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Roma, Roma, Italy
Scrittrice di romanzi, racconti, fiabe, favole e storie per l'infanzia. Autrice del romanzo "Donne allo specchio" Mef Firenze, della raccolta di Fiabe "Storie di Magia" Happy Art Edizioni Milano, del volume LegenΔe di Piante - Nostra Protezione ed equilibrio in terra (una raccolta di 12 leggende sulle piante ambientate nei dodici mesi dell’anno) pubblicato a puntate nel 2014 su Wall Street International Magazine.Nel giugno 2017 ha pubblicato per la Collana I Cortili della Casa Editrice dei Merangoli, il Saggio Ingegneria Elevato n - Ingegneria del Futuro o Futuro dell’Ingegneria?, scritto a quattro mani con suo fratello Maurizio Boi, con 150 Immagini Colore/BN del fotografo Sergio Pessolano.

giovedì 7 marzo 2019

Patrizia Boi "Il tempo delle scarpe" su Wall Street International Magazine

Auguro BUON 8 MARZO a tutte le Donne,
con questo documentario della Regista di Ozieri Alessandra Peralta, Autore Pietro De Gennaro, per Rai Scuola. Nel documentario si racconta come nelle fabbriche vigevanesi - che hanno creato il boom delle calzature italiane negli Anni '60 -, ci fossero in prima linea le DONNE. Tra 250 e 350 operazioni manuali di precisione per creare modelli maschili eleganti e scarpe femminili seduttive e raffinate, attraverso l'invenzione tutta italiana dei "TACCHI A SPILLO" (1953).
Domenica prossima 10 marzo sarà proiettato lo speciale Rai Scuola "Il mio nome è DONNA" un documentario "Contro la violenza sulle Donne" realizzato sempre con la poetica Regia di Alessandra Peralta, autori Pietro De Gennaro e Alessandro Greco. Dalle ore 17,30 nel circolo privato del Gremio dei Sardi a Roma, via Aldrovandi 16.

https://wsimag.com/it/moda/50684-il-tempo-delle-scarpe

Il tempo delle scarpe

“900 paia al giorno”

