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Roma, Roma, Italy
Scrittrice di romanzi, racconti, fiabe, favole e storie per l'infanzia. Autrice del romanzo "Donne allo specchio" Mef Firenze, della raccolta di Fiabe "Storie di Magia" Happy Art Edizioni Milano, del volume LegenΔe di Piante - Nostra Protezione ed equilibrio in terra (una raccolta di 12 leggende sulle piante ambientate nei dodici mesi dell’anno) pubblicato a puntate nel 2014 su Wall Street International Magazine.Nel giugno 2017 ha pubblicato per la Collana I Cortili della Casa Editrice dei Merangoli, il Saggio Ingegneria Elevato n - Ingegneria del Futuro o Futuro dell’Ingegneria?, scritto a quattro mani con suo fratello Maurizio Boi, con 150 Immagini Colore/BN del fotografo Sergio Pessolano.

martedì 9 aprile 2019

La Faraona con le piume di cristallo di Patrizia Boi


http://www.tottusinpari.it/2019/04/05/animali-e-altre-bestie-di-sardegna-quarta-puntata-la-faraona-con-le-piume-di-cristallo/
http://www.tottusinpari.it/2019/03/08/animali-e-altre-bestie-di-sardegna-terza-puntata-la-puledrina-bianca/
http://www.tottusinpari.it/2019/02/01/animali-e-altre-bestie-di-sardegna-2-a-puntata-la-cagnolina-camilla-e-il-cervo-sardo/
http://www.tottusinpari.it/2019/01/09/animali-e-altre-bestie-di-sardegna-il-fenicottero-curdo-e-la-coccinella-sarda/

ANIMALI E ALTRE BESTIE DI SARDEGNA (QUARTA PUNTATA): LA FARAONA CON LE PIUME DI CRISTALLO

immagine di Alessandra Murgia
di PATRIZIA BOI
Una Faraona Reale dalle piume di cristallo viveva nel Palazzo Regio di Cagliari. Era stata segregata nell’ala più nascosta del castello, affidata ad una vecchia saggia, per paura che si frantumasse il piumaggio.
Eleonora, così si chiamava la Faraona, passava il tempo a dipingere e a leggere. Non poteva correre ma solo camminare muovendosi con cautela.
La vecchia le cucinava cibi scelti e delicati e le lucidava le piume con un panno di seta thailandese.
Eleonora si sentiva imprigionata con la vecchia, desiderava sapere come fossero i giardini, i corsi d’acqua e i colori del cielo. Ma tutti continuavano a dirle che lei non poteva.
Cosa significa sopravvivere, però, se non si può fare nulla?
Un pomeriggio, quando la vecchia dormiva, Eleonora, vinta dalla curiosità, uscì per le vie intorno al castello.
Dopo pochi passi incontrò un Tacchino con gli occhi viola come quella brutta escrescenza carnosa che gli pendeva dal becco. Appena la vide, il tacchino le sbarrò la strada e spalancò la sua enorme ruota grigio metallo.
Eleonora, spaventata, non sapeva cosa fare. Per lei era vietato correre, ma aspettare che il Tacchino le facesse del male era senz’altro  peggio.
Infatti Eleonora fuggì correndo più che poteva per chiudersi di nuovo nel suo bel palazzo. Nella corsa perse qualche cristallo dalle sue piume e si sentì un poco più leggera.
Mentre stava per mettere piede dentro il portone di casa sua, un altro Tacchino le comparve davanti. I suoi occhi erano azzurri come il mare, sotto il becco aveva un’elegante ornamento vermiglio e la sua ruota era variopinta con tutti i colori dell’iride.
La Faraona rallentò la sua corsa e si fermò ammaliata da tale maestosità.
«Salve principessa! Sono il Conte Felice di San Michele. Ho sentito parlare della vostra bellezza, ma siete più graziosa di quanto mi aspettassi»  affermò il Tacchino.
«Salve Signor Conte, il mio nome è Eleonora, stavo tornando nel castello di mio padre»  rispose la Faraona.
«Non fate pazzie Eleonora» esclamò dolcemente il Conte «non vorrete essere prigioniera tutta la vita! Venite nel mio giardino e sarete mia moglie».
Eleonora, attratta da una forza misteriosa, seguì il Tacchino nel suo Parco straordinario. Quando vide gli alberi carichi di frutta, i tulipani turchini, gialli e viola, le rose, le margherite, le campanule di cui era disseminato il prato e sentì il profumo dei gelsomini, si sentì molto felice.
A quel punto il Tacchino le donò un rametto di mimosa e la invitò a sedersi sotto un fresco tiglio. Da lì la Faraona poteva ammirare tutto il Golfo di Cagliari.
Eleonora decise allora di non tornare più nel palazzo, ma si affidò alle cure del Conte di San Michele che la trattò per tutta la vita come il suo più prezioso gioiello.
Non è possibile bimbe gioiose
restare intatte quando si è spose
anche se qualche cristallo si spezza
non rifiutate una dolce carezza.
Chi vive appieno la propria esistenza
corre dei rischi ma coglie l’essenza
e quel pericolo vale la pena
perché si spezza ogni catena.
qui la terza puntata

