I. Il piccolo Merlino e il cuore del bosco
Nel cuore più antico della grande foresta smeraldina,
dove i tronchi secolari toccavano le nubi e la rugiada brillava come polvere di
stelle, viveva un fanciullo di nome Merlino. Aveva perso entrambi i
genitori quando era appena in fasce; la vita gli aveva tolto presto l'abbraccio
umano, ma la terra e gli alberi lo avevano accolto come un figlio prediletto.
Merlino era un bambino dallo sguardo speciale: nei suoi
grandi occhi color nocciola e ambra brillava una luce viva e penetrante,
insieme dolcissima e determinata, capace di scorgere la vita segreta delle cose
invisibili. Una cascata di morbidi capelli castani, mossi e ribelli, gli
incorniciava la fronte alta e spaziosa, segno di un'intelligenza precoce e
riflessiva. Il suo viso conservava la purezza dell'infanzia, ma nei tratti
armoniosi, nel taglio nobile del profilo e nel suo sorriso aperto e fiducioso
si intuiva già la stoffa dell'eroe nobile e valoroso che un giorno sarebbe
diventato.
Abitava in una casetta di pietra chiara e rami
intrecciati, custode di un'armonia perfetta. Bastava che il piccolo Merlino appoggiasse
le mani sul tronco rugoso di una quercia perché l'albero gli confidasse i
segreti delle falde sotterranee; se una piantina soffriva per la siccità, lui
sapeva trovare la vena d'acqua nascosta; se un cerbiatto si smarriva, seguiva
il suo richiamo come quello di un fratello. Era il piccolo guardiano del bosco,
felice nella sua solitudine piena di meraviglia.
II. Il veleno nell'aria e la nube soffocante

Una mattina d'autunno, il canto degli uccelli si
spense all'improvviso. L'aria divenne gelida e pesante, intrisa di un acre
sentore di fumo e bruciato. Dalle terre lontane, corrotte dall'avidità e dal
disprezzo per la natura, si levò una nube nera e densa: una coltre tossica e
plumbea di anidride carbonica e fumi soffocanti che avanzava inesorabile,
oscurando il sole.
Laddove l'ombra della nube sfiorava la terra, la vita
appassiva. Le foglie dorate marcivano sui rami, i muschi perdevano il loro
velluto, i corsi d'acqua si intorbidavano e gli animali fuggivano impauriti
cercando un respiro che non c'era più. Il piccolo Merlino corse di
radura in radura, tentando disperatamente di bagnare i germogli e soccorrere i
passeri caduti a terra, ma la nube era troppo vasta, il veleno troppo potente.
Sconvolto dal dolore, con il cuore gonfio di lacrime
ma animato da una fede incrollabile, il bimbo corse al centro della grande
radura delle pietre vive. Si inginocchiò sul terreno che cominciava a
screpolarsi, aprì le braccia e, con la voce limpida della sua innocenza, invocò
le forze primordiali e gli spiriti custodi del creato.
III. L'apparizione della Fata Geromel
La preghiera pura di Merlino squarciò il velo
di nebbia. All'improvviso, un soffio di brezza profumata di biancospino e
resina dorata accarezzò la radura. La terra si illuminò di una luce perlacea e,
dal centro di un cerchio di violette rinascenti, apparve una figura di
maestosa, indimenticabile bellezza: la Fata Geromel.
Alta, flessuosa ed elegante, emanava una grazia regale
e rassicurante. I suoi lineamenti erano scolpiti nella luce: un viso ovale
dolcissimo, labbra schiuse in un sorriso splendido e sincero che dissipava
all'istante ogni timore, e occhi incantevoli, grandi e magnetici, profondi come
il mare più puro e limpidi come cielo di primavera. Una lunghissima chioma di
capelli nerissimi, corvini e lucidi come la seta più preziosa, le scendeva
lungo le spalle e fluiva morbida fino a sfiorare la terra ai suoi piedi,
muovendosi a ogni passo come un'onda di mezzanotte incantata.
«Asciuga le tue lacrime, piccolo Merlino»,
disse la fata, e la sua voce risuonò come il tintinnio di mille campanule
d'argento.
«La tua voce è
giunta fino al cuore della terra. Il male ha coperto il cielo con la caligine
del veleno, ma l'armonia non è perduta. Sei stato scelto per compiere un
destino grandioso: liberare il mondo dall'oscurità e forgiare un regno nuovo,
dove gli uomini e le creature del bosco vivranno per sempre fratelli».
La Fata Geromel aprì il palmo della mano: al
centro brillava un seme d'ambra pulsante di luce propria.
«Questo è il seme della Paulownia, l'Albero
della Rinascita e della Luce. È una pianta prodigiosa: cresce dritta e fiera
con la velocità del fulmine; le sue grandi foglie a cuore catturano il respiro
avvelenato della terra e restituiscono aria pura e vita dieci volte più di
qualunque altro albero; le sue radici profonde risanano i terreni piagati e il
suo legno leggero e indistruttibile sarà la pietra angolare delle case del tuo
popolo. Ma questo seme divino non può germogliare in un suolo malato se prima
non ristabilirai i tre grandi pilastri dell'equilibrio naturale».
