Gli Esseri del Regno di Fantasia non si arrendono mai,
che siano umili fanciulle o giovani coraggiosi,
splendide principesse o nobili principi,
piumosi pulcini o soffici aquilotti…
Fatine ed elfi, vecchine sapienti e bimbi giudiziosi,
uccelli variopinti e farfalline leggiadre
si aggirano nel Mondo di Fata Immaginazione,
Tessitrice dei nostri Sogni…
Scrittrice di romanzi, racconti, fiabe, favole e storie per l'infanzia.
Autrice del romanzo "Donne allo specchio" Mef Firenze, della raccolta di Fiabe "Storie di Magia" Happy Art Edizioni Milano, del volume LegenΔe di Piante - Nostra Protezione ed equilibrio in terra (una raccolta di 12 leggende sulle piante ambientate nei dodici mesi dell’anno) pubblicato a puntate nel 2014 su Wall Street International Magazine.Nel giugno 2017 ha pubblicato per la Collana I Cortili della Casa Editrice dei Merangoli, il Saggio Ingegneria Elevato n - Ingegneria del Futuro o Futuro dell’Ingegneria?, scritto a quattro mani con suo fratello Maurizio Boi, con 150 Immagini Colore/BN del fotografo Sergio Pessolano.
In questo documentario di Rai Scuola “Guardarsi
negli occhi” viene trattato un tema molto caro ai suoi Autori, Piero
Di Gennaro, che cominciò ad occuparsene nei lontani anni in cui era
giornalista del quotidiano “Il Manifesto”, e Giancarlo Di Giovine, che
abitualmente è autore di programmi di Storia e Scienza per la Rai. Con la complicità
della Regista Alessandra Peralta, la cui telecamera inquadra i
volti dei giovani per mettere in rilievo questo specchiarsi nell’Altro, emerge
un messaggio, molto vicino a quello espresso dal sociologo francese Alain
Tourain. I ragazzi si rendono conto che bisogna investire sulle emozioni che ci
uniscono tutti, indipendentemente dal colore, dalla provenienza, dalla
religione, piuttosto che sulle diversità che, comunque, occorre considerare
come una ricchezza. E cosa ci voleva insegnare il noto sociologo nel suo libro
“Libertà, uguaglianza, diversità” pubblicato da “Il Saggiatore” nella
collana Saggi, se non lo stesso dettato? Lo scrittore incentra, infatti, la sua
riflessione socio-politica sulla domanda: «Come possiamo vivere insieme,
liberi e diversi, ma non disuguali?»
Si tratta davvero della «sfida fondamentale
a cui il mondo postindustriale deve fare fronte».
In un universo globalizzato, dove
l’individuo appare scisso e alla deriva, chiuso tra comunità incapaci di
interagire tra loro, con un vertiginoso aggravarsi delle disuguaglianze fra i
diversi, per il pensatore francese «L’unica soluzione percorribile è dunque
l'appartenenza a una comunità aperta agli scambi con l'Altro».
Questo è il messaggio che si legge negli
occhi dei giovani delle tre scuole coinvolte, Il Liceo Classico “Pilo
Albertelli” di Roma, il Liceo
Scientifico “Arcangelo Scacchi” di Bari
e l’Istituto di Istruzione secondaria “Amedeo Avogadro” di Torino.
E traspare dagli sguardi abilmente
ripresi dalla Regista - Montaggio di Gabriele Sartori-, da occhi
che non sono più gli stessi dopo quest’esperienza, giacché vedono più lontano,
forse perché finora non si erano fatti troppe domande. Ma i giovani, i ragazzi,
i bambini, sono la nostra risorsa: di fronte a loro, una pelle più scura, un
occhio a mandorla, una lingua sconosciuta, non sono un problema da risolvere,
ma un’opportunità da cogliere…
Il documentario è il risultato di un
progetto didattico denominato “Buonsenso” promosso
dal Ministero dell’Istruzione,
dell’Università e della Ricerca e dagli Editori Laterza.
L’obiettivo era quello di fornire agli
studenti dei tre Istituti coinvolti, strumenti utili per conoscere e comunicare
in maniera efficace su un tema molto complesso e decisamente attuale come
quello dell’immigrazione, attraverso l’insegnamento delle diverse forme di
comunicazione - la parola scritta e la parola detta, il video reportage e la
performance teatrale, con il sostegno di docenti e tutor – registi,
giornalisti, scrittori, artisti e attori.
