Gli Esseri del Regno di Fantasia non si arrendono mai, che siano umili fanciulle o giovani coraggiosi, splendide principesse o nobili principi, piumosi pulcini o soffici aquilotti… Fatine ed elfi, vecchine sapienti e bimbi giudiziosi, uccelli variopinti e farfalline leggiadre si aggirano nel Mondo di Fata Immaginazione, Tessitrice dei nostri Sogni…
Informazioni personali
- Patrizia Boi
- Roma, Roma, Italy
- Scrittrice di romanzi, racconti, fiabe, favole e storie per l'infanzia. Autrice del romanzo "Donne allo specchio" Mef Firenze, della raccolta di Fiabe "Storie di Magia" Happy Art Edizioni Milano, del volume LegenΔe di Piante - Nostra Protezione ed equilibrio in terra (una raccolta di 12 leggende sulle piante ambientate nei dodici mesi dell’anno) pubblicato a puntate nel 2014 su Wall Street International Magazine.Nel giugno 2017 ha pubblicato per la Collana I Cortili della Casa Editrice dei Merangoli, il Saggio Ingegneria Elevato n - Ingegneria del Futuro o Futuro dell’Ingegneria?, scritto a quattro mani con suo fratello Maurizio Boi, con 150 Immagini Colore/BN del fotografo Sergio Pessolano.
mercoledì 10 maggio 2017
venerdì 5 maggio 2017
La fretta del tempo e il Potere del Silenzio di Patrizia Boi
On the street
Il silenzio ci salverà dalla fretta?
La perdita di valore del tempo

Deserto, foto di Sergio Pessolano
Negli ultimi anni il Tempo ha perso il suo valore, è diventato difficile anche bloccare un solo attimo. I secondi si susseguono veloci e sono incessantemente occupati da qualche compito da svolgere oppure dal vortice del "messaggiamento" cosmico che ci perseguita ogni giorno. Dalla mattina quando ci alziamo, alla sera prima di andare a dormire, siamo letteralmente bersagliati da parole, immagini, suoni, rumori fastidiosi, da qualche impegno a cui far fronte, fosse anche quello di rispondere a un sms, a una telefonata, a un’incombenza generata dal meccanismo della burocrazia. È come se improvvisamente tutti fossimo privati del tempo, quel tempo intenso ed espanso da dedicare alla nostra parte più creativa, al nostro bambino interiore, al nostro sviluppo, alla gioia di connessione con il Tutto. Come possiamo concentrarci su qualcosa d’importante se le informazioni, i compiti e le responsabilità ci sovrastano?
È stato rilevato che mediamente non siamo capaci di mantenere la concentrazione per più di otto secondi, sempre distratti da qualcosa e intrattenuti da qualcos’altro. Ci siamo abituati ad occuparci di tutto e nello stesso tempo di niente vestendo un abito mentale che non ci differenzia più gli uni dagli altri, tutti allo stesso modo - adulti, ragazzi e bambini - trascinati in un pazzesco e assordante luna park del rumore, dal chiacchiericcio della mente, al bombardamento dei media, al martellamento di "messenger".
Prendendo in prestito un’immagine creata da Massimo Fini e Carlo Rubbia a proposito del denaro, possiamo figurarci il tempo, affrettato, mentre effettuata la sua folle e assurda corsa ad alta velocità sul treno della modernizzazione e l’uomo contemporaneo che, incredulo, non riesce a scegliere le fermate e le stazioni dove transitare e dove scendere, sempre sospinto dal chiasso, dall’assordante baccano che lo rincorre. Come si spiega nel video Bleep. Ma che… bip… S(app)iamo veramente? di William Arntz, Betsy Chasse, Mark Vicente uscito in Italia nel 2014, «Il nostro cervello elabora quattrocento miliardi di informazioni, ma noi siamo coscienti solo di 2000 di esse, significa che la realtà si svolge sempre all'interno del cervello che riceve le informazioni». Come possiamo cogliere le informazioni importanti se siamo frastornati dal bombardamento continuo di esse? E se corriamo appresso a ogni stimolo, come possiamo prendere coscienza della nostra, forse più vera, ma senz’altro più importante, realtà interiore?
È di recente uscito un nuovo saggio del cardinale Robert Sarah, una lunga intervista da parte del giornalista francese Nicolas Diat, intitolato La forza del silenzio. Contro la dittatura del rumore, pubblicato a Parigi all’editore Fayard. Si tratta di una riflessione sul silenzio dell’uomo, di Dio, dell’uomo davanti a Dio e di Dio davanti all’uomo, dove si invitano gli uomini a entrare nel silenzio, perché tutto il resto è illusione. Secondo Sarah «L’unica realtà che merita la nostra attenzione è Dio stesso, e Dio tace. Aspetta il nostro silenzio per rivelare se stesso». Anche perché l’assenza di silenzio comporta una perdita del senso del sacro, la dittatura del rumore arriva a profanare, infatti, la sacralità delle cose.
Sarah prende spesso spunto da Soren Kierkegaard e afferma che nel cuore dell’uomo c’è «un silenzio innato, perché Dio abita nel profondo di ogni persona. Dio è silenzio, e questo silenzio divino abita l’uomo. In Dio, noi siamo inseparabilmente legati al silenzio. La chiesa può affermare che l’umanità è figlia di un Dio silenzioso». Non stiamo parlando naturalmente di quel Dio che minaccia il suo popolo con l’idea del castigo eterno. In un tempo di grandi tecnologie, di sistemi antigravitazionali, campi magnetici, ecc. non possiamo avere ancora «quest'idea di Dio superstiziosa e arretrata», afferma Judy Zebra "JZ" Knight (Ramtha), «Dio deve essere più grande della più grande debolezza umana e anche della più grande abilità umana. Dio deve addirittura trascendere quanto in noi è più rimarchevole ed emulare la natura nel suo assoluto splendore». E noi uomini, piccole «unità di carbonio sulla terra, nelle zone più remote della Via Lattea», come possiamo conoscere l’ampiezza di Dio Onnipotente?
Proviamo a incentrare l’attenzione sul Silenzio, sul suo potere e sulla sua pienezza. Anche quando il caos quotidiano riempie tutto lo spazio, tentiamo di fare silenzio, di far tacere la mente, di spegnere tutti i marchingegni che emettono suoni, di distaccarci dall’incessante e interminabile catena di connessioni tangibili e intangibili da cui siamo attratti. Improvvisamente lo spazio si allarga, si trasforma in un luogo di forza, si riempie di infiniti particolari, si manifesta in tutti i suoi aspetti possibili. Il silenzio riempie di luce e illumina le idee, ci fa percepire meglio il corpo, fa scattare la soluzione di problemi apparentemente irrisolvibili, genera nuove conoscenze.
Mi viene in mente la città di Timoka, nel film Il silenzio (Tystnaden), diretto da Ingmar Bergman nel 1963 - ultimo episodio della Trilogia del silenzio di Dio -: si tratta di una città sconosciuta, una terra dove uomini e donne si aggirano senza riconoscersi e senza comprendersi. Mi sembra che questa sia diventata la nostra terra di oggi, un mondo sempre più disumanizzato, una Babele dalle mille informazioni dove tutti parlano e nessuno ascolta. Per ascoltare bisogna essere attenti, per ritrovare l’attenzione occorre il Risveglio e per risvegliarsi bisogna percorrere la via del silenzio. «Cercare il silenzio. Non per voltare le spalle al mondo, ma per osservarlo e capirlo. Perché il silenzio non è un vuoto inquietante ma l'ascolto dei suoni interiori che abbiamo sopito», afferma l’esploratore norvegese Erling Kagge. Nel suo libro Il silenzio. Uno spazio dell'anima (Einaudi 2017), scritto dopo i mesi trascorsi nell'Artide, al Polo Sud o in cima all'Everest, ha riscoperto il potere della contemplazione dei propri ritmi e di quelli della natura immergendosi totalmente in quegli infiniti silenzi. Ricordiamo che anche per Charlie Chaplin «Il silenzio è un dono universale che pochi sanno apprezzare. Forse perché non può essere comprato. I ricchi comprano rumore. L’animo umano si diletta nel silenzio della natura, che si rivela solo a chi lo cerca».
Secondo il sistema L’Albero della vita del russo Arkadij Petrov, per rigenerare il nostro corpo, i nostri organi, i nostri denti, dobbiamo aumentare considerevolmente la nostra capacità di concentrarci. E come possiamo concentrarci se non fermiamo l’incessante distrazione a cui ci conduce la mente? Aprendo il cuore al silenzio infinito della nostra anima riusciamo a comprendere che ogni suono del mondo si crea da questo silenzio e nuovamente ritorna nel silenzio. E sappiamo che questo silenzio è come un illimitato oceano divino e che i suoni sono come delle onde. Dal silenzio sorge tutto, il suono, la parola, il sapere. Dio, prendendo tutti i suoni del mondo, trasmette la conoscenza e noi la possiamo apprendere immergendoci nel silenzio. Lo stesso Gesù, dopo aver ricevuto il battesimo, trascorse un certo periodo di riflessione nel deserto, per comprendere meglio il significato di ciò che era avvenuto sul fiume Giordano. Andò nel deserto e lì rimase, in silenzio, solo con se stesso, a meditare su quell’episodio che lo aveva trasformato.
Oggi l’uomo teme il deserto delle parole e del suono, preferisce il frastuono ininterrotto alla scoperta di sé e del mondo. E non si rende conto che, per dirla con il poeta Khalil Gibran, «Esiste un momento in cui le parole si consumano e il silenzio inizia a raccontare». Lo sanno bene tutti i Maestri, dal loro silenzio nasce la conoscenza. Se due Maestri si incontrano sono capaci di trasmettersi il sapere senza parole, è sufficiente la loro forte intenzione (cfr. Il Potere dell'Intenzione di Wayne W. Dyer, Corbaccio, 2005).
Il silenzio è lo strumento prediletto anche dai monaci per congiungersi con Dio. I benedettini lo propongono da circa un millennio: il rispetto della “Santa Regola” impone, infatti, di «custodire sempre il silenzio con amore, ma soprattutto durante la notte». La notte ci racconta il silenzio delle stelle, il mistero degli astri, il segreto dei pianeti e la verità di Dio. La luce nera della notte è quella che porta dentro di sé ogni possibile sviluppo, ogni creazione, ogni accadimento. È quella che somiglia alla tenebra primordiale che, secondo Elémire Zolla, è anteriore a quella visibile, a quella che ci aggredisce e circonda la notte. È tenebra lucente, in un silenzio parlante. «Il mondo antico insegnava dunque a orecchie non sempre aperte che anteriore alla luce che illumina il mondo esiste una luce mentale, nera». Per lo Pseudo Dionigi «Quanto più fitta è la tenebra, tanto più risplende e altamente irraggia; quanto più è impalpabile e invisibile, tanto più inonda di mirabili splendori le menti senza sguardo per le cose sensibili». Nel Racconto dell'arcangelo imporporato del filosofo Sohrawardi si legge: «avviati fiducioso là dove si ha piena coscienza della tenebra. Quando di tenebra sarai tutto circondato e serrato, quando sarai confitto nella notte, avrai fatto il primo passo».
Sciamani, maestri e sapienti di tutti i tempi, hanno sempre sostenuto che accettare la tenebra totale e immergersi in essa avrebbe condotto l’uomo a vedere finalmente la sua luce nella fonte della vita. Il silenzio e la luce nera generano una forza che può governare la tirannia del tempo, costringendolo ad amplificarsi e a raggiungere i vertici dell’Eternità. Come sostiene Sergio Pessolano, della cui opera fotografica ho stralciato delle immagini che mi riportano al Silenzio, «la materia oscura è simile alla tela di un ragno che connette, tenendoli “uniti”, tutti gli oggetti dell’Universo. In altri termini la materia oscura è l’invisibile “scheletro” dell’Universo». E ha ragione, se il 95% dell’Universo è sconosciuto, è materia oscura, può darsi che «… una fluttuazione di questo vuoto quantistico privo di spazio e di tempo e con entropia zero, creerà nuovamente il tutto dal nulla». È dal silenzio che nasce la poesia e giganteggia poi nei secoli impassibile al trascorrere del tempo.
Ho conosciuto il silenzio
delle stelle e del mare, il silenzio dei boschi prima che
sorga il vento di primavera.
Il silenzio di un grande amore, il silenzio di una profonda pace dell’anima
Il silenzio tra padre e figlio
e il silenzio dei vecchi carichi di saggezza
(Edgar Lee Masters)
delle stelle e del mare, il silenzio dei boschi prima che
sorga il vento di primavera.
Il silenzio di un grande amore, il silenzio di una profonda pace dell’anima
Il silenzio tra padre e figlio
e il silenzio dei vecchi carichi di saggezza
(Edgar Lee Masters)
Nasce come autrice di romanzi, racconti, fiabe, ma pubblica anche biografie, articoli e interviste. Progetta eventi culturali e opere pubbliche occupandosi con passione di parchi, piste ciclabili e lavori ferroviari.






Didascalie
- Dune, foto di Sergio Pessolano
- Zebre di notte, foto di Sergio Pessolano
- Cammelli, foto di Sergio Pessolano
- Scolara, foto di Sergio Pessolano
- Siccità, foto di Sergio Pessolano
- Donne arabe, foto di Sergio Pessolano
mercoledì 26 aprile 2017
Pier Giorgio Caselli - L'importanza dell'INTUIZIONE
La silenziosa
voce dell'intuizione vi indicherà la via d'uscita da qualsiasi problema. E sarà
molto diverso dal continuare a preoccuparsi di tutto senza risolvere nulla.
Paramahansa
Yogananda
martedì 25 aprile 2017
Francesco Perrone e le sue opere in cemento armato di Roberto Luciani
On the street
Quando il cemento diventa arte
L'universo di Francesco Petrone
Francesco Petrone, A livella
Lucio Fontana (1899-1968) con i suoi “tagli” alle tele ha definitivamente liberato l’arte dal ristretto perimetro del quadro, aprendo le finestre verso il cielo e l’infinito. Quella dell’artista di Rosario è stata una esplicita azione che, accelerando la ricerca di nuove forme espressive e l’uso di materiali poveri, ha orientato il lavoro di intere generazioni: dai cartoni riciclati di Robert Rauschenberg (1925-2008) al carbone e ferro del greco Jannis Kounellis (1936-2017), dal legno assemblato della scultrice ucraina naturalizzata statunitense Louise Nevelson (1899-1988) ai sacchi di juta bruciati di Alberto Burri (1915-1995), fino al cemento di Giuseppe Uncini (1929-2008), pioniere (si veda Primocementoarmato del 1958) di una pratica scultorea drasticamente innovativa che apriva la strada alle ricerche dell’Arte Povera e del Minimalismo americano. Il maestro di Fabriano amava scrivere: “chi fa arte deve riflettere a fondo sui materiali che usa, per poter esprimere un significato reale”. Continuatore della ricerca di quest’ultimo, sulla scena artistica italiana si è prepotentemente affacciato Francesco Petrone, capace di utilizzare un materiale industriale solitamente relegato all’edilizia, quale il cemento armato, con sorprendente forza plastica ed espressiva.
Francesco Petrone nasce a Foggia nel 1978, ma da diversi anni vive e lavora a Roma. Si laurea con lode presso l’Accademia di Belle Arti della sua città natale, per molto tempo lavora come scenografo per il teatro e per il cinema, ed è docente di Discipline Pittoriche. Scultore e pittore, lavora con ironia e sarcasmo sul rapporto tra società e cultura pop, costruendo un immaginario fatto di controsensi, provocazioni, citazioni e giochi di senso. Una ricerca artistica che lo porta a lavorare con materiali industriali: gesso, ferro, resine, ma soprattutto cemento, in contrasto con la natura quasi ludica delle installazioni scultoree. Materiali con i quali “racconta” una visione della cultura occidentale, attraverso la vita stereotipata e ossessivo-compulsiva degli umani, anche attraverso simbolismi e metafore.
L’utilizzo del cemento amato raccoglie e raccorda l’atteggiamento critico di Petrone e la sua capacità creativa, con la realizzazione di un universo costituito di materiali ibridati in maniera inedita e dagli esiti plastici significati e sorprendenti. Una sorta di “ossimoro”, come riferisce lo stesso Artista, “tra un’invenzione umana nata con l’intento di fornire soluzioni funzionali ed economiche per un bisogno primario dell’uomo, quello di avere una casa, e la natura malvagia di un materiale divenuto 'colonna vertebrale' della vita stessa dell’uomo: motore sconosciuto, inconsapevole e misterioso che muove troppe azioni dell’essere umano”.
Il riferimento naturalmente è alla cementificazione selvaggia del territorio, e al richiamo di una responsabilità politica e collettiva, che si è fatta voce flebile e al processo lento di ricambio di una realtà simbolica e fisica ancora terribilmente ingombrante e compromessa. “Cemento” è anche il racconto di una Nazione, quella italiana, e una società contemporanea che cambia stancamente, che trasforma la propria fisionomia, mutandola in rigidi blocchi di cemento, asettico e omologato. Dal boom economico degli anni Sessanta del secolo scorso il cemento in Italia viene utilizzato per distruggere con squallide e insignificanti costruzioni campagne, spiagge, isole, siti archeologici, devastando la bellezza di un paesaggio unico al mondo.
Per Francesco tuttavia il cemento, materiale senza anima, diventa però fonte di ispirazione e mezzo espressivo, atto a trasformare in poesia un materiale simbolo stesso degli speculatori e dei palazzinari. La predilezione per questo materiale e per quelli non nobili lo spinge a sperimentare complesse procedure architettoniche che sembrano quasi scippate ai sistemi edili. Ne nasce la sua impronta stilistica, e i suoi cementi armati ne diventano il filo conduttore, rivelando rivoluzionari aspetti tecnici nel trattare la scultura, la levigatura finale e il colore. Il senso plastico gradualmente prende il sopravvento, dando una virata quasi paesaggistica e ambientale alla concezione dell’opera. La massiccia presenza dialoga e si confronta con la propria ombra, anch’essa costruita e resa volume.
Tali ricerche sono confluite recentemente in una serie di esposizioni e progetti installativi, come quelli realizzati per il MAAM, lo Spazio Y, il Museo Crocetti di Roma (Vitali Sensi), il Museo Omero di Ancona (Visioni Animali), la Galleria di Arte Moderna di Perugia (ART SIDERS). Particolarmente importante la personale curata da Mariangela Capozzi per il progetto artistico Cemento Amato, allestita dall’11 dicembre 2015 al 9 gennaio 2016, alla Galleria Curva Pura al quartiere Ostiense della Capitale.
Tra i progetti vanno segnalati quelli molto significativi dedicati agli Insetti e l’ultimo denominato Amen. Il primo rappresenta fisicamente insetti (si veda Mosche che fan paindant), con l’Artista che ha lavorato con mosche, vive e morte, blatte, chiocciole (lumache) e formiche, dove l’essere umano è rappresentato metaforicamente come un insetto dai comportamenti massificati e omologati, perso nella vanità e nell’autocelebrazione personale rappresentata dall’uso di colori sgargianti formulati alle opere. Il secondo progetto, dal titolo Amen, è insieme un racconto e un ossimoro. La fede e la morale, il vero stabile e conservatore. La retorica e la speranza calcificata. Il contrasto e il continuo conflitto tra gli opposti. L'essere e l'avere. L'esserci e vivere nel continuo combattimento. La parola Amen, utilizzata tanto nell'Islam, come chiosa della prima sura del Corano, che nella liturgia cristiana, come risposta dell'assemblea alla fine delle preghiere liturgiche,diventa un punto di incontro tra due opposti, che hanno origini comuni. Una strada in continua oscillazione tra vicino e lontano. L'avverbio ebraico ámén significa soprattutto "certamente", "in verità" o meglio "così sia". Tra le opere di questo ciclo: Peccato Originale, Souvenir da una croce, Amen, Zero e Le tre età dell’uomo.
Francesco Petrone esterna un’arte mai omologata, percorsa dall’idiosincrasia verso le voci italiane ma anche del tutto indipendente dalle influenze internazionali, instillata da una prima esperienza nel Movimento Informale che ha stimolato l’euforia per innesti di cemento, ma anche di gesso, sabbie, terre, piombo, stagno, rame (si veda l’opera È tutto rame quel che luccica). Il cemento, materiale di uso industriale, votato all’indifferenza estetica e in radicale rottura con la tradizione manuale scultorea, diviene nelle opere di Petrone supporto iconologico per raccontare gli sviluppi e le contraddizioni della società contemporanea. Analizzando la situazione economica e sociale del nostro paese, l’Artista sperimenta, attraverso l’utilizzo del cemento, un vocabolario plastico che contiene in sé una forza espressiva prominente e uno spessore teorico suggestivo.
Sul piano sociale, cadute le ideologie e i valori che un tempo organizzavano e tratteggiavano la società secondo gruppi e ceti, la società si è inesorabilmente smembrata, divisa, frantumata. Le sculture di Petrone vogliono invertire la descritta rotta, ritenendo come prima del cemento, delle pietre, dei denari, dei palazzinari, vengano le “pietre vive” costituite dal cuore delle persone che, se opportunamente stimolate, possono portare un loro tangibile personale contributo alla società. Un’idea che nasce da lontano e che affonda le radici nel citato progetto The Italian Bugs, con il quale il Maestro pugliese ha recuperato, nel lontano immaginario di una generazione dall’infanzia florida ma corrotta dagli sprechi economici, gli elementi per la costruzione di una metafora della crisi della società occidentale. Non mancano tuttavia reminiscenze e rievocazioni nelle opere di Francesco, come quando realizza Le tre età dell’uomo, con chiaro riferimento alla famosa opera Le tre età della donna del 1905 del viennese Gustav Klimt (1862-1918).
“La finalità del lavoro di Francesco Petrone risiede nella sua onnicomprensiva capacità di rendere visibile il reale, non relegando le tematiche della società contemporanea in un idioma sconosciuto e indecifrabile, anzi, eleva le esperienze quotidiane ad altari plastici di una fisionomia accessibile ad ogni individuo e scaturisce, in seno alla sua esperienza di scultore, inedite visioni immaginifiche di una bellezza neutrale e scevra da qualsiasi forma o volontà di un futile decorativismo. In un’epoca segnata da processi storici improrogabili le opere di Petrone marcano un radicale punto di svolta, poiché l’assenza di un’ideologia conclamata genera un pensiero libero e una comune forma di discernimento dove non vi è la pretesa di insegnare qualcosa o indottrinare nel proprio modo di vedere il pensiero sociale” (Alessia Carlino).
Le opere di Petrone sono isole di quiete che poggiano su se stesse, senza una legge intellettualistica precostituita. A suo modo ha cercato di realizzare, come i grandi maestri storicizzati, una scultura non antica, ma che fosse quella antica resistente alle mode, portatrice di valori eterni. Con il suo lavoro Francesco Petrone è capace di nobilitare e consegnare nuova dignità espressiva a materiali artisticamente improbabili come il cemento e il ferro, dando loro una posizione di prestigio nella lunga tradizione plastica italiana. Un’operazione ambiziosa che attraversa tutta la parabola creativa del maestro foggiano.
Architetto, Archeologo, Critico d’Arte, Giornalista scientifico, specializzato in Restauro dei Monumenti e in Conservazione Architettonica. Direttore di collane editoriali e riviste, suoi articoli scientifici sono in cataloghi di mostre e riviste specialistiche, presentazioni e saggi introduttivi di libri, atti di convegni internazionali. Giornalista con all’attivo oltre cinquecento articoli di esclusivo interesse artistico pubblicati su quotidiani e periodici nazionali e esteri.





Didascalie
- Francesco Petrone, Le tre età dell'uomo
- Francesco Petrone, Mosche che fan paindant
- Francesco Petrone, È tutto rame quel che luccica
- Francesco Petrone, Amen
- Francesco Petrone, Peccato originale
- Francesco Petrone, Sugo
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