5 MARZO 2019, 
Scarpe in cuoio di alta qualità realizzate in una moderna industria vigevanese
Vi ricordate quando l’uomo era senza scarpe? Appena nato, naturalmente, quando, ancora neonato, poteva stendere liberamente i piedini senza costrizioni. Oppure da primitivo, quando le scarpe non erano ancora state inventate e ciò lo rendeva capace di leggere la natura con la pianta dei piedi. O ancora, quando nasceva povero ed era obbligato a ferire i suoi talloni sui selciati delle sue stesse costruzioni.
Ma quante persone sono davvero consapevoli dell’importanza dei propri piedi? Essi sono la base sulla quale appoggia il corpo e sono responsabili della nostra postura. Sotto la pianta del piede ci sono ben 7.200 terminazioni nervose, 26 ossa e 150 legamenti, per questo sono una sede riflessogena straordinaria, con punti che corrispondono a tutti gli organi interni. Insomma, una perfetta opera d’ingegneria che sostiene il peso del corpo su una superficie ridotta e per di più in movimento.
È comprensibile, dunque, che l’uomo si sia ingegnato a creare una protezione per questa struttura da cui dipende l’equilibrio e il benessere dell’individuo. Sono così nate le scarpe, dalle forme più rudimentali a quelle più sofisticate, da quelle più aperte da usare nei climi caldi, a quelle più votate a proteggere da freddo e gelo, da quelle essenziali a quelle eleganti, raffinate e perfino sensuali. Dai sandali diffusi nell’antichità tra Greci, Romani ed Egiziani, a pantofole e sandali fatti con foglie di palma e papiro di Egiziani, Fenici ed Ebrei, fino a quelli allacciati con stringhe al piede degli Assiri, le mode hanno scovato per ogni epoca materiali e stili tra i più variegati. E così sono stati utilizzati pellami e stoffe, decorazioni e colori, sagome di tutte le specie, tacchi bassi, alti, altissimi e sottilissimi. Sono stati proprio gli italiani ad aver inventato i tacchi a spillo: nel 1953, a Vigevano, patria delle scarpe, per soddisfare l’esigenza della donna moderna di mettere in luce la propria femminilità. All’epoca i tacchi si facevano solo in legno, ma poiché quello a spillo era piuttosto aguzzo, gli abili artigiani di Vigevano s’inventarono la base in alluminio, che, essendo più resistente, avrebbe resistito meglio del legno alla rottura.
All’inizio del secolo scorso, infatti, il nostro Paese era protagonista tra i produttori di scarpe, soprattutto per la qualità dei materiali e la capacità di creare prodotti originali e alla moda. Il primo calzaturificio italiano nacque nel 1866, sempre a Vigevano, conducendo la città in circa 40 anni ad avere 10.000 lavoratori nel settore calzaturiero. Negli Anni Sessanta, le aziende diventarono un migliaio, gli operai oltre 27.000 e le scarpe prodotte circa 27 milioni. Insomma, a Vigevano, il lavoro non mancava nemmeno alle donne, anzi il settore calzaturiero si reggeva proprio sulla sapienza delle operaie, esperte nelle manovre necessarie a creare scarpe di qualità.
Nello Speciale di Rai Scuola 900 paia al giorno di Pietro De Gennaro, (produttore esecutivo Rosanna Stirone, curatore Luigi Bertolo), per la regia di Alessandra Peralta, viene narrato il miracolo industriale di Vigevano e il suo tracollo, attraverso gli insegnanti e gli allievi dell’Istituto Tecnico Luigi Casale di Vigevano. La Peralta utilizza poetiche immagini di repertorio per mostrare quel mondo, il lavoro nelle fabbriche e i primi scioperi per scongiurare le morti bianche causate dal benzolo, una sostanza presente nel collante usato nelle calzature.
Quando negli anni ’30, la crisi del ’29, mise in ginocchio l’Italia, a Vigevano, dove si producevano già calzature in cuoio, diminuì drasticamente la vendita di scarpe di qualità. Nacque così l’idea, grazie all’invenzione delle macchine per vulcanizzare la gomma, di produrre in massa calzature in gomma. Per opera di tre imprenditori vigevanesi, Pietro Bertolini (1887-1954), Pietro Magnoni (1872-1941) e Carlo Rinaldo Masseroni (1891-1957), quindi, fu fondata l’Ursus Gomma che operò nel settore delle calzature in gomma e della produzione di articoli tecnici in gomma. Dalle 15 mila paia di scarpe in gomma prodotte nel 1929 si giunse così agli oltre 6 milioni del 1935. Nel passaggio dalla produzione di scarpe in cuoio - che per prodotti di altissima qualità come quelli citati nel documentario vengono realizzate attraverso 250/350 operazioni manuali diverse - alla produzione industriale di scarpe in gomma è stata fondamentale la Ursus Gomma, che ha connotato per anni la vita dei vigevanesi. Il tran-tran quotidiano della cittadina era scandito, infatti, dal suono della sirena che stabiliva con precisione e tassatività gli ingressi e le uscite in fabbrica. E quei suoni accompagnavano tutti gli abitanti di Vigevano, operai, operaie, donne, uomini, vecchi e bambini. Erano un’istituzione e persino un bisogno, perché rappresentavano la certezza del lavoro di una società tutta impegnata a far ‘ticchettare i martelletti’ per costruire un paio di scarpe dopo l’altro. Nel filmato, il suono dei martelletti attraversa tutte le strade, ogni cantone, le pareti domestiche e anche i sottoscala ed è un suono che appartiene alla città e a tutti i suoi abitanti.
