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Roma, Roma, Italy
Scrittrice di romanzi, racconti, fiabe, favole e storie per l'infanzia. Autrice del romanzo "Donne allo specchio" Mef Firenze, della raccolta di Fiabe "Storie di Magia" Happy Art Edizioni Milano, del volume LegenΔe di Piante - Nostra Protezione ed equilibrio in terra (una raccolta di 12 leggende sulle piante ambientate nei dodici mesi dell’anno) pubblicato a puntate nel 2014 su Wall Street International Magazine.Nel giugno 2017 ha pubblicato per la Collana I Cortili della Casa Editrice dei Merangoli, il Saggio Ingegneria Elevato n - Ingegneria del Futuro o Futuro dell’Ingegneria?, scritto a quattro mani con suo fratello Maurizio Boi, con 150 Immagini Colore/BN del fotografo Sergio Pessolano.

domenica 11 novembre 2018

Tra Fiaba e Leggenda (Mese di Novembre): La Magnolia dai Fiori di Porpora di Patrizia Boi su Tottus in Pari di Massimiliano Perlato


http://www.tottusinpari.it/2018/11/11/tra-fiaba-e-leggenda-mese-di-novembre-la-magnolia-dai-fiori-di-porpora/?fbclid=IwAR1DxYAS-TLiFhtfeioGjYJC7o54KyVkPO1s_OsK5ebvqZu-7b0nEGUy1pw