IV. Le tre prove e la profezia del Regno
La Fata Geromel guardò Merlino con occhi
colmi di fiero affetto materno e gli svelò il cammino delle tre imprese:
La liberazione dell'Albero delle Lucciole: «Nel
profondo della Palude d'Ombra, il Mago Carbogor ha incatenato
l'antico albero di Frangola, custode supremo delle lucciole, spegnendo
la luce notturna e condannando il sottobosco all'oscurità perpetua. Dovrai
penetrare nella palude, spezzare i sortilegi del Mago con la tua purezza
e liberare l'albero, affinché le lucciole tornino a illuminare il cammino delle
radici».
La pacificazione della Montagna Incantata: «Sulle
vette scoscese della Montagna Incantata dimora lo Gnomo Folle,
che per rabbia e rancore devia le vene d'acqua e scaglia macigni nei burroni.
Dovrai salire lassù, vincere le sue insidie non con la spada ma con l'ingegno e
l'ascolto, risanando il suo cuore e riaprendo le sorgenti cristalline».
Il dono dell'Ape Regina e della Farfalla Dorata: «Sulla
cresta dove nasce l'arcobaleno dovrai trovare la Farfalla d'Oro e l'Ape
Regina Solare. Solo il loro tocco fecondo potrà benedire la fioritura lilla
della Paulownia, donando alle tue genti il miele miracoloso della
guarigione e della pace».
La Fata Geromel si chinò sul fanciullo e gli
posò il seme luminoso sul petto, facendolo scivolare nel suo cuore come una
promessa:
«Compi il tuo viaggio, piccolo
Merlino. Quando avrai superato queste prove sarai divenuto un uomo
saggio e forte, il veleno sarà dissolto e le campane fiorite della Paulownia
copriranno la terra. Allora si apriranno le porte del Regno d'Oro:
incontrerai la Principessa Linfea, custode della linfa e regina dei
boccioli, destinata al tuo cuore; insieme unirete la sapienza del bosco alla
giustizia del trono, e darete inizio a un'era di splendore che non avrà mai
fine».
Con un ultimo sorriso radioso e un fruscio dei suoi
lunghi capelli corvini, la Fata Geromel si dissolse in una pioggia di
faville azzurre, lasciando Merlino pronto a incamminarsi verso la sua
prima, grande avventura.
V. Verso la Palude d'Ombra e l'Albero delle Lucciole
Il cuore di Merlino batteva con un vigore
nuovo, scandito dal calore rassicurante del seme di Paulownia custodito
nel petto. Non c'era tempo da perdere: la caligine tossica continuava ad
addensarsi ai margini della volta celeste, rendendo l'aria sempre più amara. Il
fanciullo strinse a sé la sua bisaccia di tela grezza, prese un bastone di
nocciolo levigato dal ruscello e si volse verso settentrione, dove la foresta
cedeva il passo alle nebbie dense e stagnanti della Palude d'Ombra.
Man mano che avanzava, il terreno sotto i suoi calzari
si faceva viscido e molle. L'acqua limpida dei ruscelli lasciava il posto a
pozze scure e melmose, coperte da una patina oleosa che soffocava il respiro
delle ninfee. Gli alberi d'alto fusto si diradavano, sostituiti da salici
piangenti dai rami contorti e scheletriti, avvolti da ragnatele spesse e mute.
Lì non giungeva né il canto del merlo né il frinire dei grilli: regnava un
silenzio pesante, rotto solo dal gorgoglio sinistro del fango che bolliva lentamente
sotto gli incantesimi oscuri del Mago Carbogor.
Nel punto più recondito della palude sorgeva una
gabbia d'ombra vivente, intessuta di rovi neri e radici pietrificate. Al centro
di quel viluppo soffocante giaceva prigioniero l'antico albero di Frangola,
il venerabile Custode delle Lucciole. I suoi rami flessuosi erano
rattrappiti da catene di brina sulfurea; le foglie ovali, un tempo lucenti e
fresche, apparivano spente e prive di linfa. Attorno alla corteccia
intorpidita, migliaia di minuscole lucciole giacevano addormentate in un sonno senza
bagliore, private della loro magica bioluminescenza.
Dall'oscurità del pantano emerse allora una figura
alta e spettrale, avvolta in un mantello di fumo denso e ceneri: era il Mago
Carbogor. I suoi occhi ardevano di un bagliore verdastro, privo di pietà.
«Chi osa violare il regno del sonno eterno?» sibilò il
mago con una voce che sembrava lo stridio di pietre focaie.
«Un fanciullo disarmato? Non sai, piccolo sciocco, che
la luce delle lucciole è spenta per sempre e che la notte appartiene al mio
veleno?»
Merlino sentì un brivido corrergli lungo la schiena, ma non
arretrò di un sol passo. Fissò il mago con i suoi occhi ambrati e nocciola,
colmi di una limpidezza incorruttibile. Si ricordò delle parole della Fata
Geromel: la forza della natura non distrugge con la spada, ma vince con la
purezza e la devozione alla vita.
«Non sono venuto per combatterti con l'odio», rispose Merlino
con voce ferma e argentina, che echeggiò nel pantano facendo fremere le acque
scure.
