Informazioni personali

La mia foto
Roma, Roma, Italy
Scrittrice di romanzi, racconti, fiabe, favole e storie per l'infanzia. Autrice del romanzo "Donne allo specchio" Mef Firenze, della raccolta di Fiabe "Storie di Magia" Happy Art Edizioni Milano.

sabato 5 agosto 2017

Wall Street International: intervista alla dottoressa Maria Burgarella, Psicologa, su Frida Kahlo e il suo "Amoroso Abbraccio"

https://wsimag.com/it/arte/26960-frida-kahlo

Frida Kahlo

L'amoroso abbraccio dell'universo

5 AGOSTO 2017, 
Frida Kahlo, "Abbraccio amorevole dell’universo, la terra (il Messico), Diego, io e il signor Xolotl"
Frida Kahlo, "Abbraccio amorevole dell’universo, la terra (il Messico), Diego, io e il signor Xolotl"
Tra le rare anime libere che hanno attraversato l'esistenza terrena, colpisce l'originalità di un'artista che travalica i confini dello spazio e del tempo, superando i blocchi, gli ingabbiamenti, le programmazioni e le numerose credenze a cui di solito siamo soggetti. E lo ha fatto senza disconoscere la sua gente, anzi facendosi portavoce dell'anima rivoluzionaria messicana e della istanze primitive della cultura azteca e sublimandole nella sua personale arte di pittrice visionaria.
Magdalena Carmen Frida Kahlo y Calderón, nata a Coyoacán (Città del Messico) nel 1907, sosteneva infatti: «La sola cosa che so è che dipingo perché ne ho bisogno e dipingo sempre quello che mi passa per la testa, senza altre considerazioni». Ed è straordinario che proprio lei abbia saputo rappresentare con apertura la sua realtà, sebbene fosse affetta da un limite fisico come la spina bifida, una grave malformazione congenita alla colonna vertebrale che determina rigidità motorie e funzionali. Questo fu possibile anche grazie a suo padre Guillermo, fotografo professionista, che esercitò su di lei una grande influenza insegnandole la tecnica dell'inquadratura fotografica e l'arte di ritoccare le foto col pennello, due abilità che Frida utilizzò nei suoi dipinti.
È davvero eccezionale, inoltre, che sia riuscita a coltivare i suoi talenti proprio nel momento più drammatico della sua esistenza, quando, a diciotto anni, fu vittima di un incidente mentre viaggiava su un autobus di legno. Le fratture riportate alla colonna vertebrale, al bacino e al piede destro, il tubo di metallo che le si conficcò nel ventre, la costrinsero a un lungo periodo di immobilità, bloccata per mesi nella sua stanza da letto. Proprio lì, iniziò a dipingere, aiutata da uno specchio appeso al soffitto. E lo specchio rifletteva sempre la sua realtà intima, le sue dicotomie, i suoi dolori, la sua geniale interpretazione della maternità, la sua immagine dai mille volti che compariva sempre come principale protagonista del suo obiettivo interiore.
Questo incidente, suo padre e l'incontro con il celebre maestro del muralismo messicano Diego Rivera, che sposò nel 1929, furono cruciali per lo sviluppo della sua pittura. Frida sosteneva, infatti: «Ho subito due gravi incidenti nella mia vita… il primo è stato quando un tram mi ha travolto e il secondo è stato Diego Rivera». La loro travagliata relazione, che durò ben venticinque anni, fu responsabile, infatti, di molte delle sue sofferenze, eppure la costrinse a prendere consapevolezza di tutti i suoi travagli facendole concepire numerose opere, tra le quali ci pare emblematica l’Abbraccio amorevole dell’universo, la terra (il Messico), Diego, io e il signor Xolotl, realizzata nel 1949, in età matura anche per la sua arte.
Abbiamo chiesto alla psicologa Maria Burgarella, anch'essa figlia del fotografo trapanese Giovanni, esperto conoscitore dello sviluppo, stampa e “ritocco” della fotografia in bianco e nero, un'interpretazione psicologica di questo quadro.
Che cosa intende rappresentare Frida in questo amoroso abbraccio?
L'artista rappresenta le dualità luce-ombra, sole-luna, giorno-notte, bene-male, le polarità maschile e femminile, yin e yang, ma anche l'archetipo della Grande Madre, al centro del quale pone se stessa con tutto il carico di sofferenza fisica, emotiva ed esistenziale sperimentata durante la vita.
Frida è madre e figlia, immersa in un universo che la abbraccia, quali bisogni esprime?
Ponendo se stessa nel grembo della Madre Terra, Frida manifesta la sua connessione e la consapevolezza del legame profondo, viscerale, animico con la madre che genera e nutre. L'archetipo della Grande Madre è primordiale e potente, è collegato alla Luna, al femminile come mediatore tra l'umano e il divino. Secondo Jung l'archetipo della Grande Madre è: «La magica autorità del femminile, la saggezza e l'elevatezza spirituale che trascende i limiti dell'intelletto; ciò che è benevolo, protettivo, tollerante; ciò che favorisce la crescita, la fecondità, la nutrizione; i luoghi della magica trasformazione, della rinascita; l'istinto o l'impulso soccorrevole; ciò che è segreto, occulto, tenebroso; l'abisso, il mondo dei morti; ciò che divora, seduce, intossica; ciò che genera angoscia, l'ineluttabile». È l'emanazione femminile, infatti, che ha il potere di curare e guarire ciò che all'uomo inteso come pensiero razionale sembra irrisolvibile, è il femminile che cura l'anima e le ferite grazie al buio, all'oscurità. La Madre Terra, rappresenta, inoltre, lo spirito creativo: in questo mondo, la materia e la terra sono l'espressione femminile del dio maschio.
Nel dipinto, sono raffigurati il giorno e la notte, la luna piena che illumina il buio, il sole splendente nella luce del giorno, cosa ci vuole raccontare l'artista?