TRA FIABA E LEGGENDA (MESE DI NOVEMBRE): LA MAGNOLIA DAI FIORI DI PORPORA



Sergio Pessolano, Magnolia

di PATRIZIA BOI
In un’isola dell’oceano esisteva un giardino, elegante abitazione di deliziose Magnolie stellate. I loro abiti verdeggianti con i rami rivolti al Sole, erano colmi di generosi germogli, che effondevano i loro effluvi grazie a brezze leggere.
Tra le magnolie più belle c’era Weleda, regale e leggiadra, la più antica della specie: il suo fusto vestito di verde brillante spiccava per la compostezza delle foglie e per la tenerezza dei germogli. Quello che la rendeva unica e rara, però, era la magnificenza della sua fioritura, quegli enormi fiori purpurei che sbocciavano esprimendo passione selvaggia e sprigionando un profumo irresistibile.
Per questo era considerata la regina delle piante in fiore, una femmina affascinante da accarezzare su ogni petalo, anche quando i fiori si aprivano e cadevano al suolo vestendo la terra di un manto purpureo. Il suo abito spoglio di quei colori la poteva far sembrare una pianta comune, ma un occhio attento ne avrebbe senza dubbio compreso il temperamento. Era sensuale anche l’aspetto delle sue foglie, il loro espandersi verso l’alto, sdoppiandosi al calore del sole per dare altri rami, germogli e fiori. Weleda era un concentrato di sensualità, sensibilità e purezza, sapeva cogliere le vibrazioni del Cosmo ed estendersi verso il mistero dell’estasi. I suoi fiori ben rappresentavano l’intensità del suo slancio, essi erano vitali anche quando si staccavano per viaggiare lontano e svelare agli uomini i loro misteri e talenti, come se fossero legati da un filo invisibile.
Noi siam fiori attenti
sveliamo i tuoi talenti
tessiamo a voi destini
come saggi indovini.
Se una musica ci chiama
tutto il fiore e la sua brama
su nel cielo piano sale
a danzare sopra il mare.
Un bel giorno due fiori si staccarono dai rami di Weleda e cominciarono a danzare. Sentivano la musica di una terra lontana che prometteva interessanti misteri. Legati da questa irresistibile voglia di viaggio ballarono per giorni e notti volando sopra il mare blu. Inseguendo una farfalla azzurra giunsero nella valle dell’edera dove conobbero lo Spirito dei ciclamini, nudo come spesso appare l’essenza delle cose per rivelare l’enigma racchiuso nel suo fiore, l’espressione dell’amore più puro, quello gratuito e senza pretese.
I fiori respirarono quel profumo intenso e poi volarono sopra le nubi andando verso mille primavere, spinti dal vento e dalle brezze. Nelle notti senza luna, un gufo brillante li guidava nel buio con la luce dei suoi occhi. La mattina invece era un uccello azzurro a indirizzare la loro danza verso una terra fertile e ricca di fauna.
Guarda come gli animali
sono autentici e geniali
che sian scimmie o giraffine
elefanti o panterine.
Sono piccoli o giganti
le pellicce ben pesanti
tigri puma e poi leonesse
della giungla principesse.
Tra i macachi un bel pitone
s’attorciglia sul troncone
un’iguana canterina
canta tutta la mattina.
Mentre il coccodrillo sbava
l’ippopotamo si lava
con la sua andatura lenta
e il serpente s’addormenta.
Aspettando il gran risveglio
il leone è bello sveglio
tra una pianta e una liana
corre e sogna la savana.
Mentre i fiori svolazzavano nella luce scintillante osservando gli animali della savana, passava da quelle parti il principe Lug, un uomo alto, diritto sulle gambe forti, con un volto candido e amabile e una folta capigliatura bionda dai riflessi rossi. Notò subito quei fiori e fu abbagliato dallo sfavillio dei loro colori, dalla passione che sprigionavano, dalla gentilezza, dalla curiosità del loro aspetto, dalla genuinità del loro immenso sorriso. Si fermò per raccoglierli e, con le sue mani garbate, cercò di comprenderne l’energia pura e di prendersi cura di loro. Lug li condusse attraverso valli incantate, percorsero colline dolci e versanti impervi, strade tortuose e corsi d’acqua impetuosi, fino a raggiungere il magico paese degli Esseri Elementali, un mondo dove ognuno di questi spiriti stava a guardia di una “porta”.
