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Scrittrice di romanzi, racconti, fiabe, favole e storie per l'infanzia. Autrice del romanzo "Donne allo specchio" Mef Firenze, della raccolta di Fiabe "Storie di Magia" Happy Art Edizioni Milano, del volume LegenΔe di Piante - Nostra Protezione ed equilibrio in terra (una raccolta di 12 leggende sulle piante ambientate nei dodici mesi dell’anno) pubblicato a puntate nel 2014 su Wall Street International Magazine.Nel giugno 2017 ha pubblicato per la Collana I Cortili della Casa Editrice dei Merangoli, il Saggio Ingegneria Elevato n - Ingegneria del Futuro o Futuro dell’Ingegneria?, scritto a quattro mani con suo fratello Maurizio Boi, con 150 Immagini Colore/BN del fotografo Sergio Pessolano.

lunedì 9 dicembre 2013

CORO PARPIGNOL: CONCERTO DI NATALE ALL'AVENTINO IL 20 DICEMBRE PRESSO LA BASILICA DI S.ALESSIO ALLE ORE 19,00

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Il 20 dicembre "Concerto di Natale" all'Aventino
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di Patrizia Boi

9 dicembre 2013
Il 20 dicembre Concerto di Natale all'Aventino
Inizia dicembre, tempo di bilanci e di regali. Parlo dei doni immateriali che innalzano il nostro spirito. Le strade cominciano a essere illuminate e le chiese promettono notti stellate. La musica è magia che ci eleva al Natale e  sempre per le Feste i canti ci accompagnano, le note riempiono i nostri cuori e volano insieme alle parole. Nella città tumultuosa come nel piccolo centro, nelle case aristocratiche come nelle umili capanne, le melodie natalizie alleggeriscono i nostri pensieri e ci proiettano verso un Nuovo Anno pieno di speranza. Cosa sarebbe un Natale senza la malinconia e la gioia dei soliti canti tradizionali? Chi priverebbe i bambini e il bambino interiore che giace abbandonato in ognuno di noi di questi magici incontri? Nelle case, nelle scuole, nelle chiese?
Abbiamo scelto per voi uno di questi momenti, un concerto di Natale nella straordinaria cornice della Basilica di S. Alessio all'Aventino.
Si tratta di un Evento organizzato dall'Associazione Culturale Musica Nova  e che vedrà esibirsi il Coro di Voci Bianche Parpignol in un programma di Musiche tradizionali natalizie di vari paesi e musiche di Domenico Bartolucci. Il Concerto messo a punto dal Maestro Tanaquilla Leonardis che dirigerà  il suo  Coro dei piccoli, intermedi e grandi, prevede un programma intenso e ricco che spazia da "O Tannembaum" (Germania), a "Minuit Chrétiens" (Francia), da Carol of the Bells (America) a Notte Santa (Italia – Maestro Bartolucci). Il ricavato  – offerta libera – sarà devoluto alla onlus Piccoli "Geni".
L'appuntamento è fissato per Venerdì 20 dicembre 2013 alle ore 19.30 presso la Basilica di S. Alessio all'Aventino – Piazza S. Alessio, 23 a Roma.
L'instancabile Maestro Leonardis ritorna dalla 10° Edizione del Concorso corale internazionale In…Canto sul Garda - Profanae et sacrae, tenutosi  in ottobre a  Riva del Garda, forte di aver ottenuto, sempre con il suo coro Parpignol,  la targa d'argento sia nella categoria P2 Cori di bambini e giovanili (Musica religiosa) che nella S4 Pop- Modern in un confronto senza pari con cori di adulti dall'esperienza consolidata.
Eppure i bambini e i giovani cantori sparigliano le carte del gioco, offrono energia e fantasia alla competizione facendo risuonare le loro vocine con professionalità e determinazione fino a ottenere  una buona valutazione della Giuria.
Ci vuole la pazienza, l'esperienza e la passione del Maestro per portare in scena questo spettacolo di suoni, di luci, di sorrisi e creare la compattezza e l'omogeneità del gruppo. Riesce a trasmettere la passione per la musica a tutti i coristi dal più grande alla più piccina Clara, di soli quattro anni e non meno agguerrita degli altri.
Le prove del mese di dicembre che si terranno come al solito presso la Chiesa di Nostra Signora di Lourdes a Tor Marancia saranno intensificate in modo da poter  giungere al giorno del Concerto senza sbavature, affinando ogni melodia, ogni ritmo, ogni cambio di tono.
Anche perché prima del concerto c'è l'appuntamento del Festival dell'Avvento che vedrà il Coro Parpignol impegnato nella Manifestazione Cori sotto l'albero - Terza edizione, dal 6 al 22 dicembre 2013, in un festival di cori che animerà le piazze e le Basiliche del centro storico di Roma.  Si tratta di uno spettacolo straordinario in cui si esibiranno Cori provenienti da ogni parte d'Europa nello splendido scenario della città eterna immersi nell'atmosfera incantata dell'attesa del Natale, dando vita ad un tripudio di suoni, canti, ritmi, nella policromia e fantasia della diversità dei costumi.
Il Coro Parpignol si esibirà nel pomeriggio di sabato 14 dicembre alle ore 17.00 in Piazza San Lorenzo in Lucina e domenica 15 dicembre alle ore 18.30 nel Largo San Carlo davanti all'omonima Basilica dei SS. Ambrogio e Carlo (Via del Corso 440) con una scelta di brani sempre riguardanti i temi natalizi.
Naturalmente il Concerto di Natale della Chiesa di Sant'Alessio è volto anche ad un pubblico di adulti e cittadini di ogni età e genere e sarà un'occasione di incontro e raccoglimento in previsione delle Festività.
Patrizia Boi

