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Scrittrice di romanzi, racconti, fiabe, favole e storie per l'infanzia. Autrice del romanzo "Donne allo specchio" Mef Firenze, della raccolta di Fiabe "Storie di Magia" Happy Art Edizioni Milano, del volume LegenΔe di Piante - Nostra Protezione ed equilibrio in terra (una raccolta di 12 leggende sulle piante ambientate nei dodici mesi dell’anno) pubblicato a puntate nel 2014 su Wall Street International Magazine.Nel giugno 2017 ha pubblicato per la Collana I Cortili della Casa Editrice dei Merangoli, il Saggio Ingegneria Elevato n - Ingegneria del Futuro o Futuro dell’Ingegneria?, scritto a quattro mani con suo fratello Maurizio Boi, con 150 Immagini Colore/BN del fotografo Sergio Pessolano.

mercoledì 27 novembre 2013

Sabato 30 novembre, ore 20.00 al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia dall'appassionata penna di Erika Maderna: AROMI SACRI FRAGRANZE

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NEWSLETTER - 30 novembre 2013
AROMI SACRI FRAGRANZE PROFANE
di Erika Maderna

Sabato 30 novembre, ore 20.00
Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia
Piazzale di Villa Giulia, 9 - Roma
google map

Parteciperanno:
Alfonsina Russo, Soprintendente per i Beni Archeologici dell'Etruria Meridionale
Paola Goretti, storica dell'arte e del costume
Erika Maderna, autrice del libro

Ai partecipanti sarà data in omaggio una confezione dikyphy realizzato da Aboca Museum basato su una particolare formula di Ramesse III: un prodotto del tutto naturale, in grado di profumare piacevolmente ogni ambiente.

Per la serata sarà allestito un percorso olfattivo con erbe officinali ed olii essenziali.
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Il Jainismo attraverso le foto di Sergio Pessolano e la voce di Maria Teresa Protto

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WSI
Venerdì, 22 Novembre 2013

REPORT - India, Cultura

Il Jainismo

Vivi, lascia vivere e servi tutti

Il Jainismo

Vi è mai capitato di incontrare un uomo vestito completamente di bianco e con una mascherina di garza davanti la bocca? Ebbene, avete incontrato un devoto jaina che usa la mascherina per evitare di uccidere, ingerendoli, microbi o piccoli insetti… La sua religione è il Jainismo, religione che non crede in una rivelazione divina e, come il Buddismo, nasce in contrapposizione al pensiero induista e si basa innanzitutto sulla negazione di un dio.

Il Jainismo fu fondato da Rishabh Dev, una divinità minore nel Rig Veda del terzo periodo di Avasarpini, che aveva capito che gli uomini avevano bisogno di un insegnante (Tirthankara) per far fronte ai problemi della vita. Ma nel quarto periodo il male proliferò così tanto che ci vollero altri 23 insegnanti (Jina-Jaina,"vittorioso", “vincitore” delle transmigrazioni) per cercare di risolvere tutti i problemi. L'ultimo e il 24° fu Vardhaman (Colui che si accresce), un contemporaneo vicino a Buddha del V secolo a.C., epoca in cui il movimento religioso si organizzò per reazione contro il Brahmanesimo. Vardhaman è chiamato sia dai jainisti sia dagli indù anche Mahavir (Grande eroe) e aveva vinto sugli attaccamenti, sulle avversioni, sull’egoismo, sul materialismo, sulle passioni, sull’aggressività. Mahavir, come Siddharta, era figlio di un raja, e come altri jina, raggiunta progressivamente con l’ascesi la perfezione e l’onniscienza, predicò la via della salvezza.

Circa 200 anni dopo la morte di Mahavir, il capo dei monaci Bhadrabahu previde un periodo di carestia e condusse circa 12mila fedeli nell’India meridionale. Quando dopo vent’anni fecero ritorno nella loro terra, scoprirono che i jainisti che non li avevano voluti seguire avevano creato una setta (Shvetambar: coloro che vestono di bianco). Attualmente, vivono nell’India settentrionale, in particolar modo in Gujarat, e sono coloro che rappresentano iconograficamente il loro profeta e le sue reincarnazioni precedenti in posizione seduta su un fiore di loto come il Buddha. I seguaci di Bhadrabahu divennero i Digambar (coloro che vestono di cielo), più numerosi nell’India centro-meridionale, e che ancora oggi girano completamente nudi coperti di cenere bianca, più simili ai fedeli indù perché venerano le manifestazioni del loro maestro come tante divinità induiste.

Le due dottrine non hanno sostanziali divergenze di vedute, ma non riconoscono le stesse Scritture. Gli shvetambara ammettono l’eguaglianza dei sessi di fronte alla Liberazione; i digambara la respingono e si caratterizzano per maggior rigore. Contrariamente a quanto accade presso altre religioni, dove il progredire di rango nella gerarchia ecclesiastica comporta un sempre maggiore prestigio, maggiore ricchezza di paramenti e vistosi miglioramenti materiali ed esteriori, nel Jainismo, con il progredire dell’evoluzione sul piano spirituale, aumentano le rinunce e le restrizioni. 

Il Jainismo è il massimo tentativo in ambito spirituale per ridurre o annullare la violenza perché insegna che ogni singolo essere vivente, dal moscerino all'uomo, è un'anima eterna e indipendente, responsabile dei propri atti. I jainisti ritengono che il loro credo insegni all'individuo come vivere, pensare e agire in modo tale da rispettare e onorare la natura spirituale di ogni essere vivente, al meglio delle proprie capacità. L’impegno individuale finalizzato alla percezione della realtà cosmica eterna consente di liberarsi dai karma accumulati nelle precedenti esistenze e di porre fine al ciclo trasmigratorio di morti e rinascite che incatena l’anima alla materia. Occorre sciogliere il nodo tra l’anima e la materia, determinato dai frutti delle azioni che sono state compiute, sia cattive che buone, che generano inevitabilmente karma (negativo o positivo).

A differenza dell’Induismo, in cui l’uomo subisce il proprio karma, nel Jainismo è l’individuo che interviene direttamente sul proprio karma e se nel Buddismo si cerca una “via di mezzo”, nel Jainismo ogni individuo è dotato di un’anima propria attiva nel processo della sua stessa Liberazione, e il distacco è un passaggio indispensabile per ottenere la rifusione nell’Assoluto. Predicando un'assoluta non-violenza, il Jainismo prevede una forma estrema di vegetarismo: la dieta del fedele è da sempre molto restrittiva: oltre a non cibarsi di alcun animale, esclude anche molti vegetali che contengono princìpi di vita, e quindi l’anima, estirpando le quali si uccide l’intera pianta, come bulbi, radici, patate, carote e rape, e anche il miele non può essere mangiato perché è prodotto mettendo in pericolo la vita delle api. Persino l'acqua viene filtrata al fine di non ingerire involontariamente piccoli organismi. È fatto divieto di mangiare, bere e viaggiare dopo il tramonto ed è invece necessario alzarsi prima dell'alba, poiché la luce del sole (e quindi del mondo) deve cogliere l'uomo sveglio e vigile.

Malgrado il numero esiguo rispetto al totale della popolazione, in India i jainisti si mettono in evidenza e molti di loro occupano posizioni importanti nel mondo degli affari e in quello della scienza. Godono anche di una certa importanza nella cultura indiana, avendo contribuito in modo significativo allo sviluppo della filosofia, dell'arte, dell'architettura, della scienza e della politica dell'intero paese (lo stesso Mahatma Gandhi, apostolo della pace e della non violenza, fu profondamente influenzato dallo stile di vita pacifico proposto dal Jainismo, integrandolo nella sua personale filosofia, e la città di Ahmedabad viene spesso associata alla sua figura, con il suo semplice ashram sulle rive del fiume Sabarmati meta di pellegrinaggio). 

