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Roma, Roma, Italy
Scrittrice di romanzi, racconti, fiabe, favole e storie per l'infanzia. Autrice del romanzo "Donne allo specchio" Mef Firenze, della raccolta di Fiabe "Storie di Magia" Happy Art Edizioni Milano, del volume LegenΔe di Piante - Nostra Protezione ed equilibrio in terra (una raccolta di 12 leggende sulle piante ambientate nei dodici mesi dell’anno) pubblicato a puntate nel 2014 su Wall Street International Magazine.Nel giugno 2017 ha pubblicato per la Collana I Cortili della Casa Editrice dei Merangoli, il Saggio Ingegneria Elevato n - Ingegneria del Futuro o Futuro dell’Ingegneria?, scritto a quattro mani con suo fratello Maurizio Boi, con 150 Immagini Colore/BN del fotografo Sergio Pessolano.

giovedì 18 luglio 2019

Stasera all'Hotel Miramare di Capoportiere a Latina ore 20,30 "La Fiaba come Metafora Educativa" Conversazione tra Patrizia Boi e Laura Marchetti


Patrizia Boi, ingegnere civile e scrittrice che presenta "Mammoy, di Catorchio, Cletus e altre avventure": la fiaba come metafora educativa. A discutere con lei la Docente di Didattica generale e di Didattica delle culture all’Università di Foggia, Laura Marchetti, pacifista, ecologista e antimilitarista che ha sempre tenuto insieme impegno culturale e impegno politico ed è autrice di numerosi volumi, monografie e saggi.

Sinossi

L’autrice Patrizia Boi in questo libro intreccia il mondo fantastico dei miti e delle leggende con quello dell’Intelligenza Artificiale. Lug, dio celtico, vestiti i panni di Scienziato dà vita in un laboratorio in Sardegna al dinamico Robottino Catorchio che, staccato dalle macchine che gli danno energia, mostrerà sentimenti umani e una gran voglia di sperimentare. Per lui, curioso e intraprendente come un bambino, Lug diventa MAMMOY, mamma e papà, e in questo ruolo monogenitoriale guiderà la crescita dell’intrepido Pinocchio moderno attraverso la Fiaba che riporta in superficie un mondo sommerso che si nasconde nella meravigliosa Natura che sparge ancestrali profumi di umanità. Le illustrazioni di Niccolò Pizzorno accompagnano le parole dell’autrice, delineando personaggi e luoghi veri o immaginari, come una fiaba nella Fiaba, da sempre strumento di apprendimento per esprimere concetti e ideali come uguaglianza, fratellanza e libertà.
Sullo sfondo delle terre che si affacciano sul Mediterraneo, mito e storia, magia e scienza, archetipi e metafore, passato e futuro sono gli ingredienti che rendono straordinarie le avventure in cui Catorchio diventerà molto più di un passivo ascoltatore, acquisendo autonomamente la capacità di interagire con cose e persone. Con lui, alla scoperta di luoghi sconosciuti e talvolta dimenticati, una compagnia eterogenea che man mano si arricchisce di nuovi compagni di viaggio: il lucano Cletus, un ragazzo allegro e apparentemente spensierato, il genovese Gianguido, borbottone, pauroso e “mugugnoso”, e infine, la saggia Kalika, la Profumiera dell’Isola di Katai.

 Biografia

Patrizia Boi, cagliaritana, vive e lavora come ingegnere civile a Roma. È autrice di romanzi, racconti, fiabe, favole e storie per l’infanzia, di articoli, interviste e saggi che pubblica anche su “Wall Street International Magazine (WSI)”. Per la WebTV “Radio Gassino Uno” e per la rivista “Tottus in pari” cura la rubrica Tra Fiaba e Leggenda. Nel 2014, per WSI, ha pubblicato il libro LegenΔe di Piante – Nostra Protezione ed equilibrio in terra, una raccolta di 12 leggende sulle piante scritta in collaborazione con l’erborista L. Costa e la costellatrice L. Berrettari. Fra le sue pubblicazioni il romanzo Donne allo specchio (L’Autore Libri Firenze, 2006), la raccolta di fiabe Storie di Magia (Happy Art Edizioni, 2011) illustrato da M. C. Lo Cascio e il saggio INGEGNERIA ELEVATOᵑ – Ingegneria del Futuro o Futuro dell’Ingegneria? (dei Merangoli, 2017), coautore Maurizio Boi, con fotografie di S. Pessolano. Dal 2016, fa parte del Direttivo del “Gremio dei Sardi di Roma” per il quale propone e organizza eventi coinvolgendo intellettuali e artisti sardi.



