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Roma, Roma, Italy
Scrittrice di romanzi, racconti, fiabe, favole e storie per l'infanzia. Autrice del romanzo "Donne allo specchio" Mef Firenze, della raccolta di Fiabe "Storie di Magia" Happy Art Edizioni Milano, del volume LegenΔe di Piante - Nostra Protezione ed equilibrio in terra (una raccolta di 12 leggende sulle piante ambientate nei dodici mesi dell’anno) pubblicato a puntate nel 2014 su Wall Street International Magazine.Nel giugno 2017 ha pubblicato per la Collana I Cortili della Casa Editrice dei Merangoli, il Saggio Ingegneria Elevato n - Ingegneria del Futuro o Futuro dell’Ingegneria?, scritto a quattro mani con suo fratello Maurizio Boi, con 150 Immagini Colore/BN del fotografo Sergio Pessolano.

sabato 6 ottobre 2018

Anna Maria Giannone, una voce da Spaccanapoli - Intervista di Patrizia Boi per Wall Street International Magazine

Anna Maria Giannone. Spaccanapoli

Una voce che si amplifica nella tromba delle scale

5 OTTOBRE 2018, 
Spaccanapoli
La cantante e attrice napoletana Anna Maria Giannone nasce nel bel mezzo della città, dove si «apre via Spaccanapoli, un rettilineo di più di un chilometro, stretto e vociante, che divide in due l'enorme agglomerato», cuore pulsante di quella Babele della storia dove visse Benedetto Croce.
E il cuore di Anna Maria è presente in ogni suo gesto, nei suoi occhi sfavillanti di passione, nella sua voce scura ricca di tutte le sfumature della napoletanità. Aveva solo tre anni quando scoprì che la sua missione era cantare e ne aveva circa sedici quando la sua voce si espandeva per la tromba delle scale annunciando a tutto il vicinato che lei era tornata. Suo padre voleva farle fare la parrucchiera, un mestiere per cui non era tagliata ma che aveva accettato di buon grado perché i fili del phon le ricordavano il microfono, così come la tromba delle scale fungeva da amplificatore per la sua voce. Alla fine suo padre fu costretto a darle una chance e la portò a fare un provino con Sergio Bruni. Erano gli anni ’86-’87.
Hai iniziato la tua carriera con Sergio Bruni, quindi?
Ho conosciuto Sergio Bruni nel suo momento di passaggio dalla canzone classica napoletana al sodalizio artistico con il poeta Salvatore Palomba. Ho vissuto il periodo del loro primo album, Levate ‘a maschera Pulicenella, che racchiudeva pezzi importanti come Carmela, Chiappariello, ‘o spacciatore, ‘O guardamacchine, eccetera. Nei nostri spettacoli raccontavamo un’altra Napoli, non già quella sentimentale della vecchia canzone, Palomba, con i suoi testi poetici, attingeva «alla cruda realtà di Napoli e alle drammatiche condizioni di vita del suo popolo costretto a inventare mille mestieri per non morire». Carmela è «una ragazza bruna, bella, fiera, napoletana, che serviva ai tavoli e ci guardava dall’alto in basso, come una regina», diceva Palomba, ma è anche la speranza di una città infangata dalla tragedia della camorra, è la forza della città stessa, quella parte di Napoli che resta:
«Stu vico niro nun fernesce maje
e pure 'o sole passa e se ne fuje.
Ma tu stai llà, addurosa preta 'e stella,
Carmela, Carmè
».
E poi c’è la creatività della napoletanità, al di là dell’imbroglio e del raggiro, c’è la capacità di inventarsi un mestiere, ‘O guardamacchine, per esempio?
L’incontro con Palomba ha dato un altro respiro alla canzone di Sergio Bruni, non si parlava più solo di “sole, pizza e mandolino”, ma si affrontava il tema sociale degli ultimi, dei morti di fame, dell’arte di arrangiarsi per sopravvivere, dei parcheggiatori abusivi, degli spacciatori, delle prostitute. C’è tutto un mondo a Napoli che rappresenta il vivere quotidiano, quel vociare nelle strade che fa parte del quartiere, una confusione che si manifesta con un incredibile ordine, una creatività che si sviluppa proprio dai limiti imposti dalla criminalità organizzata, ma soprattutto dalla mancanza di mezzi.