Nel documentario di De Gennaro, questo miracolo industriale è raccontato citando anche il capolavoro di Elio Petri, Il Maestro di Vigevano - tratto dalla trilogia di Lucio Mastronardi - dove il tema centrale è il lavoro e la sua evoluzione per effetto del ‘boom’ delle calzature. Il riferimento al film non poteva mancare, perché fu l’occasione che Petri utilizzò per sviscerare, attraverso il personaggio del maestro acculturato - interpretato da un Alberto Sordi in piena forma - le dinamiche sociali, economiche e culturali che investirono Vigevano dello scettro di protagonista del Paese nella produzione di calzature. Nel 1963, lo stesso Petri dichiarò: “Del romanzo di Mastronardi sto portando sullo schermo non tanto l'ambiente scolastico (che mi pare un elemento complementare della stesura del racconto) quanto il clima greve del miracolo economico sostituito talvolta (...) da uno sfrenato e avventuroso affarismo e da incerte situazioni economiche”.
Il regista fu capace, infatti, di fare una radiografia di quel mondo e di evidenziare che la corsa al denaro facile faceva perdere di vista tutto il resto, come successe al povero maestro Mombelli suo malgrado. Nel 1962, Giorgio Bocca, si sentì autorizzato a scrivere di Vigevano: “Fare soldi, per fare soldi, per fare soldi: se esistono altre prospettive, chiedo scusa, non le ho viste. Di abitanti cinquantasettemila, di operai venticinquemila, di milionari a battaglioni affiancati, di librerie neanche una”. Infatti, a Vigevano, faceva difetto la cultura, il ruolo formativo del maestro passava in secondo piano rispetto a quello dell’imprenditore sagace e capace di guadagnare in modo molto più veloce.
Oggi la situazione è mutata: su circa 64.000 abitanti, sono rimasti pochi operai, sono andati in cassa integrazione uno dopo l’altro, spazzati via dal successo delle scarpe cinesi. Restano solo 15 aziende e non arrivano a 800 addetti. La crisi ha annientato quasi tutti i milionari calzaturieri e, quelli rimasti, hanno resistito al disfacimento del settore, talvolta rimettendoci il Patrimonio. Vigevano ha, così, perso anche la propria identità e gli operai sono stati sostituiti da un’infinita schiera di lavoratori edili impegnati a costruire case che non si vendono da anni. I vigevanesi hanno perduto i loro passi e le orme dei grandi produttori cinesi hanno invaso, quindi, anche i nostri mercati. Eppure, sarebbe bastata una maggiore attenzione al piede, alla sua funzione, alle sue peculiarità, ai suoi bisogni.
Da millenni le culture orientali - cinesi e giapponesi - hanno messo in primo piano il benessere del piede, studiando le sue connessioni con gli altri organi e creando trattamenti per riequilibrare l’organismo. E le scarpe? Perché si investe tanto nei trattamenti, ma si risparmia sulle scarpe che si calzano ai piedi quasi continuamente? E sono stati proprio i cinesi a portare nei mercati scarpe a basso costo e di qualità scadente. Non è un controsenso? Proprio loro, i primi predicatori del benessere del piede, i grandi esperti di riflessologia plantare, che sanno perfettamente che se sta bene il piede tutto il corpo ne beneficia, e, allo stesso modo, se il piede soffre, questa sofferenza si ripercuote su tutto l’organismo.
Eppure oggi, tutti noi, ci siamo dimenticati della funzione fondamentale delle scarpe e anziché indossarle comode e salutari per il nostro equilibrio, le compriamo alla moda, belle, strette e slanciate, con tacchi instabili e materiali deformabili, e questo indipendentemente dai cinesi. Il mercato italiano di qualità tiene solo per pochi consumatori danarosi che si possono permettere i grandi marchi o per quelli che investono sui piedi tutte le loro risorse, trascurando le mode o cercando scarpe gradevoli e contemporaneamente anche comode: meno male che almeno il mercato estero continua ad essere attratto dalla moda italiana!
Insomma, le scarpe hanno dato lavoro a tanti, hanno creato una cultura e un’industria, ma ci hanno fatto perdere il nostro cammino, i nostri passi e la qualità della vita. A Vigevano hanno portato ricchezza, creato accumulo di capitali, favorito fortuna e benessere, ma oggi i pochi imprenditori rimasti hanno fatto intelligentemente ricorso alla diversificazione, rivolgendosi sia al mercato della scarpa, ma anche a quello dei tessuti e agli articoli tecnici destinati all'abbigliamento, all'insonorizzazione, al packaging e alle pellicole per la balistica. Sopravvive solo la crema dei calzaturieri che esporta il lusso e l'altissima gamma, la maggior parte della produzione, infatti, vola all'estero.
Per Vigevano, riuscire a unire qualità e giusto prezzo nel mercato domestico e approfittare delle piazze internazionali amanti dell’originalità degli stilisti italiani, sarà la sfida del distretto nei prossimi anni. Tutti noi dovremmo, invece, fare più attenzione ai nostri piedi, non sottoporli a fastidiose costrizioni, ma metterli sempre dentro una morbida e comoda protezione. E se poi potessimo evitare le scarpe, camminare un po’ scalzi dentro casa, su un prato, sulla spiaggia, ci sentiremo di certo più liberi. Basta guardare cosa fanno i bambini appena possono… Si tolgono immediatamente le scarpe e solo dopo giocano felici e contenti...
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Nasce come autrice di romanzi, racconti, fiabe, ma pubblica anche biografie, articoli e interviste. Progetta eventi culturali e opere pubbliche occupandosi con passione di parchi, piste ciclabili e lavori ferroviari.

