha trasmesso questa grande passione per il cinema, senza poi considerare il fatto che quando, con mio padre e i miei due fratelli, andavamo alla Titanus a prendere le pellicole, le cosiddette “Pizze” e mi capitava di vedere Gassman, la Loren, Manfredi, Sordi, Mastroianni e poi quelle stesse persone rispuntavano incredibilmente dalle pellicole materializzandosi sullo schermo, io non comprendevo: per me che ero molto piccolo questo era un miracolo inspiegabile. E forse è per questo che ho voluto dedicarmi alla magia del cinema e poi del teatro…

C’è un personaggio che hai amato particolarmente? Per quali motivi?
In assoluto Gaber è il personaggio che ho amato di più e che tuttora amo di più, come avrai già capito… Lui non mi abbandona mai, è l’unico copione che voglio sempre accanto a me, direi che la cosa tragicomica è che mi rivedo integralmente nei suoi copioni, tutto quello che ha scritto sembra scritto per me. E anche gli spettatori, dopo lo spettacolo, spesso si avvicinano stupiti per aver intravisto questo mio sdoppiamento in lui. Gaber mi ha insegnato e ancora mi insegna più di qualunque scuola, addirittura abbiamo avuto le stesse vicissitudini e anche la stessa malattia, da cui io, per fortuna, sono guarito… Per cui quando finisce lo spettacolo non vedo l’ora di ricominciare come fosse quasi una droga. Del resto, con questo naso, uguale al suo e con questa mia somiglianza anche esteriore era quasi un destino che lo dovessi incontrare e il suo teatro è talmente vasto, profondo e vario che è difficile annoiarsi e pensare di averlo compreso pienamente e intensamente…

Come ti ispira il personaggio di Gaber e il rapporto con il suo eterno fratello Luporini?Gaber e Luporini hanno interpretato la crisi dell’uomo a tutto tondo senza mai pretendere di dare delle risposte ma semplicemente cercando di suscitare dei dubbi. Negli innumerevoli monologhi e canzoni che hanno scritto, hanno poi interpretato lo spirito del loro tempo che però è anche quello dei nostri tempi, vivo e vero come non mai in questo momento storico di crisi economica, sociale, delle coscienze, dei valori, dei rapporti, della famiglia, dell’amore…

Qual è il tuo più grande Sogno come attore?
Vivere girando i palcoscenici dei più grandi teatri italiani portando il messaggio gaberiano in ogni luogo disposto ad accoglierlo, magari anche nelle scuole dove una coscienza più giovane può assorbirlo più profondamente. Vivrei facendo trecentosessanta spettacoli l’anno a trecentosessanta gradi… E non mi risparmierei sulla durata – sarei capace di fare tre ore di spettacolo senza fermarmi – se non temessi di annoiare lo spettatore… e nemmeno sul numero dei bis… Poi magari mi intratterrei con gli spettatori per comprendere se posso migliorare qualcosa dello spettacolo: dall’uomo della strada all’intellettuale alla più ingenua donna di casa… del resto questo amava fare anche il Signor G… Sembra proprio che il destino non me lo abbia fatto incontrare per caso. Il primo monologo della mia carriera di attore, infatti, al tempo del Teatro dè Cocci, fu appunto La Paura di Gaber e da quel momento ho cominciato a superare la mia…

Di quale film vorresti essere protagonista?Il mio sogno sarebbe quello di poter interpretare il personaggio di Gaber al cinema, la sua vita, i suoi desideri, le sue delusioni, i suoi sforzi per comprendere ogni cosa, il dialogo incessante con il suo amico e coautore Luporini in questo scambio che ha prodotto tutto il Teatro-Canzone… Penso che ci metterei veramente tutto me stesso, come faccio sempre del resto…
Dopo queste appassionanti risposte di Luca Martella sul copione è interessante esaminare quanto questo tema sia legato alla psicanalisi. Secondo lo psicologo canadese Eric Berne (1910–1970), padre dell’analisi transazionale, ogni individuo segue il suo copione esistenziale: “Un piano di vita inconscio che si basa su di una decisione presa durante l’infanzia, rinforzata dai genitori (attraverso messaggi verbali e non verbali), giustificata dagli avvenimenti successivi, e che culmina in una scelta decisiva”.

Esiste, quindi, una stretta analogia tra copioni di vita e copioni teatrali, perché questi ultimi, “derivano da copioni della vita reale”. Come scriveva già lo stagirita Aristotele (384 a.C. - 322 a.C.): “Due cause appaiono in generale aver dato vita all’arte poetica, entrambe naturali: da una parte il fatto che l’imitare è connaturato agli uomini fin dalla puerizia… dall’altra il fatto che tutti traggono piacere dalle imitazioni”. Per questo motivo sempre secondo Berne: “Anche le scene dei copioni di vita devono essere programmate e prestabilite esattamente come quelle dei copioni teatrali”.