Il Principe accomodò i due fiori sopra il mantello e s’incamminò verso la direzione del Nord raggiungendo la Porta della Terra dove lo attendevano un centinaio di piccoli e tozzi gnometti. Uno di loro s’avvicinò amabilmente e gli disse:
Preserviamo noi l’ambiente
la ricchezza originaria
stiamo bene nel presente
volteggiando un poco in aria.
Siamo bassi di statura
occhi lucidi e gentili
una piccola ossatura
per scavar tra i vostri fili.
Lo gnomo poi sorrise burlone, fece un salto, s’avvicinò e gli sussurrò le storie del bosco, delle foreste di querce, delle meravigliose Driadi dagli abiti di foglie e delle fanciulle custodi dell’albero stesso.
Quando Lug fu soddisfatto di quanto aveva visto e udito, volle entrare in una grotta e dormire per una settimana intera. Uscì che era abbagliato dalla luce del sole, gli era cresciuta una lunga barba che rifletteva lo stesso colore dei fiori addormentati anche loro per tutto quel tempo. Alla luce i fiori ripresero il loro aspetto risplendente e si stiracchiarono allungandosi verso l’alto pronti a riprendere il cammino.
Stavolta Lug prese la direzione dell’Ovest e s’incamminò lungo un sentiero che saliva inerpicandosi su un dirupo senza fondo. Un suono assordante gli attraversava le orecchie man mano che s’arrampicava e il passaggio si faceva sempre più stretto finché non scomparve improvvisamente per lasciare il posto a una cascata. Quella era la Porta dell’Acqua, dove s’imbatté nelle deliziose Nereidi Azzurre, splendide ragazze dai capelli ricci e vaporosi e gli occhi chiari che vivono in torrenti, fiumi, laghi, cascate e oceani. Alcune di loro si libravano felici e rapide sopra gli schizzi dell’acqua, altre restavano celate nella calma e fresca profondità degli specchi d’acqua sotto la cascata. Erano vestite solo delle loro lunghe chiome fluttuanti e cantavano così:
Siamo vive esuberanti
noi molteplici e cangianti
se viviamo nei torrenti
o nei fiumi sorridenti.
Vieni qui ti liberiamo
dai dolori e dalle pene
abbandonati al richiamo
noi tagliamo le catene.
Lug fu attratto da quel canto sublime e stava già per buttarsi tra le braccia di una fanciulla, ma i fiori lo sollevarono in aria aiutandolo ad oltrepassare quella porta. Volarono quindi sopra una collina e atterrarono in un campo di girasoli sopra una capanna dove Lug poté riposare per un mese intero.
Al suo risveglio prese la strada del Sud e si ritrovò in una specie di deserto costellato di vulcani che eruttavano continuamente. I fiori erano terrorizzati, ma Lug non si fece spaventare dai fumi e dalle lave che vedeva in ogni direzione, anzi seguì il mistero di quel calore fino a incontrare le bellissime Salamandre Rosse, creature agili e snelle, come potenti lingue infuocate che vigilavano sulla Porta del Fuoco. Poi vide le Fate del fuoco, piccole luci svolazzanti come Fiammelle che eruttarono queste parole:
Infuocate di passione
calde accese e svolazzanti
distruggiamo ogni ragione
nella mente dei passanti.
Non far spegnere la fiamma
dentro questa tua armatura
la natura ti richiama
e ti offre gioia pura.
Lug era diventato fluido al messaggio delle Fiammelle e i fiori rosseggiavano più splendidi che mai, ma una raffica di vento fece volare il principe e i suoi fiori lontano lontano. Precipitarono sopra una nube morbida e cascarono addormentati per un anno intero.
Al risveglio la pioggia cadeva intensamente dalla nube che si disciolse trasportandoli in un cerchio fatato fatto di bollicine d’aria. Il sole sorgeva luminoso e splendente e la stella del mattino indicò a Lug la direzione dell’Est per raggiungere la Porta dell’Aria, dove le evanescenti e ingannevoli Silfidi Celesti lo sballottarono tra i venti. I fiori danzarono sopra alte montagne e discesero in una ventosa pianura disseminata di margherite. Una fatina azzurrina, uscì da un vortice e disse:
Amo assai la mia espansione
e la insegno a ogni passante