«A Napoli noi siamo stati sempre specialisti
a inventare mestieri, perché la fatica,
se non ce la inventiamo noi, nun se magna
».
Napoli non ha esportato solo la camorra, ma anche, per dirla con le parole di Luciano Stella, «l’arte della vita, intesa come l’arte di saper reagire, di essere consapevoli di quello che ci succede, di trovare soluzioni per ristabilire un equilibrio, un positivo stupore delle cose che ci possono capitare. È un’arte del mutamento, non un’arte della fissità».
In questo continuo vociare, in questa nascita di mestieri, c’è la ribellione dell’uomo offeso da una vita miserabile, c’è una trasformazione del limite nel suo superamento, tant’è che sempre Palomba al posteggiatore abusivo fa affermare:
«Io esercito il mestiere 'e guardamachine,
la più moderna e nuova professione…
E' nu mestiere serio…
Pecché a guardà ci vuole l'abitudine,
ce vò' ll'applicazione e ll'esperienza
».
Se lo Stato non riesce a risolvere i problemi della sopravvivenza dei più deboli, cosa deve fare un disgraziato, se non trovare un modo?
«L'autorizzazione del Comune?
Eh, nun 'a tengo. Mi sono fatto autorizzare
da mia moglie e cinque figli
».
E così sei riuscita a fare la cantante, e poi anche l’attrice, come è successo?
È successo quasi subito, nel 1989, con la Compagnia del Teatro Bellini di Napoli diretta da Tato Russo. Fui scritturata nello spettacolo Palummella zompa e vola con Tato Russo e Rosalia Maggio, come attrice giovane protagonista, ero io la Palummella. Ho avuto l’opportunità di lavorare con Rosalia Maggio, la penultima dei componenti della famiglia Maggio, una donna molto sensuale, capace di passare dal varietà all'avanspettacolo, dal dramma al teatro napoletano e perfino al cinema, interpretando un ruolo nel film con Totò e Peppino De Filippo, dal titolo Totò, Peppino e le fanatiche. Per una ragazza giovane come me, respirare la stessa aria di Rosalia e Tato fu davvero un bel battesimo. Dopo mi iscrissi all’Accademia Nazionale del Teatro Bellini, ma poi lasciai nella stagione ’92-’93 perché fui scritturata da Carlo Giuffrè per la commedia Le voci di dentro di Eduardo De Filippo, diretta e interpretata dallo stesso Giuffrè.
Una mirabile opera sul moralismo, che sarebbe attualissima anche ai giorni nostri.
Effettivamente, il protagonista, infatti, crede di essere un depositario dei valori ormai dimenticati e si sente in dovere di esercitare un ruolo da inquisitore nei confronti di un’intera famiglia che crede colpevole d’omicidio. E nonostante manchino davvero le prove, nascono una serie di sospetti reciproci tra i presunti imputati. Nascono delle ‘Voci da dentro’ che scavano nell’inconscio dei personaggi, i quali finiscono con l’accettare l’accusa di assassinio come un fatto di normale quotidianità. In questa commedia ho potuto assorbire la grandezza di Eduardo, ma anche quella di Giuffrè.
Con Giuffrè hai interpretato un ruolo anche nella commedia Natale in casa Cuppiello, la commedia forse più nota di Eduardo che risale al 1931?
Viviani, Scarpetta, Eduardo, Peppino, sono autori che ho avuto la fortuna di rappresentare. Come sostiene Palomba, questi erano gli artisti che conoscevano la lingua napoletana, oggi stiamo assistendo al suo degrado. Si tratta di «un gergo maltrattato, un napoletano senza alfabetizzazione: la lingua di Gomorra. Il napoletano scritto è quasi esclusivamente letterario: poesie, canzoni, teatro».
Hai avuto la fortuna di lavorare anche con Massimo Ranieri al Teatro Stabile di Genova, cosa portavate in scena?