I tre Istituti hanno scelto percorsi comunicativi
diversi.
Gli studenti del Liceo
“Albertelli” di Roma - guidati dalla Professoressa Michela
Nocitae
dalla tutor Takoua Ben Mohamed
(graphic journalist) -, hanno prodotto una graphic novel, realizzando due
storie che s’intrecciano, una scritta e l’altra a fumetti, la prima ambientata
nell’antichità, la seconda ai giorni nostri.
Gli studenti del Liceo
“Scacchi” di Bari - seguiti dalle Professoresse Vittoria Frega e Francesca
Brancaleone e dal tutor Andrea Ferrante, regista -, hanno
realizzato uno spot promozionale sullo stile delle pubblicità progresso, con
una doppia intervista ad uno studente italiano e ad un collega di origini
extracomunitarie.
Gli studenti dell’Istituto “Avogadro” di
Torino - guidati dalla Professoressa Marina Francesa Gherrae
dalla tutor Suad Omar,attrice e mediatrice
culturale, - hanno realizzato uno spettacolo teatrale che consiste in un flusso
di parole, concetti ed esperienze legate al tema dell’immigrazione.
E sullo sfondo di questo documentario,
accompagnato dalle musiche sapientemente scelte dalla Peralta, appare sempre il
mare, che porta, che trasporta, che dirige, quel mare grande ed immenso che può
contenere tutto, con orizzonti che cambiano a seconda della prospettiva, con le
acque capaci di condurre un’onda di progresso.
Il risultato di questa esperienza ha
contribuito, infatti, a realizzare «una “cittadinanza attiva” dove
integrazione e capacità di convivenza diventano gesti e concetti “maturi”
perché consapevoli, che si esprimono anche con un semplice “guardarsi
negli occhi”».
TRA FIABA E LEGGENDA (MESE DI OTTOBRE) IL LARICE INNAMORATO
Sergio Pessolano: Tronco di Larice
di PATRIZIA BOI
C’era una volta in un paese smarrito tra i monti una pianta di Larice di quasi mille anni. Viveva solitaria su una sponda del lago, guardando da lontano la foresta di Betulle situata più in basso. Il Larice aveva scelto di vivere la sua esistenza al limite del mondo, anche se talvolta si era trovato a socializzare con i fratelli Abeti bianchi, con i cugini Carpini neri e con gli amici Pini silvestri, ma sempre in foreste rade e luminose.
Quest’albero proteso verso l’abisso, pagava il prezzo della sua scelta con la sofferenza delle tempeste urlanti, delle scariche tonanti di rocce instabili, delle valanghe che si abbattevano come scuri affilate, dello scarso nutrimento aggrappato in pochi grammi di terra e della solitudine infinita dei secoli. Aveva deciso di vivere in quel posto, lo aveva scelto con cura, conosceva i molti pericoli e le poche certezze, perciò si affidava a solide radici che con un abbraccio saldavano terra e rocce in un unico elemento.
Il suo fusto possente e diritto era fiero di essere l’unico albero che può vivere cosi in alto, i rami si allungavano verticali poiché non avevano alcun timore di sporgersi nel vuoto. Lui era il creativo della grande famiglia delle Conifere, si distingueva perciò dalla normalità di una vita mediocre, era il solo che d’autunno dava spettacolo sulle pareti inaccessibili della montagna. E non passava inosservato nemmeno d’inverno quando la sua chioma si alleggeriva silenziosa con una pioggerellina di aghi dorati, o a primavera quando invece esibiva puntuale mille rose di aghi verde pastello. Quest’albero era energia limpida, la sua carne a lungo temprata dagli eventi era immortale, poteva far conoscere all’acqua del lago la sua leggendaria ostinazione, diventando solido guscio di galeoni e corvette, prezioso tesoro sommerso per insolite traversate. Nel suo inverno spesso il Larice era ricoperto di neve e osservava muto la distesa ghiacciata del lago, i suoi rami spogli resistevano alle intemperie con forza e determinazione ed erano d’esempio per tutto il mondo vegetale.