«Sono venuto a restituire alla terra ciò che le
appartiene: il respiro della luce gentile che guida i viandanti e nutre le
radici nel buio».
Il ragazzo si inginocchiò nel fango davanti ai rovi
spinosi. Ignorando le spine che graffiavano la pelle, allungò le piccole mani
verso la base del tronco della Frangola. Sentì il calore del seme di Paulownia
espandersi dal proprio petto lungo le braccia, fluendo attraverso le dita fino
a penetrare nella corteccia gelata dell'albero prigioniero.
Fu in
quell'istante che accadde il prodigio...
Al
contatto con quel calore incorrotto, la terra melmosa tremò come risvegliata da
un lungo letargo. Dal cuore di Merlino, attraverso il seme della Paulownia,
si sprigionò un’onda di linfa dorata che corse rapida lungo le radici
asfittiche della Frangola. Le catene di brina sulfurea cominciarono a
incrinarsi con schiocchi simili a ghiaccio sottile spezzato dal disgelo; la
corteccia riacquistò il suo colore bruno e vitale, e le gemme si aprirono
d'improvviso in tenere foglie smeraldo.
Nello stesso istante, il sonno delle lucciole si
spezzò. Dapprima fu un timido battito verde chiaro, poi dieci, cento, migliaia
di faville di luce fredda e soave si accesero tutte insieme attorno ai rami. Le
minuscole custodi della notte si levarono in volo all'unisono, creando una
spirale lucente che illuminò a giorno l'intero pantano.
Il Mago Carbogor portò le mani al volto,
accecato non da un bagliore violento, ma dalla purezza intollerabile di una
verità dimenticata:
«Brucia... eppure non arde! Che cos'è questa fiamma
che non consuma ma scioglie il mio gelo?» gridò con voce rotta, mentre la
fuliggine del suo mantello cominciava a disperdersi come nebbia al sole.
«Non è un fuoco distruttore, è la memoria della luce», rispose Merlino,
alzandosi in piedi circondato dallo sciame luminoso.
«La terra non odia, la terra guarisce».
La spirale di lucciole avvolse la figura spettrale del
mago in un abbraccio di luce dorata e azzurrina. Sotto il loro tocco benevolo,
l'armatura d'ombra e cenere si sgretolò in polvere sottile, svanendo nell'aria
tersa. La coltre velenosa si dissolse e, al posto del temibile stregone della
palude, apparve un giovane nobile dal portamento fiero, con gli occhi cerulei
velati di lacrime di sollievo e i lineamenti regali liberati dall'incanto.
Il giovane cadde in ginocchio, respirando a pieni
polmoni l'aria purificata, poi sollevò lo sguardo verso il piccolo salvatore:
«Tu hai spezzato la prigione in cui ero rinchiuso da
lunghi anni, generoso fanciullo», disse con voce limpida e grata.
«Io non ero il padrone del veleno, ma la sua prima
vittima. Sono il Principe Aldobrando, erede del Regno d'Oro e
fratello della Principessa Linfea. Una strega devota alle tenebre mi
trasformò nel mostro che hai visto, legando la mia prigionia al silenzio della Frangola
affinché io stesso custodissi l'oscurità che mi tormentava. Mi era stato
promesso che sarei rimasto schiavo della cenere finché un cuore puro non avesse
fatto rifiorire il bosco senza usare la spada».

Il principe tese la mano verso Merlino,
stringendo quella del fanciullo con commossa solennità:
«Mia sorella Linfea piange da tempo la mia
scomparsa e custodisce da sola la linfa del regno assediato dalla nube tossica.
Liberando me e l'albero delle lucciole, hai acceso la prima speranza per la
nostra corona. Ovunque andrai per compiere la tua missione, il mio pensiero e
la mia lealtà ti faranno da scudo. Va', piccolo grande Merlino: affronta
la Montagna Incantata, e quando giungerai infine al palazzo d'oro, sarò
io stesso a testimoniare il tuo valore davanti al trono».
L'albero di Frangola scosse dolcemente le
fronde, e uno stormo di lucciole scese sui capelli mossi di Merlino,
posandosi sul suo mantello come piccole gemme lucenti pronte a fargli da guida
nel buio. Con il principe finalmente libero e la palude ormai trasformata in
una radura limpida e canterina, il giovane custode della foresta si volse verso
le vette aguzze della Montagna Incantata, dove lo attendeva l'enigma
dello Gnomo Folle.
VI. La Montagna Incantata e il risveglio dello Gnomo
Guidato dal chiarore tenue delle fedeli lucciole che
danzavano attorno al suo capo come una corona d'astri gentili, Merlino
lasciò la palude rigenerata e prese a salire i fianchi aspri della Montagna
Incantata. Più la pendenza si faceva ripida, più la terra mutava d'aspetto:
non v'erano più zolle soffici né fili d'erba carezzevoli, bensì una distesa di
pietre scheggiate, ghiaioni scoscesi e gole profonde da cui salivano echi cupi
e inquietanti.