Si trattava di Liolà di Pirandello nella visione di Maurizio Scaparro. Come dichiara lo stesso regista «Liolà è la cultura mediterranea, la Magna Grecia, il paganesimo». Per me un’altra esperienza significativa e appassionante, ho sempre amato questa figura di clown, poeta e vagabondo, come lo definisce Repubblica, fa parte del mio animo napoletano. Anche se come donna, quest’uomo libero di amare tante donne, magari non rappresenta il mio prototipo…
Alla serata conclusiva del Festival Come il vento nel mare ti sei esibita accompagnata dal chitarrista Angelo Migliaccio in una performance di canzone napoletana classica dal titolo 'Na voce, 'na chitarra (e 'o poco 'e luna), ma hai voluto proporre anche ‘O guardamacchine e un altro brano tratto dallo spettacolo teatrale Napoli notte e giorno scritto da Raffaele Viviani, perché?
Adoro il mondo di Raffaele Viviani, il suo teatro di denuncia, la sua capacità di dare voce a tutto quel sottobosco di delinquenti, malefemmine, magnaccia, famiglie senza tetto che vivono nei quartieri popolari di Napoli, tutta quella realtà degradata che conduce i napoletani spesso all’emigrazione per sfuggire alla miseria e poter avere una possibilità di riscatto. Il Caffè di notte e giorno, è sempre aperto per ospitare tutta quella pletora di derelitti di ogni genere, affamati dalla miseria e ignoranti per mancanza di mezzi. Come in tutti i porti di mare, le atmosfere dipingono quella congerie di sbandati che entrano in conflitto tra di loro, che si offendono, che si minacciano, ma che alla fine non fanno davvero nulla, un tempo avevano la speranza di partire alla ricerca dell’Eldorado, oggi, invece, in questi porti di mare, arrivano… Dei personaggi di questa specie di inferno di gente malfamata e piena di problemi, ho scelto un pezzo intitolato U sapunariello perché rappresenta una di quelle voci che sentivo sempre passare da piccola, il venditore di oggetti vecchi, uno di quei derelitti del popolo di Viviani che afferma:
«E intanto ‘o delegato e tutt”e guardie vanno piglianno ‘a gente ‘e malavita.
Capite? Accussì ‘a chiammanno! Addo’ si chella è bbonavita!
Chella è gente ca magna e ca veve,
cu carrozze, triate, scampagnate,
cu cocotte, etceveza etceveza.
E chesta è malavita? Ma ve ne jate o no!
‘A malavita overo, chell’autentica,
è chella ca facc’io, cu sta miseria!
».
Dovevo cantare durante una cena di gala, abbiamo scelto con Angelo pezzi classici della canzone napoletana, per accompagnare la cena in leggerezza, volevo aprire con questo pezzo di Viviani, ma poi abbiamo deciso che era meglio farlo dopo la grande abbuffata…
Sono tanti anni che canti nel complesso di Angelo Migliaccio I Marechiaro, avete fatto tournée in tutto il mondo, Brasile, Canada, Montecarlo, Egitto…
In realtà io non l’ho seguito in tutte le sue tournée, per tanto tempo ho girato l’Italia e l’Europa, poi a un certo punto, dopo la nascita di mia figlia Lucrezia, ho deciso di fermarmi un poco, ho trovato un lavoretto tranquillo, con degli orari che mi consentissero di avere una famiglia e mi sono ritirata dalle luci della ribalta. Ora Lucrezia ha undici anni, forse è venuto il momento di ricominciare a cantare. In realtà non ho mai smesso, canto a casa mentre cucino, canto in macchina mentre viaggio, canto anche in ufficio, ormai le persone che vengono alla reception dove io le accolgo, lo sanno che canto e, spesso, mi chiedono di fare una cantatina… E io canto mentre cerco i loro nomi al computer, mentre consegno loro i badge, è un modo differente di fare la receptionist…
Una serie di foto dei vari spettacoli montati con la musica
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Nasce come autrice di romanzi, racconti, fiabe, ma pubblica anche biografie, articoli e interviste. Progetta eventi culturali e opere pubbliche occupandosi con passione di parchi, piste ciclabili e lavori ferroviari.