Ciascuno di noi, infatti, recita sul palcoscenico della vita un dramma che ha un inizio, un punto di mezzo e una fine. Le prime decisioni che abbiamo preso nella vita sono quelle più profonde e immutabili e determinano in maniera fondamentale l'assunzione del ruolo con cui recitiamo la nostra parte sulla scena del mondo. La liberazione dal ruolo determinato dal contesto in cui ci siamo formati avviene, quindi, attraverso un lungo percorso, un copione che continua a svilupparsi verso la libertà, la realizzazione e il benessere personale in una tensione continua che ci porta a interpretare sempre nuovi soggetti. Del resto secondo il più eminente drammaturgo della cultura occidentale William Shakespeare (1564–1616): Tutto il mondo è un palcoscenico e tutti gli uomini e le donne non sono che attori: essi hanno le loro uscite e le loro entrate; e una stessa persona, nel tempo che gli è dato, rappresenta diverse parti (Come Vi Piace, Iacopo: atto II, scena VII).

Dal canto suo, lo psicologo tedesco Bert Hellinger (1925), partendo dalla considerazione che, spesso, la nostra esistenza appare condizionata da destini e sentimenti che non sono veramente propri e personali, ma che appartengono a "grovigli" del sistema-famiglia, cerca di portare alla luce questi meccanismi attraverso il processo delle Costellazioni Familiari. Si tratta di una terapia riprodotta da rappresentanti che, affidandosi all’istinto, mettono in scena i meccanismi comportamentali esistenti tra i membri di una famiglia o di un gruppo, evidenziando le dinamiche inconsce che causano sofferenza nelle relazioni affettive e professionali o nel rapporto con il denaro e con la salute. 

Per far fronte all’azione che questa struttura arcaica, cieca e inconscia, esercita dentro di noi, potremmo affidarci a questo semplice suggerimento di Albert Einstein: Ogni essere umano è parte di un tutto chiamato Universo. Egli sperimenta i suoi pensieri e i sentimenti come qualcosa di separato dal resto: una specie di illusione ottica della coscienza. Questa illusione è una specie di prigione. Il nostro compito deve essere quello di liberare noi stessi da questa prigione attraverso l'allargamento del nostro circolo di conoscenza e comprensione, sino ad includere tutte le creature viventi e l'interezza della natura nella sua bellezza.

E dunque è l’attore colui che affronta continuamente il piacevole viaggio verso la comprensione e guarigione di se stesso approfondendo la miriade di personalità e sotto-personalità che lo fanno agire per acquisire la sua interezza! Secondo il metodo proposto dal drammaturgo russo Konstantin Sergeevič Stanislavskij (1863 – 1938) risulta, infatti, fondamentale per diventare davvero credibili sul palcoscenico  "il lavoro dell’attore su se stesso" e "il lavoro dell'attore sul personaggio".

Se è vero, dunque, che un attore che si rispetti si mette continuamente in discussione attraverso l’affascinante gioco del palcoscenico, cosa facciamo, invece, tutti noi per diventare credibili nel tragicomico palcoscenico della vita? Ci immergiamo coraggiosamente nella nostra storia cercando di trasformare quello che non ci appartiene o ripetiamo infinitamente e fissamente lo stesso copione? Ma del resto cosa c’è di realmente vero nella nostra esistenza?
Luca Martella: Rispondo con i primi due versi del sonetto di Gigi Proietti Teatro: Viva er teatro dove tutto è finto/ ma gnente c’è de farzo e questo è vero.

Così come Qualcuno disse: Siamo noi gli unici attori e registi della nostra vita, ognuno ha in mano il proprio copione da scrivere prima, e recitare poi... il singolo individuo è l'unico selettore delle sue scelte e dunque l'unico responsabile delle conseguenze che da esse derivano. Esso decide se e quali maschere indossare in ogni circostanza, esso decide se VIVERE o SOPRAVVIVERE durante la sua permanenza in questa breve vita, esso sceglie se mettere in scena – su quel freddo e apatico palcoscenico (il mondo) che lo ospita temporaneamente in attesa di volti nuovi e sceneggiature nuove – un ruolo da protagonista o uno da comparsa.

Del resto Oscar Wilde diceva: Vivere è la cosa più rara al mondo. La maggior parte della gente esiste... e nulla più. 
Il prossimo appuntamento è per il 22 Novembre.

Pubblicato: Giovedì, 7 Novembre 2013
Articolo di:  Patrizia Boi

Il copione secondo Luca MartellaIl copione secondo Luca MartellaIl copione secondo Luca Martella
Il copione secondo Luca MartellaIl copione secondo Luca MartellaIl copione secondo Luca Martella



martedì 22 ottobre 2013

WSI: Il Saggio, lo Scemo e la Cagnetta - I bizzarri abitanti del boschetto di Patrizia Boi

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WSI
Martedì, 22 Ottobre 2013

REPORT - Italy, Cultura

Il Saggio, lo Scemo e la Cagnetta

I bizzarri abitanti del Boschetto.