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Sarà lo Scienziato cagliaritano Giorgio Metta il nuovo Direttore dell'istituto Italiano di Tecnologia alla fine del mandato di Roberto Cingolani


https://www.genova24.it/2019/04/giorgio-metta-il-papa-di-icub-e-il-primo-direttore-scientifico-delliit-dopo-lera-cingolani-215582/

Genova24 - Genova: notizie in tempo reale. Cronaca, Sampdoria, Genoa, Politica, Economia, Sport ...

Giorgio Metta, il papà di Icub è il primo direttore scientifico dell’Iit dopo l’era Cingolani

Ha battuto la concorrenza di figure come Andrea Ferrari, uno dei massimi esperti mondiali di grafene e dell'esperto di robotica Darwin Caldwell

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Genova. Sembra ieri, invece sono quasi 15 anni (precisamente dal 2005) che l’Istituto italiano di Tecnologia era diretto da Roberto Cingolani. Il suo mandato scadeva alla fine del 2019 e da qualche mese l’Iit aveva aperto un bando per selezionare, tra i migliori scienziati del mondo, e da una giuria qualificatissima, il suo successore.
Il consiglio dell’Istituto ha deliberato dunque la nomina di Giorgio Metta, quale futuro direttore Scientifico dell’Istituto, per il periodo 2020-2024. La nomina, deliberata all’unanimità avrà decorrenza dal 1 gennaio 2020. Fino a quella data Roberto Cingolani continuerà la sua attività. Metta ha superato candidati di rilievo come Andrea Ferrari, uno dei massimi esperti mondiali di grafene, professore di nanotecnologie a Cambridge; e l’esperto di robotica Darwin Caldwell, direttore di Advanced Robotics all’Iit.
Giorgio Metta, 49 anni, che era già vice direttore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia, dirige l’“iCub Facility” dove coordina lo sviluppo del progetto iCub, la piattaforma per lo studio della robotica umanoide più diffusa al mondo. Laureato a Genova, ha lavorato al Mit di Boston e
all’università di Plymouth (UK). Ha gestito per conto di IIT i rapporti con gli enti finanziatori e le relazioni internazionali. È coinvolto in due dei Competence Center nati nell’ambito del Piano del Governo italiano Industria 4.0 (Artes 4.0 e Start 4.0) ed è stato uno dei tre rappresentanti italiani al G7 del 2018 sull’Intelligenza Artificiale per il Ministero dello Sviluppo Economico. Nell’ambito di un’iniziativa portata avanti dallo stesso ministero è stato recentemente nominato membro del panel sull’Intelligenza Artificiale. Giorgio Metta è autore o co-autore di più di 300 pubblicazioni scientifiche (H-index su google scholar: 54) e ha pubblicato nel 2015 il libro “Umani e Umanoidi” per il Mulino insieme a Roberto Cingolani.
Cingolani, 57 anni, arrivato all’Iit dopo esperienze in America, Giappone e al prestigioso Max Planck di Stoccarda, in Germania, dopo essere stato persino tra i papabili a rivestire il ruolo di commissario straordinario per la ricostruzione del viadotto Polcevera, ruolo poi incarnato da Marco Bucci, lascia in eredità al centro di Morego e alle sue propaggini un ambizioso piano di sviluppo che guarda fino al 2023. Si tratterà di portare avanti e sviluppare ancora maggiormente la ricerca applicata nei campi della robotica, della scienza computazionale, dei nanomateriali e delle scienze per la vita, dai robot companion, che possano affiancare l’uomo a casa e nel lavoro, all’utilizzo del grafene all’intelligenza artificiale l’Iit ha ancora molto da dire. Aspettative altissime sull’istituto.