mercoledì 3 ottobre 2018

Domani alle 16,30 al Mercatino Conca d'oro presentazione del Progetto "I Cammini dell'Identità" di Antonio Maria Masi e Luisa Saba, fotografia Cleto Cifarelli

I "Cammini dell'Identità" , di Antonio Maria Masia e Luisa Saba

Alle ore 16.30 alla manifestazione Sardegna incontra Roma, sarà presentato il Progetto "I cammini dell’identità”. Report conclusivo (rivista allegata a il cagliaritano, che verrà omaggiata a tutti i presenti, sito, documentario, galleria fotografica) del Gremio dei Sardi di Roma a cura di Antonio Maria Masia, Luisa Saba e dei partecipanti al seminario. All’interno dell’evento presentazione della fotografa di Nuoro Maria Carmela Folchetti e dei suoi libri fotografici: “Sacro e profano in Sardegna”, 10 copie verranno regalate per estrazione fra i presenti.
Da venerdì 16 a domenica 18 ottobre, per iniziativa del Gremio dei sardi si svolgerà a Roma la 34^ edizione della rassegna L’Isola che c’è.
La manifestazione Sardegna incontra Roma, organizzata con la collaborazione della Gia Comunicazioni di Cagliari e della Fasi, si aprirà venerdì alla 10,30 nel Mercatino Conca d’Oro di Montesacro, con la presentazione  del libro sulla “Storia del Gremio”, alle 16 ci sarà la premiazione L’Isola che c’è con la giornalista Stefania Pinna.
Fotografie del Progetto "I Cammini dell'Identità" 
a cura di Cleto Cifarelli










La Fata Alba Spina di Patrizia Boi - la favola sul Biancospino


http://www.tottusinpari.it/2018/09/14/tra-fiaba-e-leggenda-mese-di-settembre-la-fata-alba-spina/


Favola completa
Ripresa tratta dalla Favola La Fata Alba Spina - Pillole
Ripresa tratta dalla Favola La Fata Alba Spina - Pillole

domenica 16 settembre 2018

Tottus in Pari, per la Rubrica "Tra Fiaba e Leggenda" di Patrizia Boi - Settembre: La Fata Alba Spina

http://www.tottusinpari.it/2018/09/14/tra-fiaba-e-leggenda-mese-di-settembre-la-fata-alba-spina/