Lassù, l'acqua non scorreva libera. Nei millenni
addietro, fresche sorgenti cristalline avevano dissetato l'intera valle
scendendo a cascata verso il piano; ora, invece, le vene della montagna erano
state deviate con furia disperata, imprigionate in cunicoli bui o sbarrate da
pesanti dighe di massi accatastati alla rinfusa.
Seduto sul pinnacolo più alto, avvolto in un mantello
di pelli spinose e con un berretto sbilenco tempestato di quarzi luccicanti ma
taglienti, stava lo Gnomo Folle. Il suo nome antico era Burlonfo,
ma da tempo immemore tutti lo chiamavano l'Eremita della Rupe. Il
piccolo essere continuava a rimirarsi in frammenti di specchi di selce
levigata, parlando da solo a voce altissima, gonfiando il petto e gridando al
vento parole di disprezzo per ogni creatura che osasse avvicinarsi:
«Chiunque tenti di salire fin qui è un vile, un
incapace, un nemico!» strillava con voce stridula, lanciando sassi nei
dirupi ogni volta che un refolo d'aria sembrava contraddirlo.
«Io sono l'unico signore della vetta! Io possiedo la
misura delle rocce e comando al ferro e all'argento! Il mondo di sotto è marcio
e insulso, pieno di mostri che vorrebbero calpestarmi, ma io sono al di sopra
di tutto e nessuno potrà mai toccarmi né ingannarmi!»
Merlino, fermandosi su una sporgenza rocciosa poco distante,
osservò a lungo quel piccolo essere agitato. Negli occhi scuri e febbrili dello
gnomo non lesse la malvagità, ma qualcosa di ben più profondo e doloroso: un
terrore cieco, antico e logorante. Quella sua maschera di spocchia,
l'ossessione di proclamarsi superiore a ogni vivente e la smania di calpestare
gli altri prima che potessero ferirlo erano soltanto una pesante corazza. Sotto
l'armatura del superbo si nascondeva un cuore tremante che, per paura delle
ombre maligne e del tradimento degli spiriti oscuri, si era rinchiuso nella
solitudine più tetra, trasformando la paura in un delirio di grandezza.
Senza brandire il bastone di nocciolo, a mani aperte e
con passo leggero, il ragazzo avanzò verso il pinnacolo.
«Fermati, verme di terra!» sbraitò lo
gnomo, sollevando un pesante ciottolo acuminato.
«Vuoi forse ammirare la mia insuperabile maestà o sei
venuto a tramare nell'ombra per derubarmi del mio genio?»
Merlino si sedette tranquillamente su una roccia liscia, al
suo stesso livello. Lo guardò con quello sguardo limpido color ambra che sapeva
leggere tra le fessure delle anime ferite.
«Non sono venuto per derubarti, Burlonfo, né per
sfidare la tua rocca», rispose il fanciullo con una calma che disarmò
l'impeto dello gnomo.
«Sono salito fin quassù perché ho udito il pianto
delle pietre e la voce strozzata delle sorgenti. E ho visto quanto debba essere
faticoso e spaventoso restare giorno e notte di vedetta, da solo, temendo che
ogni alito di vento sia una lama pronta a ferirti».
A quelle parole inattese, il braccio dello gnomo
vacillò. Il sasso gli cadde di mano, rotolando rumorosamente sul granito.
Nessuno gli aveva mai parlato così: tutti coloro che erano saliti lassù avevano
risposto alle sue ingiurie con la collera, oppure erano fuggiti davanti ai suoi
sassi, confermando in lui l'idea che il mondo intero fosse crudele e ostile.
«Tu... tu non capisci!» balbettò lo
gnomo, portandosi le mani tremanti alle tempie.
«Loro... gli spiriti oscuri della notte... hanno
bruciato la valle un tempo, volevano schiacciarmi! Io mi sono fatto forte! Io
sono il più grande! Io non ho bisogno di nessuno!»
«Avere paura del male è naturale», riprese Merlino,
avvicinandosi ancora di un passo e allungando una mano gentile verso di lui.
«Ma credere di essere il solo al mondo e farsi re
della solitudine non ti salverà dal gelo. La terra ha bisogno di te. Chi altri
saprebbe accarezzare i filoni d'argento? Chi conosce la trama delle radici
profonde e il respiro dei licheni meglio del popolo degli gnomi? Guarda il tuo
petto: è chiuso come una tomba di granito, mentre il mondo aspetta la tua cura».
Dal petto di Merlino filtrò nuovamente il
calore d'ambra del seme di Paulownia, che si unì alla luce serena
portata dalle lucciole. Il riflesso dorato colpì lo specchio di selce che lo
gnomo teneva tra le mani: invece di rimandargli l'immagine alterata e tronfia
di un re solitario, lo specchio gli mostrò il suo vero volto smarrito, quello
di un artigiano della terra affamato d'affetto e d'armonia.
Una lacrima solcò la guancia incrostata di polvere di Burlonfo.
La corazza invisibile che lo imprigionava andò in frantumi con un lungo
sospiro. La follia svanì come un brutto sogno all'alba, lasciando spazio a una
quiete dolcissima.
«Cosa... cosa ho fatto?» mormorò lo
gnomo, guardando sgomento le dighe improvvisate che soffocavano l'acqua.