Il Saggio, lo Scemo e la Cagnetta

C’era una volta in un angolo lontano del pianeta un bosco incantato. Nella parte più alta del bosco, proprio accanto a un’antica limonaia, vi era un castello protetto da due leoni di pietra. In esso viveva una fatina, un essere del bosco più simile a un’elfetta che a una potente fata, che, però, non si faceva mai vedere da nessuno. Quel bosco di Cedri, Abeti e Querce, inoltre, ospitava animali di tutte le specie, uccelli variopinti e una miriade di spiritelli allegri e burloni. Nessun viandante, però, ci si avventurava perché per arrivarci occorreva oltrepassare una barriera magica, un arcobaleno di venti con la forza di risucchiare il malcapitato dentro un pauroso vortice. 
Un bel giorno capitò da quelle parti il cantastorie Osvaldo, un giovane dai capelli folti e arruffati e una barbetta appena accennata, che girava il mondo accompagnato dalla sua chitarrina Esmeralda. Si fermò accanto a una fontana e bagnò i suoi folti capelli per rinfrescarsi un poco. Dalla fonte uscì uno gnometto azzurro e gli spruzzò in faccia un alito di acqua cristallina. Il giovanotto ebbe un guizzo di gioia e prese tra le mani lo gnomo per guardarlo meglio. Non aveva mai visto un ometto così piccolo e si incuriosì immensamente, come fanno i bambini quando scoprono un nuovo gioco. Nel mondo degli adulti sarebbe stato preso per scemo, con quei suoi occhi stupiti, con quel sorriso ingenuo, con quel suo passo galoppante da cavallino.
Lo gnomo burlone, invece, gli disse: “È strano che tu mi veda, in genere lo possono fare solo i bimbi. Loro mi capiscono, mi ascoltano e giocano con me contenti. Con gli adulti sono dispettoso, credono io sia un fantasma e fuggono”. Osvaldo rispose con un sorriso: “Mi sei simpatico gnometto, voglio dedicarti questa filastrocca:”
Prendo il cuore dell’ometto
corro dentro la boscaglia
non mi metto mai l’elmetto
ma comincio la battaglia.
Suono questa chitarrina
Esmeralda mi accompagna
ogni sera e ogni mattina
mia regina e mia gran dama.
Grazie a lei posso cantare
col sorriso a tanti denti
con i bimbi posso stare
e li faccio assai contenti.
Ora dammi la manina
danza balla fai un salto
scuoti bene la testina
e voliamo in alto in alto.
Il giovanotto volò quindi con lo gnomo attraversando la barriera magica in balia del vento. Quando passò dall’altra parte aveva i capelli colmi di stelline colorate, la chioma splendente e scompigliata e la chitarrina piena di fiori. Lo gnomo era scomparso, la luce era fievole e lui aveva la sensazione di non sentire più i rintocchi del tempo, come se ogni orologio si fosse fermato. In quella luce fioca si trovò di fronte a un imponente e antico Tasso. 

Era una pianta ammantata di fascino e mistero, splendido e accattivante nel suo vestito di bacche rosse, ma spaventoso e infido, come se la sua bellezza dovesse nascondere qualcosa di terribile. Osvaldo sapeva che quella pianta possiede un legno resistente e flessibile, un corpo durevole che si mantiene inalterato per migliaia di anni e che fin dai tempi antichi era usato per fabbricare archi, frecce e lance, a volte con le punte avvelenate. Insomma bisogna stare attenti a questo straordinario guerriero del bosco dal tronco alto e possente, per il suo carattere piuttosto velenoso, visto che in tutti i suoi organi si trova uno spiritello tossico, la gentile ma pericolosa Tassina, in grado di uccidere uomini e animali. 

Albero della Morte, quindi, ma di una morte intesa come momento di passaggio verso una nuova vita, una porta che mette in comunicazione il mondo dei vivi con quello dei morti.  Mentre Osvaldo era assorto davanti al grande Tasso, una nebbia improvvisa intorpidì i suoi sensi materializzando una figura vigorosa e altera, un ammasso di capelli bianchi e una folta e fluente barba. Il vecchio, sostenuto da un mastodontico bastone e accompagnato da una cagnetta bianca come la luna, il cui nome era Ambretta, esclamò: “Io sono il Maestro, guardiano di questa porta. Sono venuto da un tempo remoto. Ho abitato la terra per secoli cercando di condurre gli uomini verso una profonda comprensione di se stessi. Spesso non sono stato ascoltato. A volte mi hanno offeso e calunniato, mi hanno anche imprigionato e mandato via. Sono stato invece accolto dall’invisibile fata del bosco nella casa che ora ti mostrerò. La cagnetta che mi accompagna ora ci guiderà”.