mercoledì 6 febbraio 2019

Il Fantastico Mondo di Niccolò su Wall Street International Magazine


https://wsimag.com/it/arte/49356-il-mondo-dissacrante-e-ironico-di-niccolo-pizzorno

l mondo dissacrante e ironico di Niccolò Pizzorno

Intervista a un illustratore e fumettista

5 FEBBRAIO 2019, 
Niccolò Pizzorno - Il crollo del Ponte Morandi a Genova, tecnica mista 20x30
Ho conosciuto Niccolò alla Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria Più libri più liberi di Roma, allo Stand della Casa editrice ‘dei Merangoli’. Mi hanno subito colpito la sua disponibilità, l’innata modestia, ma soprattutto la grande capacità di disegnare in pochi attimi personaggi compiuti. Con un sorrisetto umile e innocuo, mentre noi parlavano e lui sembrava ascoltare, dalla sua china uscivano delle figure molto suggestive. Mi hanno attratto le dediche che faceva a ogni libro venduto: un disegno, chiaro, compiuto, perfetto.
Allora mi sono interessata a questo giovane fumettista, illustratore e anche grafico molto ricercato. Non voglio qui elencare le sue tante attività, dalle mostre personali e collettive realizzate con quadri veri e propri, alle installazioni esposte al Palazzo Ducale di Genova, alle copertine create per I Buoni Cugini Editori, ai libri interamente illustrati, al suo graphic novel Il Mondo Nuovo. E nemmeno voglio riconoscere la sua abilità tecnica, la capacità di vedere quello che l’autore ha in mente e riuscire a tiralo fuori dall’inchiostro come un miracolo. Voglio, bensì, dare uno sguardo a quanto Pedro Salinas definirebbe “mas allà”, oltre.
Tutti noi scrittori di fiabe e favole vorremmo collaborare con illustratori e grafici capaci di completare e integrare il disegno mentale dei personaggi e della storia che abbiamo creato per riuscire poi a mettere sulla carta il risultato della nostra creazione. E ci entusiasmiamo se i loro disegni somigliano alla nostra idea, alla costruzione simbolica che intendevamo rappresentare, se le nostre parole dipinte sono state disegnate diventando concetti più facilmente intuibili. Niccolò è in grado non solo di fare questo, ma anche di aggiungere poesia, ironia e una propria personale interpretazione alle parole, che non possono raccontare in modo immediato quello che un disegno sa fare fin dai tempi dei graffiti delle caverne. E di certo lo ha aiutato la sua approfondita formazione che ha spaziato dall’Accademia di Belle Arti di Genova alla Scuola Chiavarese di Fumetto.
Partiamo dal graphic novel, intitolato, non a caso, in questi tempi dove la ‘New Age’ è quasi moda, Il Mondo Nuovo. Il saggio introduttivo di Glauco Piccione, Direttore Artistico della rivista Segnali di Confine, rivela l’odissea di un’eroina impegnata a combattere una congrega di morti viventi. Cosa rappresentano essi per Genova?
Il Mondo Nuovo è un’opera costituita da 64 tavole (tecnica mista su carta acquerelli e pennarello, formato 420x297 mm) realizzate con “tenui sfumature acquarellate” e “chiaroscuri esasperati e catacombali” utili per accentuare le sequenze di azione. Si tratta, infatti, di un fumetto senza “baloon”, ossia privo di dialoghi, caratterizzato soltanto da suoni onomatopeici. Solo l’invenzione visiva accompagna il lettore dentro la storia. Il nemico invisibile da combattere non è altro che l’incessante “mugugno” dei genovesi, un lamento continuo che li conduce a non prendere mai coscienza di se stessi e a essere incapaci di attuare “il cambiamento”. Questi morti viventi assalgono i sopravvissuti al nocivo fenomeno del brontolio che emerge da tutta la città. Dalla gente e dai luoghi stessi, degradati dall’incapacità di trasformazione, rappresentata da una “prospettiva claustrofobica, incombente dall'alto come un dardo acuminato che incute timore”. Non è facile scontrarsi contro questi esseri senza volontà, ma c’è tutto un mondo di superstiti orgoglioso di lottare per trasmettere una scossa positiva. L’essere più difficile da affrontare è quell’antagonista spietata che personifica la paura del cambiamento, un mostro deforme mosso da una cieca violenza e da un’intolleranza che conduce alla rovina.