Fra i templi (derasar) più belli e importanti vi sono il Dilwara presso il monte Abu e il Bhagwan Adinath derasar, quest'ultimo di recente costruzione e situato nella città di Vataman. Nelle foto del grande artista Sergio Pessolano si può riconoscere la città di Palitana, nella regione di Gujarat, in cui c’è un sito sacro per i cultori del Jainismo: si tratta della collina di Shatrunjava, un luogo così sacro e venerato dai pellegrini – che ogni anno accorrono numerosissimi – che neanche i monaci possono risiederci. Su questa collina sono presenti una infinità di templi – non esiste un censimento completo ma si stimano circa 1.300 strutture – e una scalinata di circa 3.300 passi che rappresenta l’ascesa verso la salvezza. Un po’ come per La Mecca per i cultori dell’Islam, ogni cultore del Jainismo deve recarsi alla collina di Shatrunjaya almeno una volta nella vita.

Il luogo, come dice Pessolano nella sua intervista, è particolarissimo e trascina lo spettatore in un’atmosfera “magica” ed emozionante: la presenza di un numero incredibile di templi e il fatto che i dettami di questa religione dice che nessun essere vivente può essere oggetto di violenza, fa sì che la natura domini incontrastata su questa collina, con piante, insetti e animali più o meno pericolosi. I fedeli qui riuniti venerano le statue dei loro Tirthankara guardandole attraverso degli specchi situati nei tempi (per non osare di guardare direttamente le divinità con i propri occhi) e offrono loro oggetti simbolici con lodi cantate.

Qui incontriamo i due tipi di credenti: il religioso, errante, mendicante, insegnante e il pio laico. I monaci praticano un rigido ascetismo e si sforzano perché questa loro nascita sia l'ultima. I laici perseguono pratiche meno rigorose, sforzandosi di ottenere fede razionale e di fare buone azioni in questa nascita. A causa delle rigorose etiche radicate nel Jainismo, il laicato deve scegliere una professione e uno stile di vita che non coinvolga violenza verso se stessi e verso gli altri esseri umani. Per il Jainismo c’è un complesso sistema cosmologico composto da cinque stati dell’essere: la materia, lo spazio, il tempo, il movimento e l’immobilità e poi ci sono tre mondi, il medio con la terra, l’inferiore con l’inferno ripartito in sette strati e il superiore che comincia sopra le stelle e si estende fino ai confini dell’universo. Questa suddivisione è rappresentata nell’iconografia jaina come una forma umana alla cui testa corrispondono gli stadi superiori e ai piedi quelli inferiori. Inoltre, nel cosmo esiste una serie infinita di microrganismi (nigoda) che attraverso passaggi graduali compiono la trasformazione da esseri unicellulari fino a diventare animali, uomini e dei.

Il codice etico del Jainismo è considerato in modo molto serio e si basa su Cinque Giuramenti (come per i buddisti Panch Sheela), seguiti sia dalle persone laiche che dai monaci. Questi sono: la non violemza (ahinsa, o ahimsa), la verità (satya), il non furto (asteya), la castità (brahmacharya) e il non possesso o la non possessività (aparigrah). Per le persone laiche, “castità” significa confinare l'esperienza sessuale al rapporto matrimoniale. Per i monaci e le suore, ciò significa totale celibato. La non violenza coinvolge l'essere rigorosamente vegetariani. Ci si aspetta che il jainista segua i principi della non violenza in tutti i suoi pensieri, parole e azioni. 

I monaci e le monache swetambara-vestiti di bianco come quelli incontrati a Palitana possiedono solo un abito bianco, una ciotola per elemosinare il cibo e l’acqua, un bastone, un piumino per rimuovere gli insetti dal loro cammino e prima di sedersi e coricarsi, una pezzuola sulla bocca per non nuocere ai batteri dell’aria. Gli asceti Digambara-vestiti di cielo possiedono il piumino e il contenitore per l'acqua con cui lavarsi i piedi prima di entrare nei templi; elemosinano il cibo e l’acqua da bere nell'incavo delle mani giunte. I jainisti hanno pochi simboli fondamentali. Un simbolo jainista comprende una ruota sul palmo della mano. Quello più sacro è una semplice svastica spoglia.

 Dall’estrema forma di vegetarismo deriva il veganismo che, prendendo spunto dal Jainismo, limita la sopravvivenza umana a elementi come le verdure, l’acqua, il fuoco, la terra e l’aria. Il veganismo (neologismo creato da Donald Watson della Vegan Society di Londra negli anni Quaranta, contrazione del termine inglese vegetarian), è uno stile di vita incruento che sceglie di non sfruttare in alcun modo gli animali e che coinvolge non solo l'alimentazione e l'abbigliamento, ma anche la spiritualità, la vita quotidiana, l'interesse per l'ambiente. Chi è vegano infatti non mangia e non utilizza alcun prodotto di origine animale. 

Vorrei terminare ricordando, con un ultimo sguardo a una delle tante splendide fotografie di Pessolano, la fondamentale proposizione dottrinale jainista che dice “Vivi e lascia vivere, ama tutti, servi tutti” dove per “tutti” si intende ogni creatura umana, animale e vegetale, ma anche la terra, il vento, l’acqua, la rugiada, l’aria…

Testo a cura di Maria Teresa Protto.

Leggi anche: Facce: intervista a Sergio Pessolano 
Il prossimo appuntamento è per il 22 Dicembre.
Pubblicato: Venerdì, 22 Novembre 2013
Articolo di:  Patrizia Boi

Il JainismoIl JainismoIl Jainismo
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venerdì 22 novembre 2013

Fotografia: Sergio Pessolano e le sue Facce

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WSI
Venerdì, 22 Novembre 2013

REPORT - Italy, Arte

Facce: intervista a Sergio Pessolano

Un fotografo solitario

Facce: intervista a Sergio Pessolano

«Credo che l’unica ricchezza dell’uomo sia l’uomo stesso. Io cerco di preservare soltanto una piccola parte di questo immenso patrimonio fatto di gesti, sguardi, attimi. Voglio che le mie fotografie si comportino così, la priorità va all’emozione; poi subito dopo viene il contenuto… » scrive Sergio Pessolano, fotografo romano, classe 1956.

Fin dagli anni ‘70, ancora giovane studente di Medicina, ha documentato le manifestazioni di protesta di quegli “anni di piombo” con i suoi appassionati reportage, per giungere nella sua maturità a dedicarsi esclusivamente al reportage etnico e geografico come sottolinea il suo ultimo libro Frammenti di un mondo , ed. La Camera Verde. Ha viaggiato per più di trenta paesi per effettuare i suoi scatti: le sue immagini ritraggono soprattutto facce, occhi, sguardi, volti rugosi, visi luminosi, qualche volta scoprendo il colore, qualche altra dipingendo la bellezza delle culture più variopinte del mondo. Senza dubbio il viaggio contraddistingue la sua opera e di certo appartiene alla sua intrinseca natura.
I tuoi primi anni da fotografo sembrano legati alla passione politica: cosa ricordi delle piazze di quegli anni? A chi o a che cosa rivolgevi il tuo obiettivo?
Ai volti, agli sguardi, alle espressioni, alle passioni, agli istanti, all’intimità… Quei primi anni possono sembrare legati alla passione politica, in realtà mi sentivo solo un testimone, non avendo mai avvertito il bisogno di parteggiare per alcuna fazione politica. Ciò che mi interessava era semplicemente cercare di andare oltre perché, secondo il mio punto di vista, la fede politica, in ambito strettamente fotogiornalistico, può rappresentare una limitazione: come avere un filtro davanti agli occhi… Sentivo di non potermi dedicare serenamente al fotogiornalismo e abbracciare contemporaneamente qualche credo politico: si deve poter vedere tutto e non soltanto ciò che ci gratifica. Tutto quello che ho potuto guardare e osservare è perché ho sempre cercato di evitare qualsiasi giudizio e sentimento di parte… Delle piazze di quegli anni ricordo vividamente l’attesa, gli sguardi, i volti, i gesti… in altre parole l’umanità… 

Come è mutata la tua lente sottile dopo l’omicidio di Moro? Come è cambiata la manifestazione di protesta? Perché hai abbandonato quel genere di reportage? 
Ero troppo giovane per poter fare questo genere di valutazioni. Semplicemente mi sono ritrovato in una fase diversa, quella in cui “dovevo” laurearmi, perché quello era il condizionamento che mi ero autoimposto o forse mi era stato imposto dalla programmazione sociale e familiare Praticamente ora mi sento come se avessi tradito me stesso: ero inconsciamente convinto che la mia strada fosse quella della laurea in Medicina e questo mi ha impedito, anche per un solo attimo, di considerare la fotografia una possibile futura attività. In quel periodo, addirittura, ho abbandonato la fotografia… In realtà, solo diversi anni dopo la laurea, quando ho avuto finalmente la possibilità di viaggiare, sono ritornato alla mia antica, vera passione… In ogni modo, anche in quegli anni, sebbene non fotografassi più, la mia visione del mondo è sempre rimasta del tutto “fotografica”, fatta di istanti, di scatti, di un susseguirsi di immagini…

Nella tua vita svolgevi la professione di medico, come scoprivi con il teleobiettivo della tua intuizione i conflitti dei tuoi malati? Come li hai curati se li hai curati? O non hai potuto curarli?
Semplicemente sono riuscito a sdoppiarmi, a indossare una maschera idonea a compiere il mio dovere, ma è come se fosse stata un’altra persona a svolgere quell’attività… Ho, consapevolmente e nettamente, separato i due ruoli.

Che cosa rappresenta il viaggio nella tua vita e perché i tuoi viaggi sono sempre volti ad un altrove molto lontano dalla nostra cultura occidentale?
Il viaggio per me rappresenta anche una fuga dalla realtà quotidiana, ma soprattutto la possibilità e il privilegio di ridimensionarsi. Ecco perché ho scelto sempre mete molto lontane dalla nostra cultura e società che raffigurano il modo in cui vive la maggior parte della popolazione mondiale: noi apparteniamo a una minoranza di privilegiati e generalmente non ne siamo affatto coscienti… Quando tornavo dai miei viaggi, infatti, mi rendevo conto che la realtà di tutti i giorni esprime soltanto una minima parte di verità: a questo punto la trasformazione interiore diviene inevitabile… Sfortunatamente, non era e tuttora non è facile convivere con questa consapevolezza… La mentalità orientale, per esempio, è completamente diversa da quella occidentale: loro cercano di togliere, noi al contrario siamo dominati dal desiderio di aggiungere, di accumulare, rimanendo intrappolati in una spirale senza fine che ci porta inevitabilmente ad essere sempre più insoddisfatti. Essendo, per natura, minimalista, mi sono trovato sempre in sintonia con un modo alternativo di concepire l’esistenza.

Come si svolgono i tuoi viaggi? Come li progetti? Come li compi? Quali sono le immagini che vai ricercando?
Li progetto conformemente alla meta, per cercare di garantirne un’attuazione senza inaccettabili difficoltà: si tratta di viaggi molto singolari, a volte addirittura estremi… Vado alla ricerca degli itinerari antropologici, dei viaggi cosiddetti “etnografici”: mi interesso ad esempio delle varie celebrazioni in tutto il mondo, come la festa delle maschere in Burkina Faso, della scoperta di popolazioni che mantengono ancora gli usi e i costumi degli Incas, delle comunità Qero in Perù, oppure dei Koma, un’etnia del Camerun rimasta ancora all’Età del ferro… Oltre alla cultura e allo stile di vita di questi popoli sono sempre attento a tutto ciò che è comune, apparentemente banale, ad ogni essere umano: situazioni, gesti, anche minimi, che spesso sfuggono alla nostra attenzione. Mi concentro, o meglio, faccio il vuoto nella mente, e questi segni quasi impercettibili istintivamente mi saltano subito agli occhi…

Sei un animale paziente che aspetta che la sua preda da fotografare gli venga incontro o la vai a stanare di proposito? 
Posta in questi termini la domanda potrebbe sembrare irrispettosa, anche nei riguardi dello spirito della fotografia… direi che ci sono situazioni che richiedono differenti approcci. Non considero affatto i miei soggetti come delle prede, anzi, la gente, quando percepisce un simile atteggiamento, generalmente si rifiuta di farsi ritrarre… Per riuscire a fotografare le persone devi guadagnarti la loro fiducia e mostrare per loro un profondo rispetto… 

Cosa ti appassiona dell’atto di fotografare un volto, un’espressione, un movimento? 
Mi piace instaurare un rapporto con la persona, ottenere la sua fiducia, catturare un suo sguardo, un suo gesto e poi trasmettere quell’emozione autentica pure a chi non viaggia, in modo che attraverso le fotografie possa essere trasformato anche solo dall’immagine… Ci sono foto che hanno profondamente influenzato le sorti o le conseguenze di un conflitto… C’è una famosa fotografia, Stricken Child Crawling Towards a Food Camp, scattata nel marzo 1993 in Sudan durante la guerra civile dal fotogiornalista sudafricano Kevin Carter, Premio Pulitzer nel 1994, che è diventata icona e simbolo di un’Africa devastata dalle guerre: la foto mostra una bimba rannicchiata su se stessa, denutrita e indifesa e un avvoltoio nello sfondo che aspetta paziente e implacabile il momento per divorarla. L’immagine ha fatto il giro del mondo provocando immense critiche e scuotendo a tal punto l’opinione pubblica che probabilmente ha contribuito a salvare molte vite umane…

Preferisci misurarti con la Natura straordinaria e stupefacente o sei piuttosto un fotografo antropologo?
Mi ritengo un fotografo antropologo: in realtà, quello che avrei voluto fare veramente è il fotografo di guerra, il fotogiornalista. La mia vera passione è nata dalle manifestazioni di piazza, quindi preferisco operare dove c’è tensione. Probabilmente è una questione di adrenalina. In genere non avverto la paura, soprattutto quando sono ben calato nel ruolo e questo è un sentimento comune a tutti i fotografi di guerra. Inoltre, il mirino della fotocamera rappresenta nell’inconscio del fotografo una sorta di “barriera”, di finestra che ti fa sentire “protetto”. Sono anche attirato dai luoghi estremi, dove pure emerge questa sensazione: l’adrenalina conferisce lucidità consentendo di notare tutto…

Le tue foto sono spesso ritratti, dipinti di anime in posa: come riesci a convincere individui così diversi, di tutte le età e culture, a sottomettersi all’occhio indiscreto della macchina fotografica? Qual è la tua arma segreta?
Non sempre va così, molte volte, come dicevo prima, si rifiutano di farsi fotografare… Nella maggior parte dei casi però sono in grado di instaurare quel rapporto di fiducia che nasce quando riesco a trasmettere il mio sincero interesse per il soggetto da ritrarre, facendolo sentire importante e unico. E quando una persona capisce questo non rifiuta quasi mai di farsi fotografare, a volte superando anche le credenze religiose. Mi è capitato spesso di riuscire a fotografare anche gli “animisti”, i quali sono convinti che farsi fotografare porti via una parte della loro anima...

Dopo che hai effettuato i tuoi scatti ti diverte selezionare le immagini e lavorare sui dettagli o ti appassiona di più l’attimo che blocca l’immagine nella foto?
Ovviamente mi appassiona di più l’attimo, l’atto del fotografare… La post-produzione può essere gratificante, ma del tutto incomparabile con il viaggiare: alzarsi alle prime luci dell’alba, affrontare il sole cocente, la fatica, il sudore, cercare la situazione, il luogo, lo sguardo… Tuttavia la post-produzione consente anche di rivivere le emozioni dello scatto, del viaggio stesso…

Quanto tempo dedichi alla camera oscura? Quali caratteristiche tecniche preferisci dare alle tue foto?

La camera oscura ormai non esiste più, è stata sostituita da Photoshop… Generalmente sono molto attento soprattutto al colore, anche se negli ultimi anni il bianco e nero è tornato prepotentemente protagonista e devo ammettere che, molto spesso, rappresenta la scelta migliore in quel genere di immagini dove il colore “distrae” da ciò che si vuole comunicare. Comunque sono sempre piuttosto parsimonioso nello scattare, diversamente da quei fotografi che usano la fotocamera come una videocamera o una mitragliatrice… Mi concentro e istintivamente sento qual è il momento migliore per premere il pulsante di scatto: questo mi risparmia anche un notevole imbarazzo al momento della selezione. I miei soggetti non sono certo dei modelli che devi rendere necessariamente “belli” o gratificanti per chi osserva la foto e causando un inevitabile stravolgimento dello spirito di quel genere di fotografia. Cerco semplicemente di esaltare le tonalità o i dettagli, quando necessario. Qualche anno fa non esisteva la pletora dei sofisticati software di fotoritocco attuali: ormai le foto si possono addirittura” inventare”. In un certo senso la vera fotografia è morta; attualmente, perfino un esperto non può essere assolutamente sicuro se una foto sia del tutto vera o più o meno “costruita”… Con Photoshop si può fare qualsiasi cosa, diventare quasi un pittore e, spesso, addirittura un falsario…

Se dovessi fare un bilancio tra il tuo lavoro di medico e quello di fotografo, quale dei due ha stimolato di più la tua crescita personale e perché?Naturalmente il viaggio, il fotografare. L’attività di medico mi ha, per certi versi, alienato. Il vero me non è mai stato dietro a un camice bianco, ho sempre avvertito la necessità di muovermi, di trovarmi all’aria aperta. Ma la vita è strana, segue percorsi misteriosi… Lo accetto perché ho imparato a credere in una sorta di “karma”, per cui evidentemente “doveva andare così”. Tuttavia non è una considerazione che mi rasserena completamente: questa convinzione che non possiamo fare nulla per cambiare il nostro cosiddetto “destino” è piuttosto difficile da digerire. Credo al “destino”, non inteso come un’opera che qualcosa o qualcuno costruisce per noi, ma a qualcosa di già costruito, nel senso che tutto quello che deve accadere è già accaduto: dobbiamo solo “arrivarci”. In altri termini, noi avvertiamo il tempo come una dimensione che si srotola, ma in realtà, secondo Einstein e Gödel, le due teorie della relatività riducono lo scorrere del tempo, particolarmente il “presente” a un’illusione, e a parere di Boltzmann e di molti altri fisici le leggi naturali non sono nemmeno in grado di distinguere la direzione del tempo che va dal passato al futuro da quella opposta. Di conseguenza, non sembrerebbe affatto assurdo ipotizzare il tempo come una dimensione “statica”, come un binario percorso da un treno: quella è la strada che il treno deve seguire, non può cambiare direzione, ma deve solo passare attraverso varie stazioni.

Queste sono riflessioni di viaggio fatte durante gli interminabili tragitti in mezzo alle savane, ai deserti, alle montagne. In quelle situazioni hai tempo per riflettere; la natura, la magnificenza delle montagne, del paesaggio, le lunghe attese, i contesti umani che attraversi stimolano l’introspezione, cosa puoi fare se non osservare e pensare? E riflettendo profondamente e in silenzio in quei luoghi straordinari, desolati e misteriosi ti arriva un briciolo di consapevolezza, il che richiede spalle molto robuste… Forse è proprio per questo che nel mondo occidentale si evita, in genere, di soffermarsi su tali tematiche. Infatti, quando cerco di condividere il mio pensiero, nella stragrande maggioranza dei casi i miei interlocutori mi guardano con gli occhi spalancati e cambiano subito discorso, come se non avessero affatto ascoltato. Ho la sensazione che tutto ciò che facciamo sia più volto ad abbassare il livello di consapevolezza che ad elevarlo.

Qual è il viaggio che non hai ancora potuto fare e che farai di certo? 
Sono tanti i posti che non ho ancora visitato, non sono mai stato in Australia o negli Stati Uniti e, anche se ti sembrerà strano, nemmeno in diverse parti dell’Italia, come ad esempio la Sardegna… Il viaggio che farò di certo prossimamente? Mi piacerebbe andare in Ecuador, soprattutto alle isole Galapagos, una vera e propria fucina naturalistica: lì Darwin iniziò a lavorare all'opera L'origine delle specie. È un’esperienza che un vero viaggiatore non dovrebbe lasciarsi sfuggire…

Che cosa pensi di esplorare di un popolo, di una cultura di un’etnia attraverso le tue immagini?
La loro essenza, il loro modo di vivere. Anche nel contesto di viaggi tematici finalizzati a realizzare dei reportage, mi sono ritagliato molto tempo senza obiettivi precisi, per “documentare” tutto ciò che riguarda le persone, l’uomo, senza etichette, senza preconcetti, anche la cosa più semplice, la gente che incontri per strada, la gestualità, la sua attività quotidiana. Per me è proprio nelle cose più comuni che si riflette lo spirito di una popolazione... 

Quale luogo attraverso cui hai viaggiato ti è rimasto più impresso e perché? 
Ogni luogo mi ha regalato esperienze singolari, ma indubbiamente l’India è la meta che più mi ha coinvolto, tant’è vero che ci sono stato ben otto volte: è un continente pieno di etnie, una fucina incredibile di umanità, cultura, archeologia. Ci puoi andare anche cento volte ed è sempre come la prima volta, ti insegna ogni volta qualcosa su cui riflettere... Poi ricordo una spedizione sulle Ande, a cavallo e a piedi, un viaggio estremo, per raggiungere i Qeros, popolazioni discendenti direttamente dagli Incas. Un itinerario di molti giorni, percorso prevalentemente a piedi, ad una altitudine media di 4.500-5.000 metri: attraversare montagne, dormire a 10° sottozero, camminare dalla mattina alla sera su continui dislivelli, molto spesso arrampicarsi su dirupi scoscesi, dove il freddo non ti lascia mai… un viaggio che va fatto in ottime condizioni fisiche, che ora temo di non possedere più…

Qual è il più bel ricordo che hai di un rapporto nato tra te e il soggetto fotografato?
Quello che io ricordo in maniera più intensa non è il rapporto con una sola persona, ma con una situazione che mi ha talmente colpito da commuovermi profondamente: mi è capitato durante un reportage realizzato in India. Mi trovavo a Palitana, nello Stato del Gujarat, il più importante centro religioso jainista e il più grande complesso di templi del mondo: la collina Shatrunjaya dove sorgono più di 900 templi (oltre 3.000 sulle colline circostanti), squisitamente intagliati nel marmo e costruiti nel corso di 900 anni, dall’11° secolo in poi, da generazioni di jainisti. Il jainismo è una branca dell’induismo a cui appartengono generalmente le classi sociali più agiate. Sono vegetariani estremi, la cui filosofia di vita è basata sulla non-violenza: sono quelli con il fazzoletto bianco e la mascherina davanti alla bocca per evitare di fare del male al più piccolo essere vivente, fosse anche un microbo. Quando sono arrivato nel tempio principale, dedicato al primo tirthankar, lord Adinath (Rishabdeva), dopo aver percorso una scalinata di 3.800 scalini, lì nel tempio principale in cima alla collina, era presente la maggiore concentrazione di fedeli: erano uomini e donne vestiti di bianco – le donne anche di rosso –, una moltitudine di anime che percorrevano i corridoi di questi templi con le statue bianchissime, portavano offerte passando in mezzo alle statue, versavano l’acqua per purificarsi, facevano senza sosta magnifiche composizioni floreali, cantavano soavemente i loro mandala accompagnati da suonatori di vari tipi di strumenti, creando un’atmosfera emozionante e travolgente. 

Difficilmente si è preparati a sopportare tanta sconvolgente bellezza, tanto che catturavo immagini con gli occhi umidi, quasi in uno stato di trance. La folla di anziani, giovani, bambini, il canto, la serenità, i fiori, mi inducevano a credere quasi di essere morto e giunto in Paradiso, quello dell’immaginario iconografico popolato dalle anime con le vesti bianche… In quel luogo, come in molti altri, ho lasciato una parte di me… Proprio così, mi sento quasi frammentato: un pezzetto in India, uno in Sudamerica, un altro in Africa, un altro ancora in Burkina Faso, e così via… Nel mio contesto abituale è rimasto solo lo scheletro, come le navi che si arenano e ne avanza soltanto la carcassa, il resto se lo sono mangiato i pesci… I miei pezzi li ho perduti, o meglio lasciati, durante i miei viaggi, ne restano frammenti sulle fotografie. Poi, quando parto nuovamente per un viaggio, tutti i tasselli si ricompongono, come per magia: una specie di forza misteriosa richiama tutto all’interezza e finalmente ritrovo il mio “io”…

Che cosa vedi negli occhi della gente che catturi con i tuoi obiettivi?
Me stesso…

Che cosa ti hanno insegnato tutti gli sguardi che hai incrociato? Come ti hanno cambiato?
Mi hanno ridimensionato, semplicemente… in una misura più umana… mi hanno trasformato nel senso che tutto quello che io ritrovo quando torno a casa, nella cosiddetta civiltà, mi sembra una sorta di follia collettiva… Se mi hanno donato tanto, i viaggi, mi hanno tolto una buona parte del senso della vita di tutti i giorni: ci affanniamo per delle sciocchezze, corriamo qua e là senza sapere dove vogliamo andare, perché lo facciamo… non ci interessa altro che accumulare… tutto ciò mi dà un senso di isolamento…

Che cosa non vorresti mai fotografare?
Non c’è nulla che non vorrei fotografare, non ho mai pensato alla fotografia come a qualcosa talvolta da “non fare”, non potrei incorporare un qualsivoglia concetto di “negazione” alla fotografia. Per me la fotografia è l’interpretazione della vita e astenersi dal fotografare qualcosa significherebbe anche rinunciare a imparare da quel qualcosa…

Qual è il tuo prossimo progetto?
Come ti ho detto vorrei andare in Ecuador e nelle isole Galapagos. Vorrei farmi accompagnare da mio figlio Davide, laureato in Ecologia Marina: per lui rappresenterebbe anche un’esperienza professionale.

E noi ci auguriamo che anche i nostri giovani si appassionino al viaggio… se non altro almeno quello della fantasia. Perché queste fotografie stimolano l’immaginazione… e lo spazio creativo ha il potere di ricollegarci con l’originaria bellezza e l’essenza del cosmo… Cosa potrei ancora aggiungere alla poesia di questi scatti straordinari e alle suggestive parole che hanno riempito il tempo della nostra intervista?  Posso forse pormi delle domande che non abbiano la pretesa di reclamare risposte… Riusciremmo anche solo a immaginare un’esistenza libera da oggetti accatastati negli armadi? Da evitabili impegni che affollano la nostra sopravvivenza quotidiana? Da affannate corse verso mete indefinite e senza senso? Da spostamenti frettolosi attraverso folle di sguardi inconsapevoli? Chiediamoci se ne siamo ancora capaci… e domandiamoci poi se siamo preparati ad affrontare quell’enorme spazio vuoto che si verrebbe a creare, a popolarlo di desideri, sogni e pensieri solo nostri che lo trasformerebbero in un personale, discreto, invidiabile, emozionante spazio di vita in cui ricercare la nostra autenticità. E se siamo in grado di possedere serenamente questo tempo svuotato da tutti i bisogni, dalle paure, dagli obblighi, dai condizionamenti imposti dal sistema, dalla pubblicità, dalla malattia del consumo!

Sergio non fa altro che ricordarci quello che siamo già stati, aiutandoci a guardare con quel terzo occhio con cui non siamo più abituati a vedere. E lo fa attraverso i suoi ritratti, cogliendo, con l’obiettivo della sua attenzione, i sorrisi spontanei dei bambini, i gesti genuini delle donne, la saggezza antica degli anziani… oppure sottolineando le tinte intense delle vesti, la soavità degli sfondi, la straordinaria bellezza dei paesaggi… Sono luoghi immensi e spesso isolati, lontani dalla nostra realtà non solo come distanza geografica, ma decisamente distanti dal nostro modo di pensare ormai abituale e immersi in quel tempo senza tempo che richiama il concetto di assoluto. Anche se l’occhio indiscreto di un “Grande fratello” indefinito come una divinità misteriosa ci osserva, possiamo di certo cominciare a sognare e a viaggiare anche attraverso la magia di queste foto…

Per maggiori informazioni:
www.sergiopessolano.it
Leggi anche: Il Jainismo
Il prossimo appuntamento è per il 22 Dicembre.
Pubblicato: Venerdì, 22 Novembre 2013
Articolo di:  Patrizia Boi

Facce: intervista a Sergio PessolanoFacce: intervista a Sergio PessolanoFacce: intervista a Sergio Pessolano
Facce: intervista a Sergio PessolanoFacce: intervista a Sergio PessolanoFacce: intervista a Sergio Pessolano

martedì 19 novembre 2013

Appello di Gemma AZUNI: solidarietà per la catastrofe causata dal maltempo in Sardegna

Aggiornamento di stato
Di Gemma Azuni
COMUNICATO STAMPA

ROMA CAPITALE 
Assemblea Capitolina
Gruppo Sinistra Ecologia Libertà

19.11.2013
SARDEGNA
AZUNI (SEL): Solidarietà a popolo sardo - riconoscimento dei diritti negati 

Le notizie che giungono da ieri mattina, da parte dei miei familiari e dei miei conterranei, accrescono, di ora in ora, il dolore per l’immane tragedia che ha ulteriormente messo in ginocchio l’intera Sardegna, già martoriata sia sul piano economico sia sul piano occupazionale con gli indici di disoccupazione adulta e giovanile più alti d’Italia.
Si contano già 17 vittime di cui 4 bambini. Speriamo che la strage si fermi qui, anche se, purtroppo, non si hanno notizie di quale sia la situazione in molti piccoli centri ancora completamente isolati e irraggiungibili dai mezzi di soccorso.
In questo momento di grande sofferenza mi unisco alla voce dei miei conterranei, finora rimasta inascoltata, per denunciare il rapporto di causa effetto fra una scellerata politica del territorio e il disastro che ha colpito la nostra terra. 
Una apocalisse annunciata, questa, dalla presenza dell’elevato rischio idrogeologico presente sull’80% del territorio mai messo in sicurezza con interventi preventivi risolutivi.
Sul banco degli accusati c’è una politica, nazionale e locale, che ha barattato i Sardi ed i loro diritti, con l’irrimediabile distruzione di meravigliose ricchezze paesaggistiche a favore di inutili cattedrali industriali e pianificazioni urbane spregiudicate finalizzate alla mera speculazione edilizia. 
Una irrimediabile distruzione che grava, unicamente, sulla coscienza di una mala politica che ha negato ai cittadini persino il diritto alla mobilità, ripetutamente richiesto anche in seno alla Comunità Europea dai sardi emigrati, ora impossibilitati a raggiungere i propri cari per i prezzi proibitivi dei mezzi di trasporto aerei e marittimi.
Continuerò a farmi portavoce, nei luoghi istituzionali, dei diritti negati da sempre e auspico che tutti i sardi si uniscano nel riscatto di quella dignità troppo spesso calpestata da scelte politiche ed amministrative che ora si sono rivelate drammaticamente infauste.
Invito, anche come componente dell’ Esecutivo Nazionale della FASI, tutti i nostri associati/e e i cittadini/e, presenti sul territorio nazionale ed internazionale, a mobilitarsi con un gesto di solidarietà per la raccolta di fondi a sostegno delle famiglie, delle realtà agro-pastorali e delle imprese sarde, promossa dalla Federazione Associazioni Sarde in Italia.

Queste sono le coordinate bancarie per le sottoscrizioni:
C/C intestato a FASI
Banca: BANCO DI SARDEGNA – MILANO CENTRO
IBAN: IT 64 K 01015 01600 0000 0004 5161
BIC (per estero): BPMOIT22
Causale: Solidarietà Sardegna 

Maria Gemma Azuni
(Sinistra, Ecologia Libertà)
Assemblea Capitolina - Roma Capitale

venerdì 15 novembre 2013

Intervista agli artefici de L'Arte della Felicità: Premio Arca Cinema Giovani per il miglior film italiano a Venezia

http://www.wsimagazine.com/it/diaries/report/cultura/l-arte-della-felicita_20131115082525.html#.UoYUIfJd7Z4


WSI
Venerdì, 15 Novembre 2013

REPORT - Italy, Cultura

L'Arte della Felicità

Intervista agli artefici del film.

L'Arte della Felicità

Quest’anno, al Festival di Venezia, la 28ma Settimana Internazionale della Critica è stata aperta dal film d’animazione L’arte della felicità, opera prima del regista Alessandro Rak. La produzione tutta italiana di Luciano Stella, co-sceneggiatore dell’opera insieme allo stesso Rak, ha coinvolto numerosi artisti e professionalità del mondo partenopeo, riuscendo a realizzare la pellicola in due anni e con un budget ridottissimo di soli 800 mila euro.
Il film, Premio Arca Cinema Giovani per il miglior film italiano a Venezia - assegnato da una giuria con più di settanta ragazzi tra i 18 e i 26 anni -, è un lavoro originale e coraggioso che ha visto un mondo di giovani appassionati scambiarsi i ruoli e le conoscenze nell’ottica di una crescita personale e di una lotta per far emergere un genere, quello dell’animazione per adulti, nel nostro paese ancora sconosciuto. AL'arte della felicità, infatti, è andata anche la menzione speciale della Fedic (Federazione Italiana dei Cineclub), "perché è un esperimento intelligente e coraggioso di animazione italiana che utilizza, sullo sfondo di una Napoli finalmente non convenzionale, questa tecnica anche per sviluppare tematiche attuali adulte".

Grazie alla forza armonica e melodica della colonna sonora dei musicisti Antonio Fresa e Luigi Scialdone e di altri professionisti del mondo partenopeo, le immagini popolano lo schermo e si ingigantiscono vibranti e acquose all’occhio stupito dello spettatore che s’immerge nel mondo putrido e debordante di una città al limite del collasso e di un carattere – quello della napoletanità – tendente al disordine e al lamento chiassoso. Il film, distribuito da Istituto Luce Cinecittà, è stato presentato al Multicinema Modernissimo di Napoli nell’ambito della nona edizione de L’Arte della Felicità - Incontri e conversazioni dedicata al “Desiderio”, tenutasi dal 23 al 29 settembre, e sarà in sala nei cinema italiani per la fine di ottobre. Patrizia Boi ha intervistato il gruppo degli artefici della casa di Produzione Mad, il Produttore Luciano Stella, il Regista Alessandro Rak e i musicisti Antonio Fresa e Luigi Scialdone.

Luciano Stella, L’Arte della Felicità “è la proposta di un dialogo aperto, positivo, capace di prolungarsi e moltiplicarsi nel tempo. È un dialogo tra scienza e religione, tra filosofia e spiritualità, tra gente comune e testimoni d’eccellenza. È un invito alla parola, al confronto non parlato, alla comprensione, all’apertura”. È da questo che nasce il titolo del film? Dalle tue convinzioni e passioni?
Il film nasce anche dal titolo di questa manifestazione che organizzo insieme a Francesca Mauro da nove anni. L’Arte della Felicità è l’arte della vita, intesa come l’arte di saper reagire, di essere consapevoli di quello che ci succede, di trovare soluzioni per ristabilire un equilibrio, un positivo stupore delle cose che ci possono capitare. È un’arte del mutamento, non un’arte della fissità, perciò ogni anno decliniamo un tema del vivere quotidiano come può essere la rabbia, la paura, l’amore, la felicità, la solitudine e, quest’anno, il desiderio. Invitiamo ospiti nazionali e internazionali di cui spesso abbiamo sentito parole interessanti, non accademiche, istruzioni e tecniche provenienti da diverse tradizioni del pensiero e dell’azione umana – come la psicologia, la sociologia, i percorsi spirituali –, utili a ognuno di noi. Il confronto è sempre estremamente aperto e genera un calderone, tutto napoletano nel senso migliore del termine, che mischia senza barriere i più diversi protagonisti – compreso lo stesso pubblico napoletano – incrociando la necessità di creare comunità e dialogo in una realtà, che la crisi – sia essa economica, sociale, familiare, personale, etica –, mette in evidenza. 

Napoli è una società difficile e questo favorisce L’Arte della Felicità, è nelle situazioni estreme che l’essere umano, sentendo un terreno poco solido sotto i piedi, viene messo a dura prova passando attraverso le più svariate emozioni. Da tutto questo nasce il film che, fortunatamente, non è nulla di pedagogico, non è nulla di confuso, ma, grazie all’incontro con Alessandro Rak e a tutti i giovani artisti e tecnici che hanno collaborato con straordinaria passione sotto la sua guida, è diventato un’altra cosa. È una storia di finzione, quindi è una storia più vera ancora, non è un dialogo di gente saccente, ma la storia finta/vera di persone che perdono qualcosa, attraversano un tunnel di dolore e cercano un loro nuovo equilibrio. Il film si esprime con qualità artistiche, di narrazione, visiva e musicale, di linguaggio nuovo – l’animazione per adulti – individuando, grazie alla sperimentazione che Alessandro Rak ha messo in scena in maniera forte e sentita, una forma di narrazione cinematografica innovativa che è stata riconosciuta anche a Venezia. 

Luciano Stella, “mutare prospettiva è spesso uno degli strumenti più potenti ed efficaci che abbiamo a disposizione quando ci confrontiamo con i problemi quotidiani della vita”, come possiamo creare la nostra felicità? Come muta prospettiva il protagonista della nostra vicenda?
Non ci sono ricette, ovviamente. Ognuno di noi possiede un certo bagaglio di esperienze a disposizione. Un primo passo utile è la consapevolezza di ciò che ci accade, la capacità di vedere i propri pregi ma anche i propri difetti, le proprie contraddizioni in ciò che sta accadendo, di osservarne i meccanismi per comprenderci meglio prendendone una sana distanza. Come dice nel film lo zio Luciano: “In realtà il segreto della felicità è un segreto che costruisce ognuno, cioè è la propria singola capacità di fare i conti con la propria vita e il proprio destino”.

Alessandro Rak, un film è sempre un gioco di squadra che vede il regista come un grande allenatore, come hai composto e condotto la tua squadra? E come la tua squadra ti ha fatto crescere in questo gioco? 
Vivendo a Napoli da sempre, frequentando i luoghi del fumetto, dell’illustrazione e dell’animazione, ed essendo l’animazione un percorso poco noto in questo territorio, conoscevo il panorama degli appassionati di queste arti. In questi ambienti, inoltre, c’è sempre stata la voglia di coinvolgersi vicendevolmente all’interno dei progetti – parlo dei lavori di gruppo come l’animazione piuttosto che di fumetto e illustrazione che sono discorsi più intimisti. Infatti si genera una crescita inevitabile nel confronto dei modi di intendere il segno, il rapporto tra forma e contenuto, uno scambio reciproco che arricchisce tutti. Un altro disegnatore non fa le stesse cose tue e non osserva il mondo allo stesso modo, ma vede un altro universo complicatissimo e questo tra gli appassionati stimola una reciproca curiosità. 

Una delle più facili strade di esplorazione è quella del sogno, il quale attiene al concetto di archetipo. Lavorare sull’archetipo è il modo migliore di creare comunione tra degli artisti, possono esserci circostanze culturali di nascita, di genesi, come la napoletanità, in cui è più facile coordinare i disegnatori. La scena che riguarda il Vesuvio, per esempio, è stata aiutata da questo meccanismo che ha consentito di costruire in comune accordo l’immagine, mettendo in rilievo, attraverso il parabrezza di un taxi, l’ esplosione dell’’inconscio privato del protagonista mescolato con l’inconscio collettivo della napoletanità.

Alessandro Rak, ci racconti come nasce un’animazione? Quanta fatica c’è dietro la velocità di un disegno? Quante persone sono necessarie per muovere l’immagine fissa del foglio? O lo schermo immobile del computer? 
Non ci sono regole precise, il discorso è molto elastico. Nel caso specifico del nostro film, ci sono state scene più intime che rappresentavano un momento privato del protagonista gestite con spontaneità da un unico disegnatore e scene che hanno richiesto un lavoro molto più complesso di partecipazione di tutte le diverse professionalità dell’animazione, come la scena del Vesuvio, costruita facendo lavorare in parallelo più artisti con tecniche diverse. Il nostro pensiero-guida è stato di creare una corrispondenza tra quello che si metteva in scena e come lo si metteva in scena, anche perché la corrispondenza tra ciò che si mette in scena e i retroscena crea più ispirazione e facilita la creazione.

Alessandro Rak, come hai coniugato la caratteristica del film di essere a tratti poetico e romantico con questa tua Napoli traboccante di spazzatura e di chiasso che diventa frastuono?
Penso che Napoli abbia tutte e due le anime: noi l’abbiamo voluta cogliere in un momento di massima defaillance, ma è la stessa città che ci fornisce quegli elementi romantici, passionali e di emozione forte che il film mette in luce.

Alessandro Rak, secondo il Dalai Lama Tenzin Gyatso “dobbiamo imparare bene le regole, in modo da infrangerle nel modo giusto”. Quali sono le regole della tua città? Quali regole infrange Sergio per sopravvivere? Ci sono regole nella patria dell’assenza di regole? 
Ti rispondo con una frase del protagonista che dice: “Sono confuso perché ci vedo chiaro”, vale a dire che in un momento in cui riesco a fare un po’ di luce sulle regole che imprigionano il nostro vivere non è che mi si illumini la strada di come andare a risolvere un mio percorso privato o sociale. Nel costruire si cerca di darsi delle regole che invitano a infrangere il nostro modo strutturato di percepire. Costruiamo delle regole di cui siamo artefici e infrangiamo regole di cui siamo vittime.

Alessandro Rak, la spazzatura che intasa Napoli è un microcosmo che ricorda il macrocosmo del nostro paese? Quali sono i valori perduti? Qual è la prospettiva di Sergio? E quella di suo fratello, Alfredo, il grande assente?
L’immondizia viene presentata come un discorso avanguardistico dell’Apocalisse, il problema dei rifiuti in Campania cioè si estenderà a tutto il mondo se non troviamo delle soluzioni a questa produzione. La spazzatura metaforicamente può rappresentare la storia precedente che, anziché spianare la strada al futuro, illuminarla o chiarirla, diventa ostacolo del presente. Il taxista non risolve minimamente il problema, nessuno dei due è in grado di farlo, ma ognuno di loro fa fronte alla storia in modo diverso: il tassista finisce per girare in tondo all’interno della propria città, nella propria storia, nel proprio vissuto, in una ciclicità che lo blocca mentre la spazzatura continua a crescere, mentre l’altro fratello costruisce un suo percorso lineare che va dalla nascita alla morte attraverso questa idea del viaggio, dello spostamento alla ricerca del sé. E in questo percorso non guarda più agli ostacoli come a qualche cosa che impedisce di continuare l’esplorazione ma come a una parte integrante del percorrere.

Alessandro Rak, il tuo film è stato definito logorroico e ridondante, mentre, come suggerisce Tenzin Gyatso: “Ricorda che talvolta il silenzio è la migliore risposta”. Dove metti in atto questo principio? In quali scene fai parlare il silenzio? 
Il fatto che ci sia un grande scorrere, un gran parlare all’interno della messa in scena per me non rappresenta un obbligo all’ascolto, spesso il parlare è scavalcato dalla musica, forse questa ridondanza è un valore che danno gli altri. Io ho cercato di rappresentare il parlare come un frastuono…
Luciano Stella: il protagonista sta in uno stato di ruminazione di pensieri costante, nella condizione di mente disordinata, perché chi si mette in silenzio in realtà sente un rumore immenso, osserva la sua mente/parola senza parola arrivando quasi a uno stato di shock perché scruta le proprie paure e angosce. Anche Alfredo alla fine parla troppo, nemmeno lui riesce a stare veramente in silenzio, perché in realtà se non sai stare nel rumore delle piazze, laddove c’è il rumore del mercato invasivo e forte, non c’è silenzio che tenga. La salvezza non sta nel silenzio ma nell’attraversare il rumore…

Alessandro Rak, se non è il chiasso è l’armonia e il ritmo che riempie ogni spazio, come hai vissuto questa simbiosi appassionante e catartica con Antonio Fresa e Luigi Scialdone?
Al di là di Gigi e Antonio che chiaramente hanno contribuito tantissimo alle musiche, c’è stata tutta una scena partenopea che bisogna mettere sullo stesso piano. Antonio e Gigi hanno composto dei pezzi appositamente per il film, ma ci sono stati altri musicisti come Luca Di Maio o Dario Sansone che hanno lavorato con noi in maniera quasi simbiotica. Dario è il cantante dei Foia, un gruppo napoletano emergente, e, mentre lavorava all’interno del discorso visivo, allo stesso tempo preparava il suo CD. Tutti quanti eravamo appassionati della scena musicale partenopea, che in questo periodo è molto viva, perciò sentivamo con piacere i pezzi di amici e conoscenti mentre lavoravamo al film, al punto che questi disgraziati musicisti ci deformavano le scene. Così abbiamo deciso di inserire alcuni dei loro pezzi… tutto il film è nato da talenti che sono emersi nel corso dei lavori…

Antonio Fresa e Luigi Scialdone, laddove abbondano spazzatura e chiacchiere, sboccia invece la musica… Come avete lavorato per riempire le scene di malinconia e tristezza, di armonia e ritmo?
Antonio Fresa: Il fatto che Alessandro abbia scelto dei pezzi con questa sperimentazione ha reso più interessante la musica, perché la parte più ritmica e più discorsiva della narrazione del film era in qualche modo risolta. Noi ci siamo così dovuti occupare solamente di accompagnare i momenti del film in cui l’emotività saliva. Al di là del tema principale dei due fratelli su cui avevamo fatto una ricerca musicale che senza dubbio ci ha influenzato, dovevamo andare a tessere – come si fa con l’organo nella musica sacra – dei momenti su cui poggiare alcuni dialoghi. In questo Alessandro è stato molto esigente perché voleva che la musica avesse una serie di ripartenze, non fosse affollata nel pensiero ma in qualche modo lo contenesse e quindi ci ha messo a dura prova costringendoci a scrivere parecchia musica prima di trovare i motivi giusti. L’esperienza è stata molto utile perché, nella composizione della musica per immagini, gli spazi sono sempre molto ravvicinati, invece in questo film abbiamo potuto sperimentare una composizione in cui gli spazi sono molto dilatati e vedo che ci è riuscito bene. 

C’è da dire un’altra cosa io scrivo musica con Luigi Scialdone da una decina d’anni e questa è una cosa rara, presuppone un’affinità spirituale non indifferente, una grande stima reciproca. Noi veniamo da approcci musicali molto diversi, Luigi è un’autodidatta, mentre io sono più accademico: molto spesso mi trovo ad essere interessato al suo approccio, lui mi fa scoprire lo specchio di quello che qualche volta posso non trovare dentro me stesso e questo succede sia nella composizione che nell’esecuzione. Il tema dei due fratelli ci appartiene perché la nostra è una collaborazione che va avanti anche se non ci confrontiamo verbalmente. Noi abbiamo la fortuna di essere interscambiabili, anche se io sono pianista e lui chitarrista, eppure Gigi a volte scrive pianoforte, cosa che dovrebbe essere il mio mestiere, oppure capita a me di scrivere un pezzo, ma è come se lo avesse scritto Gigi, perché non è la mia cifra, sono progressioni armoniche più tipiche della sua esperienza musicale, mentre io provengo da un’esperienza jazzistica infarcita di armonici superiori…
Luigi Scialdone: Da lui io ho preso anche molto della musica classica, l’uso dell’orchestra, come scrivere, lui è un maestro che spesso non ha una scrittura propriamente classica, insomma tra noi c’è un interscambio totale. La scena del gabbiano iniziale, un pezzo più propriamente classico che appartiene come formazione più a lui, invece l’ho concepito io e poi abbiamo continuato insieme…

Antonio Fresa e Luigi Scialdone, quali giocatori compongono la vostra squadra e con quali strumenti attaccano o si difendono?
AF: Le altre musiche vengono dalla scelta del regista, noi abbiamo semmai supportato le altre musiche…
LS: Noi abbiamo composto all’incirca la metà della musica, di fatto una sorta di ponte tra le varie scene, mentre la musica proposta dal regista descrive il momento della scena, noi siamo la voce narrante e i protagonisti assoluti nel descrivere il rapporto tra i fratelli che viene poi eseguito pianoforte- violino…

Antonio Fresa e Luigi Scialdone, come colloquia la vostra musica con il protagonista della storia? In quali momenti vi confondete con Sergio? Che cosa rappresenta la musica per la loro napoletanità?
AF: Una caratteristica della napoletanità di Sergio è che lui cerca un risultato nell’arte, non nell’affermazione della produzione della sua arte, un contratto discografico è qualcosa di marginale, l’importante è fare musica per un piacere interiore, per una ricerca della qualità e dell’introspezione attraverso l’arte… Noi siamo i due protagonisti, i due fratelli ma senza una identificazione precisa. I due fratelli sono un’unica cosa che poi si scinde per provare nuove strade: Alfredo decide di andare dove vuole andare e Sergio decide di andare dove i passeggeri gli chiedono di andare, un po’ una metafora della vita…
LS: I due fratelli rappresentano ciò che la musica o in generale l’arte è. La musica ti arriva da una sensazione, da uno sguardo, da un sorriso o da un rapporto stretto con una persona. E quando la musica finisce, quando non c’è più una relazione, quando i due fratelli si dividono, la musica scompare. La musica è qualcosa che arriva dalla comunicazione con gli altri, dall’esterno, non è qualcosa che nasce dall’interno, tu sei solo un canalizzatore, più la tua antenna è bassa più dall’alto ti arriva…

Antonio Fresa, quando sali in cattedra il tuo pianoforte come è connesso con i desideri dell’anima? Qual è il volo che vorresti fare? E quello più alto che hai già fatto? 
Il volo che vorrei ancora fare è continuare a fare quello che sto facendo: mi sembra la cosa più difficile che esiste, ma io vorrei continuare a dare corso a questo circolo d’energia. Mi sono sempre annoiato a lavorare da solo, l’ho dovuto fare molti anni della mia vita perché sono diplomato in pianoforte, non puoi immaginare quanta solitudine richiede lo studio del pianoforte. però fondamentalmente sono una persona che ama lavorare insieme agli altri. Mi sono ritagliato, infatti, insieme a Luigi e a Luciano, un ruolo di coproduttore per aiutare gli altri, i giovani, a emergere. Voglio cercare di salire sul palco finché ho forza, continuare a scrivere musica e mettere in circolo le idee e la creatività di quelli che mi stanno attorno, mi sembra il volo più alto da fare…

Luciano Stella, cos’è il tempo nel mondo del desiderio? In quale spazio di sogno si muove il volo di Sergio?
Il suo tempo è proprio il tempo della memoria, del presente e di un futuro incerto. In qualche modo lui sta in tutto quello che a qualunque essere umano capita, c’è la compresenza del tempo presente e di altri tempi, il desiderio del futuro, la memoria del passato… Sergio attraversa il disagio dei tempi, non riesce a trovare una stabilità tra presente, futuro e passato, attraversa di fatto tutti i tempi. Il fratello Alfredo, invece, dovendo fare i conti con la forte presenza della fine del tempo – almeno inteso come il tempo della vita – vive una fase estrema che gli consente di vivere il presente, di stupirsi ancora, di svegliarsi, lavarsi, respirare, sentire il fruscio della natura, la musica… Sergio scopre pian piano il tempo del presente con la sua possibilità di cambiamento attraverso il desiderio. Lui desidera incontrare una donna misteriosa, anzi la sua possibilità di equilibrio rinasce dall’innamoramento che mette in luce il tempo del desiderio e della riapertura del cuore a tutti i tempi, il futuro angoscioso, il passato confuso, il presente con un nuovo stato di benessere…

Luciano Stella, cosa hai seminato nell’inverno del tuo film? Cosa è germogliato ora? Cosa raccoglierai e accoglierai nel tuo futuro di produttore? 
Il mio futuro ha un desiderio legittimo e semplice che nasce dal percorso, fatto per costruire un film di animazione sull’arte della felicità. Quando si è aperta la possibilità di produrre questo film, c’è stato l’incontro con una serie di persone straordinarie, musicisti, disegnatori, il regista Rak e anche giovani informatici, ragazzi di talento provenienti da tutte le classi sociali della città. L’occasione di aver lavorato con questi talenti più giovani di me, di essere riuscito a non essere banalmente pedagogico e nostalgico per la mia età, di aver avuto un’apertura anche personale a questa differenza di età, di energie, di cultura, si trova tutta dentro il film. Questo è quello che vorrei continuare a fare. Vorrei continuare sulla strada dell’animazione. Da questo mio desiderio è nata una factory, la società MAD Musica Animazione Documentari, dove Mad significa anche Pazzo perché rappresenta la lucida follia di voler tenere insieme i personaggi incontrati nel fare questo film, un calderone di talenti creativi non da imprigionare ma a cui dare un terreno di confronto per favorire altre possibili fioriture…

Luciano Stella, quanto hai dovuto vivere nella stessa gabbia per dimenticarti delle sbarre che ti impedivano di volare via? Sei già volato via o volerai più alto?
Sto nella gabbia ogni giorno, sono incapace di non crearmi gabbie, poiché amo il lavoro e costruire cose finisce per costruire gabbie. L’importante è averne consapevolezza e non averne frustrazione, questo ci rende relativamente imprigionati. Se sappiamo che stiamo anche costruendo limiti siamo sempre in gabbia e mai in gabbia. Nessuno può pretendere di non avere vincoli, l’importante è conviverci con consapevolezza. Il film vuole essere un superamento della gabbia. Anche la gabbia insegna ad accettare i limiti.

Luciano Stella, come è nato 'Fotogrammi di desideri', le cinque anteprime che sono state trasmesse al Modernissimo di Napoli? 
Il tema di questa nona edizione come abbiamo detto è il desiderio, come sempre affrontato attraverso conversazioni in case private o in luoghi più ampi, attraverso spettacolo, arte e cinema. Il cinema è sempre stato presente, ma quest’anno abbiamo dedicato vari momenti cinematografici al tema del Desiderio declinato in molti modi…

Luciano Stella, ci racconti quale è stato il programma?Il cinema, il documentario e non solo, aiutano il confronto emotivo, visivo… c’è uno psicoterapeuta che ha fatto un montaggio di frammenti sul desiderio. Si trattano anche le situazioni sociali di conflitto, di desiderio, di libertà come la situazione palestinese, possono essere desideri di libertà o anche desideri imprigionati che si scontrano e si applicano a tutti noi. Abbiamo proposto al Modernissimo ben cinque anteprime di qualità oltre all'atteso lungometraggio del nostro film: lo spagnolo Arrugas di Ignacio Ferreras, già considerato un piccolo capolavoro dell'animazione per adulti; il documentario dell'artista iraniano Shahram Karimi Open the door realizzato con i detenuti del carcere di Spoleto; Il riscatto di Giovanna Taviani, documentario sull'avventura umana di Salvatore Striano; The black power mixtape dello svedese Goran Ollson sul movimento americano dal 1967 al 1975; 5 broken cameras di Emad Burnat e Guy Davis, primo documentario palestinese candidato quest'anno agli Oscar e già vincitore a Sundance…

Luciano Stella, che regalo ti ha fatto questo lavoro con un’equipe di giovani?
È stato davvero un grande scambio di energia. Alla mia età l’energia va verso la depressione, ma l’esperienza con questi meravigliosi giovani talenti è stata veramente rivitalizzante…

Che cosa possiamo ancora dire di questa meravigliosa esperienza napoletana dentro gli studi di MAD? È come ci avessero trasmesso l’arte della felicità facendoci riflettere sull’importanza del rispetto per l’altro e dell’ascolto dell’altro. Abbiamo visitato gli studi della MAD e incontrato tanti giovani intenti alla creazione delle immagini fantasticando sui loro sogni e desideri e, dalla meravigliosa Piazza del Gesù in cui si trova la società, abbiamo fatto un salto al Monastero di Santa Chiara. Dopo le tre ore di interessante intervista, un’immersione nella quiete e nella bellezza di quest’oasi di pace, ci ha consentito di approfondire la riflessione stimolata. Sfogliando l’opuscolo che ci ha donato Luciano Stella abbiamo poi concluso il viaggio con questa poetica frase: “Se esprimi un desiderio è perché vedi cadere una stella, se vedi cadere una stella è perché stai guardando il cielo, se stai guardando il cielo è perché credi ancora in qualcosa” (Bob Marley).
Pubblicato: Venerdì, 15 Novembre 2013
Articolo di:  Patrizia Boi

L'Arte della FelicitàL'Arte della FelicitàL'Arte della Felicità
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