Il vecchio fece cenno di seguirlo e Osvaldo s’incamminò alla scoperta di ogni segreto. Dopo pochi passi vide una luce verde brillante: era una lucertolina tutta di legno d’acero. Aveva due luminosi occhietti verdi rotondi e scintillanti. Strisciava a terra lasciando al suolo una serpentina di luce. Indossava un cappellino rosso fuoco e portava al collo un fiocchetto verde molto carino. Appena lo vide, la lucertolina tirò su la testa e lo fissò con i suoi deliziosi occhi a palla esclamando:
Nutriti con energia
dei frutti di stagione
cogline la magia
trattali con passione.
Gustali freschi e puri
mele, albicocche, pere
quando sono maturi
nespole, pesche e more.
Prendi la verdurina 
quando l’avrai lavata
mangia la carotina
gusta la tua insalata.
Poi la lucertola riabbassò la testolina. La calura pomeridiana si stava placando, ma Osvaldo aveva una sete immensa, cosicché il vecchio lo condusse presso una fonte d’acqua trasparente. Un cavallo molleggiato con il pelo bianco e nero si piazzò davanti alla sorgente per non farlo bere. L’animale aveva solo la testa e le zampe di cavallo, la sua pancia invece era costituita da una grande molla per far oscillare il corpo rendendone l’immagine elastica e cangiante. Il cavallo non si perse in chiacchiere e sentenziò:
Se quest’acqua aneli bere
per accumular riserve
devi certo tu sapere
che la pancia pure serve.
Per provare ogni emozione
come fosse una gran molla
che conserva proporzione
quando tira e poi rimolla.
Se diventi più flessibile 
e ti apri nella vita
niente sarà più temibile
l’inazione avrai sconfitta.
Puoi avere tutti i dubbi
dati da una stagnazione
quando il vento porta nubi
puoi cambiar la situazione.
Se il messaggio ora è chiaro
abbandonati al destino
non pensare che sia amaro
bevi pure e fai un inchino.
Il vecchio strinse la zampa al cavallo, mentre Osvaldo si gettò sulla sorgente per nutrirsi della sua trasparenza. Bevve per un tempo lunghissimo, mai sazio di quella freschezza, dell’armonia che provava a contatto con la sua purezza, dell’equilibrio in cui sentiva immerso tutto il suo essere. Come al solito fu il Maestro a risvegliarlo e a spronarlo a proseguire il viaggio. Stavolta lo fece entrare in una grotta nascosta tra le piante.
Dentro la grotta c’era un bel calduccio, un laghetto sotterraneo con l’acqua tiepida e un poco giallastra lo invitava a bagnarsi. Osvaldo si tolse le vesti e penetrò nel lago per abbandonarsi al piacere del bagno. Mentre nuotava da una riva all’altra vide un bruco gigante, variopinto con tutte le tonalità del giallo, con due paffute guance rosse che sporgevano dalla testa come due palloncini, le antenne ritte e scarlatte come il calore del sole. Il bruco parlò con la sua voce primordiale:

Oggi voglio suggerirti 
mentre nuoti dentro l’acqua
che dovrai solo nutrirti
di quel cibo che ti piaccia.
Devi sempre moderare
la tua sete e la tua fame
non bisogna esagerare
come fa l’obeso infame.
Non ti serve accumulare
soldi, cibo e ogni oggetto
non è questo il nostro scopo
in un mondo sì imperfetto.
Se vuoi avere una ricchezza
condividi ogni tuo bene
non gestirla con stoltezza
e vedrai che ti conviene.
Il bruco a questo punto entrò in acqua e si trasformò in una splendida farfalla fiammeggiante. La farfalla volò verso l’apertura della grotta e scomparve. Il vecchio guardiano lo invitò a vestirsi e gli indicò l’uscita della caverna dove lo attendevano due magnifici Platani. Doveva essere forse mezzogiorno perché l’irraggiamento solare era fortissimo ma l’ombra dei Platani era straordinaria, grazie all’estensione dei rami che si allargavano a raggiera. Le foglie erano ampie e frastagliate con i lobi appuntiti come se fossero il palmo di una mano aperta. Questi alberi piatti, infatti, come una Grande Madre con le cinque dita della mano aperta nell’atto di benedire, erano le imponenti femmine del bosco, la corteccia maculata marrone chiaro e color crema che si distacca in grandi piastre a cambiare continuamente d’abito. Attorcigliate sui loro tronchi massicci erano due superbe serpi dalla schiena scarlatta che sembravano appena rivestite della loro nuova pelle. Le signore dalle ampie chiome reclinarono il capo in segno di sottomissione alla figura del Maestro e accarezzarono con le loro foglie il volto di Osvaldo. Le due serpi sibilarono alzando il capo ed estraendo le loro lingue biforcute. Un alito di vento scosse tutte le fronde dei Platani facendole tremolare a lungo. La loro voce sottile si levò da quei tronchi, indistinta e confusa come se fosse un unico suono che proveniva da due diverse entità.
Noi siamo le sorelle
dalla pelle di serpente
le nostre vesti gemelle
sono d’oro splendente.
Siamo le veggenti
sveliamo il futuro 
sincere e suadenti
col passante maturo.
Cogli il tuo presente
rigenera la mente
prendi la strada giusta 
che non sia angusta.
Poi ci fu silenzio e dalle bocche dei serpenti sgorgò acqua fredda che cadde sulla testa di Osvaldo per rinfrescare le sue idee. Il ragazzo si fece scorrere addosso l’acqua fino a bagnarsi completamente. Il suo volto divenne luminoso, mentre i capelli del Maestro si riempirono di riflessi azzurri. Questa luce nella chioma del vecchio di intensificava man mano che si avvicinava il momento del crepuscolo. I colori del cielo e i riflessi del bosco si tingevano prima dei violetti del tramonto e dopo delle ombre della notte mentre il maestro con il suo discepolo si incamminavano nella profondità più recondita della foresta. La luna quella notte non si presentò al cospetto del cielo e solo una moltitudine di stelle fecero lume alla notte di Osvaldo che riposò nell’incavo di un’antica pianta di Ippocastano. Era stordito dagli incontri avvenuti e curioso di tutto quello che avrebbe ancora scoperto. La cagnetta era accoccolata ai suoi piedi e la chitarrina era stretta al suo fianco. 

