C’era una
volta un regno radioso, dove la bellezza non era un lusso ma il respiro stesso
della corte. Il sovrano, uomo di cuore nobile e magnanimo, amava che ogni
suddito risplendesse di grazia, e per questo teneva accanto a sé il più abile
sarto che mente umana potesse immaginare. Quell’uomo non tagliava semplice
stoffa: cuciva la luce dell’alba nei mantelli di broccato, tesseva fili
d’argento per i velluti della sera e sapeva dare forma all'armonia. In mezzo a
tanto splendore cresceva accanto a lui suo figlio, che tutti chiamavano Fiore,
un ragazzo dall’animo gentile e dagli occhi vivi, cresciuto tra i fruscii delle
sete più preziose e le risa gioiose dei cortigiani.
Ma la sorte, a
volte, muta con l'improvviso abbattersi di una tempesta.
Il re
magnanimo morì senza lasciare eredi diretti, e dalle ombre emerse un tiranno
cupo e privo di pietà, che usurpò la corona e bandì ogni forma di bellezza e
gentilezza. Il vecchio sarto, custode della grazia del regno passato, venne
scacciato in disgrazia, senza un soldo, con indosso soltanto la propria dignità
ferita. Insieme a Fiore, intraprese un lungo e disperato cammino verso
una terra straniera dove poter ricominciare. Ma il dolore e il gelo delle notti
all'addiaccio consumarono il cuore del vecchio: durante il viaggio, sotto un
salice spoglio, il sarto chiuse gli occhi per sempre, lasciando Fiore
solo al mondo.
Il giovane non
sapeva dove andare. Piangendo lacrime amare, camminò, camminò e camminò, mentre
le scarpe si consumavano e le suole toccavano la terra nuda. I giorni divennero
settimane, finché i suoi passi stanchi lo portarono nel cuore di una foresta
antica e silenziosa, dove gli alberi avevano tronchi larghi come torri e il
muschio profumava di resina e mistero. Al centro di una radura scorse una
piccola capanna di legno intrecciato.
Esausto e
privo di forze, Fiore cadde in ginocchio sulla terra umida e si mise a
pregare con tutto il cuore, invocando la protezione degli spiriti della natura,
delle fate custodi e dei saggi gnomi del sottobosco.
Dall'ombra
odorosa di terra e corteccia emerse una creatura luminosa: una Fata dai
capelli d'erba e dagli occhi simili a gocce di rugiada, accompagnata da tre
gnomi barbuti dai grembiuli di cuoio. Sentendo la purezza del ragazzo e la
desolazione del suo destino, la guardiana del bosco sorrise dolcemente:
— «Non
piangere, figlio del filo e del telaio. Chi sa custodire la bellezza nel cuore
trova sempre una via da percorrere. Gli gnomi creeranno per te un destriero che
non chiede fieno, ma solo il ritmo vivo del tuo coraggio.»
Gli gnomi accesero un
braciere verdeggiante e cominciarono a intessere rami di frassino elastico,
radici ferrose e gocce di resina canforata, mentre la Fata cantava a
ritmo serrato una formula segreta, uno scioglilingua arcaico che faceva vibrare
le foglie:
«Ruota fedele,
morbida e tonda,
legno che
fila, luce che inonda,
raggio che gira,
sella che regge,
strada che
scivola oltre la legge!
Gira rotando,
rotola piano,
frena e poi
corri nel bosco lontano,
scatta veloce,
sfreccia il sentiero,
magico incanto,
dolce destriero!»
Dall’incanto
nacque un prodigio mai visto prima: un telaio agile di corteccia viva e
frassino, due ruote di legno flessuoso raggiate con radici intrecciate, una
morbida sella di muschio e cuoio e un manubrio curvato come le corna di una
gazzella. Era la prima bicicletta del mondo, interamente forgiata con il cuore
e i frutti della foresta.
Prima che Fiore
potesse salire, però, la Fata pose la mano sul suo petto e lo guardò con
solennità:
— «Questo
mezzo non è un dono per chi fugge, ma per chi affronta la vita a viso aperto.
Prima di giungere alla città degli uomini e trovare il tuo destino, dovrai
superare tre grandi prove.
La prima: attraversare
il grande acquitrino velenoso, dove dorme un'idra famelica dalle molte teste e
voci.
La seconda: salire sul Monte
del Giudizio, dove un colossale rettile preistorico, un drago delle caverne
d'altri tempi, sbarra la via con la sua mole di pietra viva.