domenica 16 giugno 2019

Intervista a Erika Maderna Maestra di Simbologie vegetali

https://wsimag.com/it/cultura/54896-tra-streghe-e-fate-antiche-e-moderne

Tra Streghe e Fate, antiche e moderne

Intervista a Erika Maderna

5 GIUGNO 2019, 
Niccolò Pizzorno, Alice, la maga delle Erbe, tratto da Mammoy - di Catorchio, Cletus e altre avventure di Patrizia Boi (Casa Editrice dei Merangoli)
Sono passati cinque anni da quando ho intervistato, per la prima volta, la scrittrice e saggista Erika Maderna. E ora l’ho incontrata di nuovo in veste di coorganizzatrice del Festival “Fiabando… nell’isola che c’è”, il suggestivo evento ideato da Maria Pia Minotti che si svolge sull’Isola Maggiore del Trasimeno – a settembre si terrà la VII Edizione – e che, come ogni anno, avrà come protagonisti adulti e bambini in un luogo magico nel quale luci, suoni e colori si fondono armonicamente col paesaggio. Ci siamo ritrovate, dunque, al termine dell’incontro che aveva come tema Un giardino di fiaba: come si coltiva un racconto. Perciò, chi meglio di Erika potrebbe coltivare il giardino della fiaba, del mito e delle Erbe? Esperta di Mito e Magia, Simbolismi e Archetipi, Regina per Aboca Edizioni di Piante e Aromi, Profumi e mitologie botaniche, è una profonda conoscitrice degli antichi saperi delle donne in medicina ed è autrice di numerosi studi, ricerche, articoli e libri fra i quali Medichesse: la vocazione femminile alla cura (2012) e Per virtù d’erbe e d’incanti: la medicina delle streghe (2018).
Perché la dimensione dell’Isola ci porta dentro le Fiabe, nel mondo incantato di Archetipi e Magia?
L’isola nella dimensione simbolica assume una fortissima valenza iniziatica. È uno spazio dell’immaginario, dove prendono vita le proiezioni dell’inconscio, dove l’Io trova rifugio e salvezza nel naufragio della vita e dell’identità. L’approdo all’isola definisce il contatto con un omphalós, un centro ideale geografico ed esistenziale, da cui è possibile contemplare l’infinito.
Sull’isola l’Eroe ha l’opportunità di recuperare energia psichica e di evolversi spiritualmente, ma essa segna anche metaforicamente un ritorno al grembo della madre. Nei miti, infatti, spesso è il luogo in cui il protagonista viene a contatto con il femminile attraverso incontri iniziatici significativi: è quanto accade, ad esempio, nell’Odissea, dove il viaggio di Ulisse è scandito dall’approdo in quattro diverse isole, nelle quali lo aspettano altrettanti incontri: Circe, il femminile archetipico e potente; Calipso, la donna che cura l’anima; Nausicaa, archetipo della figlia e portatrice di una profonda riconciliazione interiore; infine Penelope, la sposa, simbolo della sacralità del legame nuziale. È interessante notare come tutte queste donne, divine o mortali, siano figure di tessitrici: intrecciano il destino dell’uomo con la stessa abilità con cui da sempre le donne isolane annodano le reti da pesca per i loro uomini.
Tra Streghe e Fate, antiche e moderne, hai analizzato gli archetipi del mondo femminile, ricondotti spesso nella costola di altre divinità. Chi ha scippato il patrimonio ancestrale alle donne?
Il furto dei valori più profondi e reconditi del femminile è un processo cominciato ben prima di quanto siamo abituati a pensare. Lo troviamo già pienamente operante nel mondo greco che, nelle sue epopee e mitologie, dimostra di avere in parte dimenticato, o volutamente “addomesticato”, il substrato culturale pre-ellenico. Una traccia di questo processo è presente nei corteggiamenti (in realtà tentativi di stupro) del dio Apollo nei confronti delle ninfe di cui si invaghisce, delle quali usurpa valori e simboli. Così come è presente nella trasformazione culturale di Circe da dea (come ancora la chiama Omero) a maga, addirittura a protostrega. La narrazione nasconde, mistifica ma non cancella. In seguito, alle donne è andata anche peggio. Eppure i valori femminili, fortissimi, hanno resistito alle intemperie della storia: si sono ammaccati, hanno attraversato con tenacia i secoli oscuri, ma sono sempre riusciti a risorgere dalle proprie ceneri.
