Informazioni personali

La mia foto
Roma, Roma, Italy
Scrittrice di romanzi, racconti, fiabe, favole e storie per l'infanzia. Autrice del romanzo "Donne allo specchio" Mef Firenze, della raccolta di Fiabe "Storie di Magia" Happy Art Edizioni Milano, del volume LegenΔe di Piante - Nostra Protezione ed equilibrio in terra (una raccolta di 12 leggende sulle piante ambientate nei dodici mesi dell’anno) pubblicato a puntate nel 2014 su Wall Street International Magazine.Nel giugno 2017 ha pubblicato per la Collana I Cortili della Casa Editrice dei Merangoli, il Saggio Ingegneria Elevato n - Ingegneria del Futuro o Futuro dell’Ingegneria?, scritto a quattro mani con suo fratello Maurizio Boi, con 150 Immagini Colore/BN del fotografo Sergio Pessolano.

venerdì 9 ottobre 2026

IL FIGLIO DEL SARTO E LA BICICLETTA D'ORO











C’era una volta un regno radioso, dove la bellezza non era un lusso ma il respiro stesso della corte. Il sovrano, uomo di cuore nobile e magnanimo, amava che ogni suddito risplendesse di grazia, e per questo teneva accanto a sé il più abile sarto che mente umana potesse immaginare. Quell’uomo non tagliava semplice stoffa: cuciva la luce dell’alba nei mantelli di broccato, tesseva fili d’argento per i velluti della sera e sapeva dare forma all'armonia. In mezzo a tanto splendore cresceva accanto a lui suo figlio, che tutti chiamavano Fiore, un ragazzo dall’animo gentile e dagli occhi vivi, cresciuto tra i fruscii delle sete più preziose e le risa gioiose dei cortigiani.

Ma la sorte, a volte, muta con l'improvviso abbattersi di una tempesta.

Il re magnanimo morì senza lasciare eredi diretti, e dalle ombre emerse un tiranno cupo e privo di pietà, che usurpò la corona e bandì ogni forma di bellezza e gentilezza. Il vecchio sarto, custode della grazia del regno passato, venne scacciato in disgrazia, senza un soldo, con indosso soltanto la propria dignità ferita. Insieme a Fiore, intraprese un lungo e disperato cammino verso una terra straniera dove poter ricominciare. Ma il dolore e il gelo delle notti all'addiaccio consumarono il cuore del vecchio: durante il viaggio, sotto un salice spoglio, il sarto chiuse gli occhi per sempre, lasciando Fiore solo al mondo.

Il giovane non sapeva dove andare. Piangendo lacrime amare, camminò, camminò e camminò, mentre le scarpe si consumavano e le suole toccavano la terra nuda. I giorni divennero settimane, finché i suoi passi stanchi lo portarono nel cuore di una foresta antica e silenziosa, dove gli alberi avevano tronchi larghi come torri e il muschio profumava di resina e mistero. Al centro di una radura scorse una piccola capanna di legno intrecciato.

Esausto e privo di forze, Fiore cadde in ginocchio sulla terra umida e si mise a pregare con tutto il cuore, invocando la protezione degli spiriti della natura, delle fate custodi e dei saggi gnomi del sottobosco.

Dall'ombra odorosa di terra e corteccia emerse una creatura luminosa: una Fata dai capelli d'erba e dagli occhi simili a gocce di rugiada, accompagnata da tre gnomi barbuti dai grembiuli di cuoio. Sentendo la purezza del ragazzo e la desolazione del suo destino, la guardiana del bosco sorrise dolcemente:

— «Non piangere, figlio del filo e del telaio. Chi sa custodire la bellezza nel cuore trova sempre una via da percorrere. Gli gnomi creeranno per te un destriero che non chiede fieno, ma solo il ritmo vivo del tuo coraggio.»

Gli gnomi accesero un braciere verdeggiante e cominciarono a intessere rami di frassino elastico, radici ferrose e gocce di resina canforata, mentre la Fata cantava a ritmo serrato una formula segreta, uno scioglilingua arcaico che faceva vibrare le foglie:

«Ruota fedele, morbida e tonda,

legno che fila, luce che inonda,

raggio che gira, sella che regge,

strada che scivola oltre la legge!