Nel cuore della notte la chitarrina iniziò a suonare. La cagnolina Ambretta si alzò su due zampe e si mise a danzare tra le piante facendo svolazzare la sua gonnellina in tulle turchese. La danza di Ambretta contagiò tutti gli elfi, gli gnomi e le fatine delle piante: un arcobaleno di colori si alzò verso il cielo e una fantasia di voci colmò ogni spazio vuoto del bosco. La danza durò fino all’alba, allorché i raggi del sole penetrarono tra il fogliame per mostrare il tripudio dei fiorellini bianchi. Doveva essere il pieno della primavera perché le piante d’Ippocastano vestite di germogli candidi sembravano saggi, alti e imponenti capolavori di precisione architettonica.

Eppure Osvaldo si era addormentato che era autunno perché il sentiero del bosco era colmo di foglie secche che risuonavano al calpestio come una strana risata. Aveva raccolto tre frutti in mezzo ai resti dei ricci schiacciati o ancora chiusi come misteriosi portafortuna. Lo avrebbero preservato dalle malattie, dai ragni nocivi, dai funghi velenosi e persino dalla tristezza. Gli avrebbero narrato le misteriose storie delle fate e degli elfi nascosti dentro ai tronchi, i segreti degli scoiattoli innamorati e tutte le storie fantastiche racchiuse nel pensiero del bosco. Il Maestro era già uscito a cercare bacche per la colazione, mentre Osvaldo temporeggiava ancora tra il sonno e la veglia. Quando si alzò, non sapeva quanto tempo avesse dormito, gli pareva che dal momento in cui era entrato nel bosco fossero passati almeno quindici anni ma guardando il cagnolino e la sua chitarrina sembrava non fossero ancora cresciuti o invecchiati di un solo giorno.
Ambretta gli leccò il viso per aiutarlo ad aprire gli occhi e abbaiò:

Questo bosco è della fata
dentro questo cagnolino
ora la vedrai celata
per guardare da vicino.
Tutti gli Esseri del bosco
e il tuo volto da barbuto
quell’aspetto forse losco
che sorride soprattutto.
Lei non crede tu sia Scemo
vede bene ogni paura
che si cela dentro all’elmo
della tua propria natura.
Lei t’osserva come nudo
la tua voce in basso tono
e si accorge che in futuro
il successo avrai e il perdono.
Ambra azzurra Ambra chiara
una semplice fanciulla
è una perla molto rara
bianca e dolce come nulla.
Il suo mondo assai cortese
ogni animella accoglie
senza mai troppe pretese
anche se è a mani spoglie.
Il cagnolino esplose in una bolla di stelline e apparve una fatina con gli abiti arcobaleno e il sorriso risplendente come un diamante: era la fatina del castello dell’antica limonaia. Con la sua bacchetta toccò la barbetta di Osvaldo che divenne petali di margherita poi scomparve dentro la chioma profumata di una pianta di Tiglio. Quella capigliatura appariva come un ammasso di piume leggere, costituendo tante ali fiorite. I fiori, molto profumati, di questo elegante e possente albero avevano certo fatto da sfondo ai riti e alle misteriose cerimonie tipiche delle saghe nordiche degli antichi popoli germanici. La sacralità della pianta e la sua possibilità di arrivare alla venerabile età di mille anni, fanno di quest’albero un simbolo di longevità e il suo fiore un’incarnazione dell’amore coniugale. Questa meravigliosa signora scosse i capelli e sussurrò:
Quando ti sentirai grande
acquisendo un certo stile
proprio in mezzo alle mie fronde
vedrai il mondo femminile.
Non temere di giocare
col tuo tocco vellutato
il carattere solare 
ti farà leggero al tatto.
Io ti guido verso un suono
che la musica vi impera
che l’ebbrezza avrà del tuono
nella vita tutta intera.
Canta suona la mattina
sia gioiosa e mai spavalda
fai danzar la chitarrina
la dolcissima Esmeralda.
Ora vedi un poco avanti
cogli tutti i bei messaggi
tra quei legni sempre attenti
che ci rendono più saggi.
La signora si tolse il cappello in segno di saluto e di nuovo tornò a sorridere al bosco con la sua chioma profumata. Il Maestro guidò il ragazzo in mezzo a una gola stretta e senza respiro. Osvaldo era alquanto spaventato e si aspettava che da un momento all’altro comparisse qualche mostro. I capelli canuti del vecchio riflettevano quella luce sinistra come l’abito di una fantasma. La gola diventava sempre più profonda e si faceva infine grotta oscura. Mentre il giovanotto era immerso in quel buio fitto gli apparve il riflesso turchino dell’immagine di un grande occhio. Quest’occhio lo guardava con la pupilla fissa come se fosse in quella posizione dall’eternità e una voce bassa e spettrale così parlò:
Dei tuoi due io sono il terzo
non ho lacrime e non guardo
come vedi son diverso
vedo oltre il vostro sguardo.
Un triangolo di luce
alla vista superiore
se mi ascolti ti conduce
verso il fulcro del tuo cuore.
Il riflesso di quest’occhio si fece intensamente violetto, poi emise un suono tintinnante come una campana di cristallo per sparire quindi di nuovo nel buio assoluto. Nella caverna cominciò a fare freddo e Osvaldo iniziò a battere i denti un po’ per il gelo un po’ per la paura. Si assicurò che il Maestro fosse accanto a lui cercando disperatamente la sua barba. Quando toccò quel velluto si accorse che emanava un certo calore e in qualche modo si rasserenò, anzi cominciò a vedere un brillio in quella barba che faceva da faro in quella pista buia. A un tratto una specie di porta scricchiolò e si aprì un passaggio nella parete che conduceva a un’ampia stanza ghiacciata. Un’enorme colomba con le ali d’acciaio era accovacciata in quell’antro e aveva le ali aperte pesanti e stanche. Il suo sguardo era grigio e spento e il suo becco d’acciaio impossibilitato al sorriso. Il giovanotto andò a stringere una zampa palmata e la colomba ebbe gli occhi pieni di lacrime. Le lacrime sciolsero i suoi ingranaggi e il suo becco sorrise dicendo:
Un tempo ero la pace
ma sono stata violata
da una parola fugace
in ogni epoca e annata.
La guerra ha conquistato
per lotte di potere
un uomo ormai soldato
di un nemico che non vede.
Ti chiedo o cantastorie
di scrivere una canzone
che resti nella memoria
e doni un’emozione.
Spieghi la mia esistenza
la mia pura missione
trasformando l’essenza 
in questa riflessione:
Chi sarà lo sconfitto?
Solo il perdente?
In questo mondo afflitto
O suo fratello vincente?
Osvaldo prese la sua chitarrina e suonò una serenata alla colombina:
Vola mia colombina
la pace si avvicina
se tutti ti acclamiamo
e il cuore ti doniamo.
Io canterò alla gente
ch’è triste e sofferente
s’abbandoni la tenzone
e vinca una canzone.
La canzone del sorriso
ad ogni essere vivo
uomo animale pianta
di questa Terra Santa.
La colomba si stiracchiò tutta e una grande forza vitale la invase rendendola luminosa come una stella. Infine sorrise e si levò in volo per dirigersi verso la primavera degli uomini aprendo nella stanza un cielo stellato. Osvaldo sapeva che il viaggio non era ancora concluso, infatti, un altro cunicolo doveva essere oltrepassato e di nuovo si dovette camminare al buio. Questa volta la chitarrina Esmeralda cominciò a lampeggiare di una luce dorata mostrando alcuni oggetti che si incontravano lungo la strada: grandi piume d’uccello, un enorme carapace, il teschio di un cavallo e un grande dente di bue. Il cantastorie voleva raccogliere quei tesori ma il Maestro glielo impedì. 