venerdì 29 marzo 2019

La Quercia della Conoscenza di Patrizia Boi su StudioLive24

https://www.studiolive24.it/2019/03/21/video2-patrizia-boi-in-la-quercia-della-conoscenza-ascolta-la-fiaba/
Primo pianoVideo

VIDEO#2 – Patrizia Boi in “La Quercia della Conoscenza”. Ascolta la fiaba…

Ritorna l’appuntamento di StudioLive24 con il talento, la creatività, la voce, le fiabe di Patrizia Boi. La scrittrice ospite d’eccezione del “Sarno CantaFavola Festival”,evento di solidarietà legato a Telethon ed alla raccolta fondi per sostenere la ricerca sulle malattie genetiche rare. Un dono importante , quello della Boi, che ha voluto fare alla Città dei Sarrasti con le sue fiabe, cariche di significato e di simboli.

La Quercia della Conoscenza, rappresenta un mix perfetto di ricerca, tecnica erboristica, istinto, e profondo sentimento.  La lettura riporta subito alla mente le immagini e sembra di calarsi completamente in un mondo di alberi, fusti, chiome agitate dal vento, rami intrecciati.


LA QUERCIA DELLA CONOSCENZA 


La Grande Quercia millenaria s’ergeva possente e maestosa proprio al centro dello spiazzo, un’ampia radura nel boschetto situata accanto alla capanna di legno. Lo spazio presentava la forma esatta d’un cerchio, limitato dalla foresta abitata dalle piante più straordinarie: Farnie e Cerri, Betulle e Carpini Bianchi, Aceri e Olmi, Frassini e
Pini, Salici Bianchi e Ontani Neri.
Nella capanna abitava la vecchia Sofia, un’anziana signora nota nei villaggi vicini per la sua saggezza. Quel boschetto era nato spontaneo ai tempi dell’antenata da cui aveva ereditato la casupola e il potere della Quercia. L’Albera, infatti, era la migliore alleata di Sofia, contatto intimo con Madre Terra, canale d’unione tra la Terra e il
Cielo, tra l’umano e il divino, tra il mondo della materia e il mondo dello spirito. Fin da piccola aveva imparato ad avere rispetto della pianta, non le era mai capitato di strapparle un rametto o di raccogliere una sola ghianda che non fosse caduta spontaneamente al suolo. Era la Quercia stessa che conosceva il momento esatto in cui
donare i suoi frutti e li regalava solo a chi intendeva nutrirsene. Le enormi ghiande succulente erano pane per gli insegnamenti dello spirito, cena per le notti dell’anima, cibo per albe e risvegli. Sofia le raccoglieva dal suolo morbido, le conservava in una borsa di tela e sapeva a chi regalarle al momento del bisogno.
La Conoscenza era stata tramandata nei secoli dalla sapienza femminile della sua stirpe. Sofia aveva la sensazione che le appartenesse da sempre, forse già dal momento in cui era stata concepita nel ventre materno. La Quercia rappresentava per lei Armonia ed Equilibrio, solo a guardarla il suo animo si sentiva pacificato, a starle sotto si sentiva investita dall’accoglienza di una Madre infinita, ad accarezzarla e abbracciarla precipitava in estasi.
Percepiva la linfa calda circolare nel tronco di quel colosso
alto e dal portamento vigoroso, la sentiva quando sfiorava
la corteccia grigia e fessurata come se l’energia della pianta
trasudasse da quelle crepe, la osservava nel colore
sempreverde della sua chioma ampia e tondeggiante come
un ombrello.
Non c’era pioggia o tempesta che scuotesse la
pianta e la facesse vacillare. Era così radicata alla terra che
nemmeno un uragano l’avrebbe potuta sradicare perché
era giusto che restasse piantata in quella zolla fertile, fulcro
di quel cerchio che tutto spiega e tutto chiude. La Quercia
non era soltanto assoluta Regina del bosco, ma era la
Reggia stessa, il luogo e il tempo in cui l’Assoluto e il
Mistero si davano convegno per svelarsi agli uomini.
Esisteva da un tempo remoto e sempre sarebbe rimasta a
segnare il centro del tutto, prospera, dignitosa, maestosa,
così ricca com’era di virtù, forza, coraggio e perseveranza.
Le sue radici erano unite al fuoco che arde nel nucleo del
pianeta, lunghe quanto la distanza che congiunge l’Inferno
con il Paradiso, robuste e durature quanto l’assoluto del
tempo.