E, quindi, come deve essere questo “Mondo Nuovo”, un mondo senza lamento e senza paura di cambiamento?
Se i genovesi, anziché perdere infinite energie a lamentarsi, utilizzassero le loro capacità creative per affrontare il degrado - anche se non è facile liberarsi da una realtà ormai cristallizzata -, potrebbero acquisire forza e fare un salto nell’ignoto per incominciare a illuminare la loro paura e la loro strada.
Sei autore della visual story del romanzo I Cercatori di Pace di Laura Costantini per la Casa editrice “dei Merangoli”, su cosa hai incentrato la tua attenzione per rappresentare questi Cercatori di Pace? Cosa ti ha interessato del leggendario Mutato?
La Guerra è sempre una condizione che si genera da tanti piccoli conflitti, da una miriade di innocui ‘mugugni’, dall’insoddisfazione che, in ogni società, prolifica nei vari gruppi sociali per fatti spesso davvero banali. Insomma mi ha subito colpito il fatto che, in 518 anni di guerra, nessuno avesse memoria di come e perché fosse iniziata. Poi ho posto l’attenzione sul fatto che i quattro Cercatori non si conoscessero fra loro perché provenivano da stati belligeranti. Ho trovato, inoltre, nelle mie corde il fatto che, nel romanzo, magia e tecnologia si mescolassero: l’integrazione tra questi due mondi è un elemento di equilibrio per trovare la pace in se stessi e riverberarla poi nel mondo. Il leggendario Mutato, naturalmente, in quanto depositario di tutta la conoscenza del mondo, è l’unico capace di sconfiggere quella sorta di prima cellula oncologica responsabile delle cause iniziali di una infinita, ingiustificata quanto inutile Guerra.
A chi ti ispiri per il linguaggio usato nelle tue illustrazioni?
Il mio primo amore è stato Ferec Pintèr, una delle voci più complete della grafica contemporanea, mi sono imbattuto nelle sue illustrazioni per I racconti brevi di uno sceneggiatore statunitense, Ed McBain, quando avevo solo 12 anni e mi sono subito innamorato di lui. Del resto, anche se spesso non si è consapevoli, tutti lo conosciamo, abbiamo a casa per lo meno uno di quei volumi celebri dedicati al Commissario Maigret oppure una di quelle poetiche copertine che lui ha prodotto per gli Oscar Mondadori. Era nato ad Alassio da un padre ungherese che gli aveva trasmesso l’amore per l’arte del disegno, ma nella sua attività ha talmente sublimato il disegno da essere riconosciuto come “L’illustratore perfetto”, forse per la sua raffinatezza e la sua poesia.
Se nelle illustrazioni e nelle copertine che disegni per I Buoni Cugini Editori ti ispiri a Pintèr, chi ti ha influenzato nel tuo lavoro da fumettista?