Oggi in una società di burattinai e burattini, risulta ancora attuale la fiaba iniziatica di Pinocchio (Pin-Occhio = Occhio Pineale ovvero Terzo occhio): un pezzo di legno, scolpito da un artigiano, al quale la magia di una Fata regala un’anima. In un mondo ormai ipertecnologico, dove gli scienziati hanno rimpiazzato gli artigiani, come descriveresti il Pinocchio “moderno”?
Oggi abbiamo dimenticato la natura divina che il mito attribuiva all’artigiano. Efesto, per i Greci, era un dio sensibile e raffinato, intenditore della bellezza e, non a caso, era lo sposo della dea Afrodite: un demiurgo esperto della magia del fare, un alchimista. Il potere insito nella capacità di forgiare la materia oggi ha lasciato il posto a una tecnologia che produce creature prive di corpo. E un Pinocchio moderno sarebbe forse così, disincarnato e virtuale, figlio di un artigiano tecnologico che collega bit ma non ha mani callose e sapienti. Ma non dobbiamo dimenticarci che Pinocchio è fatto di legno, di materia viva che cresce, respira, si trasforma. E non deve nemmeno stupirci il fatto che sia una Fata a insufflare l’anima nel burattino: come le ninfe, le fate sono anime vegetali e comprendono intimamente il “sentimento” degli elementi naturali. Probabilmente anche il nostro ipotetico Pinocchio tecnologico dovrà essere toccato da una bacchetta magica femminile, se vuole acquisire un’anima e diventare un bambino vero.
Come descriveresti un compagno di giochi che gli rammenta di non trascurare il “bambinello interiore”?
Un compagno che vede il mondo con occhi di meraviglia, invitandolo ad accogliere le connessioni misteriose, a scorgere l’invisibile dentro la trama della realtà. Oppure un aiutante magico capace di attivare il potere dell’intuizione, un po’ come fa la bambolina di Vassilissa nella fiaba russa della Baba Jaga.
Quanto è importante nella società dei consumi entrare in sintonia con “i semplici”?
Il contatto con “i semplici”, cioè con le erbe officinali comuni, ci riconduce al nostro legame profondo con la natura e ci aiuta a vivere il senso del sacro come cura e rispetto per ciò che ci circonda. La percezione della sacralità del creato è il recupero più importante che l’umanità può compiere se vuole accedere a un grado più evoluto e sostenibile di esistenza. Abbiamo un grande bisogno di quella “semplicità” grazie alla quale l’uomo antico capiva che ciò che è complesso può essere ricondotto a principi elementari, a energie pure, e che le piante umili, cioè “vicine alla terra” (humus), sono cosa gentile, benefica e preziosa per tutti noi.
Le costruzioni mentali dell’intelletto, se non vengono integrate dalla tessitura dell’intuito, rischiano di rimanere invisibili? Nel frastuono della mondanità, quanto spazio resta per ascoltare la propria musica interiore, i suoni della Terra e del Cosmo?
L’intuito è una grande risorsa dimenticata nel nostro tempo, eppure è importantissimo in quanto attiva la capacità di cogliere la realtà nella sua essenza. L’intuito può salvarci da un pericolo, ci evita di finire nei guai. Oggi, nonostante l’accesso a un livello di istruzione più elevato, sentiamo sempre di più il bisogno di esperti che regolino e gestiscano quasi ogni aspetto della nostra vita, sollevandoci dalla responsabilità di fare scelte errate, mentre dentro abbiamo un maestro saggio che urla per farsi sentire e per ottenere le nostre attenzioni. Ed è quella voce la nostra musica interiore, per usare la suggestione che proponevi nella tua domanda; ma il rumore di fondo che ci circonda spesso ci porta verso altri ascolti e ci distoglie da quelle note.