porto la trasformazione
nella nebbia evanescente.
Non temere il cambiamento
prendi sempre la sua strada
puoi star  certo più contento
con la testa e il mondo in aria.
Lug rimase incantato ad ascoltarla, i suoi piedi si erano già distaccati da terra e i suoi capelli svolazzavano brillanti nel turbine di venti che in quel momento lo attraversava. I fiori s’aggrapparono alle sue orecchie e un suono di violini si diffuse nell’aria profumata di gigli e narcisi. Il principe si ritrovò immediatamente nella valle dei fiori e un sonno immenso lo costrinse a precipitare in un mondo incantato popolato di meravigliose creature. Lug non si sarebbe mai risvegliato, sarebbe rimasto per sempre in mezzo a quei fiori che diventavano fanciulle e poi fatine e poi farfalle, ma i fiori di magnolia s’accorsero anche dei miasmi scuri che aleggiavano tra i petali e lo costrinsero a salire sopra un carro magico che li avrebbe portati via. Quando Lug si risvegliò era sereno e si trovò in un campo di papaveri dove lo Spirito dei papaveri gli narrò della magia dei prati in fiore.
Il Principe assimilò queste conoscenze e le trasmise ai purpurei fiori di magnolia, quindi si fece avvolgere dal vento del cambiamento, prese i fiori rinfrescati dalle brezze e oltrepassò la barriera dell’aria.
Dopo aver viaggiato attraverso le quattro porte, i fiori di magnolia erano diventati carnosi e fiammeggianti, freschi e profumati come la loro prima fioritura. Allora condussero Lug nel giardino delle Magnolie, dove ritornarono al loro posto tra le braccia di Weleda. In quel momento la Magnolia fiammeggiò e le foglie divennero istantaneamente di un magico verde brillante. Lug fu affascinato dalla magnificenza di quella Magnolia e le accarezzò dolcemente i petali. Improvvisamente Weleda si trasformò in una graziosissima fanciulla dal faccino bianco con le gote rosee, le labbra rosso fragola e gli occhi azzurri come un’acquamarina. I boccoli biondi le scendevano scintillanti sulla schiena ricoprendola di un manto dorato. Un Pipistrello bianco apparve quella mattina per annunciare:
Una Magnolia in arte stellata
con le maniere gentili da Fata
con il vestito caldo e solare
in una zolla non vuole stare.
Nella magia di quel giardino
lui la trasforma con un inchino
da cavaliere vero e regale
che ogni  fiore sa accarezzare.
Weleda, finalmente libera dalla sua forma vegetale, si ritrovò accanto a Lug in carne e ossa, ma in quel momento un lampo brillante illuminò le altre piante e subito dopo venne un buio agghiacciante. La notte durò pochi minuti perché pian piano la luce invase di nuovo il giardino.
Fu con grande stupore che Weleda si accorse che al posto di ogni pianta c’erano tante bellissime fanciulle e tanti uomini vestiti con abiti eleganti. C’era il suo altissimo e splendido padre, il Re del paese di Magnolia, la sua incantevole Madre, la Regina dei fiori, oltre che tutte le sue amiche, le damine di corte e tutti gli abitanti del suo Regno. Così la famiglia fu riunita, la corte fu al completo e un enorme palazzo di cristallo brillante emerse immediatamente al centro dell’isola.
Lug rimase abbagliato da tanto splendore e abbracciò con gioia la sua splendida fidanzata. Le nozze vennero celebrate immediatamente e il Regno fu per sempre un luogo di gioia e allegria.
Questa è la storia di Lug e Weleda
della famiglia ormai tutta intera
di gentilezza che porta rispetto
come se il mondo fosse perfetto.
Anche se spesso si strappa un fiore
e lo si fa come un gesto d’amore
poi nella pianta nasce il dolore
che non dimentica mai nel suo cuore.
Ogni bel fiore dal gesto vivo
sogna l’amore casto e giulivo
freme di gioia e di passione
anche se il tempo crea un’illusione.
E se sfiorisce presto il suo ballo
ed il suo stelo diventa giallo
per la durata che gli è concessa
vuol essere degno d’una  principessa.
Così riempie di gioia il cuore
che non s’annoia mai dell’amore
che coglie l’attimo di ogni presente
e si entusiasma beatamente.

lunedì 5 novembre 2018

Wall Street International Magazine: L'immigrazione e le navi della speranza, di Patrizia Boi

https://wsimag.com/it/economia-e-politica/44812-limmigrazione-e-le-navi-della-speranza

L'immigrazione e le navi della speranza

Un Essere Umano che si trova in pericolo di vita

5 NOVEMBRE 2018, 
Namibia – Il museo nella città mineraria abbandonata di Kolmanskop. Ph Sergio Pessolano
Se sei sdraiato su una spiaggia e vedi un ‘Essere Umano’ che giunge su una zattera e ti chiede aiuto, che cosa fai? Prima di soccorrerlo, gli chiedi se è maschio o femmina, bianco o nero, adulto o bambino? Oppure, prima di farlo avvicinare alla battigia, gli domandi i documenti e, se per caso non li ha, lo ri-spingi in mare aperto?
La zattera del naufrago è una imbarcazione abbandonata ai venti e alla tempesta e chi vi è sopra è partito nella ‘speranza’ di un approdo sicuro. Magari si è messo in viaggio perché non aveva più cibo, oppure perché è stato vittima di un cataclisma, o ancora perché era inseguito da mostri pericolosi. E pensi che si sia portato dietro i documenti?
Se c’è un solo Uomo che ha bisogno di aiuto, noi altri Uomini non possiamo far finta di niente, se lo lasciamo morire rischiamo di diventare degli assassini. Perché come dice il ritornello della Canzone del maggio di Fabrizio De Andrè «anche se voi vi credete assolti, siete pur sempre coinvolti». Qualunque sia il colore della sua pelle, la sua nazionalità, il suo credo politico o religioso, il naufrago è un Essere Umano che si trova in pericolo di vita.
Prendo spunto, dunque, dall’incontro intitolato “Prima gli Esseri Umani”, svoltosi lo scorso 14 luglio all’Hotel Miramare di Latina in occasione del Festival Come il Vento nel Mare. Di fronte a un pubblico che occupava ogni spazio, in piedi, seduto, dentro e fuori la suggestiva location sul mare, il Direttore Artistico del Festival Massimiliano Coccia ha intervistato il sindacalista italo-ivoriano dell’Unione Sindacale di Base (USB) Aboubakar Soumahoro e lo scrittore e giornalista Roberto Saviano.
Per comprendere lo spirito del dibattito bisogna rammentare che l’USB è un sindacato indipendente che «rifiuta lo "sviluppismo", che distrugge vite umane e territori, genera guerre, razzismo e miseria e vuole porsi come sindacato capace di attivare un cambiamento generale nel nostro paese». E il suo Dirigente Sindacale, Aboubakar, trentotenne sociologo di grande carisma e chiarezza espositiva, è perfettamente consapevole degli obiettivi che il suo sindacato si pone. Quando si parla di voler arrestare l’invasione degli stranieri in Italia, possiamo far riferimento alle sue parole: «I processi migratori non potranno mai essere fermati. Bisogna però raccontare il perché: ci sono processi strutturali, geopolitici e ambientali. Da qui al 2050 avremo 143 milioni di persone che fuggono dal proprio luogo abituale di dimora per i cambiamenti climatici, 815 milioni di persone colpite dalla fame».
Insomma fuggono dalla tempesta, dai cataclismi e cercano ristoro alla fame, che cosa dobbiamo fare? Torniamo alla nostra zattera e al nostro naufrago. L’italiano medio si chiederà: «Ma se io ho solo una pagnotta, come faccio a darla a lui?» Beh, probabilmente, potrebbe rinunciare a mezza pagnotta, ma gliene resterebbe altra mezza e magari, insieme, potrebbero trovare il modo per procurarsi altro cibo, per entrambi. Il cittadino cosmopolita, invece, apprezzerebbe, l’arrivo di questa gente nuova, con cultura e abitudini diverse e si sentirebbe arricchito da questa varietà. Se siamo gocce nel mare, noi non possiamo osservare il mare, chi invece, guarda il mare dal di fuori, può vedere quello che, ormai, coinvolti e prigionieri dell’acqua, non siamo più in grado di guardare. Rischiamo, infatti, di chiuderci nel nostro provincialismo e di non aprire le nostre menti, i nostri porti dell’accoglienza e nemmeno le braccia del nostro cuore.
Il filosofo Dario Antinori, che conobbe a Vienna il teorico della «Società aperta» Karl Popper, ci riporta questo concetto del filosofo austriaco: «La società aperta è la società che è aperta a più valori, a più visioni del mondo filosofiche e religiose, a più proposte politiche, e quindi a più partiti, alle critiche più incessanti e severe dei diversi punti di vista. La società aperta è aperta al maggior numero possibile di idee ed ideali diversi e magari contrastanti. La società aperta, pena la sua autodissoluzione, è chiusa solo agli intolleranti e ai violenti».
Sapete cosa manca in una società chiusa? Manca lo stupore. Tutto sembra essersi stabilizzato in uno stato di equilibrio che viene considerato una verità assoluta. Solo chi non vive in quel mondo e non è pervaso dalle credenze che lo determinano, riesce a stupirsi di un comportamento, un avvenimento, un’azione. E il migrante, non perché sia migliore di noi, ma proprio per la sua prerogativa di venire da un’altra terra, da un’altra cultura, da altre abitudini, da altre credenze, nel suo confronto con il nostro mondo, magari può farci vedere un altro modo di creare la realtà a cui non avevamo nemmeno pensato.