La luce di Esmeralda si fece più intensa e la caverna divenne un grande guscio di lumaca mentre i piedi scivolavano sopra il corpo vischioso dell’animale. Il guscio diventò fosforescente cosicché ci fu tanta luce dentro quella casa. Due antenne spuntarono dietro l’uscio e due occhi luminosi interrogarono Osvaldo:
Perché entri in casa mia?
Cerchi forse leggerezza?
Vuoi le piume di tua zia?
O del teschio la saggezza?
Vuoi sapere cosa sente
dentro questo carapace
il suo cuore onnipotente?
Poi però lasciami in pace!
Della vita fai chiarezza
cerca sempre protezione
fallo certo con lentezza
nel tuo guscio di stagione.
Poi però cambia registro
costruisci una dimora
butta il vecchio guscio tristo
e rinnova la tua aurora.
Quindi la lumaca strisciò via lentamente lasciando una bava rossa per indicare la direzione della luce. Aspettarono dunque che la lumaca scomparisse e pian piano si misero sulle tracce della sua bava finché non trovarono una grande apertura. La grotta terminava con una pietra colossale che si affacciava su uno spiazzo selvaggio pieno di ciuffi di Genziana. Sembravano tanti guerrieri con le loro teste diritte e altere che esplodevano in infiorescenze gialle. Eppure erano guerrieri pacifici: i loro silenziosi sguardi celebravano con fierezza un’intensa serenità. All’uscita della grotta vi era un albero mozzo a tre tronchi dall’aspetto rassicurante e possente. Il legno era ancora vivo, umido e tenero e una forte energia si sprigionava da quelle venature antiche. L’anima della pianta cantò queste parole:
L’albero della fortuna
riflette il gioco amaro
creato quando la luna
cadde in poter di un baro.
Ha tronchi addormentati
freschissimi germogli
ridona luce ai prati
non sai quanto raccogli.
Sfodera la chitarra
suona tutte le note
come una scimitarra
e aspetta fino a notte.
Mi riempirò di gemme
e poi di fiori rari
violette con le gonne
da non giocare a dadi.
Son l’albero di Giuda
colmo di fiori rosa
son bello di natura
come un bouquet da sposa.
Se non mi tradirai
e giochi un gioco chiaro
vincente tu sarai
corretto in modo raro.
Giuseppe mi conobbe
quando con l’asinello
alla capanna il bove
scaldava il bambinello.
Se l’asino non raglia
scommetti e bevi vino
poi mangia la sua paglia
e sarai fanciullin divino.
In quell’istante i tronchi crebbero velocemente riempiendosi di una fitta ramificazione celebrante un trionfo di fiori dall'affascinante tonalità rosa molto vivace. Osvaldo apprezzava la leggiadria del suo fogliame, lo sviluppo della chioma espansa e la notevole fioritura che con il suo colore acceso contrastava in modo suggestivo con la corteccia più scura, donando all'albero un notevole valore d’ornamento, come fosse un gioiello della foresta. In quel momento un enorme lombrico usciva dalla terra indossando un cappellino nero e un vestito color terra di Siena. Strisciava dolcemente nella terra soffice e morbida e faceva cenno con le antennine di seguire la sua coda. Non tanto lontano si attorcigliò al piede di un grande tronco con le ali d’aquila e un omuncolo bianco come un fantasma accartocciato accanto alla sua immensa radice. L’albero era stato lasciato nella terra come un grande totem con la testa d’aquila e le ali spalancate:
Ehi ragazzo io t’insegno
cosa sono intuito ed estro
ch’è importante avere ingegno
come impari dal Maestro.
Guarda nel tuo mondo vano
per poter volare alto
vedi tutto da lontano
come l’aquila in un balzo.
Sii regale e distaccato
con sapienza ed intelletto
il destino ha aiutato
la tua indole o imperfetto.
Non cercare tenerezza
cerca d’esser solo forte 
e nemmeno una carezza
non temere mai la morte.
Anche se ti sembro brutto
così bianco come un cencio
così piccolo e paffuto
devo esserti d’esempio.
Succhia dalla mia radice
la sapienza originaria
come dice la zia Bice
è una forza straordinaria.
Cerca bene da quel lato
quel suo abito immortale
di bel Pino un po’ invecchiato
dall’aspetto originale.
E subito comparve un antico e leggendario Pino, una conifera secolare con foglie sempreverdi fatte di tanti aghetti e riunite in piccoli fasci. Come tutti gli alberi secolari di grande mole, sembrava l'emblema della forza e della potenza della natura. A guardare la sua chioma ampia ed elegante si era invasi da una sensazione di calma interiore e si era ispirati alla verità. Osvaldo divenne per un attimo così alto da toccare la testa di questo gigante per aspirare il selvaggio profumo della vitalità e fermezza. Il tronco era così ritto e sicuro di sé che pareva dovesse impadronirsi della volta del cielo e le sue braccia forti e quiete si levavano in alto in segno di preghiera:

Lascia che il suono
riempia il tuo cuore
sia il tuo abbandono
al canto d’amore.


Osvaldo ritornò a vagare nel campo di alberelli di Genziana che terminava in un enorme abisso sovrastato da un maestoso albero di Cedro. La pianta dal portamento slanciato con la sua chioma a candelabro e le foglie ondeggianti al vento portava incisa nel tronco la faccia più luminosa del sole. E fu proprio questo volto a parlare:

Godi della stagione
splendi con un sorriso
ama con la passione
dona la luce al viso.
Alzati sempre all’alba
onora il mio splendore
nell’ora ch’è più calma
con gioia e tanto amore.
Aspetta che io tramonti
e poi vai a riposare
lontano in mezzo ai monti
e sogna il grande mare.