«Ho scagliato massi, ho nascosto i ruscelli, ho
cacciato i miei compagni credendo che ridessero di me... Ho dimenticato che la
gioia del sottobosco vive nella fratellanza!»
«Sei ancora in tempo per ricordarlo», sorrise Merlino,
porgendogli la mano per aiutarlo a scendere dal pinnacolo.
Insieme, con la forza dell'ingegno e la leggerezza del
cuore liberato, il fanciullo e lo gnomo smossero i macigni che ostruivano le
fenditure della roccia. Con un boato festoso, le sorgenti segrete ripresero a
sgorgare limpide e scroscianti, riversandosi nei letti dei torrenti che
scendevano a valle a dissetare le terre inaridite.
Lo gnomo, ormai sereno e radioso nei lineamenti,
abbracciò il ginocchio del piccolo eroe con devozione sincera:
«Grazie, nobile fanciullo. Mi hai liberato dalla
prigione più spietata: quella che la paura aveva fabbricato dentro di me. Ora
so quale sia il mio vero compito. Correrò nelle gallerie profonde e tra i
cunicoli segreti del monte a richiamare tutti i miei fratelli gnomi. Insieme
torneremo nel sottobosco a dissodare la terra intorno alle radici, a nutrire i
lombrichi, a stendere tappeti di muschio fresco e a preparare il suolo per
l'avvento del grande albero. Quando la tua Paulownia spunterà, troverà
la terra più soffice e accogliente che mano di gnomo abbia mai lavorato!»
Detto ciò, Burlonfo si infilò lesto in un
anfratto della roccia intonando un antico canto minerario di speranza, per
andare a radunare il suo popolo.
La seconda
prova era superata non con la violenza, ma con la forza trasformatrice della
verità e della compassione. Ora a Merlino non restava che la terza e
ultima impresa: salire fin dove nasce l'arcobaleno per trovare la Farfalla
Dorata e l'Ape Regina Solare, custodi del miele sacro della
fioritura.
VII. La cresta dell'arcobaleno, la Strega delle
Tenebre e il volo sacro
Con le sorgenti della montagna finalmente liberate e
lo scroscio festoso delle acque che cominciava a ridestare le valli
sottostanti, Merlino proseguì la sua ascesa verso il confine più alto
del mondo visibile. Là, dove le rupi toccavano l'azzurro del cielo e le
goccioline d'acqua vaporizzata incontravano i primi raggi di sole caldo, si
incurvava il ponte maestoso dell'arcobaleno: un arco luminoso di sette colori
vivi che poggiava la sua culla su una cresta d'erba fiorita e cristalli di
rocca.
Era il santuario della luce pura, il luogo sacro dove
vivevano due tra le creature più delicate e prodigiose del creato: la Farfalla
Dorata, custode del battito d'ali che sveglia le corolle sopite, e l'Ape
Regina Solare, dispensatrice instancabile del nettare della vita e del
miele della rinascita.
Tuttavia, prima ancora che Merlino potesse
posare i piedi su quella sponda incantata, il cielo sopra la cresta si squarciò
con un sinistro boato. L'arcobaleno impallidì all'istante, come risucchiato da
una voragine fredda. Da un vortice di polvere nera e vapori mefitici discese
una figura ripugnante, avvolta in brandelli di tela cinerea e circondata da
sciami di vespe velenose: era Fumidea, la Strega delle Tenebre,
l'autrice nefanda del maleficio che aveva trasformato il principe e coperto il
regno con la coltre tossica.
La megera teneva serrata tra gli artigli una teca di
piombo e pece ribollente. All'interno di quella prigione opaca sbattevano
disperatamente le loro ali la Farfalla Dorata e l'Ape Regina Solare,
i cui bagliori caldi e luminosi venivano soffocati da filamenti di fumo
viscoso.
«Credevi davvero di aver vinto, stupido moccioso?» gracchiò Fumidea
con una voce stridula che faceva avvizzire i ciuffi d'erba intorno ai suoi
piedi scheletrici.
«Hai liberato quel damerino di un principe e fatto
scorrere quattro gocce d'acqua sui sassi, ma il cielo appartiene al mio fumo!
Senza l'ape regina e la farfalla sacra, i tuoi grandi semi non saranno che
legno morto. Io soffocherò ogni bocciolo, coprirò la terra di zolfo e regnerò
sulle ceneri di questo mondo sterile!»
Dalle dita adunche della strega scaturirono dardi di
fumo corrosivo e saette nere, scagliate dritte al petto del fanciullo per
annientarlo una volta per tutte.
Merlino non indietreggiò. Non provò paura né odio: nel suo
cuore limpido c'era soltanto un amore immenso e sconfinato per il bosco, per il
cielo e per tutte le creature che vi respiravano. Strinse forte il bastone di
nocciolo e pose l'altra mano sul petto, richiamando a sé tutta l'energia del
seme di Paulownia che la Fata Geromel vi aveva custodito.
«Tu non conosci la forza della vita, Fumidea», pronunciò Merlino
con voce calma, limpida e solenne come campana a festa.
«Chi sparge cenere crede che il fuoco distrugga tutto,
ma dimentica che sotto la cenere dorme il calore che fa rinascere la foresta.