Quando Sofia ammirava la sua bellezza, apprezzandone la forma, le tonalità di colore del fogliame e il suggestivo e intricato disegno dei rami, si sentiva quasi una nullità, una formichina smarrita nel prodigio di quelle linee contorte ed armoniose, nei margini tondeggianti o angolari delle foglie verdi, nella perfezione delle sfumature che tendevano al colore della fiamma o del sole al
tramonto.
Avete mai provato la fresca ombreggiatura estiva di questa solida creatura? Anche tra i raggi solari che penetrano tra il fogliame, il calore si trasforma in tepore, il caldo torrido è una fresca ventata di vita, perché sempre un alito di vento sconvolge la chioma composta di questa matrona regalandole un aspetto quasi umano. La Quercia
si butta nella vita, lascia scorrere dentro di sé il fiume impetuoso delle passioni, ma le integra riequilibrandole con la sua forza. Resiste a ogni colpo, a ogni ferita, rinasce come una fenice e ci racconta il segreto della vittoria. In lei si trova l’equilibrio perfetto tra maschile e femminile, per questo basta a se stessa e sempre risorge più potente e
invincibile.

La notte, poi, la Quercia esercita tutto il suo potere, riflette i segreti dell’universo. E fu in una magica notte del plenilunio di novembre che di Sofia si perse ogni traccia. Aveva preparato una cerimonia intorno alla Quercia, predisponendo una serie di candele accese lungo il cerchio sacro. Si era inginocchiata sopra un disco di roccia forata
accanto alla pianta e aveva invocato il Grande Mistero, principio creatore di ogni essere. In quel momento nell’universo brillarono tutte le stelle, una miriade di meteore precipitarono sul mondo e la Luna divenne grande e sorridente. Sofia si rese conto dell’enorme abisso
che circonda l’umanità, guardò dentro al cerchio sacro e vide la trasformazione che consente l’esistenza dell’uomo, la Grande Madre dispensatrice di vita ed evoluzione, il principio in base a cui la materia inanimata si tramuta in spirito. Si rese conto della magia che permette alla terra, al cielo e a tutti gli esseri viventi di rivelarsi e continuare ad
esistere in modo armonico. Vide anche il limite dell’azione, comprese che l’individuo partecipa al processo di mutazione a patto che non si discosti dal cerchio sacro che protegge la sua crescita, dal confine dell’abisso infinito che lo circonda. Si rese conto che la presenza del Mistero era in ogni cosa, che dentro alla roccia, al centro nel foro,
non c’era assolutamente nulla: solo un vento impetuoso l’attraversava con lo stesso frastuono del fiume ribollente e urlante che passa sotto la crosta terrestre.
In quel momento il suo voltò s’illuminò d’un sorriso sfolgorante, alzò le braccia al cielo e s’aggrappò alle trecce della luna. Salì su quei fili argentati fino a scomparire nel radioso sguardo dell’astro più sfavillante. Nessuno l’ha mai più vista, ma nelle notti di luna piena la foresta si riempie di uno strano sussurro e la Quercia sembra a tutti più felice e radiosa.