Milton Caniff, che ha ispirato tutti i più grandi fumettisti, senza dubbio, per la sua abilità a creare storie intriganti e personaggi moderni. Proprio come il suo Steve Canyon, il pilota che ha incarnato il prototipo dell’eroe statunitense, impegnato sempre in prima linea nei conflitti più importanti che ci sono succeduti dopo la Seconda guerra mondiale, dalla Guerra in Corea a quella del Vietnam. Ho avuto una grande passione, poi, per Hugo Pratt, per il suo personaggio più noto, Corto Maltese. Per concepire le avventure di Corto, un marinaio, un antieroico avventuriero, Pratt, ha dovuto costruire una biografia come se fosse un personaggio reale, che in qualche particolare gli somiglia di certo. La fortuna di questo personaggio senza troppe qualità è dovuta alla sua ricerca di un ambiente, isola del tesoro dopo isola del tesoro, libero da schemi e confini, dove vale davvero la pena di immergersi per realizzare i propri sogni. Nella sua prima stesura di Corto, La ballata del mare salato, ci sono tutti gli ingredienti che mi hanno sempre affascinato: l’intreccio di piani narrativi introdotti dalla voce fuori campo dell’Oceano Pacifico come il narratore onnisciente de I Promessi Sposi.
Il fatto che Corto Maltese è un idealista, romantico e riservato, una specie di pirata che segue solo il suo codice etico interiore, insomma un personaggio che anziché salvare il mondo si limita a salvare al massimo se stesso. E poi la concomitanza di personaggi che hanno anche il loro doppio negativo e che si integrano a vicenda. Senza considerare il fatto che leggere Corto Maltese è come addentrarsi nel mondo della letteratura e della poesia. Del resto Pratt aveva dichiarato: «Nella letteratura quello che mi tocca maggiormente è la poesia perché la poesia è sintetica e procede per immagini… il fumetto è un mondo d’immagini, si è obbligati a coniugare due codici e, conseguentemente, due mondi. Un universo immediato attraverso l’immagine e un mondo mediato attraverso la parola». Oltre a Pratt, mi ispiro anche al lavoro della coppia Berardi e Milazzo, creatori di quel trapper introverso che somiglia a Robert Redford, oppure a Frank Miller, per la sua capacità di reinventare il mondo dei supereroi portandolo in una dimensione più adulta. Mi ha influenzato anche Alex Toth nel suo lavoro di trasposizione a fumetti di film e telefilm come quando ha disegnato Zorro per la Disney. Del resto a livello stilistico espressionista provengono tutti da Caniff.
Le tue mostre sono molto interessanti: ci sono opere realizzate in omaggio a Jimi Hendrix, Jim Morrison, David Bowie e dipinti in cui ti ispiri a eventi tragici come il crollo del Ponte Morandi o delle Torri Gemelle, cosa muove la tua ideazione?
Dovresti comprenderlo dai titoli Spazi rivoluzionariNuovo astratto, mi piace sperimentare colori e forme, utilizzare vari materiali, scomporre l’oggetto in molte sfaccettature e ricomporlo seguendo molteplici punti di vista, a volte con una tecnica che somiglia a quella cubista, a volte simulando i vari schermi che si possono aprire in un computer. Poi mi piace osservare gli eventi catastrofici e darne una lettura straniante. Sulle tinte a volte accese, a volte cupe, trasferisco le emozioni che mi hanno colto al momento dell’accaduto e nel contempo cerco di ricavarne un insegnamento per l’avvenire.
Insomma, Niccolò, ha già sperimentato molte tecniche, si è cimentato in svariate forme di disegno, ma soprattutto si è fatto contaminare da molti artisti, riuscendo a integrare i loro insegnamenti in un suo linguaggio personale molto originale. È partito dal fumetto, una forma culturale inizialmente molto marginale, per arrivare, attraverso di esso e di tutte le altre attività che lo appassionano, a creare uno specchio deformante della società contemporanea senza giudizio e senza lamento, magari distorcendo la realtà con il suo sorriso benevolo e compassionevole.
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Nasce come autrice di romanzi, racconti, fiabe, ma pubblica anche biografie, articoli e interviste. Progetta eventi culturali e opere pubbliche occupandosi con passione di parchi, piste ciclabili e lavori ferroviari.