Tu ti nutri di fumo perché rifiuti di respirare la grazia del mondo, ma l'aria
non ti appartiene!»
Una luce abbagliante, d'un viola luminoso e profumato
come una distesa infinita di campanule lilla di Paulownia, si sprigionò
dal cuore del fanciullo. Non era un bagliore d'armi o di distruzione, ma il
respiro cosmico della fotosintesi primordiale, la potenza pura della terra che
assorbe il veleno e lo trasmuta in ossigeno vivo.
Il fascio di luce lilla e dorata travolse i dardi neri
della strega, purificandoli all'istante in brezze gentili. L'onda di vita
raggiunse la teca di pece e piombo, facendola sbriciolare come fango secco al
sole: la Farfalla Dorata e l'Ape Regina Solare furono libere.
Spiegarono le ali con un palpito di grazia celestiale, cominciando a
volteggiare attorno alla strega e tessendo un vortice di pulviscolo solare e
aromi balsamici.
Fumidea urlò di terrore. Quell'aria pura, ricca e satura di
linfa benefica era un veleno mortale per la sua natura corrotta: lei, che
poteva vivere soltanto nel marciume, nella fuliggine e nel soffocamento, non
poteva resistere a un'atmosfera così densa di vita. La sua pelle di pece
cominciò a screpolarsi; il corpo rinsecchito non trovò né odio né oscurità a
cui aggrapparsi per rigenerarsi. Sotto lo sguardo fermo e sereno di Merlino,
la strega non si trasformò: si disgregò semplicemente in una miriade di scaglie
nere e fredde che, toccate dal vento dell'arcobaleno, divennero cenere inerte e
si dispersero nel vuoto, dissolvendosi per sempre senza lasciare traccia.
La minaccia era svanita. L'aria in cima al monte tornò
tersa, fragrante e scintillante.
La Farfalla Dorata scese
volteggiando con dolcezza infinita sulla spalla di Merlino, mentre l'Ape
Regina Solare si posò sul palmo aperto della sua mano. Le sue zampette
d'oro deposero un minuscolo favo di cera brillante, colmo del miele sacro della
fioritura:
«Grazie, piccolo custode dell'armonia», sussurrò
l'ape regina con un ronzio armonioso come un'arpa al vento.
«La strega voleva spegnere il palpito della vita, ma
tu hai dimostrato che la purezza di un cuore fedele alla terra è più potente di
qualsiasi oscurità. Noi saremo al tuo fianco: quando pianterai il seme della Paulownia,
noi ne benediremo ogni ramo, accenderemo la sua fioritura lilla e doneremo alle
tue genti il miele miracoloso che guarisce ogni ferita e porta la pace nei
cuori».
La farfalla sfiorò con le sue ali d'oro la fronte di Merlino,
lasciandovi un segno luminoso come una stella di rugiada.
Tutte le tre prove erano state compiute: l'Albero
delle Lucciole era risvegliato e il principe liberato; le sorgenti della Montagna
Incantata scorrevano limpide e il popolo degli gnomi era al lavoro; le
creature del nettare e della luce alata erano salve. Ora per Merlino era
giunto il momento di tornare al cuore della foresta, piantare il seme
prodigioso e andare incontro alle porte del Regno d'Oro, dove la Principessa
Linfea attendeva la salvezza della sua terra.
VIII. La grande semina, il respiro della Paulownia e
la rinascita del cielo

Con il passo saldo e leggero di chi porta la speranza
nel petto, Merlino ridiscese dalle vette dell'arcobaleno e fece ritorno
al cuore antico della foresta smeraldina, là dove sorgeva la grande radura
delle pietre vive. Non era più solo: le fedeli lucciole danzavano attorno al
suo mantello guidando la luce della terra; la Farfalla Dorata
volteggiava alta sopra il suo capo tracciando scie di polvere solare; l'Ape
Regina Solare guidava un corteo ronzante di laboriose compagne pronte alla
grande opera.
Ad attenderlo nella radura c'erano già Burlonfo
e le schiere degli gnomi della montagna, con i loro piccoli picconi di selce e
le mani operose: avevano dissodato la terra con maestria infinita, smosso le
zolle indurite, mescolato il terreno con muschi soffici e umidi e convogliato
le acque cristalline discese dalle cime liberate. Il suolo, fecondo e morbido,
attendeva soltanto la benedizione della vita. Poco distante vegliava il
Principe Aldobrando, custode devoto di quel miracolo imminente.
Merlino avanzò al centro della radura. Si inginocchiò con
venerazione, scavò una piccola conca nella terra bruna con le dita nude e vi
depose il seme d'ambra donatogli dalla Fata Geromel. Poi, con voce
limpida e solenne, pronunciò le parole che il bosco gli dettava nel sangue:
«Terra feconda che il sole risveglia,
torna a fiorire di verde brillante,
scaccia la notte che ti sorveglia;
leva nel cielo le sacre piante!»
Versò sulla terra una goccia del miele sacro donato
dall'ape regina e ricoprì la conca con un velo di terriccio fresco.