La terza: scendere fino
all'oceano tempestoso e domare il mostro degli abissi che emergerà dai flutti
per inghiottire la spiaggia.
Solo se
pedalerai con cuore puro e senza cedere al terrore, la strada si aprirà.»
Fiore respirò
profondamente, afferrò il manubrio e salì sul sellino. Spinse il primo pedale:
la bicicletta scivolò via silenziosa e leggera, come se galleggiasse sul vento.
Prova Prima:
L’Acquitrino delle Illusioni e l'Idra dalle Sette Voci
Il sentiero
tracciato dagli spiriti del bosco si spense d’improvviso dove la terra solida
cedeva il passo a una distesa immobile, velata da miasmi solforosi e nebbie
color cenere: la Palude di Malanotte. Qui l’acqua non scorreva, ma
marciva tra canneti contorti simili a mani scheletriche. Non esistevano vie
maestre, soltanto ciuffi d’erba galleggiante, radici ingannevoli e tronchi
sommersi pronti a sprofondare nella mota nerastra al minimo passo falso.
Fiore scese dalla
sella per un istante, osservando l'abisso paludoso. La bicicletta di legno
vibrava al tocco della sua mano, e i raggi di frassino sembravano fremere
avvertendo il pericolo. Se si fosse fermato, la melma avrebbe risucchiato per
sempre ruote e cavaliere; per attraversare quel pantano bisognava non smettere
mai di avanzare, affidandosi a un moto perpetuo e all'equilibrio dell'anima.
Montò in sella
e diede la prima spinta. Le ruote scivolarono sopra un tappeto di ninfee
giganti, flettendole senza spezzarle. Ma non appena il ragazzo raggiunse il
cuore dell’acquitrino, l'acqua nera cominciò a bollire con un gorgoglio
sinistro. Da una voragine d'alghe emerse una mole titanica e squamosa: l'Idra
di Lernaia, il cui corpo viscido sosteneva sette lunghi colli serpentini,
ciascuno coronato da una testa crestata con occhi simili a braci morenti.
La bestia non
attaccò soltanto con il morso, ma con l'inganno delle voci. Ciascuna delle
sette teste cominciò a parlare con un timbro diverso, rubato ai ricordi più
intimi di Fiore:
— «Fermati,
figlio mio, sono tuo padre... riposati nel fango caldo», sussurrava la
prima testa con la voce rotta del vecchio sarto scomparso.
— «Tutto è
perduto, il regno non ti appartiene più, cedi al sonno», sibilava la
seconda.
— «Posa i
piedi, abbandona la fatica, la gloria è solo cenere», cantava la terza con
un sussurro mellifluo.
Le parole
pesavano come piombo sul cuore del ragazzo; le sue gambe divennero pesanti, la
pedalata perse cadenza e la ruota anteriore cominciò ad affondare nella melma
vorace. Sentì il freddo della morte lambirgli le caviglie.
Fu allora che Fiore
si ricordò dell’arte di suo padre: il sarto non ascolta il caos delle voci
quando infila l'ago, ma fissa lo sguardo su un unico punto invisibile. Fiore
chiuse le orecchie all'inganno e intonò ad alta voce la strofa magica della
Fata:
«Gira rotando,
rotola piano/frena e poi corri nel bosco lontano!»
Con un moto di
volontà indomita, strinse il manubrio e impresse una forza nuova ai pedali. Non
potendo fuggire in linea retta su quella superficie instabile, Fiore
inventò una geometria magica: cominciò a pedalare disegnando sull'acqua una
spirale aurea sempre più stretta, girando vorticosamente attorno alle sette
teste della bestia.
Il movimento
circolare sollevò una tromba d’aria e vapore che intrappolò le teste dell’Idra
nel proprio stesso veleno. Confuse dal vortice e accecate dal moto continuo
della bicicletta, le teste si avventarono l'una contro l'altra nel cieco
tentativo di azzannare l'ombra che sfuggiva loro, finendo per annodarsi in un
groviglio inestricabile e furibondo.
Scorgendo una
striscia di radici pietrificate che affiorava verso la riva opposta, Fiore compì
l'ultimo scatto: volò sopra i tronchi come un ago che cuce il bordo di un lembo
di seta strappato. Quando le ruote toccarono l'erba asciutta dell'altra sponda,
l'Idra sprofondò nell'abisso con un sibilo strozzato.
In
quell'istante, un brivido argentato percorse il telaio di legno della
bicicletta: assorbita la prima vittoria contro l'illusione, la corteccia si
sciolse e il metallo risplendette di puro argento vivo, freddo, intatto
e luminoso come la luna piena.
