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Roma, Roma, Italy
Scrittrice di romanzi, racconti, fiabe, favole e storie per l'infanzia. Autrice del romanzo "Donne allo specchio" Mef Firenze, della raccolta di Fiabe "Storie di Magia" Happy Art Edizioni Milano, del volume LegenΔe di Piante - Nostra Protezione ed equilibrio in terra (una raccolta di 12 leggende sulle piante ambientate nei dodici mesi dell’anno) pubblicato a puntate nel 2014 su Wall Street International Magazine.Nel giugno 2017 ha pubblicato per la Collana I Cortili della Casa Editrice dei Merangoli, il Saggio Ingegneria Elevato n - Ingegneria del Futuro o Futuro dell’Ingegneria?, scritto a quattro mani con suo fratello Maurizio Boi, con 150 Immagini Colore/BN del fotografo Sergio Pessolano.

mercoledì 24 maggio 2017

Agostino De Romanis: l'Aritmosofia a cura di Roberto Luciani

L'aritmosofia di Agostino De Romanis

Un momento indefinibile e indefinito

Agostino De Romanis - Il gruppo dei trenta se ne va, 2010 olio su cartone – cm. 100 x 140
Agostino De Romanis - Il gruppo dei trenta se ne va, 2010 olio su cartone – cm. 100 x 140
13 MAG 2017 
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Agostino De Romanis è soprattutto conosciuto per le sue “opere indonesiane”, che ha esposto in oltre quaranta anni di attività in tutto il mondo e particolarmente in Indonesia, dove l’artista ha vissuto a lungo e lavorato. La sua ricerca tuttavia non si esaurisce con quella straordinaria stagione, ma nella produzione del 2008-2010 realizza opere raffiguranti o richiamanti simbolicamente Numeri, in un ciclo definito All’origine delle cose. Per il nostro artista infatti, se tutto è ordine sostenuto dai numeri, l’uomo può trovare le sue risposte, e anche conoscere i misteri più nascosti riguardanti lo stesso Dio, dall’aritmosofia. Keplero, in una lettera dell’aprile 1599, scriveva: “Come prove di Dio, vi sono nell’assieme del mondo fisico, leggi, numeri e rapporti, contrassegnati dalla perfezione… ” e più avanti aggiungeva: “Queste leggi sono comprensibili per la mente umana… Poiché che cosa vi è nella mente dell’uomo all’infuori dei numeri e delle quantità?”. L’abate Gioacchino da Fiore (ca 1130-1202), teologo e scrittore, faceva le sue profezie servendosi dei numeri.
Questa recente produzione presenta quindi una scelta di soggetti incentrata sulle figure dei Numeri e sulla figura del suo ideatore, Agostino De Romanis, che si è dedicato con modalità tecniche similari alla rappresentazione della “vita silente dei numeri”, per realizzarne una serie e identificare il linguaggio dei numeri inanimati capaci di suscitare riflessione, turbamento, gioia, malinconia e per architettare in pittura una nuova psicologia dei numeri. Non è quindi la semplice riproduzione del numero che lo interessa, ma quello che vi è dietro, quel mondo parallelo che le anime sensibili riescono a percepire dietro il visibile. I numeri sono, parafrasando Carlo Carrà, “dei minatori che portano alla luce il dolore e la gioia che è in fondo all’anima”.
Seguendo questa linea spirituale, emozionale, De Romanis realizza una serie di opere raffiguranti l’1, il 2, il 5, il 7, il 30, eccetera, numeri dipinti ad olio sulla carta o sul cartone, come trame trasparenti di una realtà parallela, si tratta in sintesi, per citare J. Lotman, di una “crittografia per iniziati espressa in una lingua convenzionale esoterica” (La natura morta in prospettiva semiotica, in “Strumenti critici”, 1996). Ecco quindi La chioma dell’albero veste l’uno; Attraverso i due; 7dueduesette; 5-5-5 e il bianco del fuoco; Volo sul ventitré, L’autunno del ’72, solo per citare alcune delle opere più emblematiche.
Per realizzare questa idea, questo percorso, l’artista ha studiato l’antico, tali rappresentazioni si ritrovano infatti già nell’antichità, non mancando esempi medievali, e altrettanto importanti sono i bordi decorati dai miniaturisti fiamminghi che offrono un panorama vasto di lettere e numeri a partire dalla seconda metà del XV secolo. Tuttavia ciò costituisce un’eccezione nel campo della storia dell’arte. Più tardi, durante il periodo barocco, la rappresentazione dei numeri si evolse verso intenzioni didattiche o considerate un memento mori con richiami alla moralità, alla cabala, all’esoterismo.

Significato esoterico dei numeri e loro simbologia

I numeri racchiudono il codice segreto per interpretare l’universo, la valenza simbolica dei numeri è data dal loro valore qualitativo e dalle interazioni con tutti gli altri elementi strutturanti l’universo. Tutte le componenti dell’universo sono caratterizzate da una sequenza numerica che stabilisce il rapporto con tutto ciò che la circonda, le interazioni composte dai numeri vanno al di là di un mero calcolo quantitativo. In tutte le tradizioni antiche i numeri sono sacri, proprio perché permettono di comprendere l’ordine delle cose e le leggi del cosmo.
Per Agostino De Romanis l’idea del numero si svolge secondo le leggi che regolano il cammino umano, rendendolo di volta in volta diverso, femmineo o maschile, evidente o impercettibile. Nel rincorrersi dei secoli e delle contingenze artistiche, si susseguono le diverse immagini che l’uomo si è costruito per rappresentare la sua idea di numero rispecchiandovi, inconsapevolmente, se stesso. Cambiano i mezzi di espressione ma non le idee. E queste idee collocano nel Maestro di Velletri la figura dei numeri a metà tra quello che è materiale e quello che non lo è, il confine che rende la materia metafora dello spirito, con la luce che diventa l’essenza dell’opera, in un insieme di aria e materia in cui si perde l’anima. Questa sua natura effimera lo pone come la forza in virtù della quale si muove il cosmo, nell’inscindibile unità del divino.
I numeri di De Romanis nascono dalle forme barocche e con queste hanno in comune la ricerca di un contatto vitale con il pubblico, ma dalla concezione barocca si allontanano quando superano la dimensione teatrale per affidare all’incontro con lo spettatore un messaggio diverso, assolutamente personale, in cui si rintraccia un solitario e sorprendente cammino introspettivo. I numeri diventano narrazione di un incontro, contatto fugace del piano visivo (e quasi materiale) e del piano spirituale. A volte, in queste opere, l’immagine del numero si scompone o dialoga con altre figure che si avvicinano o si allontanano, in un movimento silenzioso che lo rivitalizza staccandola quasi dalla carta e alleggerendola in un modo aereo. È il caso di Nascite sul fondo rosso, I frutti del cuore, Il cane bianco, La danza, I fiori della vita nel ramo rosso, Nuove nascite. Ogni opera assume un aspetto autonomo, ma nello stesso tempo riconquista il proprio senso nella sua unione con le altre. La natura delle figure si riafferma nella sua divisione, che la costruisce e disgrega allo stesso tempo. E sempre il tempo si fonde con la visione d’insieme che lo vuole Assoluto, riassunto in un attimo eterno.
Le opere esprimono quindi la ricerca di quello che c’è oltre ciò che si può toccare, aprendo una finestra al di là del tempo che passa, oltre le forme che possiamo prendere, oltre la carta che possiamo disegnare, collegando la caducità dell’uomo con l’incorruttibilità di Dio, in un movimento corale in cui l’immagine diventa domanda a cui solo lo sguardo dello spettatore può rispondere.

Numeri e fine del mondo

Vi fu pure chi si cimentò in calcoli complicatissimi per individuare la data della fine del mondo. Questi calcoli si basarono maggiormente sulla data di nascita di Gesù Cristo e dalla teoria che poiché Dio aveva impiegato sei giorni per creare il mondo, la durata dello stesso sarebbe di seimila anni dopo la creazione. Genebraro, ad esempio, calcolò che Cristo era nato nel 4090 dopo la creazione del mondo e perciò la fine sarebbe avvenuta nel 2052. L’umanista e filosofo Pico della Mirandola (1463-1494) calcolò come nascita del Nazareno il 3958 e la data della deflagrazione del mondo il 2042. Il teologo, scrittore, cardinale Roberto Bellarmino (1542-1621), e il conte Gaetano Bonorius (1861-1923) fissarono la data della fine del mondo al 2030. Infine, ma non ultimo, l’abate Maltre calcolò la fatidica data alla fine del XX secolo o al massimo nel corso del XXI. Inquietante la vicinanza di queste date tra loro. Quelli che viviamo sono anni bui e su questo concordano sia le profezie religiose che laiche.

Le “presenze” e la “quarta dimensione” di Agostino De Romanis

Nelle opere recenti di De Romanis oltre ai numeri troviamo anche figure eteree, “presenze” la cui tonalità è sempre aperta e indefinibile. A livello di speculazione estetica e formale l’artista sperimenta diverse licenze pittoriche, come la cancellazione parziale dei contorni, l’inclinazione dei piani, i cambi di prospettiva; concetti che, rivisti e rivisitati, si ritrovano nella genesi di alcune composizioni di Paul Cézanne (1839-1906) e di Giorgio Morandi (1890-1964). Si tratta di un trascendentalismo fisico, di una “quarta dimensione, la dimensione dell’infinito” come la definì Max Weber nel 1910 (The Fourth Dimension from a plastic point of View, New York), o come afferma Guillaume Apollinaire in una conferenza del 1911 “dal punto di vista plastico, come si offre allo Spirito, la quarta dimensione sarebbe generata dalle tre dimensioni conosciute: essa rappresenta l'immensità dello spazio. È lo spazio stesso, la dimensione dell’infinito e dà plasticità agli oggetti” (Meditazioni estetiche, ed. Milano 1948).
Certamente, dietro l’uso del termine “quarta dimensione” c’è l’influenza della teosofia e delle scienze occulte. Certamente il rapporto tra arte, teosofia, scienza, positivismo, è un fenomeno di vaste dimensioni che ha provocato un cambio di estetica e di nomenclatura artistica notevole e che De Romanis ha saputo cogliere e interpretare con la solita audacia, con quel suo fare carico di speranze, desideri e volontà personali, contemplando, indagando, ammirando il mondo per dominare l’arte. Il suo linguaggio va oltre la logica, perché mediato da forme i cui nessi sono inaccessibili al pensiero cosciente, intuitivamente riconoscibili come arte significativa.
Questo ci serve per comprendere più intimamente una delle figure più straordinarie nel panorama pittorico italiano contemporaneo. Per il nostro Artista Alle origini delle cose è una maniera di conoscersi, di essere, è il filtro attraverso il quale la realtà viene letta, sublimata, interpretata. In queste opere si trova concretizzata la riduzione dello spazio prospettico, la scomparsa delle ombre: è il tentativo di un equilibrio figurativo rivolto alla costruzione volumetrica e architettonica, teso a riassorbire nel colore e nella luce tutte le relazioni spaziali. Gli strumenti di cui dispone sono l’enigma, la spettralità, l’ironia, il sogno, l’angoscia, la magia, dove il numero o l’interpretazione del numero, è tanto autosufficiente da sottrarsi persino alla funzione simbolica.
Il risultato della sua “visione interiore” è tutta in queste opere dedicate ai Numeri, è in una varietà di forme che si omogeneizza in un unico amalgama affrancato dalla sua fisicità, cosicché l’immagine reale viene ricreata sul quadro con una serie di valori, rapporti ed armonie propri: piani resi talvolta con colori brillanti, talvolta smorti, talvolta freddi nell’ombra in cui la “rappresentazione” è decisamente “mimesi” ma, al tempo stesso, pura “espressione” di creatività pittorica di un momento indefinibile e indefinito.

venerdì 5 maggio 2017

La fretta del tempo e il Potere del Silenzio di Patrizia Boi

Il silenzio ci salverà dalla fretta?

La perdita di valore del tempo

Deserto, foto di Sergio Pessolano
Deserto, foto di Sergio Pessolano
5 MAG 2017 
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Negli ultimi anni il Tempo ha perso il suo valore, è diventato difficile anche bloccare un solo attimo. I secondi si susseguono veloci e sono incessantemente occupati da qualche compito da svolgere oppure dal vortice del "messaggiamento" cosmico che ci perseguita ogni giorno. Dalla mattina quando ci alziamo, alla sera prima di andare a dormire, siamo letteralmente bersagliati da parole, immagini, suoni, rumori fastidiosi, da qualche impegno a cui far fronte, fosse anche quello di rispondere a un sms, a una telefonata, a un’incombenza generata dal meccanismo della burocrazia. È come se improvvisamente tutti fossimo privati del tempo, quel tempo intenso ed espanso da dedicare alla nostra parte più creativa, al nostro bambino interiore, al nostro sviluppo, alla gioia di connessione con il Tutto. Come possiamo concentrarci su qualcosa d’importante se le informazioni, i compiti e le responsabilità ci sovrastano?
È stato rilevato che mediamente non siamo capaci di mantenere la concentrazione per più di otto secondi, sempre distratti da qualcosa e intrattenuti da qualcos’altro. Ci siamo abituati ad occuparci di tutto e nello stesso tempo di niente vestendo un abito mentale che non ci differenzia più gli uni dagli altri, tutti allo stesso modo - adulti, ragazzi e bambini - trascinati in un pazzesco e assordante luna park del rumore, dal chiacchiericcio della mente, al bombardamento dei media, al martellamento di "messenger".
Prendendo in prestito un’immagine creata da Massimo Fini e Carlo Rubbia a proposito del denaro, possiamo figurarci il tempo, affrettato, mentre effettuata la sua folle e assurda corsa ad alta velocità sul treno della modernizzazione e l’uomo contemporaneo che, incredulo, non riesce a scegliere le fermate e le stazioni dove transitare e dove scendere, sempre sospinto dal chiasso, dall’assordante baccano che lo rincorre. Come si spiega nel video Bleep. Ma che… bip… S(app)iamo veramente? di William Arntz, Betsy Chasse, Mark Vicente uscito in Italia nel 2014, «Il nostro cervello elabora quattrocento miliardi di informazioni, ma noi siamo coscienti solo di 2000 di esse, significa che la realtà si svolge sempre all'interno del cervello che riceve le informazioni». Come possiamo cogliere le informazioni importanti se siamo frastornati dal bombardamento continuo di esse? E se corriamo appresso a ogni stimolo, come possiamo prendere coscienza della nostra, forse più vera, ma senz’altro più importante, realtà interiore?
È di recente uscito un nuovo saggio del cardinale Robert Sarah, una lunga intervista da parte del giornalista francese Nicolas Diat, intitolato La forza del silenzio. Contro la dittatura del rumore, pubblicato a Parigi all’editore Fayard. Si tratta di una riflessione sul silenzio dell’uomo, di Dio, dell’uomo davanti a Dio e di Dio davanti all’uomo, dove si invitano gli uomini a entrare nel silenzio, perché tutto il resto è illusione. Secondo Sarah «L’unica realtà che merita la nostra attenzione è Dio stesso, e Dio tace. Aspetta il nostro silenzio per rivelare se stesso». Anche perché l’assenza di silenzio comporta una perdita del senso del sacro, la dittatura del rumore arriva a profanare, infatti, la sacralità delle cose.
Sarah prende spesso spunto da Soren Kierkegaard e afferma che nel cuore dell’uomo c’è «un silenzio innato, perché Dio abita nel profondo di ogni persona. Dio è silenzio, e questo silenzio divino abita l’uomo. In Dio, noi siamo inseparabilmente legati al silenzio. La chiesa può affermare che l’umanità è figlia di un Dio silenzioso». Non stiamo parlando naturalmente di quel Dio che minaccia il suo popolo con l’idea del castigo eterno. In un tempo di grandi tecnologie, di sistemi antigravitazionali, campi magnetici, ecc. non possiamo avere ancora «quest'idea di Dio superstiziosa e arretrata», afferma Judy Zebra "JZ" Knight (Ramtha), «Dio deve essere più grande della più grande debolezza umana e anche della più grande abilità umana. Dio deve addirittura trascendere quanto in noi è più rimarchevole ed emulare la natura nel suo assoluto splendore». E noi uomini, piccole «unità di carbonio sulla terra, nelle zone più remote della Via Lattea», come possiamo conoscere l’ampiezza di Dio Onnipotente?
Proviamo a incentrare l’attenzione sul Silenzio, sul suo potere e sulla sua pienezza. Anche quando il caos quotidiano riempie tutto lo spazio, tentiamo di fare silenzio, di far tacere la mente, di spegnere tutti i marchingegni che emettono suoni, di distaccarci dall’incessante e interminabile catena di connessioni tangibili e intangibili da cui siamo attratti. Improvvisamente lo spazio si allarga, si trasforma in un luogo di forza, si riempie di infiniti particolari, si manifesta in tutti i suoi aspetti possibili. Il silenzio riempie di luce e illumina le idee, ci fa percepire meglio il corpo, fa scattare la soluzione di problemi apparentemente irrisolvibili, genera nuove conoscenze.
Mi viene in mente la città di Timoka, nel film Il silenzio (Tystnaden), diretto da Ingmar Bergman nel 1963 - ultimo episodio della Trilogia del silenzio di Dio -: si tratta di una città sconosciuta, una terra dove uomini e donne si aggirano senza riconoscersi e senza comprendersi. Mi sembra che questa sia diventata la nostra terra di oggi, un mondo sempre più disumanizzato, una Babele dalle mille informazioni dove tutti parlano e nessuno ascolta. Per ascoltare bisogna essere attenti, per ritrovare l’attenzione occorre il Risveglio e per risvegliarsi bisogna percorrere la via del silenzio. «Cercare il silenzio. Non per voltare le spalle al mondo, ma per osservarlo e capirlo. Perché il silenzio non è un vuoto inquietante ma l'ascolto dei suoni interiori che abbiamo sopito», afferma l’esploratore norvegese Erling Kagge. Nel suo libro Il silenzio. Uno spazio dell'anima (Einaudi 2017), scritto dopo i mesi trascorsi nell'Artide, al Polo Sud o in cima all'Everest, ha riscoperto il potere della contemplazione dei propri ritmi e di quelli della natura immergendosi totalmente in quegli infiniti silenzi. Ricordiamo che anche per Charlie Chaplin «Il silenzio è un dono universale che pochi sanno apprezzare. Forse perché non può essere comprato. I ricchi comprano rumore. L’animo umano si diletta nel silenzio della natura, che si rivela solo a chi lo cerca».
Secondo il sistema L’Albero della vita del russo Arkadij Petrov, per rigenerare il nostro corpo, i nostri organi, i nostri denti, dobbiamo aumentare considerevolmente la nostra capacità di concentrarci. E come possiamo concentrarci se non fermiamo l’incessante distrazione a cui ci conduce la mente? Aprendo il cuore al silenzio infinito della nostra anima riusciamo a comprendere che ogni suono del mondo si crea da questo silenzio e nuovamente ritorna nel silenzio. E sappiamo che questo silenzio è come un illimitato oceano divino e che i suoni sono come delle onde. Dal silenzio sorge tutto, il suono, la parola, il sapere. Dio, prendendo tutti i suoni del mondo, trasmette la conoscenza e noi la possiamo apprendere immergendoci nel silenzio. Lo stesso Gesù, dopo aver ricevuto il battesimo, trascorse un certo periodo di riflessione nel deserto, per comprendere meglio il significato di ciò che era avvenuto sul fiume Giordano. Andò nel deserto e lì rimase, in silenzio, solo con se stesso, a meditare su quell’episodio che lo aveva trasformato.