In quell'istante il terreno vibrò d'un fremito
profondo, simile al palpito d'un immenso tamburo sotterraneo. Dalla zolla
spuntò un germoglio d'un verde lucente e miracoloso, che in pochi battiti di
ciglia cominciò a sollevarsi verso l'alto con la velocità del vento. Non crebbe
come gli alberi ordinari, ma con un ritmo prodigioso e inarrestabile: il fusto,
dritto e maestoso, si slanciò verso la volta celeste diventando tronco solido,
elastico e nobile, rivestito d'una corteccia serica e forte. Dalle sue ramificazioni
si aprirono, a spirali armoniose, foglie monumentali a forma di cuore, ampie
ciascuna più di sessanta centimetri, con una superficie verde smeraldo
vellutata da una fitta peluria ghiandolare argentata.
Subito attorno alla prima pianta, le radici vigorose
corsero sotto terra a velocità strabiliante, riempiendo dei loro fittoni
numerosi metri di profondità per ancorare il terreno e liberando polloni e
nuovi germogli che sorsero a decine, a centinaia, a migliaia, moltiplicandosi
in filari infiniti che invasero la radura e dilagarono per tutta la valle.
Fu allora che accadde il prodigio visibile della
grande purificazione.
La nube tossica e nera di anidride carbonica, che fino
a quel momento aveva gravato come una cappa di piombo soffocante sul mondo,
sembrò calamitata dalla foresta di Paulownia. Le colossali lamine
fogliari a cuore iniziarono a vibrare all'unisono come le vele d'una flotta
divina: agendo come gigantesche pompe biologiche celesti, respiravano con una
voracità inaudita. A ogni loro oscillazione si vedevano spirali dense di fumo scuro
e fuliggine scendere dal cielo, essere aspirate dalla peluria della pagina
inferiore delle foglie e scomparire al loro interno come inghiottite da una
fornace invisibile.
La pianta beveva il veleno e lo trasformava
all'istante: le immense masse di carbonio climalterante si cristallizzavano
dentro la fibra viva del legno rendendolo forte e saldo come metallo puro,
mentre dai margini delle foglie si sprigionavano torrenti continui di ossigeno
terso, fresco, spumeggiante, che risaliva verso l'alto come un fiume di rugiada
luminosa.
A mano a mano che la coltre plumbea veniva risucchiata
e disciolta nel fusto miracoloso degli alberi, la volta celeste si squarciò: il
cielo tornò d'un azzurro cobalto abbacinante e il sole dorato inondò nuovamente
la terra con il suo calore incontaminato. I torrenti ripresero a cantare con
acque argentee, i prati si ricoprirono all'istante di ciclamini e felci
novelle, e gli uccelli della foresta tornarono a intonare una sinfonia d'inno
alla vita mai udita prima.
A coronamento del miracolo, l'Ape Regina Solare
e la Farfalla Dorata si levarono alte tra le chiome, sfiorando i rami
col loro battito fecondo. All'istante, lungo tutti i rami maestosi della
foresta di Paulownia, si schiusero miriadi di grappoli di fiori tubolari
a campanula, d'un colore lilla e violetto intenso, che diffusero per leghe e
leghe un profumo soave di miele e vaniglia. Milioni di api accorsero a raccogliere
quel nettare benedetto, mentre le lucciole scendevano ad abitare il sottobosco
all'ombra delle radici rinfrescate.
La foresta era salva. Il veleno era stato sconfitto
dalla virtù della terra.
In mezzo a quella meraviglia fiorita, Merlino
si sollevò in piedi. Durante il compimento delle tre prove e nel momento sacro
della semina, il fanciullo era mutato: l'innocenza dei suoi grandi occhi
nocciola si era fusa con una maestosa maturità d'animo, la sua figura si era
fatta alta, fiera e robusta, e il suo volto risplendeva della nobiltà serena
d'un giovane eroe pronto a guidare il proprio popolo.

Il Principe Aldobrando si accostò a lui,
ponendogli una mano sulla spalla con commossa ammirazione:
«La terra ha ritrovato il suo respiro, Merlino,
e tu sei divenuto il signore dell'armonia. Ora è tempo che il tuo cammino si
compia: le porte della reggia attendono colui che ha ridonato la luce al mondo.
Vieni con me al cospetto del Regno d'Oro, dove mia sorella Linfea
attende il cuore nobile a cui affidare la corona».
Con il canto del bosco a fargli da scorta e le chiome
lilla della Paulownia che ondeggiavano serene nella brezza, il giovane
si mise in cammino verso le porte del regno.
IX. Le porte del Regno d’Oro, l’incontro con Linfea e
le nozze sacre del bosco

Scortato dal Principe Aldobrando, Merlino
giunse infine al cospetto del Regno d'Oro. Le imponenti porte della
città, che per lunghi anni erano rimaste sbarrate per difendersi dalla caligine
pestilenziale, si spalancarono con un fragore solenne. La brezza profumata dei
fiori di Paulownia, che ormai giungeva a folate dolci da ogni collina,
aveva già risvegliato i cuori dei cittadini: la gente si riversava nelle vie
con il volto rivolto al cielo azzurro, piangendo di gioia nel ritrovare il sole
e nel rivedere il giovane erede creduto perduto per sempre.