Accanto allo strapiombo vi era un’altalena le cui funi venivano giù direttamente dal cielo. Osvaldo ci si sedette sopra e subito il sedile iniziò a oscillare più velocemente e poi ancora più velocemente e la fune si allungò e si allungò e poteva oscillare nel vuoto dell’abisso. Il giovanotto era impaurito, non sapeva più dove si trovava, non sapeva quanto fosse profondo il baratro, non vedeva un lembo di terra a cui appoggiarsi e non scorgeva più né la testa né la barba del Maestro. Dondolando sempre più vorticosamente si addormentò e passò tutta la notte travolto da un grande senso di libertà.
Quando l’aurora fece capolino nel bosco fatato i suoi occhi si aprirono su una grande culla che gli dondolava sopra. Si sentiva di aver attraversato il treno della vita e ora doveva riempire i suoi vagoni vuoti: era sostenuto dalla Terra sopra cui era sdraiato e dall’abbraccio di una magica Quercia la cui chioma lo ricopriva facendogli ombra. I suoi occhi guardavano verso l’alto e osservavano le braccia della pianta, un incrocio di rami oscillanti coperti di foglie frastagliate e colmi di grosse ghiande. Il sole penetrava tra le fronde illuminandogli lo sguardo. Da quel momento non si ricordò più del Maestro o forse non ne ebbe più bisogno e si lasciò coccolare dall’abbraccio della Grande Madre del bosco come un neonato appeso a un ramo nella sua culla. Dalla radice di questa creatura uscì un vapore di stelline rosse che piano piano si composero per costituire la splendida fatina con l’abito rosso, padrona di casa, che disse dolcemente:
Questa è la tua pianta
che ti abbraccia senza fine
come una Madre Santa
in un sogno a lieto fine.
Se accetti la radice
la terra ti protegge
l’antica dea lo dice
se apprendi la sua legge.
Sempre t’ospiterò
nella casa che ti manca
nella villa che non ho
come vedi son Ambra.
Da quel giorno Osvaldo si godette tutte le delizie del bosco, fece amicizia con le piante, gli animali e gli animaletti della foresta e divenne la mascotte di tutti gli spiritelli, gli gnomi, gli elfi e le fatine del bosco incantato, anzi con le sue canzoni e la sua chitarrina Esmeralda divenne canto e danza per tutto il popolo della Natura.
Ambra Ambretta
io sempre lo canto
la vita è perfetta
che splendido manto.

Il Parco del Boschetto di Teresa Protto
Se dopo aver visitato Firenze avete voglia di un po’ di tranquillità e riposo, a pochi passi dal centro ma lontano dalle vie più “turistiche”, verso la zona ovest, a ridosso del Monte Uliveto e nella contiguità delle colline di Bellosguardo, c’è via di Soffiano dove si trova una delle due entrate che porta al Parco del Boschetto, o di Villa Strozzi, uno dei più belli e meno conosciuti della città ma sicuramente ricco di tesori.

Entrando, ci si ritrova immersi nel verde, e dalla cancellata bellissima di ferro battuto posta tra due colonne e due casotti rivestiti con bugnato rustico, si snoda un sentiero che porta gradualmente alla collina, fiancheggiato da secolari tigli, platani, cipressi e ippocastani. Mentre ci immergiamo nel cuore del parco, si intravedono prati dove sono raggruppati pini, tassi e alberi di giuda, e in primavera non possiamo che rimanere affascinati dal contrasto di colori che ci fanno pensare al risveglio della natura in tutti i suoi aspetti più romantici.

Le origini del Parco risalgono alla metà del XVI secolo quando Giovan Battista di Lorenzo Strozzi per ampliare il bosco detto di Cafaggio (che sembra in longobardo significhi proprio bosco) acquistò una serie di proprietà confinanti e in questa distesa proprietà vi fece costruire la sua residenza con adiacente un grande giardino, e il bosco, pur mantenendo le sue caratteristiche “selvatiche”, fu arricchito con giochi d'acqua ed elementi decorativi, caratteristici del gusto manierista dell’epoca.

Poi, nella seconda metà dell’800, il principe Ferdinando Strozzi commissionò a Giovanni Poggi il restauro della Villa e il riammodernamento del Parco, ed è a lui che si deve il viale delle carrozze, appunto l’ingresso di via di Solfano, con la trasformazione dei campi a sud che furono modellati in dolci pendii e attraversati dai sentieri su cui oggi possiamo agevolmente passeggiare tra le tante decorazioni architettoniche. Sul lato dell’altro ingresso di Via Pisana, fu da lui voluta la scalinata in pietra pavimentata a ciottoli di fiume e inoltre, tra il parco vecchio e quello nuovo, fu costruita l’altra importante opera che possiamo vedere in questo Parco, cioè la Limonaia, costruzione imponente scandita da tre archi a tutto sesto (serliane).

Oggi il Parco e tutti i suoi tesori appartengono al Comune di Firenze e l’ultima ristrutturazione risale agli anni ‘80, quando, senza nulla più togliere al fascino e all’eleganza del bosco, regalato al pubblico e attrezzato anche con percorsi ginnici e giochi per bambini, ha migliorato il percorso al proprio interno che sinuosamente raggiunge la radura a prato che è il punto più alto della collina dove si elevano i volumi rivisti e classicheggianti di Villa Strozzi, delle Scuderie e della Limonaia.
Pubblicato: Martedì, 22 Ottobre 2013
Articolo di:  Patrizia Boi

Il Saggio, lo Scemo e la CagnettaIl Saggio, lo Scemo e la CagnettaIl Saggio, lo Scemo e la Cagnetta
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