TRA FIABA E LEGGENDA (MESE DI SETTEMBRE): LA FATA ALBA SPINA

Sergio Pessolano: La Fata del Biancospino
di PATRIZIA BOI
C’era una volta nel bosco una casetta piccola e grigia. Era costruita su un pendio sopra il Lago degli Elfi, proprio accanto al grande Pozzo che le donne del villaggio consideravano Sacro. Faceva ombra al Pozzo un enorme albero di Biancospino, i cui rami intrecciati di spine costituivano una barriera tra la casa e la foresta profonda. La pianta era ricca di fiori candidi di purezza, il giardino circostante era sempre verde e colmo di fiori di mille forme e colori. Il Biancospino spiccava perché, nel suo inerpicarsi sulla casa e sul pozzo, era un viavai di passeri, merli, tordi, pettirossi, cornacchie e farfalle d‘ogni specie. Ogni tanto una volpe s’avvicinava di soppiatto attratta dalle voci degli uccelli e poi scompariva improvvisamente nel nulla.
Quando Fiammetta andava a trovare la nonna, che abitava nella casetta, spesso si sedeva affianco al Pozzo, all’ombra di quell’albero. Se la pianta indossava il suo abito primaverile le sembrava di vedere un’elegante signora bella come una sposa. Nella sua chioma scorgeva un velo leggero e profumato, nei fiori che scendevano lungo il tronco vedeva lunghe braccia aggraziate e il tronco delicato e slanciato le dava l’idea di due straordinarie gambe affusolate. La nonna le aveva raccontato che una sua antenata, per non andare sposa al terribile Re degli Elfi, si era gettata nel Pozzo. Allora dalla terra era improvvisamente nata quella pianta di Biancospino. Fiammetta parlava spesso con l’albero, esprimeva i suoi desideri, chiedeva consigli, esorcizzava le sue paure.
Fu così che proprio il giorno in cui sua nonna salì in cielo, di fronte al dolore inconsolabile della bambina, l’albero incominciò ad agitare le fronde come se danzasse al sibilo del vento. La bimba vide materializzarsi un’elegante figura di donna. Con un ramoscello carico di frutti rossi la sfiorò e disse:
«Sono l’anima della tua prima antenata, la Fata Alba Spina. Tua nonna è arrivata in fondo al Pozzo ed è stata accolta nel giardino fiorito dalle Fate della nostra stirpe. Non devi piangere, lei sta bene e mi ha chiesto di proteggerti. Posso esaudire tre tuoi desideri: prendi questo scettro di frutti e usalo per chiamarmi quando ne avrai bisogno. Le mie spine segnano il confine tra il Regno del visibile e il mondo dell’invisibile, i miei fiori sono la barriera da attraversare per giungere nel Regno delle Fate, i frutti rossi sono il fuoco che si cela dentro ogni essere umano. Se saprai usarli con intelligenza ti regaleranno un mondo d’Amore».
Fiammetta divenne rossa in volto e i suoi occhi scintillarono al sole. La sua vocina richiamò uccelli e animali che uscirono dalle loro tane giungendo da tutte le parti. Ci fu un coro di cinguettii, ululati, sibili, le volpi uscivano dalle loro tane, farfalle e coccinelle svolazzavano dovunque e tutte le piante della Foresta si risvegliarono mettendo foglie, fiori e frutti. La bimba si sentì felice e imparò a godere anche delle piccole cose.
Spesso andava a trovare la fatina e ci parlava con immensa tenerezza. Gli adulti non la comprendevano e cercavano di portarla lontano dai suoi sogni. Un giorno che era sola nel giardino, la bimba chiamò la Fata e le chiese:
«Mi accompagni in fondo al Pozzo? Mi piacerebbe salutare mia nonna!».
Allora la Fata prese un ramoscello di fiori e vi fece salire sopra Fiammetta. La bimba attraversò nove porte luminose e a ogni passaggio fu immersa in un mondo nuovo di profumi, di suoni e di lampi di luce. Alla fine comparve un lago azzurro scintillante di riflessi multicolori e, sopra una nube che fluttuava nello spazio, le apparve sua nonna. C’erano migliaia di altre nuvolette avvolte nel bagliore e seppe che ognuna era una Jana, cioè una fatina della sua stirpe dalla notte dei tempi.
Poi la nonna l’abbracciò e le disse:
«Figlia mia, è ora che tu torni sulla terra. Va da sola e non voltarti mai indietro. Ricordati di non svelare a nessuno il segreto del mondo di sotto!».
Fiammetta salutò la nonna e cominciò a salire oltrepassando dieci meravigliosi strati di luce. A un certo punto un gattino bianco la condusse verso una barriera di fiori bianchissimi. Attraversò una foresta di spine e fiori di Biancospino nella luce del plenilunio di novembre, respirò i raggi argentei dell’astro nascosto nella notte, accarezzò da vicino la pelle luminosa delle stelle, poi cadde addormentata ai piedi di una cascata.
L’indomani si svegliò nel suo lettino, in mezzo a tutti i suoi pupazzi. Sua madre le sorrise e le disse:
«Amore, è ora di far colazione».
La finestra era aperta e il sole risplendeva facendo brillare le gocce di brina sul prato. Fiammetta pensò alla pianta del giardino di sua nonna e sorrise. Poi si voltò e cercò tra le sue bambole di porcellana la compagna di quel giorno. I suoi occhi scintillarono nell’osservare una bambolina quasi nascosta dal vestito della bambola più grande. La prese in mano e s’accorse che somigliava alla Fata Alba Spina. Si stupì perché non l’aveva mai vista prima tra le bambole. La prese tra le braccia, le sorrise e cominciò a cantarle una ninnananna.
Da quel giorno la scelse sempre come compagna di gioco. Anche adesso che è cresciuta se la tiene nel lettino e, prima di andare a dormire, le sussurra ogni notte un nuovo segreto. I tre Desideri ancora non li ha espressi, ogni volta che è tentata di farlo pensa sempre di conservarli per momenti di maggiore necessità: non bisogna sprecare i Desideri!
Ogni piantina ha il suo mistero
ogni bel fiore è un mondo intero
in ogni frutto nasce l’essenza
crescono perle di conoscenza.
Se il Biancospino crea una barriera
di fiori candidi a primavera
la fantasia distenda il suo velo
nella purezza di un cuore sincero.