Quanto il continuo lamentarsi di tutto impedisce lo sviluppo di un individuo? Può il “Mugugno” incessante simboleggiare l’antagonista principale al cammino iniziatico del protagonista di una Fiaba?
Altroché se il mugugno può essere un antagonista! È un avversario che lavora instancabile e minuzioso fuori e dentro di noi. E la fiaba, che sempre fa da specchio a ciò che siamo e ci prende in giro presentandoci i tranelli della nostra psiche, ce lo dice a chiare lettere. Le nostre giornate sono scandite da un fastidioso e costante mugugno di fondo, quello dell’informazione, della società, dei triti luoghi comuni che pongono alla ribalta delle notizie solo ciò che non va, non funziona. In questo modo non riusciremo mai a migliorare. Ma quel che è peggio, quando questo spiritello maligno si infiltra dentro di noi, ecco che diventiamo bravissimi ad autosabotarci, a vivere di vittimismi. La fiaba può aiutarci a smascherare anche questi meccanismi deleteri.
A quale simbolismo ci collega l’esperto Profumiere delle Fiabe?
“Avere naso”, “andare a naso” o “avere fiuto” pone qualunque soggetto in una condizione privilegiata, legata all’intuito. Ma l’olfatto è anche un senso raffinato, spirituale, deputato più al piacere dell’anima che all’appagamento del corpo: ha un potere di profonda penetrazione della realtà ed è connesso ai centri della memoria. Il profumiere o la profumiera, dunque, in un’ottica archetipica o fiabesca, sono i depositari di un’arte capace di inebriare, di trasportare la mente e l’anima su note olfattive. E non è un caso che la terminologia del profumo spesso ricalchi quella musicale, e che la musica nelle fiabe spesso si configuri come il mediatore dell’in-canto, del sortilegio.
Nel mondo primitivo, quando ancora non si conosceva la funzione maschile nella procreazione, c’erano solo le madri, oggi esistono quelli che ho battezzato “Mammoy” – unione dei termini sardi “Mammay e “Babbay” – padre e madre contemporaneamente. Nelle famiglie dei separati o nelle famiglie arcobaleno, a quale simbolismo si possono associare?
Le recenti e veloci trasformazioni della società ci spingono a riflettere profondamente su schemi e modelli culturali per riformulare un concetto di famiglia che non rinneghi ma trasformi i valori del passato. In questo senso diventa importante, a mio parere, considerare la valenza del maschile e del femminile di cui ogni individuo è portatore, al di là del sesso. Quelle della “maternità” e della “paternità” sono elaborazioni che possiamo metaforizzare al fine di definire un’integrazione fra le due polarità, e la fiaba ci può far riflettere sull’importanza di questa integrazione. Le famiglie delle fiabe spesso propongono modelli per noi respingenti: genitori che abbandonano i figli nel bosco, padri che si risposano con donne opportuniste e incapaci di amare i figliastri, matrigne crudeli. Ma in fondo, alla fine, i Principi e le Principesse si salvano nel reciproco incontro indicandoci la necessità profonda di una riconciliazione fra queste due polarità. Perché le fiabe parlano sempre di noi, e ognuno dei personaggi messi in campo è la rappresentazione di un aspetto della nostra anima.
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Nasce come autrice di romanzi, racconti, fiabe, ma pubblica anche biografie, articoli e interviste. Progetta eventi culturali e opere pubbliche occupandosi con passione di parchi, piste ciclabili e lavori ferroviari.

lunedì 27 maggio 2019

Alberto Cardillo E' possibile curare l'anima?


https://wsimag.com/it/benessere/54532-e-possibile-curare-lanima

È possibile curare l’anima?

Impariamo ad ascoltarla e prendercene cura

25 MAGGIO 2019, 
Great Gig, Il male oscuro, riportare la luce, foto Sergio Pessolano
Animula vagula blandula hospes comesque corporis.
“Piccola anima smarrita e soave/ospite e compagna del corpo”, scriveva l’Imperatore Adriano rivolgendosi alla sua piccola anima destinata, prima o poi, a lasciare il corpo e a vagare per mondi sconosciuti: ma prima di questo vagabondaggio è sua ospite e compagna. Come si può, quindi, avere un corpo sano se la sua fedele compagna non è in buona salute? Non sarà il caso di trovare il modo di occuparci anche di lei?
Sull’’Anima’ è stato detto tanto, sono state espresse opinioni, a volte supposizioni, le Religioni hanno costruito teorie, pontificato certezze, gli animisti l’hanno attribuita agli esseri viventi anche non umani, molti l’hanno confusa con lo ‘Spirito’.
In Grecia, secondo Socrate, era sinonimo di ‘Psiche’, per indicare il mondo interiore dell'uomo a cui assegnare piena dignità . Il Filosofo affermava che il compito centrale dell’uomo era la cura dell'anima: la psicoterapia. Il suo discepolo Platone ne codificò il messaggio affermando:
Curate l’anima se volete curare anche il corpo.
Ma cos’è l’anima se non l’essenza senza materia di ognuno di noi? Nella nostra cultura viene ritenuta immortale se non addirittura parte dello Spirito Divino, sede dei sentimenti.
I sentimenti e le emozioni ‘accadono’, li creiamo istante dopo istante seguendo la sequenza di un imprevedibile e ingovernabile succedersi di stati emotivi. Curare l’anima significa curare i nostri pensieri e far sì che le emozioni siano sempre più gli elementi che creano benessere. È possibile ed è nostro interesse rimarginare le ferite dell’anima perché curare l’anima è il primo passo per poter curare il corpo.
Il professor Biava sosteneva che quando un soggetto ha deciso che non ha più senso proseguire la propria vita su questa Terra, anche i tumori più semplici non trovano soluzione. Eppure, nessuno vuole lasciare il corpo, tutti vorremmo vivere più a lungo possibile o addirittura diventare immortali. Siamo davanti a quella che chiamiamo ‘Inversione psicologica’ ovvero, il soggetto dichiara esattamente l’opposto di quanto inconsciamente crea.
E di questo tema sono davvero esperto, non solo per aver aiutato tante persone, ma per averne sofferto io stesso prima di lasciare la mia vecchia professione di politico e dedicarmi interamente alla kinesiologia.
Fu il professore di Teoria e impiego pratico della Kinesiologia Applicata, Ruggero Dujany, che mi svelò di essere afflitto da ‘Inversione psicologica’: in sostanza, andavo dal medico per essere curato ma non volevo guarire. Ero contemporaneamente l’artefice e la vittima di quel male, il protagonista e il carnefice di me stesso. Assurdo, incomprensibile e inaccettabile. Significava che andavo dal medico per essere curato ma non volevo guarire. Ero davanti a quello che nella filosofia Zen potremmo definire un kōan zen, ovvero una dichiarazione paradossale ma in cui, secondo i Maestri Zen, avviene il vero incontro tra il ‘maestro’ e l’allievo, dove inizia la rivelazione della natura più profonda dell’Essere. Ruggero Dujany in quel momento diventava ufficialmente il mio ‘Maestro’ e da allora lo è stato per continuare a rimanerlo.
‘L’Inversione psicologica’, è quel meccanismo per cui, il soggetto colpito, quindi, dichiara esattamente l’opposto di ciò che poi inconsciamente crea e produce. È la massima di Carl Gustav Jung a descrivere fedelmente questo fenomeno “diabolico”:
Fino a quando non renderai conscio l’inconscio, esso dirigerà la tua vita e tu lo chiamerai destino.
Sicuramente quella Inversione psicologica esisteva perché, attraverso la ‘malattia’, richiamavo a me la mia stessa attenzione: serviva per farmi comprendere che stavo facendo qualcosa che non era la mia vera strada, mi ero ammalato per giustificare che gli incarichi amministrativi assunti erano non solo onori ma oneri pesantissimi.
Si era creato un cortocircuito, una frattura insanabile, fra la mia parte più profonda, fatta dall’Alberto che voleva solo applicare le ideologie e i sogni di uomo politico, e la realtà vera e propria, dove la politica tradotta in amministrazione è al contrario un continuo trovare compromessi, equilibri per non scontentare nessuno e allo stesso tempo per mantenere il potere. Il vero conflitto, oggi posso affermare con assoluta certezza, consisteva nel non avere più un equilibrio fra l’uomo materiale e l’uomo spirituale che era in me. Quell’uomo che pur amando l’Amore trascendente, voleva non apparire sensibile perché sensibilità era per lui al tempo sinonimo di debolezza. Ero io stesso che rinnegavo la sensibilità e che mi convincevo si trattasse di fragilità, di debolezza, che si sarebbe manifestata all’esterno e nel mondo di quella ‘politica’ che non mi apparteneva più.
Quando il Maestro Dujany, grazie all’utilizzo delle tecniche di Kinesiologia applicata alla medicina, rimosse l’Inversione psicologica da cui ero afflitto, come per magia intrapresi una lenta ma costante risalita. Vedevo la luce in fondo al tunnel, potevo finalmente davvero toccare con mano il mio riemergere dai meandri dello smarrimento esistenziale.
Ecco perché ritengo fondamentale individuare eventuali ‘Inversioni psicologiche’, una malattia che mi ha consentito di ribaltare la mia vita per prendere a cuore quello che desideravo davvero, quello che potevo fare con Amore ed equilibrio. E ringrazio la Kinesiologia!
È su questo dato che, con la Kinesiologia applicata alla medicina, bisogna iniziare a lavorare per poi spostarsi sempre più su un livello profondo e raggiungere quella rete di informazioni, già presenti nel nostro corpo, che registra tutto e conosce tutto. Per curare l’anima dobbiamo scendere sempre e progressivamente più in profondità. Occorre sfogliare il nostro corpo andando oltre. Passare dalla massa alle molecole per raggiungere l’atomo. Da questo all’elettrone, fino al nucleo di protoni e neutroni procedendo ancora più in profondità, dove non esiste più la massa ma esiste solo il campo vibrazionale informato e formato solo da onde di energia. È quel livello onnisciente che contiene il tutto e sa tutto. Siamo fatti di energia, quell’energia che esplode nel momento in cui avviene la fecondazione e si instilla la Scintilla Divina. Prendersi cura dell’anima significa interrompere le somatizzazioni che poi diventano malattia.
Quando Dante scriveva “e mi ritrovai nella selva oscura, che la diritta via era smarrita”, si riferiva al male dell’anima, a quel ‘male oscuro’, che ormai ben conosciamo essere la somatizzazione. Per rimuoverla non bisogna curare il corpo perché non è ancora malato: qualcosa funziona male e la nostra anima sta bussando alla porta della nostra attenzione per indicarci di rimuovere un disagio emozionale.
Citiamo spesso l’anima (ànima in latino, anĭma, affine, come anĭmus, al greco ἄνεμος soffio, vento): frasi come “faccio tutto mettendoci l’anima”, “mi hai rubato l’anima” le abbiamo dette tutti. Da buon scultore mi è capitato di donare ‘anima’ a quanto di grezzo e informe cercavo di scolpire. Oggi ho imparato a farmi rapire l’anima solo dall’amore, quello spazio senza tempo che rappresenta il ponte per il viaggio dentro noi stessi. In questo modo potremo nutrire le nostre cellule con le giuste ‘in-forma-azioni’, creando il terreno fertile e le condizioni felici per produrre le nuove proteine del Benessere.
Perché questa compagna del nostro corpo, come una vera compagna di vita, ci svela i nostri conflitti costringendoci a prenderne coscienza, ci suggerisce la soluzione degli stessi se solo impariamo ad ascoltarla e ci fornisce la chiave del Benessere se ce ne prendiamo cura e la sappiamo trattare con Amore. E se non ci riuscite da soli, chiedete al vostro Kinesiologo di fiducia.
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Kinesiologo, naturopata, esperto di Kinesiologia Applicata alla Medicina e di Intolleranze alimentari. Autore di Articoli scientifici, libri e video, partecipa a Seminari, Convegni e Conferenze in tutta Italia.