La Luna nella parte oscura è piccola, suggerendo l'intimità, la profondità, la riflessione, il femminile, l'incubazione, la fase embrionale dell'idea che diventerà materia, nel caso dell'artista diverrà un'opera. Negli insegnamenti della Cabalà, la sfera spirituale della Luna, la Sephirot Yesod, esprime il fondamento, il subconscio, rappresenta il passato cristallizzato nella Coscienza degli uomini. L'inconscio collettivo contiene gli archetipi e i simboli che agiscono dal profondo dell'uomo guidando la sua energia, mentre le forme pensiero sono strutture energetiche che si accumulano nella Coscienza collettiva determinando la materializzazione delle idee. Si potrebbe utilizzare la metafora del parto come processo di materializzazione delle forme, quel parto che Frida ha sublimato nella sua arte, dando alla luce i suoi figli mancati come opere. Frida è donna che tramite l'arte diviene consapevole degli archetipi che agiscono dentro di lei, è in contatto col suo femminino, elabora e crea attraverso l'arte pittorica i suoi turbamenti, paure, deliri.
Essere madre non è, del resto, una questione puramente biologica, ma uno stato spirituale, è l'archetipo della Madre che agisce all'interno della donna consentendole di essere consapevole del proprio “femminino”. Nella parte bianca, luminosa, viene dipinto, invece, un sole grande, brillante, simbolo di amore incondizionato, elemento maschile che feconda, fuoco che arde, presente anche nelle mani del bambino. Questa dualità abbraccia e contiene la Terra, la Grande Madre raffigurata come una donna dalle sembianze messicane, che con un braccio sorregge dolcemente l'uomo mentre l'altro è rilassatamente appoggiato su Frida a simbolizzare che è la donna portatrice e custode della conoscenza, padrona dei ritmi e dei segreti della vita.
Il fuoco che arde è un tema ricorrente nella mitologia. Frida lo pone nelle mani del bimbo, perché?
Nella mitologia greca, Estia è la dea del focolare, vive nascosta, in casa, tiene il fuoco sempre acceso, è l'archetipo della concentrazione sul mondo interno. La donna è paziente nel mantenere il fuoco acceso che non si spegne mai anche sotto la cenere, rappresenta l'ardore, l'energia viva che attrae l'uomo. In realtà, però, il fuoco lo porta Ermes, dio maschio del mondo visibile e di quello invisibile, che può viaggiare tra il mondo dei vivi e dei morti, nel contempo vivo e morto, dio delle contraddizioni e mediatore degli opposti nella sua caratteristica rapidità e immediatezza. Del resto l'unione alchemica tra femminile e maschile permette al fuoco sacro di ardere e di sacralizzare il matrimonio alchemico nella coppia Frida-Diego, attuando l'integrazione degli opposti mediante il superamento delle proprie paure e disarmonie.
Cosa simboleggia il cane che dorme sul braccio oscuro della notte?
Il cane dormiente è il cane di Frida, Itzcuintli Señor Xolotl, che rappresenta Xolotl, il custode del mondo dei morti, simbolo di fedeltà, attaccamento, pura amicizia, vigilanza, protezione, lealtà. Osserva il mondo terrestre e trasporta i morti sul dorso nel mondo degli inferi, è una guida delle anime.
Il dipinto raffigura le ferite di Frida, le lacerazioni della donna, della madre...
Credo che la ferita più grande di Frida sia stata la sua mancata maternità rappresentata dall'abito rosso e dallo squarcio sul collo zampillante di sangue, a richiamare la frattura presente sulla Madre Terra. Il petto della Grande Madre, però, è terra sempre verde, lacerata ma viva, spaccata sul seno, ma dal suo capezzolo esce una goccia di latte. La Donna, infatti, ha la misteriosa capacità di trasformare il sangue in nutrimento. Il sangue contiene un simbolismo molto complesso legato al mestruo e al parto, alla nascita di un figlio negata all'artista, alla rinascita di se stessa attraverso l'arte. Nel corpo della dea nasce un albero, simbolo della conoscenza cosmica, connessione tra regno dei morti, mondo degli uomini e regno divino. La figura è contornata da piante, nel lato luminoso vi sono bulbi, fiori, frutti. Le braccia dell'universo hanno radici tenere, vive, delicate, da coltivare con cura e amore, così come la conoscenza del tutto. Frida ha voluto rappresentare la dea Madre della terra azteca, Cihuacoatl, dietro alla quale, la Madre Universale a sua volta abbraccia e contiene i due protagonisti, Frida e Diego.
Il bambino che Frida culla è anche un uomo, è piccolo e grande, cosa significa?
Frida sostiene dal collo Diego, l'amore della sua vita, l'uomo che tiene in mano il fuoco sacro, l'azione, lo spirito. Egli ha il terzo occhio spalancato, la ghiandola pineale, detta vista dell'anima ed è artista anche lui. Frida lo tiene come fosse un bambino a sottolineare anche la componente di amore materno che ha riversato su di lui. In realtà Diego, il bambino protetto dalle sue braccia, è anche il suo mecenate, il primo che crede in lei come artista. Non è fondamentale che poi la tradisca come donna, ingannandola, perché, in realtà, Diego, vivendo liberamente se stesso senza vincoli e pregiudizi, le fa da specchio. L'amore incondizionato nella coppia Frida- Diego affronta e supera le divergenze, i tradimenti, gli inganni, l'abbandono, sperimenta la separazione, il conflitto ma anche l'unione, l'armonia, la libertà d'essere uno nella dualità nell'accettazione dell'altro.
In conclusione, come possiamo sintetizzare il messaggio di questo dipinto?
Con uno stralcio tratto dall'Inno a Iside risalente al III-IV secolo a.C.:
«Io sono madre e figlia, Io sono le braccia di mia madre, Io sono sterile, eppure sono numerosi i miei figli, Io sono donna sposata e nubile, Io sono Colei che dà alla luce e Colei che non ha mai partorito».

lunedì 24 luglio 2017

Herman Normoid di Roberto Luciani

Herman Normoid

Un artista poco serio da prendere sul serio

13 LUGLIO 2017, 
Don't B Shy. #0124 anno 2010. Acrilico su tavola lignea. Cm 75 x 131.
Don't B Shy. #0124 anno 2010. Acrilico su tavola lignea. Cm 75 x 131.
Alcune personalità "disturbate" hanno un forte ascendente sugli individui che si trovano nelle loro vicinanze, ed è questo quel che capita a me con Herman Normoid. Quest'artista soffre senza dubbio di uno sdoppiamento della personalità, ma le sue opere esercitano su di me un'irresistibile attrazione.
Andiamo al dunque: un artista che si rispetti ha uno stile, segue una corrente o almeno un'idea! Per quello che ho potuto constatare Normoid in dieci anni ha cambiato stile e generi pittorici almeno quattro volte. Un comportamento instabile che lascia poco spazio all'analisi critica: del resto le sue opere, che sembrerebbero essere fortemente antididascaliche, potrebbero in realtà essere semplicemente considerate banali e vuote. Il suo minimalismo concettuale, la continua demolizione di quanto lui stesso ha creato; il voluto "divertissement" di cui sono pervase anche le sue opere più inquietanti, i titoli stravaganti dei suoi quadri e quel suo modo irriverente di ammettere di non saper dipingere, sembrano disegnati a tavolino per creare il "personaggio" Normoid.
Se così non fosse, rimane comunque il fatto che non si distingue un suo percorso artistico riconoscibile che consenta una lettura critica costruttiva. I suoi passaggi da una modalità pittorica all'altra hanno delle soluzioni di continuità talmente evidenti da suggerire che il nostro Herman soffra di uno sdoppiamento della personalità, anzi no, di un suo disgregamento. Normoid non è neanche un artista maledetto: è più verosimilmente una persona che ha perso la bussola, o uno che ha deciso di fare l'artista ma che non ha trovato la sua strada perché le sue strade sono troppe, per poter essere percorse tutte.
Quando lo intervistai nel 2015 per pubblicare il libro Subconscio. Conversando con Herman Normoid, edito da Unione Europea Esperti d’Arte, egli si mostrò piuttosto affabile, forse un po' ruvido nei suoi giudizi sul mondo ma in ogni modo una persona sana e gentile; mi chiedo quindi: perché non si mostra in pubblico? Ha forse paura delle critiche negative? È snob? O semplicemente sa di non avere nulla da dire?

Proud to be obsolete

Il motto che accompagna il suo logo, "Proud to be obsolete", fiero di essere obsoleto, vorrebbe sottolineare il suo legame almeno concettuale con la "vecchia" pittura e forse un'ironica e poco velata critica al mondo delle installazioni, dei coup de théâtre e, come poi lui stesso ha dichiarato, ai "...pezzi di cavallo che escono dalle pareti"; ma Normoid al contrario degli antichi maestri, è criptico, difficile da intendere e contemporaneamente troppo facile e palese. Cosa ha a che vedere Normoid con i grandi dell'arte? Forse proprio il fatto che al momento sia totalmente incomprensibile cosa abbia in mente e che la lettura delle sue opere e del suo percorso artistico sia almeno a prima vista o troppo facile o impossibile? È troppo avanti? È troppo indietro? o semplicemente ci prende tutti in giro?

Il manifesto del Volumismo

Ne Il Volumismo è libertà, l'opera di Herman Normoid scritto da Stefano Liberati nel 2011, è riportato una sorta di testo poetico a firma Normoid, preso a manifesto di una serie di concetti che riducono l'artista a una rotella di un meccanismo di proposta e revisione, il Volumismo per l'appunto. Le idee in esso contenute sono interessanti ma a mio avviso sminuiscono e limitano troppo la figura dell'artista: ne fanno un artefice, un produttore di proposte poi elaborate dall'osservatore, in una serie di accadimenti lasciati al caso, all'insegna di una totale e dissennata libertà, completamente fuori dagli schemi tipici del nostro tempo, in cui un artista è artista perché sa trascinare e proporre opere dense di significato, non oggetti con schemi palesemente aperti lasciati alla mercé di un osservatore qualunque.

La mostra di Palermo

Philippe Daverio nella sua presentazione del catalogo della mostra allestita nella Cappella dell’Incoronazione di Palermo (RISO, Museo d’Arte Contemporanea della Sicilia) nel dicembre del 2016 dal titolo Subconscio, definisce Normoid quale “artista girovago”: io oltre che girovago lo definirei “pittore sfuggente”, una sorta di uomo-medusa, che lascia dei segni in giro perché poi ognuno li possa interpretare come meglio crede, nella più totale libertà, con la sicurezza che chi ha creato questi messaggi visuali, lo ha fatto lasciandoli aperti a qualunque interpretazione, a qualunque rilettura.
Nello stesso catalogo è presente un testo nel quale il compianto psichiatra di Buenos Aires Carlos Barès ha cercato di mettere a nudo la sfera emotiva di questo pittore, restituendoci una sviscerante analisi psicoanalitica dei paesaggi interiori delle sue opere. Lo fa uno psichiatra! Quindi forse la mia definizione di artista sdoppiato non è totalmente sbagliata! Forse Normoid ha due o più personalità che si palesano alternativamente nel tempo? Comunque sia, il contributo di Bares è uno strumento interpretativo messo a disposizione del lettore con lo scopo di fornire una visione non didascalica delle opere e più in generale di questo “misterioso” artista.
Punto nodale della lettura che Barès fa delle opere di Normoid è la questione del subconscio, su cui il pittore poggia la ricerca alla base di questa mostra. L'esistenza del subconscio è per Normoid un fatto tanto importante quanto non scientificamente verificabile, è frutto di un'intuizione, immaginato come un complesso di impulsi, sentimenti, passioni e fantasie che rimangono fuori dal dominio della coscienza. Nelle due sale espositive vengono infatti mostrate una serie di "vedute fantastiche" e, nella cripta della chiesa, in un allestimento quasi a lume di candela, una serie di 12 volti emozionanti e allo stesso tempo inquietanti.

Conclusioni

Nonostante tutto quello che ho scritto o forse proprio per questo, ritengo che la presenza di Normoid nel panorama artistico italiano non possa che essere considerato un fatto positivo e che si possa ipotizzare che i suoi continui cambiamenti di rotta siano un segno di inquietudine artistica più che di sdoppiamento della personalità. Philippe Daverio vede Normoid “sull’orlo di una nuova sperimentazione visiva” nella quale “si forma un cosmo della fantasia dove il colore pieno, gli spessori della materia e il gesto che la modifica diventano spazio per una nuova dimensione” e forse dovremmo dare retta al grande critico e aspettare di vedere dove ci porterà Normoid con il suo prossimo passo. Quindi non mi resta che invitarvi ad andare a vedere la prossima mostra di questo artista "poco serio" nella speranza che siate voi a vedere cosa c'è al di là del precipizio oltre il quale Normoid ci vorrebbe portare.