lunedì 10 settembre 2018

Rubrica "Tra Fiaba e Leggenda" Sabato prossimo alle ore 19,00


Rubrica "Tra Fiaba e Leggenda" SABATO PROSSIMO ALLE ORE 19,00 SU RADIO GASSINO UNO.
Una Video girato a 
PRANU MUTTEDDU
non è stata possibile la diretta per la linea debole.


venerdì 7 settembre 2018

Germano Mazzocchetti, una vita trascorsa a comporre musica


https://wsimag.com/it/spettacoli/42566-musiche-in-scena

Musiche in Scena

Intervista a Germano Mazzocchetti

5 SETTEMBRE 2018, 
Germano Mazzocchetti
Non tutti sanno che «ogni suono in realtà rappresenta una forma geometrica precisa, una sorta di mandala che combacia con le antiche rappresentazioni delle culture ancestrali». Il fisico tedesco Ernst Chladni (XVIII secolo), infatti, ha sperimentato che ogni vibrazione prodotta su una membrana può essere visualizzata (figure di Chladni).
E probabilmente il Maestro Germano Mazzocchetti - musicista, compositore di musiche per teatro, nella creazione delle sue musiche di scena -, deve aver visto, attraverso l’occhio magico del suo intuito, la forma segreta dei suoni e il loro immenso potere. Ha realizzato, infatti, musiche per oltre 170 spettacoli collaborando con i più grandi registi teatrali italiani, esprimendo, con la sua musica, una grande ricchezza di linguaggi, ogni volta con lo stile più appropriato, lasciandosi trascinare dall’ironia e dal gioco, dalla personalità degli attori, dalle emozioni espresse dai protagonisti della storia stessa: gioia, ansia, terrore, oppure leggerezza, comicità e ironia. Il Maestro ha composto anche colonne sonore per il cinema e la televisione, nonché pubblicato dischi.
La Creazione dell’Universo si è compiuta grazie a un suono primordiale misterioso e ineffabile, come si genera, invece, ogni tua composizione?
La musica di scena non deve rispondere solo ad esigenze musicali, ma anche a necessità teatrali, del regista, degli attori; non nasce da sola come quando si scrive un pezzo di musica cosiddetta ‘assoluta’, ossia non veicolata da un’immagine o da un testo. Quando si scrive musica per spettacoli teatrali bisogna conoscere l’idea registica, perché il regista è il referente di tutti i collaboratori dello spettacolo, dello scenografo, del costumista, del musicista e del light designer, oltre che, ovviamente, degli attori. La musica di scena va sempre rapportata agli altri linguaggi che compongono lo spettacolo nella sua interezza.
Il tuo disco, Testasghemba, è ispirato ad un calzolaio del tuo paese natale. Sghembo significa storto, strambo, ma anche trasversale, ha voluto dare questo senso?
Un’espressione gergale che circola tra i musicisti definisce “storto” un pezzo che ha una metrica poco consueta o variabile. Quando ho scritto questo pezzo, che era appunto “storto”, mi è tornata alla memoria la testa storta del mio compaesano (che era all’origine del suo soprannome), morto quando avevo circa 10 anni, che mi aveva molto colpito nell’infanzia.
Sei nato in un borgo vicino Pescara, Città Sant’Angelo, come ha influito questa cittadina nella tua formazione?
Soprattutto per lo strumento che ho studiato, la fisarmonica. È uno strumento che negli anni '50 e '60 veniva usato per suonare quasi esclusivamente musica folkloristica. Nel mio paese c’era all’epoca solo una scuola di fisarmonica. I miei, notando una mia propensione per la musica, volevano che io la studiassi. Avrebbero in realtà preferito il pianoforte – visto che già strimpellavo un vecchio piano di mio nonno –, ma poiché avevo solo 6 anni si sentirono rispondere che ero troppo piccolo per studiare pianoforte e allora mi iscrissero subito al corso di fisarmonica.
I tuoi Maestri sono stati Fiorenzo Carpi e Antonio Calenda, cosa ti ha insegnato l’uno e cosa devi all’altro?
Fiorenzo Carpi è stato il mio Maestro virtuale, nel senso che è il musicista a cui mi sono sempre riferito nella mia carriera. Peraltro, l’ho conosciuto tardi, nei suoi ultimi 5 o 6 anni di vita. Ascoltare le sue musiche mi ha sempre colpito molto, sin da piccolo. Anche in RAI, nella Canzonissima di Dario Fo e Franca Rame, le musiche di Fiorenzo Carpi avevano un altro respiro rispetto a quelle degli altri musicisti, pur bravissimi, che scrivevano per i varietà o per i romanzi sceneggiati. L’ho sempre seguito, lo ritengo, appunto, il mio Maestro. Non saprei dire però se il mio stile (ammesso che io ne abbia uno) sia accostabile al suo. Ad Antonio Calenda devo, invece, il mestiere che faccio. Ci conoscemmo casualmente nel '77: gli dissero che in un paesetto abruzzese c’era un giovane che scriveva musiche per il teatro. All’epoca le componevo per un gruppo di amici che facevano teatro amatoriale. Calenda seppe che suonavo la fisarmonica e mi volle sentire. Stava per mettere in scena uno spettacolo - la Rappresentazione della Passione, sulla Passione di Cristo - e mi chiese di collaborare come fisarmonicista, ma anche di scrivere le musiche originali, che erano accostate ad altre di repertorio. Quello spettacolo si rappresentava nelle chiese e nasceva per fare poche repliche, invece ebbe un grande successo e lo portammo anche in diversi festival all’estero. Da lì nacque la nostra collaborazione. L’incontro con Calenda è stato la mia fortuna, gli devo di essere riuscito a fare il mestiere che volevo.
Nel misticismo Sufi si parla di una vita silenziosa chiamata Zàt, dalla quale il Tutto si origina sotto forma di vibrazioni, mentre il tuo ultimo disco As Soon As Possible, fa riferimento alla fretta. È questo il messaggio?
Il cd si chiama ASAP, acronimo di As Soon As Possible, perché il brano che dà il titolo al disco è un pezzo con un tempo molto veloce, particolarmente virtuosistico. Non c’è mai nulla di esoterico in quello che penso o che scrivo, da artigiano della musica mi attengo a considerazioni molto più pragmatiche.
Hai composto musiche per vari generi teatrali, dal varietà alla musica popolare, alla commedia musicale, fino ai classici del teatro greco, del Novecento e contemporanei, una vita in musica, avresti potuto fare qualcos’altro?
Penso proprio di no. Sono riuscito, come ho già detto, a fare proprio quello che volevo, cioè scrivere musica, e scriverla per teatro. Alla fine degli anni Settanta era ancora possibile riuscire a inserirsi nel mondo del lavoro, qualunque esso fosse. Oggi è molto più difficile. Calenda mi ha dato la possibilità di farlo. Chissà quante altre persone non hanno mai incontrato chi le ha messe in condizione di provarci.
La prima volta che ho visto il Time Jazz di Paolo Fresu è stato per la fisarmonica di Richard Galliano. Quanto è importante per te la fisarmonica?
Amo molto Galliano, grande musicista, mi piace molto anche la sua collaborazione con Fresu, credo che sia una delle cose migliori del jazz di questi ultimi anni. Io però suono la fisarmonica da compositore, sono uno che esegue quello che ha scritto, senza l’ambizione di essere un virtuoso della fisarmonica, cosa che, infatti, non sono.
La nascita del Germano Mazzocchetti Ensemble, che cita vari linguaggi, dalla Classica al Jazz, alla World Music, dalle nenie popolaresche, ai ritmi mediterranei, cosa ha aggiunto alla tua musica?