Quando varcarono la soglia della grande sala reale, in
fondo alla navata di marmo e luce, stava ad attenderli la Principessa Linfea.
Al vederla, il respiro di Merlino parve
arrestarsi per un attimo, rapito da un senso di sublime meraviglia. La
fanciulla era di una bellezza luminosa e fuori dal tempo, e nei suoi lineamenti
il giovane riconobbe all'istante l'impronta segreta del bosco: la sua figura
era alta, snella e flessuosa, mossa da una grazia regale e lieve. I suoi grandi
occhi cerulei, limpidi e profondi come sorgenti incontaminate, splendevano
della medesima luce benevola che brillava nello sguardo della Fata Geromel.
Una cascata di capelli scuri e ondulati le scendeva lungo le spalle, intessuta
armoniosamente di corolle selvatiche, boccioli di viole e petali freschi che
sembravano fiorire spontaneamente al contatto con le sue ciocche. Linfea
non era soltanto una regina della terra: era una creatura custode, legata alla
fata da un filo invisibile di magia e sacralità, nata per essere il ponte vivo
tra l'umanità e il regno vegetale.
Il Principe Aldobrando avanzò con passo fiero,
prese la mano della sorella e indicò il suo giovane compagno:
«Sorella mia, il tempo delle lacrime è finito. Colui
che vedi davanti a te non ha impugnato ferro né recato violenza: con la sola
purezza del suo cuore, Merlino ha spezzato le mie catene di cenere, ha
ridonato la pace allo gnomo delle montagne, ha sciolto l'ombra della strega e
ha fatto germogliare l'albero sacro che beve il veleno del mondo. A lui
dobbiamo la vita, il respiro e la salvezza del nostro trono».
La Principessa Linfea scese lentamente i
gradini del trono. Si fermò a un passo da Merlino, fissando i suoi occhi
color ambra e nocciola, e in quella limpidezza lesse l'anima antica del
fanciullo che aveva custodito il bosco fin dall'infanzia. Un sorriso dolcissimo
le illuminò il volto, e nel farlo parve a Merlino di scorgere per un
istante il riflesso radioso della Fata Geromel, come se la fata stessa
avesse preparato quell'incontro fin dall'origine del mondo.
«Ti ho atteso a lungo, nobile Merlino», disse Linfea,
e la sua voce risuonò melodiosa come fruscio di fronde a primavera.
«Sentivo il tuo respiro pulsare nelle radici mentre il
mondo soffocava. Il mio popolo ha eretto palazzi di pietra e corone d'oro, ma
la vera sovranità dimora soltanto nel cuore di chi sa amare ogni creatura
vivente. Se tu lo vorrai, uniremo i nostri destini: la mia linfa sarà la tua
forza, e insieme guideremo questo regno nella luce».
Merlino, stringendo la mano affusolata della principessa tra
le sue dita salde, rispose con voce colma di devozione e fierezza:
«Il mio posto è al tuo fianco, Linfea. Ma il
nostro regno non comincerà dentro mura di pietra. La nostra unione appartiene
alla terra che ci ha donato la vita: saranno gli alberi, le acque e i venti a
benedire la nostra promessa».
X. Le nozze sacre all’ombra della Paulownia fiorita

Così fu stabilito. Non vi furono cattedrali fredde né
banchetti sfarzosi al chiuso: le nozze sacre si celebrarono nel cuore stesso
della grande foresta smeraldina, sotto la cattedrale vivente delle colossali Paulownie
in piena fioritura.
Fu un rito di straordinario incanto. Il popolo degli
gnomi, guidato dal festoso Burlonfo, aveva steso sul terreno soffici
tappeti di muschio stellato, adornando i sentieri con cristalli luminosi
estratti dalle profondità della montagna; gli scoiattoli, i daini, i cervi e
gli uccelli del bosco facevano corona attorno agli sposi con canti e sguardi
sereni, senza più alcun timore dell'uomo.
Mentre Merlino e Linfea si scambiavano
la promessa eterna ai piedi del primo grande tronco maestoso, l'Ape Regina
Solare si levò in volo alla testa di mille operose compagne, tracciando
nell'aria fili dorati e spargendo una pioggia odorosa di polline sacro e gocce
di miele miracoloso. La Farfalla Dorata danzò sfiorando le loro fronti,
e quando il sole calò all'orizzonte lasciando spazio a un crepuscolo violaceo,
l'albero di Frangola liberò il suo esercito di mille e mille lucciole.
Le minuscole faville viventi salirono a spirale tra i
grappoli lilla di campanule, tessendo nel cielo stellato una corona di luce
verde-azzurra che illuminava gli sposi senza abbagliare, unendo la notte al
giorno in un unico abbraccio.
Dall'alto delle fronde, portata da una brezza tiepida
e gentile, parve risuonare una risata argentea e affettuosa, accompagnata dal
fruscio di una lunga chioma corvina che si dileguava tra le stelle: la
benedizione della Fata Geromel era compiuta.
Il piccolo orfano del bosco era divenuto il Re
saggio dell'era nuova, la Principessa Linfea custodiva la linfa della
concordia e, all'ombra generosa della Paulownia, gli uomini e la natura
vissero per sempre in un'infrangibile, eterna armonia.