Quando la Quercia alta e maestosa
al centro d’un Cerchio cresce gioiosa
porta negli esseri la Conoscenza
che può svelare anche l’Essenza.

Se l’Equilibrio e la grande Armonia
son poi trasmessi alla saggia Sofia
l’Astro notturno sorride d’immenso
e s’empie di Luce l’intero Universo.





ALCUNI CENNI E DETTAGLI 


… ci racconta Lucia Berrettari

Quercia, grande Saggia: la Quercia ci insegna la magia della trasformazione. Le sue solide radici entrano profondamente nella terra per abbracciarla e toccarne il cuore; i suoi frutti resistenti nutrono gli animali e servono a far sorridere e giocare i bambini e le fanciulle. Le Querce danno riparo sia con la frescura d’estate che con le foglie che nel tardo autunno diventano un letto morbido.
Questo è il segreto della trasformazione: entrare dentro la terra, essere al servizio di Madre Terra, nutrire, amare, proteggere i figli della Dea, è l’antica lezione che hanno appreso da sempre tutte le donne di medicina. È per questo che la Quercia aiuta le donne a contattare il proprio intuito, il potere di far nascere e far morire gli accadimenti.
Albero di streghe: strega è la donna che sa trasmutare cose, eventi e anime.

… e continua Lidia Costa 
La Quercia (Quercus Peduncolata)
La Quercia o Farnia è un albero longevo e maestoso a crescita lenta che può raggiungere i 30 metri di altezza e i 7 metri di circonferenza.
Ha radici profonde con tronco enorme, spesso irregolare. La corteccia liscia e brillante, color grigio lucente sino ai 30 anni, diviene poi sugherosa, spessa e di color bruno-scuro screpolandosi trasversalmente così da formare scaglie quadrate irregolari. La consistenza della corteccia è tale che anche un parassita come il Vischio stenta a intaccarla.
I rami sono forti e sinuosi, piegati a gomito e ricurvi con molti rametti corti e vicini. Le foglie sono alterne, si formano all’inizio della primavera e sono verdi fino all’autunno. Diventano poi subito caduche per cui i rami d’inverno sono
completamente spogli.
La Quercia ha piccoli fiori maschili e femminili. Il suo frutto, la ghianda, è sospeso a lunghi e gracili peduncoli che portano da 1 a 3 frutti. La pianta fiorisce in aprile-maggio e i frutti sono maturi nell’autunno dello stesso anno o di quello successivo. 
La Quercia forma boschi con altre specie, ama la luce e abita nelle grandi vallate prediligendo terreni freschi ben irrigati. È per eccellenza l’albero della foresta mista, può vivere da 500 a 1000 anni raggiungendo dimensioni colossali e può crescere anche su pendii rocciosi con scarsa terra, ma si sviluppa meglio in un clima umido e nelle vallate.

Simbologia e leggenda
La Quercia è stata sempre considerata Regina delle piante, con valenza simbolica e religiosa, essendo quasi universalmente considerata connessa con il principio creatore dell’Universo, come una Grande Madre che dona vita ed
evoluzione. È il simbolo della vita, della forza tranquilla, della virilità e del valore militare, è l’archetipo di tutti gli alberi, il piedistallo della volta celeste, l’asse del mondo, gigante vegetale caro e sacro a tutti i popoli per la sua maestà incomparabile e la sua possanza. Nell’antica Grecia era consacrata a Zeus, e secondo la leggenda un ramo di Quercia piantato accanto ad una fonte proteggeva dalla siccità. Anche per gli antichi romani era sacra a Giove, era
una tra le piante di buon auspicio, simbolo di virtù, forza, coraggio, dignità e perseveranza.
I Celti celebravano i loro sacrifici nelle vicinanze di una Quercia. Per loro rappresentava la forza della saggezza e della conoscenza ed era in grado di stimolarla negli altri. Consentiva di giungere alla consapevolezza della soglia tra
il mondo della materia e dello spirito. La Quercia era l’albero del Giudizio sotto il quale il Re prendeva le sue decisioni; sotto di essa si definiva il giusto e l’ingiusto, l’essere e l’apparire. Dalla Quercia presero nome i sacerdoti Celti, i Druidi. La loro iniziazione e tutti i riti importanti avvenivano in boschi di Querce, Drunemeton.
La Quercia era Regina dell’anno crescente, rappresentava la forza spirituale e la magia della terra; come simbolo della nobiltà degli ideali e dell’indipendenza, è associata alla potenza maschile. Il Re che sedeva sotto la Quercia era garante dell’ordine cosmico sulla terra; quando perdeva forza e potenza, era sfidato da un aspirante successore che lo uccideva nel duello rituale. Il vecchio Re-Quercia veniva sacrificato ritualmente nel fuoco del solstizio d’estate.

mercoledì 20 marzo 2019

"Sarno CantaFavola Festival" I Edizione da giovedi 21 marzo a sabato 23 marzo

EVENTO CHE SARA' TRASMESSO IN DIRETTA SU RADIO GASSINO UNO A PARTIRE DALLE 20,45 DI VENERDI' PROSSIMO 22 MARZO:
La serata del 22 marzo del “Sarno CantaFavola Festival – I edizione”sarà aperta dalla scrittrice Patrizia Boi che leggerà un brano del suo ultimo romanzo “Mammoy – Di Catorchio, di Cletus e di altre avventure”, una fiaba inedita illustrata da Niccolò Pizzorno in corso di pubblicazione con la Casa Editrice ‘dei Merangoli’. 
La scrittrice ha donato al Festival anche a
ltre sue tre fiabe “Il Pinguino Imperatore”, “La Quercia della Conoscenza” e “Il Mascheraio Magico”, creando uno spazio per grandi e bambini nella WebTV di “StudioLive24”.
Dopo di lei seguirà uno spettacolo esilarante - una sorta di Maratona nello stile televisivo Telethon - che consisterà in un alternarsi di esibizioni della “Music Lab Academy Orchestra” e del “Trio Treatro”. La “M.L.A. Orchestra” è una interessante formazione musicale composta da 22 elementi, diretta dal Maestro Carlo Gravina, che accompagnerà la voce straordinaria del cantante Emanuele Squillante, in arte “Manù.

PROGRAMMA DETTAGLIATO IN QUESTA INTERVISTA A DEA SQUILLANTE


martedì 19 marzo 2019

Studiolive24: VIDEO – Patrizia Boi racconta “Il Pinguino Imperatore”. Visioni di una fiaba…


https://www.studiolive24.it/2019/03/19/video-patrizia-boi-racconta-il-pinguino-imperatore-visioni-di-una-fiaba/
Primo pianoVideo

VIDEO – Patrizia Boi racconta “Il Pinguino Imperatore”. Visioni di una fiaba…

In esclusiva per StudioLive24 Patrizia Boi. Scrittrice dalla penna decisa e ricca di sfumature, dalle visioni vivaci e cariche di significato, la Boi è tra gli ospiti più attesi della prima edizione del “Sarno CantaFavola festival” che si svolgerà 21- 22- 23 marzo 2019  a Sarno, in provincia di Salerno, al Teatro Comunale Luigi De Lise. Evento legato a Telethon ed alla raccolta fondi per aiutare la ricerca.

Patrizia Boi, per l’occasione, ha accolto con entusiasmo l’idea di lanciare dalla WebTv di StudioLive24 il racconto delle sue fiabe. 

Coinvolta del “Sarno CantaFavola Festival” nella sua veste di affabulatrice sia ad aprire la serata del 22 marzo, con la lettura di un brano del suo ultimo romanzo “Mammoy” – una fiaba inedita illustrata dal genovese Niccolò Pizzorno in corso di pubblicazione con la Casa Editrice ‘dei Merangoli’ – sia conando al Festival anche altre sue tre fiabe: “Il Pinguino Imperatore”, “La Quercia della Conoscenza”, “Il Mascheraio Magico”, per creare uno spazio per grandi e bambini nella WebTv di StudioLive24 