Una di quelle mattine grigie e gelide in cui il respiro si ghiaccia istantaneamente nell’aria, il Larice guardava distratto le luci dell’abitato. Una slitta trainata da lupi argentati si fermò proprio sotto di lui. Una bimbetta con una madre incantevole, scesero dalla slitta e ammirarono l’albero. La piccolina si mise ad accarezzare i suoi rami innevati e a far scivolare al suolo farina di neve. Il Larice s’inchinò per salutare le due fanciulle e sorrise allargando i suoi rami. La donna restò affascinata da quel movimento delicato e passò la sua mano calda sul ramo più basso. In un attimo la neve si sciolse e sul Larice crebbero vertiginosamente gli aghi della sua chioma, di un verde brillante che accese di luce tutta la foresta.
La donna fu stregata da quella pianta e non se ne seppe allontanare. Nel suo fusto vedeva nascosto un tesoro, nella sua resina percepiva un’energia di rinnovamento e purificazione. Pensava a quell’albero che una volta vecchio non sarebbe stato usato per il fuoco, ma invece per farne assi, tavole, mobili, panche, letti, e, in altri paesi dove ancora l’antica sapienza è un valore, sarebbe stato usato di certo per costruire case dalle fondamenta affidabili.
Soltanto lì una donna illuminata poteva sentirsi protetta, le calde assi del Larice si sarebbero abbracciate l’una con l’altra respirando dalle venature aromatiche essenze. Il Larice poteva essere il riparo perfetto per filtrare e assorbire sia le tensioni umane che degli elementi, il tempio di pace per sfidare inalterato i secoli e i millenni. La donna non avrebbe mancato di abbellire il suo giardino piantando Larici: al tempo della mietitura avrebbe trovato riposo sotto la sua ombra, e quando il sole sarebbe stato troppo basso sull’orizzonte avrebbe, al sicuro nel suo riparo, gioito dell’ultimo raggio. Avrebbe guardato il grande e solitario Larice d’inverno stendere ai suoi piedi la calda coperta di morbidi aghi, offrendo riparo agli abitanti della foresta infreddoliti: così il capriolo, il cervo oppure il camoscio avrebbero risparmiato le delicate gemme primaverili.
Mentre la donna sprofondava in questi pensieri, sedotta dalla forza, dalla vitalità e dal calore del Larice, sentì un grande slancio verso la pianta e i suoi arti si protesero per abbracciarla. In quel momento i rami del Larice si intrecciarono alle braccia della donna, il suo fusto si fuse con il suo corpo aggraziato e le gambe di lei si attorcigliarono con le sue profonde radici. La bimbetta vide sparire la figura di sua madre nel groviglio di rami e germogli di quel Larice scintillante. Si sentì disperata e sola e urlò alla notte tutto il suo dolore. Allora il Larice si inchinò, con il suo ramo più tenero la prese su di sé, la pose fra i suoi rami e l’abbracciò con tutta la sua essenza. La bimbetta divenne germogli di primavera e una luce sfavillante si diffuse sul paese illuminando il ghiaccio del lago e riflettendosi sulla luna. Un canto ancestrale attraversò ogni elemento e si diffuse per tutto il Cosmo.
Il Larice distese i suoi rami, si stiracchiò dolcemente e si risvegliò dal suo lungo sonno, ed ecco perché sotto i suoi rami, da quel momento in poi e per tutti gli inverni del mondo, nessuno vide mai più congelata quella parte del lago. La slitta con i suoi splendidi cani si mosse quel giorno in direzione di un nuovo destino.
La cantante e attrice napoletana Anna Maria Giannone nasce nel bel mezzo della città, dove si «apre via Spaccanapoli, un rettilineo di più di un chilometro, stretto e vociante, che divide in due l'enorme agglomerato», cuore pulsante di quella Babele della storia dove visse Benedetto Croce.
E il cuore di Anna Maria è presente in ogni suo gesto, nei suoi occhi sfavillanti di passione, nella sua voce scura ricca di tutte le sfumature della napoletanità. Aveva solo tre anni quando scoprì che la sua missione era cantare e ne aveva circa sedici quando la sua voce si espandeva per la tromba delle scale annunciando a tutto il vicinato che lei era tornata. Suo padre voleva farle fare la parrucchiera, un mestiere per cui non era tagliata ma che aveva accettato di buon grado perché i fili del phon le ricordavano il microfono, così come la tromba delle scale fungeva da amplificatore per la sua voce. Alla fine suo padre fu costretto a darle una chance e la portò a fare un provino con Sergio Bruni. Erano gli anni ’86-’87.
Hai iniziato la tua carriera con Sergio Bruni, quindi?
Ho conosciuto Sergio Bruni nel suo momento di passaggio dalla canzone classica napoletana al sodalizio artistico con il poeta Salvatore Palomba. Ho vissuto il periodo del loro primo album, Levate ‘a maschera Pulicenella, che racchiudeva pezzi importanti come Carmela, Chiappariello, ‘o spacciatore, ‘O guardamacchine, eccetera. Nei nostri spettacoli raccontavamo un’altra Napoli, non già quella sentimentale della vecchia canzone, Palomba, con i suoi testi poetici, attingeva «alla cruda realtà di Napoli e alle drammatiche condizioni di vita del suo popolo costretto a inventare mille mestieri per non morire». Carmela è «una ragazza bruna, bella, fiera, napoletana, che serviva ai tavoli e ci guardava dall’alto in basso, come una regina», diceva Palomba, ma è anche la speranza di una città infangata dalla tragedia della camorra, è la forza della città stessa, quella parte di Napoli che resta:
«Stu vico niro nun fernesce maje e pure 'o sole passa e se ne fuje. Ma tu stai llà, addurosa preta 'e stella, Carmela, Carmè».
E poi c’è la creatività della napoletanità, al di là dell’imbroglio e del raggiro, c’è la capacità di inventarsi un mestiere, ‘O guardamacchine, per esempio?
L’incontro con Palomba ha dato un altro respiro alla canzone di Sergio Bruni, non si parlava più solo di “sole, pizza e mandolino”, ma si affrontava il tema sociale degli ultimi, dei morti di fame, dell’arte di arrangiarsi per sopravvivere, dei parcheggiatori abusivi, degli spacciatori, delle prostitute. C’è tutto un mondo a Napoli che rappresenta il vivere quotidiano, quel vociare nelle strade che fa parte del quartiere, una confusione che si manifesta con un incredibile ordine, una creatività che si sviluppa proprio dai limiti imposti dalla criminalità organizzata, ma soprattutto dalla mancanza di mezzi.
«A Napoli noi siamo stati sempre specialisti a inventare mestieri, perché la fatica, se non ce la inventiamo noi, nun se magna».
Napoli non ha esportato solo la camorra, ma anche, per dirla con le parole di Luciano Stella, «l’arte della vita, intesa come l’arte di saper reagire, di essere consapevoli di quello che ci succede, di trovare soluzioni per ristabilire un equilibrio, un positivo stupore delle cose che ci possono capitare. È un’arte del mutamento, non un’arte della fissità».
In questo continuo vociare, in questa nascita di mestieri, c’è la ribellione dell’uomo offeso da una vita miserabile, c’è una trasformazione del limite nel suo superamento, tant’è che sempre Palomba al posteggiatore abusivo fa affermare:
«Io esercito il mestiere 'e guardamachine, la più moderna e nuova professione… E' nu mestiere serio… Pecché a guardà ci vuole l'abitudine, ce vò' ll'applicazione e ll'esperienza».
Se lo Stato non riesce a risolvere i problemi della sopravvivenza dei più deboli, cosa deve fare un disgraziato, se non trovare un modo?
«L'autorizzazione del Comune? Eh, nun 'a tengo. Mi sono fatto autorizzare da mia moglie e cinque figli».
E così sei riuscita a fare la cantante, e poi anche l’attrice, come è successo?
È successo quasi subito, nel 1989, con la Compagnia del Teatro Bellini di Napoli diretta da Tato Russo. Fui scritturata nello spettacolo Palummella zompa e vola con Tato Russo e Rosalia Maggio, come attrice giovane protagonista, ero io la Palummella. Ho avuto l’opportunità di lavorare con Rosalia Maggio, la penultima dei componenti della famiglia Maggio, una donna molto sensuale, capace di passare dal varietà all'avanspettacolo, dal dramma al teatro napoletano e perfino al cinema, interpretando un ruolo nel film con Totò e Peppino De Filippo, dal titolo Totò, Peppino e le fanatiche. Per una ragazza giovane come me, respirare la stessa aria di Rosalia e Tato fu davvero un bel battesimo. Dopo mi iscrissi all’Accademia Nazionale del Teatro Bellini, ma poi lasciai nella stagione ’92-’93 perché fui scritturata da Carlo Giuffrè per la commedia Le voci di dentro di Eduardo De Filippo, diretta e interpretata dallo stesso Giuffrè.
Una mirabile opera sul moralismo, che sarebbe attualissima anche ai giorni nostri.
Effettivamente, il protagonista, infatti, crede di essere un depositario dei valori ormai dimenticati e si sente in dovere di esercitare un ruolo da inquisitore nei confronti di un’intera famiglia che crede colpevole d’omicidio. E nonostante manchino davvero le prove, nascono una serie di sospetti reciproci tra i presunti imputati. Nascono delle ‘Voci da dentro’ che scavano nell’inconscio dei personaggi, i quali finiscono con l’accettare l’accusa di assassinio come un fatto di normale quotidianità. In questa commedia ho potuto assorbire la grandezza di Eduardo, ma anche quella di Giuffrè.
Con Giuffrè hai interpretato un ruolo anche nella commedia Natale in casa Cuppiello, la commedia forse più nota di Eduardo che risale al 1931?
Viviani, Scarpetta, Eduardo, Peppino, sono autori che ho avuto la fortuna di rappresentare. Come sostiene Palomba, questi erano gli artisti che conoscevano la lingua napoletana, oggi stiamo assistendo al suo degrado. Si tratta di «un gergo maltrattato, un napoletano senza alfabetizzazione: la lingua di Gomorra. Il napoletano scritto è quasi esclusivamente letterario: poesie, canzoni, teatro».
Hai avuto la fortuna di lavorare anche con Massimo Ranieri al Teatro Stabile di Genova, cosa portavate in scena?
Si trattava di Liolà di Pirandello nella visione di Maurizio Scaparro. Come dichiara lo stesso regista «Liolà è la cultura mediterranea, la Magna Grecia, il paganesimo». Per me un’altra esperienza significativa e appassionante, ho sempre amato questa figura di clown, poeta e vagabondo, come lo definisce Repubblica, fa parte del mio animo napoletano. Anche se come donna, quest’uomo libero di amare tante donne, magari non rappresenta il mio prototipo…
Alla serata conclusiva del Festival Come il vento nel mare ti sei esibita accompagnata dal chitarrista Angelo Migliaccio in una performance di canzone napoletana classica dal titolo 'Na voce, 'na chitarra (e 'o poco 'e luna), ma hai voluto proporre anche ‘O guardamacchine e un altro brano tratto dallo spettacolo teatrale Napoli notte e giorno scritto da Raffaele Viviani, perché?
Adoro il mondo di Raffaele Viviani, il suo teatro di denuncia, la sua capacità di dare voce a tutto quel sottobosco di delinquenti, malefemmine, magnaccia, famiglie senza tetto che vivono nei quartieri popolari di Napoli, tutta quella realtà degradata che conduce i napoletani spesso all’emigrazione per sfuggire alla miseria e poter avere una possibilità di riscatto. Il Caffè di notte e giorno, è sempre aperto per ospitare tutta quella pletora di derelitti di ogni genere, affamati dalla miseria e ignoranti per mancanza di mezzi. Come in tutti i porti di mare, le atmosfere dipingono quella congerie di sbandati che entrano in conflitto tra di loro, che si offendono, che si minacciano, ma che alla fine non fanno davvero nulla, un tempo avevano la speranza di partire alla ricerca dell’Eldorado, oggi, invece, in questi porti di mare, arrivano… Dei personaggi di questa specie di inferno di gente malfamata e piena di problemi, ho scelto un pezzo intitolato U sapunariello perché rappresenta una di quelle voci che sentivo sempre passare da piccola, il venditore di oggetti vecchi, uno di quei derelitti del popolo di Viviani che afferma:
«E intanto ‘o delegato e tutt”e guardie vanno piglianno ‘a gente ‘e malavita. Capite? Accussì ‘a chiammanno! Addo’ si chella è bbonavita! Chella è gente ca magna e ca veve, cu carrozze, triate, scampagnate, cu cocotte, etceveza etceveza. E chesta è malavita? Ma ve ne jate o no! ‘A malavita overo, chell’autentica, è chella ca facc’io, cu sta miseria!».
Dovevo cantare durante una cena di gala, abbiamo scelto con Angelo pezzi classici della canzone napoletana, per accompagnare la cena in leggerezza, volevo aprire con questo pezzo di Viviani, ma poi abbiamo deciso che era meglio farlo dopo la grande abbuffata…
Sono tanti anni che canti nel complesso di Angelo Migliaccio I Marechiaro, avete fatto tournée in tutto il mondo, Brasile, Canada, Montecarlo, Egitto…
In realtà io non l’ho seguito in tutte le sue tournée, per tanto tempo ho girato l’Italia e l’Europa, poi a un certo punto, dopo la nascita di mia figlia Lucrezia, ho deciso di fermarmi un poco, ho trovato un lavoretto tranquillo, con degli orari che mi consentissero di avere una famiglia e mi sono ritirata dalle luci della ribalta. Ora Lucrezia ha undici anni, forse è venuto il momento di ricominciare a cantare. In realtà non ho mai smesso, canto a casa mentre cucino, canto in macchina mentre viaggio, canto anche in ufficio, ormai le persone che vengono alla reception dove io le accolgo, lo sanno che canto e, spesso, mi chiedono di fare una cantatina… E io canto mentre cerco i loro nomi al computer, mentre consegno loro i badge, è un modo differente di fare la receptionist…
Una serie di foto dei vari spettacoli montati con la musica
Nasce come autrice di romanzi, racconti, fiabe, ma pubblica anche biografie, articoli e interviste. Progetta eventi culturali e opere pubbliche occupandosi con passione di parchi, piste ciclabili e lavori ferroviari.
Alle ore 16.30 alla manifestazione Sardegna incontra Roma, sarà presentato il Progetto "I cammini dell’identità”. Report conclusivo (rivista allegata a il cagliaritano, che verrà omaggiata a tutti i presenti, sito, documentario, galleria fotografica) del Gremio dei Sardi di Roma a cura di Antonio Maria Masia, Luisa Saba e dei partecipanti al seminario. All’interno dell’evento presentazione della fotografa di Nuoro Maria Carmela Folchetti e dei suoi libri fotografici: “Sacro e profano in Sardegna”, 10 copie verranno regalate per estrazione fra i presenti.
Da venerdì 16 a domenica 18 ottobre, per iniziativa del Gremio dei sardi si svolgerà a Roma la 34^ edizione della rassegna L’Isola che c’è.
La manifestazione Sardegna incontra Roma, organizzata con la collaborazione della Gia Comunicazioni di Cagliari e della Fasi, si aprirà venerdì alla 10,30 nel Mercatino Conca d’Oro di Montesacro, con la presentazione del libro sulla “Storia del Gremio”, alle 16 ci sarà la premiazione L’Isola che c’è con la giornalista Stefania Pinna.
TRA FIABA E LEGGENDA (MESE DI SETTEMBRE): LA FATA ALBA SPINA
Sergio Pessolano: La Fata del Biancospino
di PATRIZIA BOI
C’era una volta nel bosco una casetta piccola e grigia. Era costruita su un pendio sopra il Lago degli Elfi, proprio accanto al grande Pozzo che le donne del villaggio consideravano Sacro. Faceva ombra al Pozzo un enorme albero di Biancospino, i cui rami intrecciati di spine costituivano una barriera tra la casa e la foresta profonda. La pianta era ricca di fiori candidi di purezza, il giardino circostante era sempre verde e colmo di fiori di mille forme e colori. Il Biancospino spiccava perché, nel suo inerpicarsi sulla casa e sul pozzo, era un viavai di passeri, merli, tordi, pettirossi, cornacchie e farfalle d‘ogni specie. Ogni tanto una volpe s’avvicinava di soppiatto attratta dalle voci degli uccelli e poi scompariva improvvisamente nel nulla.
Quando Fiammetta andava a trovare la nonna, che abitava nella casetta, spesso si sedeva affianco al Pozzo, all’ombra di quell’albero. Se la pianta indossava il suo abito primaverile le sembrava di vedere un’elegante signora bella come una sposa. Nella sua chioma scorgeva un velo leggero e profumato, nei fiori che scendevano lungo il tronco vedeva lunghe braccia aggraziate e il tronco delicato e slanciato le dava l’idea di due straordinarie gambe affusolate. La nonna le aveva raccontato che una sua antenata, per non andare sposa al terribile Re degli Elfi, si era gettata nel Pozzo. Allora dalla terra era improvvisamente nata quella pianta di Biancospino. Fiammetta parlava spesso con l’albero, esprimeva i suoi desideri, chiedeva consigli, esorcizzava le sue paure.
Fu così che proprio il giorno in cui sua nonna salì in cielo, di fronte al dolore inconsolabile della bambina, l’albero incominciò ad agitare le fronde come se danzasse al sibilo del vento. La bimba vide materializzarsi un’elegante figura di donna. Con un ramoscello carico di frutti rossi la sfiorò e disse:
«Sono l’anima della tua prima antenata, la Fata Alba Spina. Tua nonna è arrivata in fondo al Pozzo ed è stata accolta nel giardino fiorito dalle Fate della nostra stirpe. Non devi piangere, lei sta bene e mi ha chiesto di proteggerti. Posso esaudire tre tuoi desideri: prendi questo scettro di frutti e usalo per chiamarmi quando ne avrai bisogno. Le mie spine segnano il confine tra il Regno del visibile e il mondo dell’invisibile, i miei fiori sono la barriera da attraversare per giungere nel Regno delle Fate, i frutti rossi sono il fuoco che si cela dentro ogni essere umano. Se saprai usarli con intelligenza ti regaleranno un mondo d’Amore».
Fiammetta divenne rossa in volto e i suoi occhi scintillarono al sole. La sua vocina richiamò uccelli e animali che uscirono dalle loro tane giungendo da tutte le parti. Ci fu un coro di cinguettii, ululati, sibili, le volpi uscivano dalle loro tane, farfalle e coccinelle svolazzavano dovunque e tutte le piante della Foresta si risvegliarono mettendo foglie, fiori e frutti. La bimba si sentì felice e imparò a godere anche delle piccole cose.
Spesso andava a trovare la fatina e ci parlava con immensa tenerezza. Gli adulti non la comprendevano e cercavano di portarla lontano dai suoi sogni. Un giorno che era sola nel giardino, la bimba chiamò la Fata e le chiese:
«Mi accompagni in fondo al Pozzo? Mi piacerebbe salutare mia nonna!».
Allora la Fata prese un ramoscello di fiori e vi fece salire sopra Fiammetta. La bimba attraversò nove porte luminose e a ogni passaggio fu immersa in un mondo nuovo di profumi, di suoni e di lampi di luce. Alla fine comparve un lago azzurro scintillante di riflessi multicolori e, sopra una nube che fluttuava nello spazio, le apparve sua nonna. C’erano migliaia di altre nuvolette avvolte nel bagliore e seppe che ognuna era una Jana, cioè una fatina della sua stirpe dalla notte dei tempi.
Poi la nonna l’abbracciò e le disse:
«Figlia mia, è ora che tu torni sulla terra. Va da sola e non voltarti mai indietro. Ricordati di non svelare a nessuno il segreto del mondo di sotto!».
Fiammetta salutò la nonna e cominciò a salire oltrepassando dieci meravigliosi strati di luce. A un certo punto un gattino bianco la condusse verso una barriera di fiori bianchissimi. Attraversò una foresta di spine e fiori di Biancospino nella luce del plenilunio di novembre, respirò i raggi argentei dell’astro nascosto nella notte, accarezzò da vicino la pelle luminosa delle stelle, poi cadde addormentata ai piedi di una cascata.
L’indomani si svegliò nel suo lettino, in mezzo a tutti i suoi pupazzi. Sua madre le sorrise e le disse:
«Amore, è ora di far colazione».
La finestra era aperta e il sole risplendeva facendo brillare le gocce di brina sul prato. Fiammetta pensò alla pianta del giardino di sua nonna e sorrise. Poi si voltò e cercò tra le sue bambole di porcellana la compagna di quel giorno. I suoi occhi scintillarono nell’osservare una bambolina quasi nascosta dal vestito della bambola più grande. La prese in mano e s’accorse che somigliava alla Fata Alba Spina. Si stupì perché non l’aveva mai vista prima tra le bambole. La prese tra le braccia, le sorrise e cominciò a cantarle una ninnananna.
Da quel giorno la scelse sempre come compagna di gioco. Anche adesso che è cresciuta se la tiene nel lettino e, prima di andare a dormire, le sussurra ogni notte un nuovo segreto. I tre Desideri ancora non li ha espressi, ogni volta che è tentata di farlo pensa sempre di conservarli per momenti di maggiore necessità: non bisogna sprecare i Desideri!
Ogni piantina ha il suo mistero ogni bel fiore è un mondo intero in ogni frutto nasce l’essenza crescono perle di conoscenza.
Se il Biancospino crea una barriera di fiori candidi a primavera la fantasia distenda il suo velo nella purezza di un cuore sincero.