 
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sabato 7 dicembre 2013

Wall Street International Magazine: Perla, la donna scheletro di Patrizia Boi

http://www.wsimagazine.com/it/diaries/report/cultura/perla-la-donna-scheletro_20131207074155.html#.UqLu8PTuI_Y


REPORT - Italy, Cultura

Perla, la donna scheletro

Dalla profondità degli abissi al cuore di un uomo

Perla, la donna scheletro

C’era una volta un’isola selvaggia abitata da una tribù di uomini e donne alti e scuri. Dove fosse situata l’isola era difficile saperlo, forse in un altro tempo, o magari in un’altra galassia. La vita della tribù andava avanti con lentezza seguendo i ritmi delle stagioni e l’alternarsi del buio e della luce, stabilendo ruoli definiti per gli uomini e per le donne. Infatti, tutto ciò che accadeva in quel luogo, ogni evento, ogni situazione, ogni problema doveva necessariamente essere valutato dal Consiglio degli Anziani. Le riunioni si tenevano sotto una grande quercia posta al centro della piazza centrale e le decisioni venivano prese all’ombra della sua ampia chioma rassicurante e avvolgente.

L’esistenza dei membri discreti e silenziosi di quel popolo era scandita dalla regolarità del lavoro quotidiano e dai cicli dei pasti e del sonno. Il tempo si srotolava senza cambiamenti di rilievo: le nascite e le morti, i matrimoni e i riti di passaggio della pubertà e della vecchiaia, facevano parte dell’ingranaggio che cadenzava le ore e i giorni in un calendario di eventi circoscritto e immutabile. Un bel giorno capitò, però, un fatto piuttosto insolito per quel luogo: un fagottino azzurro venne trovato sul far del giorno in un cestino sotto la quercia. Racchiudeva una bimba splendida come una dea, con le labbra rosse come un lampone e la pelle bianca come la luna. 

Sogno di Fata
una neonata
dentro una cesta
tutta incartata
occhi di stella
bocca di cuore
nasce la luna
e il sole muore.


Le donne e gli uomini della tribù furono colpiti dalla straordinaria bellezza della neonata e stupiti per la diversità della sua pelle. I capelli scuri lisci e vellutati apparvero anch’essi inusuali rispetto a quelli neri, ricci e crespi degli altri membri della tribù. Si riunì immediatamente l’adunanza dei più saggi che decretò: “Questo è un dono del cielo, un messaggio degli dei per dare un insegnamento alla nostra gente”. La piccola fu chiamata Perla e venne affidata a un gruppo di donne anziane. Perla crebbe sana e robusta accudita come se fosse la figlia di una regina, mentre, di fatto, era un’orfana senza genitori. Il suo aspetto si fece ogni giorno più bello come si addice spesso a un mortale prescelto dalle divinità per una missione speciale. 