IL PINGUINO IMPERATORE 
Burzuk era un delizioso cucciolo di Pinguino Imperatore, morbido e grassottello, un batuffolo profumato di mare con le zampe ancora insicure. Avrebbe presto imparato a nuotare veloce tra le acque gelide della Terra Fredda catturando pesciolini e calamari con il suo tenero beccuccio.
Sua madre era la più graziosa pinguina dell’Antartide: aveva testa, collo e dorso neri come se indossasse un abito da sera, il petto candido e delle splendide macchie arancioni dietro alle orecchie che sembravano preziosi orecchini. Le zampe erano brillanti e la sua eleganza era nota a ogni membro della comunità.
Nella stessa colonia vivevano molti pulcini nutriti e accuditi dai genitori. La loro vita era organizzata così: le femmine deponevano le uova e poi le abbandonavano subito dopo per andare a caccia di pesce nell’Oceano aperto. Restavano poi lontane per un paio di mesi affidando la cova ai maschi.
I padri, dunque, tenevano al caldo le uova appena deposte mantenendole in equilibrio tra le zampe e ricoprendole con il marsupio di pelle. E non si allontanavano mai, nemmeno per mangiare: avevano terrore che i piccoli fossero catturati da qualche predatore, così diventavano magrissimi in attesa che le femmine tornassero.
Quando le madri facevano ritorno con il ventre carico di buon pesce per i neonati, allora i maschi partivano verso il mare per cercare cibo. Le ‘pinguine’ rigurgitavano il cibo accumulato per nutrire i cuccioli e li scaldavano nel tiepido bozzolo delle loro tasche. Il clima era molto rigido e i pulcini piumosi sarebbero potuti morire in pochi minuti senza quel tepore.
 
In questa bella colonia ogni cucciolo era protetto come in un nido, gli adulti si stringevano l’uno contro l’altro per sfuggire al vento e al gelo e conservare il calore. Facevano a turno muovendosi all’interno del gruppo riparato e quando si erano scaldati un poco, si spostavano all’esterno per lasciare agli altri la protezione del calore. Erano davvero un esempio di solidarietà.
Così i cuccioli crescevano al caldo e nutriti di quanto avevano bisogno. La vita scorreva felice e serena finché ogni cucciolo diventava adulto, ma prima di quel momento aveva bisogno di cure e attenzioni. In questo piacevole clima viveva il pulcino Burzuk.
 
Ma un brutto giorno tutto cambiò: il ghiaccio si spaccò e alcuni Pinguini vennero inghiottiti dalla voragine aperta, gli altri si allontanarono sopra la lastra di ghiaccio che scivolò lontano lontano alla deriva.
Solo Burzuk si salvò scampato alla sorte più nera grazie a una profonda fessura in cui era stato accolto nel ghiaccio. Con il suo lungo becco riuscì a pescare giusto per sopravvivere. Erano lontani i tempi in cui sua madre gli allisciava il pelo dalla mattina alla sera aspettando che fosse indipendente.
Per tollerare la solitudine Burzuk s’inventò un’amica immaginaria con cui giocare: una ‘Pinguina’ dal dorso rosa e il becco rosso come un cuore, la dolce Alikina. Quando si sentiva abbandonato pensava alla sua Alikina e si sentiva consolato. E quando era assalito dai dubbi ne discuteva con la dolce Pinguina e ogni paura si allontanava. Insomma le giornate passarono in fretta e lui si ritrovò adulto, capace ormai di immergersi a pescare in acque più profonde e pericolose.
Da grande viaggiò per la Terra Fredda dell’Antartide dove incontrò una splendida ‘Pinguina’ – che somigliava alla sua amica immaginaria – con la quale andò a vivere in una nuova colonia. Alikina, però, lo seguì ovunque come una bella immagine in cui potersi sempre specchiare nei momenti di solitudine.
 
Burzuk ebbe fantasia
creò un’amica in rosa
così vinse la nostalgia
e poi trovò la sua sposa.
Il ciclo ogni volta si rinnova
la femmina depone un uovo
lui si dedica alla sua cova
e nasce un pulcino nuovo.