Prova Seconda: il Monte del Giudizio e l'Urlo del Titano Preistorico
Oltre la
palude il paesaggio mutò d’improvviso, levandosi in una muraglia di roccia
scura e verticale: il Monte del Giudizio. Non c'erano gradini né
mulattiere, solo una gola stretta e dirupata, seminata di ghiaioni instabili,
lastroni di basalto bagnati da cascatelle gelide e crepacci senza fondo. L'aria
si faceva a ogni metro più rarefatta e gelida, togliendo il fiato e mordendo la
pelle.
La salita era
così aspra che qualunque cavallo avrebbe spezzato i garretti al secondo passo. Fiore
comprese che per scalare quel gigante di pietra doveva fondersi con il suo
veicolo. Non serviva la violenza della forza muscolare, ma la sapienza del
respiro e la scelta meticolosa della traiettoria. Cominciò a salire a zig-zag,
disegnando curve dolci lungo pareti vertiginose; la catena d'argento cantava un
ritmo sommesso, mentre i muscoli delle sue gambe dolevano come se fossero
attraversati da aghi ardenti.
A metà ascesa,
nel punto in cui il sentiero costeggiava un abisso vertiginoso, la montagna
tremò fino alle radici. Con un boato da terremoto, una caverna ciclopica si
spalancò e ne uscì il Custode delle Origini: un colosso preistorico
sopravvissuto alla notte dei millenni, metà tiranno scaglioso e metà orso di
pietra, con placche corazzate che riflettevano la luce cupa del basalto e zanne
lunghe quanto lance da giostra.
La belva non
tollerava che un vivente calpestasse il suo regno di pietra silente. Con una
zampata titanica, sradicò dalla parete un masso enorme e lo scagliò giù per il
dirupo. Poi un altro, e un altro ancora: una pioggia torrenziale di macigni
rotolò verso Fiore, rimbalzando a velocità folle.
Tornare
indietro significava precipitare nel vuoto; fermarsi voleva dire essere
schiacciato. Fiore non si scompose. Fissò il monte con occhi calmi e
fece appello a tutta la precisione che aveva appreso osservando le mani paterne
tracciare linee perfette sulla stoffa. Con millimetrica maestria fece danzare
il manubrio: una sterzata secca a destra sfiorò un masso per pochi millimetri,
una piega improvvisa a sinistra scavalcò una scheggia tagliente. Sfruttò la
superficie liscia di un lastrone inclinato come una rampa naturale, scivolando
sotto la traiettoria di un macigno colossale proprio mentre questo si
frantumava contro la rupe.
Il mostro,
infuriato nel vedere l'umano avvicinarsi inesorabile, si parò innanzi a lui
sull'ultimo pianoro roccioso, spalancando le fauci e ruggendo un turbine d'aria
che gelava il sangue. Spazzò il suolo con la sua coda chiodata, tagliando
l'unico varco rimasto.
Fiore non esitò:
abbassò il busto sul manubrio, concentrò ogni briciola della sua energia vitale
e diede quattro pedalate furiose contro la pendenza estrema. Nel punto esatto
in cui la coda stava per abbattersi, tirò verso l'alto il manubrio argentato:
la bicicletta si sollevò da terra in un balzo prodigioso, volteggiò sopra la
corazza del titano e atterrò con soave leggerezza oltre le sue spalle, sul
crinale più alto della vetta.
La belva
pietrificata rimase a fissare il vuoto, sconfitta non dalla violenza, ma dalla
leggerezza e dall'audacia di un'armonia che non poteva comprendere.
Il passaggio di Fiore,
veloce come un dardo scoccato dal vento, non fu una semplice fuga ma un atto di
folgorante bellezza. A mezz'aria, mentre la bicicletta volteggiava sopra la
schiena del gigante, le ruote argentee toccarono un lembo della corazza di
pietra: fu allora che l’armonia del ragazzo e la furia antica del mostro
entrarono in rotta di collisione.
Una scarica improvvisa di fulmini
celesti e scintille di rame si propagò lungo le scaglie del colosso. La bestia
spalancò gli occhi in un muto terrore mentre fessure incandescenti squarciavano
il suo corpo di roccia dall'interno. Con un boato che scosse le fondamenta
stesse della montagna, il mostro primordiale esplose in una deflagrazione di
luce purissima: massi, scaglie e fumo si polverizzarono a mezz'aria,
dissolvendosi come cenere spazzata via dalla brezza d'alta quota, liberando per
sempre la gola del monte.