domenica 3 febbraio 2019

Tottus in Pari: La Cagnolina Camilla e il Cervo Sardo di Patrizia Boi

http://www.tottusinpari.it/2019/02/01/animali-e-altre-bestie-di-sardegna-2-a-puntata-la-cagnolina-camilla-e-il-cervo-sardo/



ANIMALI E ALTRE BESTIE DI SARDEGNA (2 a PUNTATA): LA CAGNOLINA CAMILLA E IL CERVO SARDO




illustrazione di Alessandra Murgia

di PATRIZIA BOI

Nel sontuoso castello di Laconi, residenza dei marchesi Aymerich, viveva una cagnolina elegante e aggraziata di nome Camilla. Aveva le zampe slanciate e affusolate e la camminata danzante dei levrieri, cosicché tutti gli altri cani si voltavano a guardarla.
Quando usciva nel parco immerso in un’oasi di verde, tra cascate ed alberi centenari, per non sciupare il suo manto vellutato indossava una veste di raso bianco.
Nell’aspetto e nei modi Camilla ricordava la marchesa Isabella, a dimostrazione del fatto che ogni cane sceglie il padrone a sua immagine e somiglianza.
Anche se nel castello vivevano altri tre cani, Camilla era la favorita e la marchesa non si separava mai da lei.
Una domenica, mentre aspettava nel parco la sua padrona, Camilla si accorse che un cancello era rimasto aperto. Adorava le roselline rosse che ricoprivano l’inferriata del giardino, ma desiderava scoprire che cosa c’era oltre la recinzione. Non perse dunque l’occasione e spinse il muso fuori dalla cancellata. Vide una collina verde come il prato di casa sua, ma molto, molto più grande. Uscì, attratta da quell’ampio spazio.
Poco dopo, incontrò un cavallo zoppo e gli domandò cosa ci fosse al di là della collina.
«Un rigoglioso boschetto di lecci, querce, olivi e carrubi e poi ruscelli, cascatelle e laghetti», rispose il cavallo.
Allora Camilla camminò e camminò e giunse al limitare del bosco dove trovò una sorgente d’acqua e si abbeverò. L’acqua era così fresca che si sentì rivitalizzata.
Domandò a una poiana appollaiata sopra la sorgente cosa ci fosse nel boschetto e lui rispose:
«In questo bosco c’è la vita e, se saprai cavartela, troverai l’amore».
Camilla si spinse nel profondo del bosco e nel frattempo scese la notte. Poiché gli alberi erano così fitti che non si vedeva nulla, fu invasa da una grande paura. Ma, proprio quando stava per scoppiare in lacrime, le apparve una luce.
Si concentrò su quel bagliore e si accorse che due grandi occhi fosforescenti la osservavano da lontano. Si avvicinò e incontrò lo sguardo di una civetta maestosa, la quale, appena la scorse, pronunciò queste parole:
«Ti sei smarrita nel bosco, ma non disperare perché, se avrai coraggio, troverai il cervo sardo. Ti indicherò la strada illuminandola col mio sguardo. Prima, però, dovrai cercare la cagna saggia, poiché lei ti dirà come proseguire la tua ricerca».
Camilla ringraziò la civetta e riprese il suo cammino seguendo la via della luce.
Dopo un lungo percorso giunse a una radura del bosco, proprio sul far dell’alba. A quel punto il chiarore che la guidava scomparve e nella penombra le apparve una cagna molto grassa pacificamente sdraiata su un cuscino di foglie morbide. Si avvicinò e le domandò:
«Sei tu la cagna saggia? La civetta mi ha mandato da te per cercare il cervo sardo. Adesso, però, sono stanca e affamata e ti chiedo aiuto».
La cagna le diede un pezzo di pane duro e uno scheletro di gallina e Camilla mangiò tutto senza fiatare, ma quando stava per crollare addormentata, la cagna la ammonì:
«No! Non è ancora tempo di riposarti. Devi andare oltre. Comincia a percorrere quel pendio. Alla fine della salita troverai un enorme tronco cavo. Lì abita mio cugino, il cervo sardo. Cammina e non voltarti mai indietro!».
Camilla si mise di nuovo in marcia e, proprio mentre il sole alto abbagliava la sua vista, le apparve un magnifico esemplare di cervo, con il corpo snello ed elegante, la spalla arrotondata e muscolosa, il petto largo e la groppa dritta. Camilla ammirò quel collo lungo e sottile, si specchiò in quegli occhi ovali, grandi ed espressivi, accarezzò quel mantello  liscio,  affascinata da due corna, ampie come dei “palchi”.
Il cervo la guardò con occhi amorosi e le sussurrò con dolcezza:
«Ti aspettavo! Io ti insegnerò la via. Il tuo sguardo tornerà a essere selvaggio come il mio. Ajò!».
Così dicendo le accarezzò il musetto con le zampe morbide e Camilla sentì un brivido di felicità che la invase, penetrando fino in fondo all’anima.
Da quel giorno Camilla conobbe l’amore, la gioia, la condivisione e l’impegno a far crescere cinque cuccioli meravigliosi. Tutto questo le consentì di vivere felice e contenta con il cervo sardo fino alla fine dei suoi giorni.
Ogni tanto pensava alla marchesa, alla quale era stata molto affezionata, ma la strada che la separava da lei era troppo lunga. Ormai era entrata a far parte del mondo e per nessun motivo sarebbe mai tornata indietro. Ogni altro luogo sarebbe stato per lei come un recinto.
Come Camilla con la sua marchesa
ogni buon cane può aver la pretesa
di rimanere dentro a un recinto
chiuso al sicuro dal proprio istinto.
Se mai ricerca  il cervo selvaggio
e poi lo trova mettendosi in viaggio
 delle sue corna  non abbia timore
perché lo libera e nasce l’Amore.
Qui la prima puntata: