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Roma, Roma, Italy
Scrittrice di romanzi, racconti, fiabe, favole e storie per l'infanzia. Autrice del romanzo "Donne allo specchio" Mef Firenze, della raccolta di Fiabe "Storie di Magia" Happy Art Edizioni Milano, del volume LegenΔe di Piante - Nostra Protezione ed equilibrio in terra (una raccolta di 12 leggende sulle piante ambientate nei dodici mesi dell’anno) pubblicato a puntate nel 2014 su Wall Street International Magazine.Nel giugno 2017 ha pubblicato per la Collana I Cortili della Casa Editrice dei Merangoli, il Saggio Ingegneria Elevato n - Ingegneria del Futuro o Futuro dell’Ingegneria?, scritto a quattro mani con suo fratello Maurizio Boi, con 150 Immagini Colore/BN del fotografo Sergio Pessolano.

mercoledì 21 ottobre 2026

MERLINO, LA FATA GEROMEL E L’ALBERO DI PAULOWNIA

 

I. Il piccolo Merlino e il cuore del bosco

Nel cuore più antico della grande foresta smeraldina, dove i tronchi secolari toccavano le nubi e la rugiada brillava come polvere di stelle, viveva un fanciullo di nome Merlino. Aveva perso entrambi i genitori quando era appena in fasce; la vita gli aveva tolto presto l'abbraccio umano, ma la terra e gli alberi lo avevano accolto come un figlio prediletto.

Merlino era un bambino dallo sguardo speciale: nei suoi grandi occhi color nocciola e ambra brillava una luce viva e penetrante, insieme dolcissima e determinata, capace di scorgere la vita segreta delle cose invisibili. Una cascata di morbidi capelli castani, mossi e ribelli, gli incorniciava la fronte alta e spaziosa, segno di un'intelligenza precoce e riflessiva. Il suo viso conservava la purezza dell'infanzia, ma nei tratti armoniosi, nel taglio nobile del profilo e nel suo sorriso aperto e fiducioso si intuiva già la stoffa dell'eroe nobile e valoroso che un giorno sarebbe diventato.

Abitava in una casetta di pietra chiara e rami intrecciati, custode di un'armonia perfetta. Bastava che il piccolo Merlino appoggiasse le mani sul tronco rugoso di una quercia perché l'albero gli confidasse i segreti delle falde sotterranee; se una piantina soffriva per la siccità, lui sapeva trovare la vena d'acqua nascosta; se un cerbiatto si smarriva, seguiva il suo richiamo come quello di un fratello. Era il piccolo guardiano del bosco, felice nella sua solitudine piena di meraviglia.

II. Il veleno nell'aria e la nube soffocante

Una mattina d'autunno, il canto degli uccelli si spense all'improvviso. L'aria divenne gelida e pesante, intrisa di un acre sentore di fumo e bruciato. Dalle terre lontane, corrotte dall'avidità e dal disprezzo per la natura, si levò una nube nera e densa: una coltre tossica e plumbea di anidride carbonica e fumi soffocanti che avanzava inesorabile, oscurando il sole.

Laddove l'ombra della nube sfiorava la terra, la vita appassiva. Le foglie dorate marcivano sui rami, i muschi perdevano il loro velluto, i corsi d'acqua si intorbidavano e gli animali fuggivano impauriti cercando un respiro che non c'era più. Il piccolo Merlino corse di radura in radura, tentando disperatamente di bagnare i germogli e soccorrere i passeri caduti a terra, ma la nube era troppo vasta, il veleno troppo potente.

Sconvolto dal dolore, con il cuore gonfio di lacrime ma animato da una fede incrollabile, il bimbo corse al centro della grande radura delle pietre vive. Si inginocchiò sul terreno che cominciava a screpolarsi, aprì le braccia e, con la voce limpida della sua innocenza, invocò le forze primordiali e gli spiriti custodi del creato.

III. L'apparizione della Fata Geromel

La preghiera pura di Merlino squarciò il velo di nebbia. All'improvviso, un soffio di brezza profumata di biancospino e resina dorata accarezzò la radura. La terra si illuminò di una luce perlacea e, dal centro di un cerchio di violette rinascenti, apparve una figura di maestosa, indimenticabile bellezza: la Fata Geromel.

Alta, flessuosa ed elegante, emanava una grazia regale e rassicurante. I suoi lineamenti erano scolpiti nella luce: un viso ovale dolcissimo, labbra schiuse in un sorriso splendido e sincero che dissipava all'istante ogni timore, e occhi incantevoli, grandi e magnetici, profondi come il mare più puro e limpidi come cielo di primavera. Una lunghissima chioma di capelli nerissimi, corvini e lucidi come la seta più preziosa, le scendeva lungo le spalle e fluiva morbida fino a sfiorare la terra ai suoi piedi, muovendosi a ogni passo come un'onda di mezzanotte incantata.

«Asciuga le tue lacrime, piccolo Merlino», disse la fata, e la sua voce risuonò come il tintinnio di mille campanule d'argento.

 «La tua voce è giunta fino al cuore della terra. Il male ha coperto il cielo con la caligine del veleno, ma l'armonia non è perduta. Sei stato scelto per compiere un destino grandioso: liberare il mondo dall'oscurità e forgiare un regno nuovo, dove gli uomini e le creature del bosco vivranno per sempre fratelli».

La Fata Geromel aprì il palmo della mano: al centro brillava un seme d'ambra pulsante di luce propria.

«Questo è il seme della Paulownia, l'Albero della Rinascita e della Luce. È una pianta prodigiosa: cresce dritta e fiera con la velocità del fulmine; le sue grandi foglie a cuore catturano il respiro avvelenato della terra e restituiscono aria pura e vita dieci volte più di qualunque altro albero; le sue radici profonde risanano i terreni piagati e il suo legno leggero e indistruttibile sarà la pietra angolare delle case del tuo popolo. Ma questo seme divino non può germogliare in un suolo malato se prima non ristabilirai i tre grandi pilastri dell'equilibrio naturale».

IV. Le tre prove e la profezia del Regno

La Fata Geromel guardò Merlino con occhi colmi di fiero affetto materno e gli svelò il cammino delle tre imprese:

La liberazione dell'Albero delle Lucciole: «Nel profondo della Palude d'Ombra, il Mago Carbogor ha incatenato l'antico albero di Frangola, custode supremo delle lucciole, spegnendo la luce notturna e condannando il sottobosco all'oscurità perpetua. Dovrai penetrare nella palude, spezzare i sortilegi del Mago con la tua purezza e liberare l'albero, affinché le lucciole tornino a illuminare il cammino delle radici».

La pacificazione della Montagna Incantata: «Sulle vette scoscese della Montagna Incantata dimora lo Gnomo Folle, che per rabbia e rancore devia le vene d'acqua e scaglia macigni nei burroni. Dovrai salire lassù, vincere le sue insidie non con la spada ma con l'ingegno e l'ascolto, risanando il suo cuore e riaprendo le sorgenti cristalline».

Il dono dell'Ape Regina e della Farfalla Dorata: «Sulla cresta dove nasce l'arcobaleno dovrai trovare la Farfalla d'Oro e l'Ape Regina Solare. Solo il loro tocco fecondo potrà benedire la fioritura lilla della Paulownia, donando alle tue genti il miele miracoloso della guarigione e della pace».

La Fata Geromel si chinò sul fanciullo e gli posò il seme luminoso sul petto, facendolo scivolare nel suo cuore come una promessa:

«Compi il tuo viaggio, piccolo Merlino. Quando avrai superato queste prove sarai divenuto un uomo saggio e forte, il veleno sarà dissolto e le campane fiorite della Paulownia copriranno la terra. Allora si apriranno le porte del Regno d'Oro: incontrerai la Principessa Linfea, custode della linfa e regina dei boccioli, destinata al tuo cuore; insieme unirete la sapienza del bosco alla giustizia del trono, e darete inizio a un'era di splendore che non avrà mai fine».

Con un ultimo sorriso radioso e un fruscio dei suoi lunghi capelli corvini, la Fata Geromel si dissolse in una pioggia di faville azzurre, lasciando Merlino pronto a incamminarsi verso la sua prima, grande avventura.

V. Verso la Palude d'Ombra e l'Albero delle Lucciole

Il cuore di Merlino batteva con un vigore nuovo, scandito dal calore rassicurante del seme di Paulownia custodito nel petto. Non c'era tempo da perdere: la caligine tossica continuava ad addensarsi ai margini della volta celeste, rendendo l'aria sempre più amara. Il fanciullo strinse a sé la sua bisaccia di tela grezza, prese un bastone di nocciolo levigato dal ruscello e si volse verso settentrione, dove la foresta cedeva il passo alle nebbie dense e stagnanti della Palude d'Ombra.

Man mano che avanzava, il terreno sotto i suoi calzari si faceva viscido e molle. L'acqua limpida dei ruscelli lasciava il posto a pozze scure e melmose, coperte da una patina oleosa che soffocava il respiro delle ninfee. Gli alberi d'alto fusto si diradavano, sostituiti da salici piangenti dai rami contorti e scheletriti, avvolti da ragnatele spesse e mute. Lì non giungeva né il canto del merlo né il frinire dei grilli: regnava un silenzio pesante, rotto solo dal gorgoglio sinistro del fango che bolliva lentamente sotto gli incantesimi oscuri del Mago Carbogor.

Nel punto più recondito della palude sorgeva una gabbia d'ombra vivente, intessuta di rovi neri e radici pietrificate. Al centro di quel viluppo soffocante giaceva prigioniero l'antico albero di Frangola, il venerabile Custode delle Lucciole. I suoi rami flessuosi erano rattrappiti da catene di brina sulfurea; le foglie ovali, un tempo lucenti e fresche, apparivano spente e prive di linfa. Attorno alla corteccia intorpidita, migliaia di minuscole lucciole giacevano addormentate in un sonno senza bagliore, private della loro magica bioluminescenza.

Dall'oscurità del pantano emerse allora una figura alta e spettrale, avvolta in un mantello di fumo denso e ceneri: era il Mago Carbogor. I suoi occhi ardevano di un bagliore verdastro, privo di pietà.

«Chi osa violare il regno del sonno eterno?» sibilò il mago con una voce che sembrava lo stridio di pietre focaie.

«Un fanciullo disarmato? Non sai, piccolo sciocco, che la luce delle lucciole è spenta per sempre e che la notte appartiene al mio veleno?»

Merlino sentì un brivido corrergli lungo la schiena, ma non arretrò di un sol passo. Fissò il mago con i suoi occhi ambrati e nocciola, colmi di una limpidezza incorruttibile. Si ricordò delle parole della Fata Geromel: la forza della natura non distrugge con la spada, ma vince con la purezza e la devozione alla vita.

«Non sono venuto per combatterti con l'odio», rispose Merlino con voce ferma e argentina, che echeggiò nel pantano facendo fremere le acque scure.

«Sono venuto a restituire alla terra ciò che le appartiene: il respiro della luce gentile che guida i viandanti e nutre le radici nel buio».

Il ragazzo si inginocchiò nel fango davanti ai rovi spinosi. Ignorando le spine che graffiavano la pelle, allungò le piccole mani verso la base del tronco della Frangola. Sentì il calore del seme di Paulownia espandersi dal proprio petto lungo le braccia, fluendo attraverso le dita fino a penetrare nella corteccia gelata dell'albero prigioniero.

Fu in quell'istante che accadde il prodigio...

Al contatto con quel calore incorrotto, la terra melmosa tremò come risvegliata da un lungo letargo. Dal cuore di Merlino, attraverso il seme della Paulownia, si sprigionò un’onda di linfa dorata che corse rapida lungo le radici asfittiche della Frangola. Le catene di brina sulfurea cominciarono a incrinarsi con schiocchi simili a ghiaccio sottile spezzato dal disgelo; la corteccia riacquistò il suo colore bruno e vitale, e le gemme si aprirono d'improvviso in tenere foglie smeraldo.

Nello stesso istante, il sonno delle lucciole si spezzò. Dapprima fu un timido battito verde chiaro, poi dieci, cento, migliaia di faville di luce fredda e soave si accesero tutte insieme attorno ai rami. Le minuscole custodi della notte si levarono in volo all'unisono, creando una spirale lucente che illuminò a giorno l'intero pantano.

Il Mago Carbogor portò le mani al volto, accecato non da un bagliore violento, ma dalla purezza intollerabile di una verità dimenticata:

«Brucia... eppure non arde! Che cos'è questa fiamma che non consuma ma scioglie il mio gelo?» gridò con voce rotta, mentre la fuliggine del suo mantello cominciava a disperdersi come nebbia al sole.

«Non è un fuoco distruttore, è la memoria della luce», rispose Merlino, alzandosi in piedi circondato dallo sciame luminoso.

«La terra non odia, la terra guarisce».

La spirale di lucciole avvolse la figura spettrale del mago in un abbraccio di luce dorata e azzurrina. Sotto il loro tocco benevolo, l'armatura d'ombra e cenere si sgretolò in polvere sottile, svanendo nell'aria tersa. La coltre velenosa si dissolse e, al posto del temibile stregone della palude, apparve un giovane nobile dal portamento fiero, con gli occhi cerulei velati di lacrime di sollievo e i lineamenti regali liberati dall'incanto.

Il giovane cadde in ginocchio, respirando a pieni polmoni l'aria purificata, poi sollevò lo sguardo verso il piccolo salvatore:

«Tu hai spezzato la prigione in cui ero rinchiuso da lunghi anni, generoso fanciullo», disse con voce limpida e grata.

«Io non ero il padrone del veleno, ma la sua prima vittima. Sono il Principe Aldobrando, erede del Regno d'Oro e fratello della Principessa Linfea. Una strega devota alle tenebre mi trasformò nel mostro che hai visto, legando la mia prigionia al silenzio della Frangola affinché io stesso custodissi l'oscurità che mi tormentava. Mi era stato promesso che sarei rimasto schiavo della cenere finché un cuore puro non avesse fatto rifiorire il bosco senza usare la spada».

Il principe tese la mano verso Merlino, stringendo quella del fanciullo con commossa solennità:

«Mia sorella Linfea piange da tempo la mia scomparsa e custodisce da sola la linfa del regno assediato dalla nube tossica. Liberando me e l'albero delle lucciole, hai acceso la prima speranza per la nostra corona. Ovunque andrai per compiere la tua missione, il mio pensiero e la mia lealtà ti faranno da scudo. Va', piccolo grande Merlino: affronta la Montagna Incantata, e quando giungerai infine al palazzo d'oro, sarò io stesso a testimoniare il tuo valore davanti al trono».

L'albero di Frangola scosse dolcemente le fronde, e uno stormo di lucciole scese sui capelli mossi di Merlino, posandosi sul suo mantello come piccole gemme lucenti pronte a fargli da guida nel buio. Con il principe finalmente libero e la palude ormai trasformata in una radura limpida e canterina, il giovane custode della foresta si volse verso le vette aguzze della Montagna Incantata, dove lo attendeva l'enigma dello Gnomo Folle.

VI. La Montagna Incantata e il risveglio dello Gnomo

Guidato dal chiarore tenue delle fedeli lucciole che danzavano attorno al suo capo come una corona d'astri gentili, Merlino lasciò la palude rigenerata e prese a salire i fianchi aspri della Montagna Incantata. Più la pendenza si faceva ripida, più la terra mutava d'aspetto: non v'erano più zolle soffici né fili d'erba carezzevoli, bensì una distesa di pietre scheggiate, ghiaioni scoscesi e gole profonde da cui salivano echi cupi e inquietanti.

Lassù, l'acqua non scorreva libera. Nei millenni addietro, fresche sorgenti cristalline avevano dissetato l'intera valle scendendo a cascata verso il piano; ora, invece, le vene della montagna erano state deviate con furia disperata, imprigionate in cunicoli bui o sbarrate da pesanti dighe di massi accatastati alla rinfusa.

Seduto sul pinnacolo più alto, avvolto in un mantello di pelli spinose e con un berretto sbilenco tempestato di quarzi luccicanti ma taglienti, stava lo Gnomo Folle. Il suo nome antico era Burlonfo, ma da tempo immemore tutti lo chiamavano l'Eremita della Rupe. Il piccolo essere continuava a rimirarsi in frammenti di specchi di selce levigata, parlando da solo a voce altissima, gonfiando il petto e gridando al vento parole di disprezzo per ogni creatura che osasse avvicinarsi:

«Chiunque tenti di salire fin qui è un vile, un incapace, un nemico!» strillava con voce stridula, lanciando sassi nei dirupi ogni volta che un refolo d'aria sembrava contraddirlo.

«Io sono l'unico signore della vetta! Io possiedo la misura delle rocce e comando al ferro e all'argento! Il mondo di sotto è marcio e insulso, pieno di mostri che vorrebbero calpestarmi, ma io sono al di sopra di tutto e nessuno potrà mai toccarmi né ingannarmi!»

Merlino, fermandosi su una sporgenza rocciosa poco distante, osservò a lungo quel piccolo essere agitato. Negli occhi scuri e febbrili dello gnomo non lesse la malvagità, ma qualcosa di ben più profondo e doloroso: un terrore cieco, antico e logorante. Quella sua maschera di spocchia, l'ossessione di proclamarsi superiore a ogni vivente e la smania di calpestare gli altri prima che potessero ferirlo erano soltanto una pesante corazza. Sotto l'armatura del superbo si nascondeva un cuore tremante che, per paura delle ombre maligne e del tradimento degli spiriti oscuri, si era rinchiuso nella solitudine più tetra, trasformando la paura in un delirio di grandezza.

Senza brandire il bastone di nocciolo, a mani aperte e con passo leggero, il ragazzo avanzò verso il pinnacolo.

«Fermati, verme di terra!» sbraitò lo gnomo, sollevando un pesante ciottolo acuminato.

«Vuoi forse ammirare la mia insuperabile maestà o sei venuto a tramare nell'ombra per derubarmi del mio genio?»

Merlino si sedette tranquillamente su una roccia liscia, al suo stesso livello. Lo guardò con quello sguardo limpido color ambra che sapeva leggere tra le fessure delle anime ferite.

«Non sono venuto per derubarti, Burlonfo, né per sfidare la tua rocca», rispose il fanciullo con una calma che disarmò l'impeto dello gnomo.

«Sono salito fin quassù perché ho udito il pianto delle pietre e la voce strozzata delle sorgenti. E ho visto quanto debba essere faticoso e spaventoso restare giorno e notte di vedetta, da solo, temendo che ogni alito di vento sia una lama pronta a ferirti».

A quelle parole inattese, il braccio dello gnomo vacillò. Il sasso gli cadde di mano, rotolando rumorosamente sul granito. Nessuno gli aveva mai parlato così: tutti coloro che erano saliti lassù avevano risposto alle sue ingiurie con la collera, oppure erano fuggiti davanti ai suoi sassi, confermando in lui l'idea che il mondo intero fosse crudele e ostile.

«Tu... tu non capisci!» balbettò lo gnomo, portandosi le mani tremanti alle tempie.

«Loro... gli spiriti oscuri della notte... hanno bruciato la valle un tempo, volevano schiacciarmi! Io mi sono fatto forte! Io sono il più grande! Io non ho bisogno di nessuno!»

«Avere paura del male è naturale», riprese Merlino, avvicinandosi ancora di un passo e allungando una mano gentile verso di lui.

«Ma credere di essere il solo al mondo e farsi re della solitudine non ti salverà dal gelo. La terra ha bisogno di te. Chi altri saprebbe accarezzare i filoni d'argento? Chi conosce la trama delle radici profonde e il respiro dei licheni meglio del popolo degli gnomi? Guarda il tuo petto: è chiuso come una tomba di granito, mentre il mondo aspetta la tua cura».

Dal petto di Merlino filtrò nuovamente il calore d'ambra del seme di Paulownia, che si unì alla luce serena portata dalle lucciole. Il riflesso dorato colpì lo specchio di selce che lo gnomo teneva tra le mani: invece di rimandargli l'immagine alterata e tronfia di un re solitario, lo specchio gli mostrò il suo vero volto smarrito, quello di un artigiano della terra affamato d'affetto e d'armonia.

Una lacrima solcò la guancia incrostata di polvere di Burlonfo. La corazza invisibile che lo imprigionava andò in frantumi con un lungo sospiro. La follia svanì come un brutto sogno all'alba, lasciando spazio a una quiete dolcissima.

«Cosa... cosa ho fatto?» mormorò lo gnomo, guardando sgomento le dighe improvvisate che soffocavano l'acqua.

«Ho scagliato massi, ho nascosto i ruscelli, ho cacciato i miei compagni credendo che ridessero di me... Ho dimenticato che la gioia del sottobosco vive nella fratellanza!»

«Sei ancora in tempo per ricordarlo», sorrise Merlino, porgendogli la mano per aiutarlo a scendere dal pinnacolo.

Insieme, con la forza dell'ingegno e la leggerezza del cuore liberato, il fanciullo e lo gnomo smossero i macigni che ostruivano le fenditure della roccia. Con un boato festoso, le sorgenti segrete ripresero a sgorgare limpide e scroscianti, riversandosi nei letti dei torrenti che scendevano a valle a dissetare le terre inaridite.

Lo gnomo, ormai sereno e radioso nei lineamenti, abbracciò il ginocchio del piccolo eroe con devozione sincera:

«Grazie, nobile fanciullo. Mi hai liberato dalla prigione più spietata: quella che la paura aveva fabbricato dentro di me. Ora so quale sia il mio vero compito. Correrò nelle gallerie profonde e tra i cunicoli segreti del monte a richiamare tutti i miei fratelli gnomi. Insieme torneremo nel sottobosco a dissodare la terra intorno alle radici, a nutrire i lombrichi, a stendere tappeti di muschio fresco e a preparare il suolo per l'avvento del grande albero. Quando la tua Paulownia spunterà, troverà la terra più soffice e accogliente che mano di gnomo abbia mai lavorato!»

Detto ciò, Burlonfo si infilò lesto in un anfratto della roccia intonando un antico canto minerario di speranza, per andare a radunare il suo popolo.

La seconda prova era superata non con la violenza, ma con la forza trasformatrice della verità e della compassione. Ora a Merlino non restava che la terza e ultima impresa: salire fin dove nasce l'arcobaleno per trovare la Farfalla Dorata e l'Ape Regina Solare, custodi del miele sacro della fioritura.

VII. La cresta dell'arcobaleno, la Strega delle Tenebre e il volo sacro

Con le sorgenti della montagna finalmente liberate e lo scroscio festoso delle acque che cominciava a ridestare le valli sottostanti, Merlino proseguì la sua ascesa verso il confine più alto del mondo visibile. Là, dove le rupi toccavano l'azzurro del cielo e le goccioline d'acqua vaporizzata incontravano i primi raggi di sole caldo, si incurvava il ponte maestoso dell'arcobaleno: un arco luminoso di sette colori vivi che poggiava la sua culla su una cresta d'erba fiorita e cristalli di rocca.

Era il santuario della luce pura, il luogo sacro dove vivevano due tra le creature più delicate e prodigiose del creato: la Farfalla Dorata, custode del battito d'ali che sveglia le corolle sopite, e l'Ape Regina Solare, dispensatrice instancabile del nettare della vita e del miele della rinascita.

Tuttavia, prima ancora che Merlino potesse posare i piedi su quella sponda incantata, il cielo sopra la cresta si squarciò con un sinistro boato. L'arcobaleno impallidì all'istante, come risucchiato da una voragine fredda. Da un vortice di polvere nera e vapori mefitici discese una figura ripugnante, avvolta in brandelli di tela cinerea e circondata da sciami di vespe velenose: era Fumidea, la Strega delle Tenebre, l'autrice nefanda del maleficio che aveva trasformato il principe e coperto il regno con la coltre tossica.

La megera teneva serrata tra gli artigli una teca di piombo e pece ribollente. All'interno di quella prigione opaca sbattevano disperatamente le loro ali la Farfalla Dorata e l'Ape Regina Solare, i cui bagliori caldi e luminosi venivano soffocati da filamenti di fumo viscoso.

«Credevi davvero di aver vinto, stupido moccioso?» gracchiò Fumidea con una voce stridula che faceva avvizzire i ciuffi d'erba intorno ai suoi piedi scheletrici.

«Hai liberato quel damerino di un principe e fatto scorrere quattro gocce d'acqua sui sassi, ma il cielo appartiene al mio fumo! Senza l'ape regina e la farfalla sacra, i tuoi grandi semi non saranno che legno morto. Io soffocherò ogni bocciolo, coprirò la terra di zolfo e regnerò sulle ceneri di questo mondo sterile!»

Dalle dita adunche della strega scaturirono dardi di fumo corrosivo e saette nere, scagliate dritte al petto del fanciullo per annientarlo una volta per tutte.

Merlino non indietreggiò. Non provò paura né odio: nel suo cuore limpido c'era soltanto un amore immenso e sconfinato per il bosco, per il cielo e per tutte le creature che vi respiravano. Strinse forte il bastone di nocciolo e pose l'altra mano sul petto, richiamando a sé tutta l'energia del seme di Paulownia che la Fata Geromel vi aveva custodito.

«Tu non conosci la forza della vita, Fumidea», pronunciò Merlino con voce calma, limpida e solenne come campana a festa.

«Chi sparge cenere crede che il fuoco distrugga tutto, ma dimentica che sotto la cenere dorme il calore che fa rinascere la foresta. Tu ti nutri di fumo perché rifiuti di respirare la grazia del mondo, ma l'aria non ti appartiene!»

Una luce abbagliante, d'un viola luminoso e profumato come una distesa infinita di campanule lilla di Paulownia, si sprigionò dal cuore del fanciullo. Non era un bagliore d'armi o di distruzione, ma il respiro cosmico della fotosintesi primordiale, la potenza pura della terra che assorbe il veleno e lo trasmuta in ossigeno vivo.

Il fascio di luce lilla e dorata travolse i dardi neri della strega, purificandoli all'istante in brezze gentili. L'onda di vita raggiunse la teca di pece e piombo, facendola sbriciolare come fango secco al sole: la Farfalla Dorata e l'Ape Regina Solare furono libere. Spiegarono le ali con un palpito di grazia celestiale, cominciando a volteggiare attorno alla strega e tessendo un vortice di pulviscolo solare e aromi balsamici.

Fumidea urlò di terrore. Quell'aria pura, ricca e satura di linfa benefica era un veleno mortale per la sua natura corrotta: lei, che poteva vivere soltanto nel marciume, nella fuliggine e nel soffocamento, non poteva resistere a un'atmosfera così densa di vita. La sua pelle di pece cominciò a screpolarsi; il corpo rinsecchito non trovò né odio né oscurità a cui aggrapparsi per rigenerarsi. Sotto lo sguardo fermo e sereno di Merlino, la strega non si trasformò: si disgregò semplicemente in una miriade di scaglie nere e fredde che, toccate dal vento dell'arcobaleno, divennero cenere inerte e si dispersero nel vuoto, dissolvendosi per sempre senza lasciare traccia.

La minaccia era svanita. L'aria in cima al monte tornò tersa, fragrante e scintillante.La Farfalla Dorata scese volteggiando con dolcezza infinita sulla spalla di Merlino, mentre l'Ape Regina Solare si posò sul palmo aperto della sua mano. Le sue zampette d'oro deposero un minuscolo favo di cera brillante, colmo del miele sacro della fioritura:

«Grazie, piccolo custode dell'armonia», sussurrò l'ape regina con un ronzio armonioso come un'arpa al vento.

«La strega voleva spegnere il palpito della vita, ma tu hai dimostrato che la purezza di un cuore fedele alla terra è più potente di qualsiasi oscurità. Noi saremo al tuo fianco: quando pianterai il seme della Paulownia, noi ne benediremo ogni ramo, accenderemo la sua fioritura lilla e doneremo alle tue genti il miele miracoloso che guarisce ogni ferita e porta la pace nei cuori».

La farfalla sfiorò con le sue ali d'oro la fronte di Merlino, lasciandovi un segno luminoso come una stella di rugiada.

Tutte le tre prove erano state compiute: l'Albero delle Lucciole era risvegliato e il principe liberato; le sorgenti della Montagna Incantata scorrevano limpide e il popolo degli gnomi era al lavoro; le creature del nettare e della luce alata erano salve. Ora per Merlino era giunto il momento di tornare al cuore della foresta, piantare il seme prodigioso e andare incontro alle porte del Regno d'Oro, dove la Principessa Linfea attendeva la salvezza della sua terra.

VIII. La grande semina, il respiro della Paulownia e la rinascita del cielo

Con il passo saldo e leggero di chi porta la speranza nel petto, Merlino ridiscese dalle vette dell'arcobaleno e fece ritorno al cuore antico della foresta smeraldina, là dove sorgeva la grande radura delle pietre vive. Non era più solo: le fedeli lucciole danzavano attorno al suo mantello guidando la luce della terra; la Farfalla Dorata volteggiava alta sopra il suo capo tracciando scie di polvere solare; l'Ape Regina Solare guidava un corteo ronzante di laboriose compagne pronte alla grande opera.

Ad attenderlo nella radura c'erano già Burlonfo e le schiere degli gnomi della montagna, con i loro piccoli picconi di selce e le mani operose: avevano dissodato la terra con maestria infinita, smosso le zolle indurite, mescolato il terreno con muschi soffici e umidi e convogliato le acque cristalline discese dalle cime liberate. Il suolo, fecondo e morbido, attendeva soltanto la benedizione della vita. Poco distante vegliava il Principe Aldobrando, custode devoto di quel miracolo imminente.

Merlino avanzò al centro della radura. Si inginocchiò con venerazione, scavò una piccola conca nella terra bruna con le dita nude e vi depose il seme d'ambra donatogli dalla Fata Geromel. Poi, con voce limpida e solenne, pronunciò le parole che il bosco gli dettava nel sangue:

«Terra feconda che il sole risveglia,

torna a fiorire di verde brillante,

scaccia la notte che ti sorveglia;

leva nel cielo le sacre piante!»

Versò sulla terra una goccia del miele sacro donato dall'ape regina e ricoprì la conca con un velo di terriccio fresco.

In quell'istante il terreno vibrò d'un fremito profondo, simile al palpito d'un immenso tamburo sotterraneo. Dalla zolla spuntò un germoglio d'un verde lucente e miracoloso, che in pochi battiti di ciglia cominciò a sollevarsi verso l'alto con la velocità del vento. Non crebbe come gli alberi ordinari, ma con un ritmo prodigioso e inarrestabile: il fusto, dritto e maestoso, si slanciò verso la volta celeste diventando tronco solido, elastico e nobile, rivestito d'una corteccia serica e forte. Dalle sue ramificazioni si aprirono, a spirali armoniose, foglie monumentali a forma di cuore, ampie ciascuna più di sessanta centimetri, con una superficie verde smeraldo vellutata da una fitta peluria ghiandolare argentata.

Subito attorno alla prima pianta, le radici vigorose corsero sotto terra a velocità strabiliante, riempiendo dei loro fittoni numerosi metri di profondità per ancorare il terreno e liberando polloni e nuovi germogli che sorsero a decine, a centinaia, a migliaia, moltiplicandosi in filari infiniti che invasero la radura e dilagarono per tutta la valle.

Fu allora che accadde il prodigio visibile della grande purificazione.

La nube tossica e nera di anidride carbonica, che fino a quel momento aveva gravato come una cappa di piombo soffocante sul mondo, sembrò calamitata dalla foresta di Paulownia. Le colossali lamine fogliari a cuore iniziarono a vibrare all'unisono come le vele d'una flotta divina: agendo come gigantesche pompe biologiche celesti, respiravano con una voracità inaudita. A ogni loro oscillazione si vedevano spirali dense di fumo scuro e fuliggine scendere dal cielo, essere aspirate dalla peluria della pagina inferiore delle foglie e scomparire al loro interno come inghiottite da una fornace invisibile.

La pianta beveva il veleno e lo trasformava all'istante: le immense masse di carbonio climalterante si cristallizzavano dentro la fibra viva del legno rendendolo forte e saldo come metallo puro, mentre dai margini delle foglie si sprigionavano torrenti continui di ossigeno terso, fresco, spumeggiante, che risaliva verso l'alto come un fiume di rugiada luminosa.

A mano a mano che la coltre plumbea veniva risucchiata e disciolta nel fusto miracoloso degli alberi, la volta celeste si squarciò: il cielo tornò d'un azzurro cobalto abbacinante e il sole dorato inondò nuovamente la terra con il suo calore incontaminato. I torrenti ripresero a cantare con acque argentee, i prati si ricoprirono all'istante di ciclamini e felci novelle, e gli uccelli della foresta tornarono a intonare una sinfonia d'inno alla vita mai udita prima.

A coronamento del miracolo, l'Ape Regina Solare e la Farfalla Dorata si levarono alte tra le chiome, sfiorando i rami col loro battito fecondo. All'istante, lungo tutti i rami maestosi della foresta di Paulownia, si schiusero miriadi di grappoli di fiori tubolari a campanula, d'un colore lilla e violetto intenso, che diffusero per leghe e leghe un profumo soave di miele e vaniglia. Milioni di api accorsero a raccogliere quel nettare benedetto, mentre le lucciole scendevano ad abitare il sottobosco all'ombra delle radici rinfrescate.

La foresta era salva. Il veleno era stato sconfitto dalla virtù della terra.

In mezzo a quella meraviglia fiorita, Merlino si sollevò in piedi. Durante il compimento delle tre prove e nel momento sacro della semina, il fanciullo era mutato: l'innocenza dei suoi grandi occhi nocciola si era fusa con una maestosa maturità d'animo, la sua figura si era fatta alta, fiera e robusta, e il suo volto risplendeva della nobiltà serena d'un giovane eroe pronto a guidare il proprio popolo.

Il Principe Aldobrando si accostò a lui, ponendogli una mano sulla spalla con commossa ammirazione:

«La terra ha ritrovato il suo respiro, Merlino, e tu sei divenuto il signore dell'armonia. Ora è tempo che il tuo cammino si compia: le porte della reggia attendono colui che ha ridonato la luce al mondo. Vieni con me al cospetto del Regno d'Oro, dove mia sorella Linfea attende il cuore nobile a cui affidare la corona».

Con il canto del bosco a fargli da scorta e le chiome lilla della Paulownia che ondeggiavano serene nella brezza, il giovane si mise in cammino verso le porte del regno.

IX. Le porte del Regno d’Oro, l’incontro con Linfea e le nozze sacre del bosco

Scortato dal Principe Aldobrando, Merlino giunse infine al cospetto del Regno d'Oro. Le imponenti porte della città, che per lunghi anni erano rimaste sbarrate per difendersi dalla caligine pestilenziale, si spalancarono con un fragore solenne. La brezza profumata dei fiori di Paulownia, che ormai giungeva a folate dolci da ogni collina, aveva già risvegliato i cuori dei cittadini: la gente si riversava nelle vie con il volto rivolto al cielo azzurro, piangendo di gioia nel ritrovare il sole e nel rivedere il giovane erede creduto perduto per sempre.

Quando varcarono la soglia della grande sala reale, in fondo alla navata di marmo e luce, stava ad attenderli la Principessa Linfea.

Al vederla, il respiro di Merlino parve arrestarsi per un attimo, rapito da un senso di sublime meraviglia. La fanciulla era di una bellezza luminosa e fuori dal tempo, e nei suoi lineamenti il giovane riconobbe all'istante l'impronta segreta del bosco: la sua figura era alta, snella e flessuosa, mossa da una grazia regale e lieve. I suoi grandi occhi cerulei, limpidi e profondi come sorgenti incontaminate, splendevano della medesima luce benevola che brillava nello sguardo della Fata Geromel. Una cascata di capelli scuri e ondulati le scendeva lungo le spalle, intessuta armoniosamente di corolle selvatiche, boccioli di viole e petali freschi che sembravano fiorire spontaneamente al contatto con le sue ciocche. Linfea non era soltanto una regina della terra: era una creatura custode, legata alla fata da un filo invisibile di magia e sacralità, nata per essere il ponte vivo tra l'umanità e il regno vegetale.

Il Principe Aldobrando avanzò con passo fiero, prese la mano della sorella e indicò il suo giovane compagno:

«Sorella mia, il tempo delle lacrime è finito. Colui che vedi davanti a te non ha impugnato ferro né recato violenza: con la sola purezza del suo cuore, Merlino ha spezzato le mie catene di cenere, ha ridonato la pace allo gnomo delle montagne, ha sciolto l'ombra della strega e ha fatto germogliare l'albero sacro che beve il veleno del mondo. A lui dobbiamo la vita, il respiro e la salvezza del nostro trono».

La Principessa Linfea scese lentamente i gradini del trono. Si fermò a un passo da Merlino, fissando i suoi occhi color ambra e nocciola, e in quella limpidezza lesse l'anima antica del fanciullo che aveva custodito il bosco fin dall'infanzia. Un sorriso dolcissimo le illuminò il volto, e nel farlo parve a Merlino di scorgere per un istante il riflesso radioso della Fata Geromel, come se la fata stessa avesse preparato quell'incontro fin dall'origine del mondo.

«Ti ho atteso a lungo, nobile Merlino», disse Linfea, e la sua voce risuonò melodiosa come fruscio di fronde a primavera.

«Sentivo il tuo respiro pulsare nelle radici mentre il mondo soffocava. Il mio popolo ha eretto palazzi di pietra e corone d'oro, ma la vera sovranità dimora soltanto nel cuore di chi sa amare ogni creatura vivente. Se tu lo vorrai, uniremo i nostri destini: la mia linfa sarà la tua forza, e insieme guideremo questo regno nella luce».

Merlino, stringendo la mano affusolata della principessa tra le sue dita salde, rispose con voce colma di devozione e fierezza:

«Il mio posto è al tuo fianco, Linfea. Ma il nostro regno non comincerà dentro mura di pietra. La nostra unione appartiene alla terra che ci ha donato la vita: saranno gli alberi, le acque e i venti a benedire la nostra promessa».

X. Le nozze sacre all’ombra della Paulownia fiorita

Così fu stabilito. Non vi furono cattedrali fredde né banchetti sfarzosi al chiuso: le nozze sacre si celebrarono nel cuore stesso della grande foresta smeraldina, sotto la cattedrale vivente delle colossali Paulownie in piena fioritura.

Fu un rito di straordinario incanto. Il popolo degli gnomi, guidato dal festoso Burlonfo, aveva steso sul terreno soffici tappeti di muschio stellato, adornando i sentieri con cristalli luminosi estratti dalle profondità della montagna; gli scoiattoli, i daini, i cervi e gli uccelli del bosco facevano corona attorno agli sposi con canti e sguardi sereni, senza più alcun timore dell'uomo.

Mentre Merlino e Linfea si scambiavano la promessa eterna ai piedi del primo grande tronco maestoso, l'Ape Regina Solare si levò in volo alla testa di mille operose compagne, tracciando nell'aria fili dorati e spargendo una pioggia odorosa di polline sacro e gocce di miele miracoloso. La Farfalla Dorata danzò sfiorando le loro fronti, e quando il sole calò all'orizzonte lasciando spazio a un crepuscolo violaceo, l'albero di Frangola liberò il suo esercito di mille e mille lucciole.

Le minuscole faville viventi salirono a spirale tra i grappoli lilla di campanule, tessendo nel cielo stellato una corona di luce verde-azzurra che illuminava gli sposi senza abbagliare, unendo la notte al giorno in un unico abbraccio.

Dall'alto delle fronde, portata da una brezza tiepida e gentile, parve risuonare una risata argentea e affettuosa, accompagnata dal fruscio di una lunga chioma corvina che si dileguava tra le stelle: la benedizione della Fata Geromel era compiuta.

Il piccolo orfano del bosco era divenuto il Re saggio dell'era nuova, la Principessa Linfea custodiva la linfa della concordia e, all'ombra generosa della Paulownia, gli uomini e la natura vissero per sempre in un'infrangibile, eterna armonia.

 PATRIZIA BOI