Nel valicare la cresta baciata
dal vento della cima, un lampo di fuoco celeste avvolse il destriero: l’argento
vivo del telaio e dei raggi assorbì l’energia della pietra e del fulmine. Il
metallo cominciò allora a mutare sotto gli occhi di Fiore: l’argento si
trasformò in rame incandescente, mentre nei raggi e nelle ruote comparvero
venature e gemme di zaffiro purissimo, che brillavano di luce propria e
facevano tremare le nubi.
Prova Terza: La Spiaggia degli Abissi e il Leviatano delle Maree
Dalla vetta
della montagna si apriva l’infinito orizzonte azzurro del mare, ma quel mare
non conosceva bonaccia. Quando Fiore scese a precipizio lungo i pendii
costieri fino alla spiaggia, trovò una distesa di sabbia nera battuta da marosi
alti come campanili. Il cielo si era fatto plumbeo, carico di tuoni sordi, e
l'oceano ribolliva di gorghi spaventosi.
Quella era la
spiaggia del Leviatano delle Maree, il mostro degli abissi
che da secoli divorava qualsiasi vascello o viandante osasse avvicinarsi alle
sponde del regno confinante.
Fiore portò la
bicicletta sulla battigia, dove l'acqua schiumava violenta. All'improvviso, il
mare si ritrasse di centinaia di metri, lasciando scoperto un fondale di scogli
neri e coralli insanguinati, per poi sollevarsi in una muraglia liquida che
oscurò il sole. Dal cuore di quell'onda titanica emerse il Leviatano:
una creatura mostruosa con occhi fosforescenti grandi come scudi, branchie
cavernose da cui sgorgavano gorghi d'inchiostro velenoso, oscuri e contorti
tentacoli e chele poderose capaci di spezzare la chiglia di una nave da guerra.
Il mostro aprì
le sue chele e rovesciò la muraglia d'acqua sulla spiaggia per spazzare via il
minuscolo intruso.
Fuggire verso
l'interno era impossibile: la scogliera alle spalle bloccava ogni ritirata.
C'era una sola salvezza: andare incontro alla tempesta. Fiore respirò a
fondo l'aria salmastra, strinse i pugni sulle manopole e puntò la ruota
anteriore dritto verso l'onda che crollava.
Pedalò a
perdifiato sulla sabbia umida e compatta. Nel momento in cui il muro d'acqua
stava per abbattersi per schiacciarlo, la magia della terra e della montagna
rispose: la bicicletta non affondò nella schiuma, ma trovò aderenza sulla
cresta dell'onda stessa. Come un gabbiano che plana sul dorso del vento, Fiore
risalì la parete liquida pedalando in verticale contro la forza di gravità,
lasciando dietro di sé una scia di fosforo splendente.
Il Leviatano
protese le sue chele mostruose per afferrarlo a mezz'aria, ma Fiore,
giunto sulla cima dell'onda più alta, impresse una virata perfetta: saltò oltre
le chele aperte e atterrò direttamente sul dorso ricoperto di conchiglie e
scaglie del mostro marino. Le ruote di rame e zaffiro, girando a velocità
inaudita, generarono una vibrazione d'aria così pura, tersa e intrisa di luce
solare che il mostro, creatura dell'oscurità più profonda, ne fu accecato e
stordito.
Emettendo un
lamento sordo che fece tremare le profondità marine, la bestia non resse il
bagliore di quel coraggio incontaminato: ripiegò i tentacoli e le chele e si
inabissò per sempre nelle fosse oceaniche da cui non sarebbe mai più riemersa.
L'onda si
distese docile sulla riva come un velo di seta bianca steso ad asciugare. Fiore
planò dolcemente con la sua bicicletta sulla sabbia asciutta al di là della
baia maledetta.
La
Trasmutazione d’Oro e la Capitale d’Alabastro
Nel momento
esatto in cui toccò di nuovo la terraferma oltre la spiaggia, la bicicletta
vibrò con un suono limpido e argentino, simile al tocco d’un’arpa accordata dal
vento d’alta quota. Ogni residuo d'ombra, ogni scheggia di ferro,
fibra di legno nodoso e raggio d'argento temprato si fuse in un’armonia senza
pari: la bicicletta divenne interamente d'oro zecchino, splendente come
il sole del meriggio, leggera come una piuma di cigno, indistruttibile e veloce
come il raggio della prima stella della sera.