Oggi l’uomo teme il deserto delle parole e del suono, preferisce il frastuono ininterrotto alla scoperta di sé e del mondo. E non si rende conto che, per dirla con il poeta Khalil Gibran, «Esiste un momento in cui le parole si consumano e il silenzio inizia a raccontare». Lo sanno bene tutti i Maestri, dal loro silenzio nasce la conoscenza. Se due Maestri si incontrano sono capaci di trasmettersi il sapere senza parole, è sufficiente la loro forte intenzione (cfr. Il Potere dell'Intenzione di Wayne W. Dyer, Corbaccio, 2005).
Il silenzio è lo strumento prediletto anche dai monaci per congiungersi con Dio. I benedettini lo propongono da circa un millennio: il rispetto della “Santa Regola” impone, infatti, di «custodire sempre il silenzio con amore, ma soprattutto durante la notte». La notte ci racconta il silenzio delle stelle, il mistero degli astri, il segreto dei pianeti e la verità di Dio. La luce nera della notte è quella che porta dentro di sé ogni possibile sviluppo, ogni creazione, ogni accadimento. È quella che somiglia alla tenebra primordiale che, secondo Elémire Zolla, è anteriore a quella visibile, a quella che ci aggredisce e circonda la notte. È tenebra lucente, in un silenzio parlante. «Il mondo antico insegnava dunque a orecchie non sempre aperte che anteriore alla luce che illumina il mondo esiste una luce mentale, nera». Per lo Pseudo Dionigi «Quanto più fitta è la tenebra, tanto più risplende e altamente irraggia; quanto più è impalpabile e invisibile, tanto più inonda di mirabili splendori le menti senza sguardo per le cose sensibili». Nel Racconto dell'arcangelo imporporato del filosofo Sohrawardi si legge: «avviati fiducioso là dove si ha piena coscienza della tenebra. Quando di tenebra sarai tutto circondato e serrato, quando sarai confitto nella notte, avrai fatto il primo passo».
Sciamani, maestri e sapienti di tutti i tempi, hanno sempre sostenuto che accettare la tenebra totale e immergersi in essa avrebbe condotto l’uomo a vedere finalmente la sua luce nella fonte della vita. Il silenzio e la luce nera generano una forza che può governare la tirannia del tempo, costringendolo ad amplificarsi e a raggiungere i vertici dell’Eternità. Come sostiene Sergio Pessolano, della cui opera fotografica ho stralciato delle immagini che mi riportano al Silenzio, «la materia oscura è simile alla tela di un ragno che connette, tenendoli “uniti”, tutti gli oggetti dell’Universo. In altri termini la materia oscura è l’invisibile “scheletro” dell’Universo». E ha ragione, se il 95% dell’Universo è sconosciuto, è materia oscura, può darsi che «… una fluttuazione di questo vuoto quantistico privo di spazio e di tempo e con entropia zero, creerà nuovamente il tutto dal nulla». È dal silenzio che nasce la poesia e giganteggia poi nei secoli impassibile al trascorrere del tempo.
Ho conosciuto il silenzio
delle stelle e del mare, il silenzio dei boschi prima che
sorga il vento di primavera.
Il silenzio di un grande amore, il silenzio di una profonda pace dell’anima
Il silenzio tra padre e figlio
e il silenzio dei vecchi carichi di saggezza

(Edgar Lee Masters)