Il gruppo è nato perché, una quindicina d’anni fa, ho sentito che mi sarebbe piaciuto fare altro rispetto alla e musica “applicata” e poi volevo tornare a suonare, perché il compositore in genere non suona, ascolta gli altri che eseguono quello che lui ha scritto. I solisti che lavorano con me sono molto bravi, ognuno è uno specialista del proprio strumento. Non essendo un virtuoso, per me scrivo cose facili e per loro passaggi più complicati.
Che rapporto hai con la musica Jazz?
Il Jazz è sempre stato la mia musica di riferimento. Mi sono laureato con Roberto Leydi – che fu un grande etnomusicologo - con una tesi sulla Storia del Jazz. È la musica che ho seguito da subito, da adolescente, la musica della mia formazione. Certo, il mio gruppo ha colori jazzistici, ma la musica che suoniamo è una confluenza di vari linguaggi. Per il teatro è diverso, il Jazz è una musica autonoma, è difficile da collocarlo come musica di commento. Eppure c’è chi ci è riuscito benissimo: Duke Ellington ha scritto le musiche per Anatomia di un Omicidio di Otto Preminger, Miles Davis per Ascensore per il patibolo di Louis Malle e Paolo Fresu ha scritto diverse colonne sonore. Il mio rapporto col Jazz nasce soprattutto da ascoltatore, ne ho ascoltato tantissimo da adolescente, col passare degli anni un po’ meno, ma sono rimasto sempre molto legato a questo linguaggio musicale.
Hai lavorato per il regista Sergio Rubini, ne Il Viaggio della Sposa: quali strumenti musicali hai scelto per esprimere l’idea del viaggio che fa innamorare Porzia e Bartolo sconvolgendo tutti i piani?
Da subito con Sergio Rubini abbiamo deciso di percorrere due strade per musicare il film: quella etnica per seguire il viaggio di Porzia e Bartolo, e una dimensione un poco più sinfonica per le altre parti del film. Il piano sinfonico è stato realizzato mediante un’orchestra di una trentina di elementi, mentre per la parte etnica abbiamo utilizzato un piccolo gruppo che suonava un pezzo in 5, metrica che non appartiene alla nostra tradizione italiana.
Hai musicato il primo film muto su Pinocchio: da quale personaggio della fiaba ti sei fatto guidare?
In realtà non ho musicato tutto il film, ma solo alcune scene del Pinocchio di Giulio Antamoro. Quando me lo proposero, il tempo a disposizione era poco per riuscire a musicarlo tutto, per cui ho fatto una specie di cernita di scene, cercando di mantenere all’interno tutta la scansione cronologica del film, e musicandone circa metà. In realtà, mi sono fatto guidare dall’andamento della storia, non da un singolo personaggio. Peraltro, Pinocchio era interpretato da un famoso fantasista francese, Polydor, che parecchi anni più tardi fu anche nel cast della Dolce Vita di Fellini.
Hai applicato la tua musica in molte situazioni, dove non l’hai ancora applicata?
Non ho sperimentato il linguaggio dell’elettronica. Nasco come musicista acustico, mi piace lavorare con gli strumenti acustici, forse sono un po’ troppo anziano per cominciare ad occuparmi d’altro, quindi continuo con gli strumenti acustici. Se mi chiederanno di fare dei lavori utilizzando l’elettronica, purtroppo dovrò declinare l’invito.
Di Germano mi ha colpito il fatto che dopo tutta una vita trascorsa scrivendo musica, abbia mantenuto la sapienza dell’umiltà, perché sono convinta che, come sostiene Papa Francesco «Per essere grandi, bisogna prima di tutto saper essere piccoli. L'umiltà è la base di ogni vera grandezza» .
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Nasce come autrice di romanzi, racconti, fiabe, ma pubblica anche biografie, articoli e interviste. Progetta eventi culturali e opere pubbliche occupandosi con passione di parchi, piste ciclabili e lavori ferroviari.