Oltre la linea
della costa, lambita dalle onde ormai quiete, sorgeva una fiorente e maestosa
città dalle mura bianche come alabastro. In quel regno regnava la concordia,
guidata da un saggio sovrano benedetto dalla gioia di sette figlie bellissime.
Per concedere la mano della primogenita, la principessa Irma, rinomata
per ingegno fiero e cuore nobile, il re aveva bandito un editto singolare da
leggersi a ogni cantone: chiunque fosse riuscito a percorrere cento chilometri
di strada impervia prima di tutti gli altri, senza fermarsi mai lungo il
cammino, avrebbe sposato la fanciulla ed ereditato il trono insieme all’onore
supremo della corte.
L’Editto dei
Cento Chilometri e la Sfida sulla Grande Pista
Il giorno
stabilito per la contesa, la piazza d’armi era gremita fino all’inverosimile di
sudditi, araldi e dame. C’erano principi fieri e cavalieri d'oltremare montati
su magnifici purosangue arabi dalle criniere intrecciate di perle, aurighi
audaci su carretti leggeri guidati da quattro corsieri frementi, atleti
instancabili e messaggeri dal passo di lepre. E in mezzo a tanta foga di
muscoli, armature e bardature, discosto e composto, sostava Fiore, con i
suoi abiti semplici da viandante e le mani serene appoggiate al manubrio di
quell'incredibile bicicletta dorata. Molti tra i dignitari sorrisero beffardi,
domandandosi quale bizzarra follia spingesse un giovane solitario a sfidare
destrieri indomiti con un marchingegno a due ruote privo di cavalli.
Al rimbombo
del colpo di cannone, una nube densa di polvere si levò verso il cielo e la
carovana scattò furente. I cavalli galoppavano a perdifiato tra urla, fauci
fumanti e schiocchi di frusta, ma presto l'aspra pietraia della salita, il sole
battente, la sete e i fossati cominciarono a fiaccare le zampe degli animali e
a spezzare i mozzi di legno dei carri più pesanti.
Fiore, invece,
trovò all'istante il suo ritmo immutabile. Le sue gambe andavano fluide,
guidate dalla memoria dell’ago paterno che cuce senza strappi; la catena d’oro
cantava un sussurro leggero e le ruote dorate quasi non toccavano il suolo.
Volavano sulle pietre aguzze senza scalfirsi, sfioravano i sentieri polverosi e
risalivano i crinali con l'eleganza d’un soffio d’aria primaverile. Superò i
podisti affannati, sfilò accanto ai carretti sconquassati, oltrepassò con lieve
rispetto i corsieri esausti e volò verso il traguardo come un dardo scoccato da
un arco fatato.
Quando tagliò
la linea del centesimo chilometro, il sole di mezzogiorno baciò la sua fronte:
era arrivato primo, con ore di anticipo su ogni rivale, con il sorriso fiero
sulle labbra e gli occhi lucidi di commossa gratitudine per il padre perduto e
per i custodi del bosco.
Il Trionfo
d'Amore e le Nozze di Luce

Il vecchio
sovrano mantenne la promessa con animo colmo di meraviglia. La principessa Irma,
che dall'alta loggia della reggia aveva ammirato l'incomparabile grazia di quel
giovane capace di muovere e dominare il mondo con la sola forza delle proprie
gambe e l'armonia interiore, gli donò subito il proprio cuore, riconoscendo in
lui l'uomo destinato ad affiancarla.
Le nozze
furono le più splendide che la memoria delle genti ricordi. Irma discese
le scale della cattedrale vestita di un bianco candido e purissimo, avvolta da
un velo lungo e trasparente tempestato di diamanti che riflettevano ogni raggio
di sole, mentre le sue dita sottili scintillavano di anelli d'oro cesellati. Fiore,
che nel sangue portava intatta l'arte paterna del tessere e dell'onorare la
bellezza del creato, le prese la mano promettendole rispetto, cura e fedeltà
per l'eternità terrena.
Il Regno della
Sapienza: La Scrittura e la Stampa
Salito al
trono accanto alla regina Irma, Fiore si rivelò un sovrano amato
e illuminato, custode devoto della bellezza e della pace. Nel suo cuore ardeva
la passione per la pittura: con tele e colori a olio dipinse ogni angolo
del reame, immortalando i prati fioriti, i candidi palazzi, i cieli d'oriente e
i volti della sua gente, affinché nessuno andasse dimenticato. Poi, osservando
gli ingranaggi perfetti e le catene della sua bicicletta, ideò i caratteri
mobili e il primo mirabile torchio: divenne egli stesso il tipografo del
regno, componendo e stampando ogni giorno i fogli del giornale, affinché le
cronache, le idee e le poesie corressero libere di casa in casa.
Dall'unione
tra Fiore e Irma fiorirono tre figli, cresciuti con
l'insegnamento che nessuna via è troppo lunga se la si percorre con passo
costante, nobiltà d'animo e pazienza.
L’Eredità dei
Tre Figli: Letizia, Tancredi e Bonifazio
La
primogenita, Letizia, crebbe respirando il profumo dell’inchiostro
fresco: ogni mattina era la prima a leggere e sfogliare i giornali appena
stampati dal padre, e da quelle pagine nacque la sua vocazione per le lettere.
Dedicò l’esistenza a viaggiare tra i popoli e compose la monumentale storia di
tutti i regni, raccogliendo le voci e le gesta del mondo affinché non cadessero
nell'oblio. Con il tempo, dalla sua stirpe nacque una bella principessina che, cresciuta
nell'ammirazione delle antiche radici e dotata di un gusto sopraffino per la
grazia e le forme, scelse di rinnovare l'arte d'origine della stirpe: divenne
la più celebre e geniale creatrice di vesti di tutte le corti conosciute. Con
sensibilità moderna e tocco incantato, sapeva dare anima ai tessuti, tagliando
sete impalpabili, velluti d'ombra e broccati di luce, intessendo fili d'oro e
geometrie segrete con la medesima maestria magica del bisnonno scomparso. Le
sue creazioni non erano semplici abiti, ma autentiche opere d'arte capaci di
esaltare la bellezza, la fierezza e l'armonia di chiunque le indossasse,
celebrate e contese in ogni angolo del mondo.
Il
secondogenito, Tancredi, ereditò lo sguardo geometrico, l'ingegno
visionario e la sapienza della misura che avevano permesso a Fiore di
domare la rupe di basalto. Divenne il sommo Architetto e Maestro
costruttore del regno: la sua mente sapeva dialogare con la forza
invisibile dei venti e il peso della roccia, calcolando ogni spinta con
millimetrica perfezione. Tracciò ponti ad arcate ardite capaci di sfidare i
millenni, vie maestre che univano popoli divisi, canali d'acque limpide e città
armoniose concepite per fondersi con il respiro della terra senza mai ferirla.
Dalla sua unione nacque un figlio che ereditò la medesima mente luminosa e una
mano infallibile: cresciuto alla scuola del padre, ne superò i confini, ideando
le cattedrali del sapere e le grandiose infrastrutture del regno futuro,
custode di un’arte capace di trasformare il calcolo matematico in pura poesia e
bellezza al servizio dell’umanità.
Il
terzogenito, Bonifazio, nacque con un animo generoso, instancabile e
devoto. Fu lui a vegliare con cura amorevole sui genitori negli anni della loro
vecchiaia, guidando con saggezza e operosità ogni cosa affinché la loro pace
fosse intatta e protetta. A lui Fiore, riconoscendone il cuore grande e
leale, volle destinare, per il futuro, il suo bene più prezioso: la
bicicletta tutta d’oro. Bonifazio non tenne per sé quel prodigio: ne
divenne il massimo maestro e divulgatore. Fondò accademie e ritrovi dove
insegnò a centinaia di giovani l'arte della pedalata, il rispetto
dell'equilibrio, il valore della fatica pulita e il coraggio di guardare la strada
a testa alta. In sella al destriero solare, affiancato da generazioni di
ragazzi che aveva istruito, percorse instancabile ogni contrada: recò soccorso
e conforto ai più deboli, portò messaggi di pace tra popoli lontani e dimostrò
al mondo intero che non c'è traguardo impossibile per chi pedala con nobiltà
d'animo e costanza.
Fiore e Irma vissero
moltissimi anni colmi di grazia, amati da generazioni di sudditi. Quando infine
per il sovrano giunse il tempo del meritato riposo, egli lasciò sereno il
destriero terreno nelle mani del figlio Bonifazio, mentre la sua anima
saliva al cielo. E ancora oggi, nelle notti d'estate in cui il cielo è terso e
l'aria profuma di resina e mare, se alzate lo sguardo verso la volta celeste e
vedete una scia dorata sfrecciare silenziosa tra le costellazioni, non è una
stella cadente: è lo spirito di Fiore, che su un destriero di pura luce
continua a pedalare leggero sulle strade dell'infinito.


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