Come una stella
nata sul mare
piccola Perla
devi brillare
sei una regina
tanto carina
una farfalla
nella mattina.


Perla, però, avrebbe voluto essere una bambina comune, poter correre tra i prati, sottrarsi alla sorveglianza delle donne e godere della vita in piena libertà, non le piacevano affatto le regole imposte dalla tribù. Più diventava grande, poi, più si sentiva prigioniera: trovava un poco di sollievo solo quando era in compagnia dei suoi cuccioli di coniglio. Allora abbracciava il coniglietto di turno e gli ordinava: “Ora trasformati in un cavallo bianco e portami in cielo con le tue ali di seta”.

Sono il coniglio
bianco di giglio
pelle di seta
nella barbetta
occhi di fuoco
come un bel sole
sono il tuo sogno
di un grande amore.


Perla aveva imparato a sognare e riscaldare il suo cuore con la fantasia affidando spesso i suoi segreti alle piante che incrociava per strada: “Cara piantina, aiutami a fuggire da questo posto. Dammi ali d’uccello per volare in un’isola magica. Portami dal principe di un reame lontano”. Aveva poi la sensazione che la pianta le parlasse e che gli uccelli variopinti che volavano intorno le sussurrassero: “Tu sei la nostra amica, la Perla di quest’isola, noi porteremo i tuoi segreti sul soffio del vento e torneremo a liberarti per sempre”.

Così Perla si rasserenava e aspettava fiduciosa che i suoi amici, prima o poi, la conducessero da qualche altra parte, ma il tempo passava e in quell’attesa la bimba divenne una giovane fanciulla. Nonostante il suo stato non mutasse, Perla non si perdeva d’animo e continuava a desiderare di correre negli spazi sconfinati delle spiagge lontane o nella fitta boscaglia che ricopriva l’intera isola. Quando riusciva ad eludere la sorveglianza delle donne del villaggio cercava di arrivare al boschetto di faggi accanto al fiume dove l’aspettava sempre il suo amico Geppo, un cavallo bianco senz’ali che la portava sulla groppa per il boschetto mentre lei accarezzava il suo pelo vellutato. Perla gli domandava sempre: “Chi ti ha mandato qui a salvarmi? Quando potrai portarmi via? Sei il cavallino bianco del principe che mi sposerà?”. E così riempiva la sua esistenza di sogni e popolava la sua immaginazione intensa e ricca di amici e di animaletti magici.

Sogno e magia
sono miei amici
di fantasia
caldi e felici
ogni giornata
io mi diverto
erba fatata
io me la invento.


Del resto la vita non era facile nel villaggio. Uomini e donne erano sottoposti alla dura fatica quotidiana per procurarsi il cibo. Nessuno era esentato, nemmeno i più giovani e spesso le donne più robuste dovevano portare in spalla pesanti carichi soprattutto se non potevano permettersi muli e asinelli. Un bel giorno, però, giunse al villaggio uno straniero con una cesta di spezie per le donne della tribù. Mentre esponeva la qualità della sua mercanzia a un gruppo di anziane, vide Perla che passava con il suo mantello scarlatto e una cesta di frutta sulla testa. La chioma fluente e scintillante le cadeva delicatamente sulle spalle e dalla fascia verde con cui raccoglieva la sua capigliatura spuntava il suo sguardo misterioso. Il forestiero rimase accecato da tanta selvaggia eleganza e dai movimenti di quel corpo aggraziato e di perfetta proporzione. Lei fu colpita da quell’uomo alto con i capelli lunghi color del sole e lo guardò senza vergogna. Lui si avvicinò timidamente e le disse: “Io sono il principe che hai sempre sognato. Mi sono travestito da mercante solo per poterti incontrare, se verrai nel mio castello, sarai ricca e rispettata. Ti donerò rubini e smeraldi e vestiti fatti di stoffe pregiate. Sarai la mia sposa e la regina della mia gente”. Perla lo seguì senza esitazione e credette a tutte le sue promesse. Lui la portò in una capanna del bosco e quando furono soli la baciò. 

Giovani in fiore
bacio d’amore
cuori vicini
come rubini
rosa di maggio
vince il coraggio
senza ragione
è un’illusione.


Una donna che non si fidava di quell’uomo li seguì e quando vide quella scena corse subito ad avvisare la sua gente. La follia d’amore aveva acceso un fuoco: i due giovani non avevano rispettato le regole del sistema e sarebbero stati giudicati. Il Consiglio degli Anziani fu riunito e presto venne emesso il verdetto. L’uomo fu cacciato dall’isola con il divieto di non rimetterci mai più piede e la fanciulla fu legata, imbavagliata e buttata in fondo al mare nella baia degli scheletri, dove nessuno si avventurava mai. C’era la credenza, infatti, che chiunque si recasse in quella baia sarebbe stato catturato dalle piratasse del mare e tutti avevano un gran terrore di fare questa orrenda fine. Per questo motivo passò tanto tempo prima che la baia vedesse anima viva.

Perla sei stata
pelle di fata
occhi di notte
senza più note
ti han buttata
in fondo al mare
precipitata
senza fiatare.


Ma un giovane che non sapeva nulla di questa terrificante leggenda, un bel giorno giunse nella baia con il suo caicco e, sentendosi attratto da qualcosa di misterioso, gettò l’ancora e si fermò. Era convinto che la baia fosse incantata, che i riflessi argentati della luna sulla scogliera raccontassero di un antico e affascinante segreto, che quel luogo magico dovesse per forza essere colmo di pesce fresco e di qualche prezioso tesoro. Si riposò per qualche ora e prima del sorgere del nuovo giorno buttò la sua rete. Mentre aspettava che qualche pesce abboccasse cantò una canzone d’amore e subito si accorse che nella rete era caduto qualche grosso pesce.

O dolce mare
fammi sognare
una fanciulla
voglio trovare
dolce e gioiosa
splendida e vera
sarà mia sposa
per la vita intera.


Dai forti strattoni che sentiva immaginò un sostanzioso bottino di cui nutrirsi e – perché no - anche vantarsi, ma, quando tirò su quel pesce pesante, la rete gli scivolò dalle mani per il terrore. Uno scheletro di donna con le orbite rosse di coralli gli parve aggrapparsi alla sua barca. Quella visione orrenda lo fece tremare di paura e il suo cuore iniziò a battere forte forte. Non sapeva reagire a quello che vedeva e non riusciva a difendersi dal pericolo che emergeva dal mare. Così cercò di mettersi in salvo ma senza tanta lucidità. Tanto lui scappava verso riva, tanto lo scheletro si aggrovigliava in tutte le sue lenze. Quando toccò terra, il pescatore vide una baracca sulla spiaggia che sembrava disabitata.

Con la speranza di trovare una via di scampo si precipitò dentro. L’interno della baracca era pieno di ogni genere di cibo e bevanda e di un comodo giaciglio dove rifugiarsi. Convinto di essersi allontanato dalla tremenda allucinazione avuta in mare – magari per aver preso troppo sole – si rannicchiò dentro al letto e si rilassò un poco. Quando stava per crollare in un sonno profondo sentì un pianto disperato e una vocina che diceva: “Ho tanta fame!”. Alzò il capo per capire chi avesse parlato e si tirò su terrorizzato. Lo scheletro era lì accanto a lui e lo guardava dalle orbite vuote del teschio. Non si era accorto che quell’ossatura era avvolta alle sue lenze che erano irrimediabilmente legate a lui. Quando fu nello scuro di quella dimora in un primo momento ebbe un brivido al pensiero di essere insieme a quello spirito, ma nella calma dell’abitazione il pescatore si sentì sicuro e accese la luce per guardare meglio. 

Nella paura
non puoi vedere
quello che il cuore
di certo vede
se guardi bene
con l’altro occhio
nelle tue vene
arriva un soffio.


Forse l’effetto del fuoco rese lo spettacolo meno spaventoso tanto che nacque in lui una sorta di tenerezza per quello spettro. Allora timidamente chiese: “Chi sei? Perché mi segui?”. “Io sono Perla, la figlia della grande quercia. Un tempo ero una regina ma i miei sudditi mi hanno gettata in fondo al mare dopo avermi legato e imbavagliato. Ti prego, abbi compassione di me e liberami”, rispose lo scheletro. Allora il pescatore si fece coraggio e si avvicinò alla donna senza più timore e con tutta la sapienza delle sue mani la liberò dalle lenze e dalle funi che la legavano. Sciolse ogni nodo e ogni groviglio con pazienza e serenità. Poiché la donna aveva una fame spaventosa, lui le porse un’enorme pagnotta che giaceva su una grande cesta. “Grazie buon uomo, sono secoli che non mangio”, sussurrò Perla con la voce rotta dall’emozione, quindi prese il pane quasi con vergogna e lo divorò fino a esaurire la sua antica fame. Poi, però, per paura di intimorire il giovane, se ne stette immobile nel suo cantuccio. Il pescatore a questo punto fu vinto da un grande sonno, forse affaticato per aver sciolto il groviglio di fili. Durante il sonno fece un sogno commovente e una grande lacrima sgorgò dai suoi begli occhi. 

Sogna ragazzo
un suo sorriso
forse sei pazzo
già del suo viso
non puoi guardare
la sua bellezza
ma puoi vedere
la sua interezza.


La donna aveva una sete insaziabile e si dissetò abbeverandosi da quella lacrima. Bevve come se stesse attingendo da un pozzo profondo e placò tutta la sua sete. Poi, prese il cuore dell’uomo e lo strinse fra le mani. Come se un incantesimo fosse stato spezzato il suo corpo in un attimo si ricoprì di nuovo di carne. La donna rimise il cuore nel petto del pescatore e lo strinse nel suo abbraccio. Quando la mattina si risvegliarono l’uomo si trovò accanto la donna più graziosa che avesse mai visto. Aveva i capelli nerissimi come schegge d’ossidiana e la pelle candida come un giglio. Le loro mani si unirono e un grande amore sbocciò nei loro cuori vicini. Il pescatore disse a Perla: “Tu sarai la mia sposa e sarai regina di questo focolare”. La donna non lasciò mai più quella baracca e una nuova vita ebbe luogo in quel posto per lungo tempo isolato e solitario. Da quell’unione nacquero cinque splendide fanciulle tutte di pelle bianca e vellutata come la loro madre, ma i capelli arricciati come le altre donne dell’isola. 

Splendide ninfe
come dei cigni
anime dolci
come germogli
mani di seta
volto velato
nella casetta
d’oro perlato.


La nuova famiglia fu sempre nutrita dalle creature del mare e nessuna delle bimbe soffrì mai la fame. Divennero tutte splendide creature e la loro voce e il loro bel canto riempì di gioia e allegria tutta la baia. Nel villaggio si finse di non sapere che quella donna era la stessa fanciulla che fu buttata in mare molti secoli prima e piano piano la gente che lo abitava tornò a frequentare quel lembo di mare e a specchiarsi nello spazio magico e senza tempo di quella incantevole baia. La leggenda della donna scheletro veniva raccontata a tutti i bambini del villaggio un po’ per spaventarli quando non volevano stare buoni, un po’ per stimolare la loro curiosità nei confronti di un mondo sommerso e misterioso. 

Bimbo bimbetto
gaio e giocoso
forse furbetto
certo curioso
l’orbita vuota
non ti spaventi
guarda nel fondo
senti i lamenti.
Pubblicato: Sabato, 7 Dicembre 2013
Articolo di:  Patrizia Boi

Perla, la donna scheletroPerla, la donna scheletroPerla, la donna scheletro
Perla, la donna scheletroPerla, la donna scheletroPerla, la donna scheletro

mercoledì 27 novembre 2013

Sabato 30 novembre, ore 20.00 al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia dall'appassionata penna di Erika Maderna: AROMI SACRI FRAGRANZE

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NEWSLETTER - 30 novembre 2013
AROMI SACRI FRAGRANZE PROFANE
di Erika Maderna

Sabato 30 novembre, ore 20.00
Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia
Piazzale di Villa Giulia, 9 - Roma
google map

Parteciperanno:
Alfonsina Russo, Soprintendente per i Beni Archeologici dell'Etruria Meridionale
Paola Goretti, storica dell'arte e del costume
Erika Maderna, autrice del libro

Ai partecipanti sarà data in omaggio una confezione dikyphy realizzato da Aboca Museum basato su una particolare formula di Ramesse III: un prodotto del tutto naturale, in grado di profumare piacevolmente ogni ambiente.

Per la serata sarà allestito un percorso olfattivo con erbe officinali ed olii essenziali.
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PDFArticolo sul Wall Street International Magazine I
PDFIn collaborazione conRadio Show Italia
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Il Jainismo attraverso le foto di Sergio Pessolano e la voce di Maria Teresa Protto

http://www.wsimagazine.com/it/diaries/report/cultura/il-jainismo_20131122112733.html#.Uo_HS8RLOxU


WSI
Venerdì, 22 Novembre 2013

REPORT - India, Cultura

Il Jainismo

Vivi, lascia vivere e servi tutti

Il Jainismo

Vi è mai capitato di incontrare un uomo vestito completamente di bianco e con una mascherina di garza davanti la bocca? Ebbene, avete incontrato un devoto jaina che usa la mascherina per evitare di uccidere, ingerendoli, microbi o piccoli insetti… La sua religione è il Jainismo, religione che non crede in una rivelazione divina e, come il Buddismo, nasce in contrapposizione al pensiero induista e si basa innanzitutto sulla negazione di un dio.

Il Jainismo fu fondato da Rishabh Dev, una divinità minore nel Rig Veda del terzo periodo di Avasarpini, che aveva capito che gli uomini avevano bisogno di un insegnante (Tirthankara) per far fronte ai problemi della vita. Ma nel quarto periodo il male proliferò così tanto che ci vollero altri 23 insegnanti (Jina-Jaina,"vittorioso", “vincitore” delle transmigrazioni) per cercare di risolvere tutti i problemi. L'ultimo e il 24° fu Vardhaman (Colui che si accresce), un contemporaneo vicino a Buddha del V secolo a.C., epoca in cui il movimento religioso si organizzò per reazione contro il Brahmanesimo. Vardhaman è chiamato sia dai jainisti sia dagli indù anche Mahavir (Grande eroe) e aveva vinto sugli attaccamenti, sulle avversioni, sull’egoismo, sul materialismo, sulle passioni, sull’aggressività. Mahavir, come Siddharta, era figlio di un raja, e come altri jina, raggiunta progressivamente con l’ascesi la perfezione e l’onniscienza, predicò la via della salvezza.

Circa 200 anni dopo la morte di Mahavir, il capo dei monaci Bhadrabahu previde un periodo di carestia e condusse circa 12mila fedeli nell’India meridionale. Quando dopo vent’anni fecero ritorno nella loro terra, scoprirono che i jainisti che non li avevano voluti seguire avevano creato una setta (Shvetambar: coloro che vestono di bianco). Attualmente, vivono nell’India settentrionale, in particolar modo in Gujarat, e sono coloro che rappresentano iconograficamente il loro profeta e le sue reincarnazioni precedenti in posizione seduta su un fiore di loto come il Buddha. I seguaci di Bhadrabahu divennero i Digambar (coloro che vestono di cielo), più numerosi nell’India centro-meridionale, e che ancora oggi girano completamente nudi coperti di cenere bianca, più simili ai fedeli indù perché venerano le manifestazioni del loro maestro come tante divinità induiste.

Le due dottrine non hanno sostanziali divergenze di vedute, ma non riconoscono le stesse Scritture. Gli shvetambara ammettono l’eguaglianza dei sessi di fronte alla Liberazione; i digambara la respingono e si caratterizzano per maggior rigore. Contrariamente a quanto accade presso altre religioni, dove il progredire di rango nella gerarchia ecclesiastica comporta un sempre maggiore prestigio, maggiore ricchezza di paramenti e vistosi miglioramenti materiali ed esteriori, nel Jainismo, con il progredire dell’evoluzione sul piano spirituale, aumentano le rinunce e le restrizioni. 

Il Jainismo è il massimo tentativo in ambito spirituale per ridurre o annullare la violenza perché insegna che ogni singolo essere vivente, dal moscerino all'uomo, è un'anima eterna e indipendente, responsabile dei propri atti. I jainisti ritengono che il loro credo insegni all'individuo come vivere, pensare e agire in modo tale da rispettare e onorare la natura spirituale di ogni essere vivente, al meglio delle proprie capacità. L’impegno individuale finalizzato alla percezione della realtà cosmica eterna consente di liberarsi dai karma accumulati nelle precedenti esistenze e di porre fine al ciclo trasmigratorio di morti e rinascite che incatena l’anima alla materia. Occorre sciogliere il nodo tra l’anima e la materia, determinato dai frutti delle azioni che sono state compiute, sia cattive che buone, che generano inevitabilmente karma (negativo o positivo).

A differenza dell’Induismo, in cui l’uomo subisce il proprio karma, nel Jainismo è l’individuo che interviene direttamente sul proprio karma e se nel Buddismo si cerca una “via di mezzo”, nel Jainismo ogni individuo è dotato di un’anima propria attiva nel processo della sua stessa Liberazione, e il distacco è un passaggio indispensabile per ottenere la rifusione nell’Assoluto. Predicando un'assoluta non-violenza, il Jainismo prevede una forma estrema di vegetarismo: la dieta del fedele è da sempre molto restrittiva: oltre a non cibarsi di alcun animale, esclude anche molti vegetali che contengono princìpi di vita, e quindi l’anima, estirpando le quali si uccide l’intera pianta, come bulbi, radici, patate, carote e rape, e anche il miele non può essere mangiato perché è prodotto mettendo in pericolo la vita delle api. Persino l'acqua viene filtrata al fine di non ingerire involontariamente piccoli organismi. È fatto divieto di mangiare, bere e viaggiare dopo il tramonto ed è invece necessario alzarsi prima dell'alba, poiché la luce del sole (e quindi del mondo) deve cogliere l'uomo sveglio e vigile.

Malgrado il numero esiguo rispetto al totale della popolazione, in India i jainisti si mettono in evidenza e molti di loro occupano posizioni importanti nel mondo degli affari e in quello della scienza. Godono anche di una certa importanza nella cultura indiana, avendo contribuito in modo significativo allo sviluppo della filosofia, dell'arte, dell'architettura, della scienza e della politica dell'intero paese (lo stesso Mahatma Gandhi, apostolo della pace e della non violenza, fu profondamente influenzato dallo stile di vita pacifico proposto dal Jainismo, integrandolo nella sua personale filosofia, e la città di Ahmedabad viene spesso associata alla sua figura, con il suo semplice ashram sulle rive del fiume Sabarmati meta di pellegrinaggio). 

Fra i templi (derasar) più belli e importanti vi sono il Dilwara presso il monte Abu e il Bhagwan Adinath derasar, quest'ultimo di recente costruzione e situato nella città di Vataman. Nelle foto del grande artista Sergio Pessolano si può riconoscere la città di Palitana, nella regione di Gujarat, in cui c’è un sito sacro per i cultori del Jainismo: si tratta della collina di Shatrunjava, un luogo così sacro e venerato dai pellegrini – che ogni anno accorrono numerosissimi – che neanche i monaci possono risiederci. Su questa collina sono presenti una infinità di templi – non esiste un censimento completo ma si stimano circa 1.300 strutture – e una scalinata di circa 3.300 passi che rappresenta l’ascesa verso la salvezza. Un po’ come per La Mecca per i cultori dell’Islam, ogni cultore del Jainismo deve recarsi alla collina di Shatrunjaya almeno una volta nella vita.

Il luogo, come dice Pessolano nella sua intervista, è particolarissimo e trascina lo spettatore in un’atmosfera “magica” ed emozionante: la presenza di un numero incredibile di templi e il fatto che i dettami di questa religione dice che nessun essere vivente può essere oggetto di violenza, fa sì che la natura domini incontrastata su questa collina, con piante, insetti e animali più o meno pericolosi. I fedeli qui riuniti venerano le statue dei loro Tirthankara guardandole attraverso degli specchi situati nei tempi (per non osare di guardare direttamente le divinità con i propri occhi) e offrono loro oggetti simbolici con lodi cantate.

Qui incontriamo i due tipi di credenti: il religioso, errante, mendicante, insegnante e il pio laico. I monaci praticano un rigido ascetismo e si sforzano perché questa loro nascita sia l'ultima. I laici perseguono pratiche meno rigorose, sforzandosi di ottenere fede razionale e di fare buone azioni in questa nascita. A causa delle rigorose etiche radicate nel Jainismo, il laicato deve scegliere una professione e uno stile di vita che non coinvolga violenza verso se stessi e verso gli altri esseri umani. Per il Jainismo c’è un complesso sistema cosmologico composto da cinque stati dell’essere: la materia, lo spazio, il tempo, il movimento e l’immobilità e poi ci sono tre mondi, il medio con la terra, l’inferiore con l’inferno ripartito in sette strati e il superiore che comincia sopra le stelle e si estende fino ai confini dell’universo. Questa suddivisione è rappresentata nell’iconografia jaina come una forma umana alla cui testa corrispondono gli stadi superiori e ai piedi quelli inferiori. Inoltre, nel cosmo esiste una serie infinita di microrganismi (nigoda) che attraverso passaggi graduali compiono la trasformazione da esseri unicellulari fino a diventare animali, uomini e dei.

Il codice etico del Jainismo è considerato in modo molto serio e si basa su Cinque Giuramenti (come per i buddisti Panch Sheela), seguiti sia dalle persone laiche che dai monaci. Questi sono: la non violemza (ahinsa, o ahimsa), la verità (satya), il non furto (asteya), la castità (brahmacharya) e il non possesso o la non possessività (aparigrah). Per le persone laiche, “castità” significa confinare l'esperienza sessuale al rapporto matrimoniale. Per i monaci e le suore, ciò significa totale celibato. La non violenza coinvolge l'essere rigorosamente vegetariani. Ci si aspetta che il jainista segua i principi della non violenza in tutti i suoi pensieri, parole e azioni. 

I monaci e le monache swetambara-vestiti di bianco come quelli incontrati a Palitana possiedono solo un abito bianco, una ciotola per elemosinare il cibo e l’acqua, un bastone, un piumino per rimuovere gli insetti dal loro cammino e prima di sedersi e coricarsi, una pezzuola sulla bocca per non nuocere ai batteri dell’aria. Gli asceti Digambara-vestiti di cielo possiedono il piumino e il contenitore per l'acqua con cui lavarsi i piedi prima di entrare nei templi; elemosinano il cibo e l’acqua da bere nell'incavo delle mani giunte. I jainisti hanno pochi simboli fondamentali. Un simbolo jainista comprende una ruota sul palmo della mano. Quello più sacro è una semplice svastica spoglia.

 Dall’estrema forma di vegetarismo deriva il veganismo che, prendendo spunto dal Jainismo, limita la sopravvivenza umana a elementi come le verdure, l’acqua, il fuoco, la terra e l’aria. Il veganismo (neologismo creato da Donald Watson della Vegan Society di Londra negli anni Quaranta, contrazione del termine inglese vegetarian), è uno stile di vita incruento che sceglie di non sfruttare in alcun modo gli animali e che coinvolge non solo l'alimentazione e l'abbigliamento, ma anche la spiritualità, la vita quotidiana, l'interesse per l'ambiente. Chi è vegano infatti non mangia e non utilizza alcun prodotto di origine animale. 

Vorrei terminare ricordando, con un ultimo sguardo a una delle tante splendide fotografie di Pessolano, la fondamentale proposizione dottrinale jainista che dice “Vivi e lascia vivere, ama tutti, servi tutti” dove per “tutti” si intende ogni creatura umana, animale e vegetale, ma anche la terra, il vento, l’acqua, la rugiada, l’aria…

Testo a cura di Maria Teresa Protto.

Leggi anche: Facce: intervista a Sergio Pessolano 
Il prossimo appuntamento è per il 22 Dicembre.
Pubblicato: Venerdì, 22 Novembre 2013
Articolo di:  Patrizia Boi

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