È anche questo il senso del libro del sociologo francese Alain Touraine Libertà, uguaglianza, diversità, noto per aver coniato il termine "società post-industriale". La diversità è ricchezza e forse ne dovremmo essere fieri, dovremmo nutrircene, accogliere le differenze, provare a dialogarci, a volte riuscire ad integrarle, altre volte a rimanere della nostra opinione, ma sempre nel rispetto dell’opinione e dello spazio dell’altro. Quando lessi, tanti anni fa, questo saggio, però, mi rimase sempre nel cuore un’altra affermazione del celebre sociologo. Egli sosteneva che, piuttosto che preoccuparsi dei punti di conflitto tra una razza e l’altra, si potrebbe cercare di vederne i punti di unione. Come si comporta il cuore di una mamma nei confronti del proprio bambino? Quale gioia esprime il volto di una sposa nel giorno del suo matrimonio? Quanto dolore vi è nel cuore di una persona che ha perduto un suo caro? Come brillano gli occhi di un bambino quando abbraccia sua madre? Pensate che queste emozioni siano differenti se siamo bianchi, neri, gialli, africani, arabi o indiani? Anzi, nella nostra società disumanizzata, forse si è perduto qualcuno di questi valori e magari loro, i migranti, ce lo possono riportare alla mente e forse anche riaprirci il cuore.
Eppure sorrido quando penso a un fatto che mi capitò in un paesino della costa sarda. Premetto che sono cagliaritana e ho vissuto per anni le nostre spiagge popolate da sfilate incessanti di marocchini e senegalesi: li conoscevamo per nome, compravamo quello che non ci serviva, ci raccontavano le loro storie e gli accoglievamo sempre con gioia. Eppure quel giorno che ancora non ho dimenticato, vidi una donna vestita di nero e sentii che gridava al suo nipotino: «Se non vieni subito qui, chiamo il marocchino!». Ricordo che mi sono sentita addosso tutta l’ignoranza di quella affermazione. Quel bambino veniva minacciato con lo spauracchio dell’uomo di colore e nemmeno tanto nero, solo poco più nero di un sardo, e non sempre, perché i contadini che lavorano al sole spesso sono anche più neri. Il marocchino diventava, nella testa di quella donna anziana, sinonimo di uomo nero, scuro, oscuro, infido, sconosciuto e in quanto tale pericoloso, come lo è tutto quello che non è controllabile, che non ci è noto.
Nessuna donna e nessun uomo dovrebbe vivere in questa condizione di ignoranza, perché proprio come ci spiega Touraine, anche quell’uomo che calca le nostre terre carico di merci cercando di sbarcare il lunario, da qualche parte, lontano o vicino, ha anche lui un bambino, una moglie, dei genitori, tutta gente a cui, dopo la fatica quotidiana del lavoro, lui manda i soldi guadagnati. Allora perché non proviamo a vedere quell’Uomo semplicemente come un ‘Essere Umano’, che nel cuore prova gioia e dolore, affetto e tenerezza, rabbia e tristezza, esattamente come noi? Siamo preoccupati per la sua diversità? O abbiamo paura di una invasione di uomini di colore? Ma poi in che cosa consiste realmente questa invasione? Soumahoro ci fornisce dei dati: «In Italia sembra che si stia assistendo a un’invasione: in realtà parliamo del 5% della popolazione».
E non dimentichiamoci davvero che anche noi siamo stati e siamo ancora migranti. A volte ci siamo spostati dalla nostra isola e ci siamo avventurati nel continente per allargare i nostri confini - come la sottoscritta -, a volte siamo partiti per qualche paese dell’Europa alla ricerca di un lavoro migliore, a volte siamo salpati oltreoceano per avere un lavoro e per cercare fortuna. Non sempre siamo stati spinti solo dalla curiosità o dalla volontà di espandere la nostra visione, molte volte è stata la necessità a muovere la nostra speranza. E non parlo solo dei nostri nonni contadini e braccianti, operai e artigiani, ma anche dei nostri laureati e dei nostri intellettuali geniali, che spesso hanno dovuto espatriare per donare ad altri paesi i loro talenti o semplicemente la loro poesia.
Non voglio muovere critiche a governi, a partiti politici e a uomini chiave, non voglio parteggiare per Destra, Sinistra o Centro, voglio semplicemente schierarmi a favore dell’Uomo, della Vita e del Cosmo che lui abita. Quell’uomo schiaffeggiato, svilito, sfruttato, cacciato, deriso, massacrato, in un domani non proprio lontano “potresti essere proprio tu!”. Alla domanda: «Perché “Prima gli Esseri Umani”?», Roberto Saviano, infatti, risponde: «Perché è sempre pericoloso fare distinzioni tra noi e loro. Sono categorie destinate a ribaltarsi. Siamo stati “loro” tante volte e siamo stati maltrattati, vessati, schiavizzati, umiliati e anche uccisi. Abbiamo subito e sofferto e questo è un buon motivo per non fare lo stesso».
Il mare è di tutti, non possiamo metterci le porte, il mare è l’occasione per metterci in viaggio. Saviano racconta di una legge valida fin dal tempo dei fenici: «In mare se non salvi, non sarai salvato. Il destino su quella barca non è solo di donne uomini e bambini africani che stanno scappando ma è il nostro destino su quei legni».
In definitiva ogni buon ateo o cattolico o agnostico di questo Paese può essere d’accordo con i teologi del continente nero e con le parole di Don Antonio Bello, come suggerisce Saviano, «non ci interessa sapere chi è Dio, ci interessa sapere da che parte sta…».
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Nasce come autrice di romanzi, racconti, fiabe, ma pubblica anche biografie, articoli e interviste. Progetta eventi culturali e opere pubbliche occupandosi con passione di parchi, piste ciclabili e lavori ferroviari.

domenica 4 novembre 2018

"Il Larice Innamorato" , Rubrica "Tra Fiaba e Leggenda" di Patrizia Boi


In occasione del Capodanno Celtico, festa pagana di Samhain – esportata in America dagli emigrati irlandesi e oggi diventata Halloween – abbiamo trasmesso la diretta della lettura della leggenda “Il Larice innamorato” di Patrizia Boi liberamente ispirata al tema della “Favola d’amore” di Herman Hesse”.
La Leggenda è stata pubblicata il 14 ottobre scorso sulla rivista “Tottus in pari” di Massimiliano Perlato:
http://www.tottusinpari.it/…/tra-fiaba-e-leggenda-mese-di-…/
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