Gira rotando, rotola piano,

frena e poi corri nel bosco lontano,

scatta veloce, sfreccia il sentiero,

magico incanto, dolce destriero!»

Dall’incanto nacque un prodigio mai visto prima: un telaio agile di corteccia viva e frassino, due ruote di legno flessuoso raggiate con radici intrecciate, una morbida sella di muschio e cuoio e un manubrio curvato come le corna di una gazzella. Era la prima bicicletta del mondo, interamente forgiata con il cuore e i frutti della foresta.

Prima che Fiore potesse salire, però, la Fata pose la mano sul suo petto e lo guardò con solennità:

— «Questo mezzo non è un dono per chi fugge, ma per chi affronta la vita a viso aperto. Prima di giungere alla città degli uomini e trovare il tuo destino, dovrai superare tre grandi prove.

La prima: attraversare il grande acquitrino velenoso, dove dorme un'idra famelica dalle molte teste e voci.

La seconda: salire sul Monte del Giudizio, dove un colossale rettile preistorico, un drago delle caverne d'altri tempi, sbarra la via con la sua mole di pietra viva.

La terza: scendere fino all'oceano tempestoso e domare il mostro degli abissi che emergerà dai flutti per inghiottire la spiaggia.

Solo se pedalerai con cuore puro e senza cedere al terrore, la strada si aprirà.»

Fiore respirò profondamente, afferrò il manubrio e salì sul sellino. Spinse il primo pedale: la bicicletta scivolò via silenziosa e leggera, come se galleggiasse sul vento.

Prova Prima: L’Acquitrino delle Illusioni e l'Idra dalle Sette Voci

Il sentiero tracciato dagli spiriti del bosco si spense d’improvviso dove la terra solida cedeva il passo a una distesa immobile, velata da miasmi solforosi e nebbie color cenere: la Palude di Malanotte. Qui l’acqua non scorreva, ma marciva tra canneti contorti simili a mani scheletriche. Non esistevano vie maestre, soltanto ciuffi d’erba galleggiante, radici ingannevoli e tronchi sommersi pronti a sprofondare nella mota nerastra al minimo passo falso.

Fiore scese dalla sella per un istante, osservando l'abisso paludoso. La bicicletta di legno vibrava al tocco della sua mano, e i raggi di frassino sembravano fremere avvertendo il pericolo. Se si fosse fermato, la melma avrebbe risucchiato per sempre ruote e cavaliere; per attraversare quel pantano bisognava non smettere mai di avanzare, affidandosi a un moto perpetuo e all'equilibrio dell'anima.

Montò in sella e diede la prima spinta. Le ruote scivolarono sopra un tappeto di ninfee giganti, flettendole senza spezzarle. Ma non appena il ragazzo raggiunse il cuore dell’acquitrino, l'acqua nera cominciò a bollire con un gorgoglio sinistro. Da una voragine d'alghe emerse una mole titanica e squamosa: l'Idra di Lernaia, il cui corpo viscido sosteneva sette lunghi colli serpentini, ciascuno coronato da una testa crestata con occhi simili a braci morenti.

La bestia non attaccò soltanto con il morso, ma con l'inganno delle voci. Ciascuna delle sette teste cominciò a parlare con un timbro diverso, rubato ai ricordi più intimi di Fiore:

— «Fermati, figlio mio, sono tuo padre... riposati nel fango caldo», sussurrava la prima testa con la voce rotta del vecchio sarto scomparso.

— «Tutto è perduto, il regno non ti appartiene più, cedi al sonno», sibilava la seconda.

— «Posa i piedi, abbandona la fatica, la gloria è solo cenere», cantava la terza con un sussurro mellifluo.

Le parole pesavano come piombo sul cuore del ragazzo; le sue gambe divennero pesanti, la pedalata perse cadenza e la ruota anteriore cominciò ad affondare nella melma vorace. Sentì il freddo della morte lambirgli le caviglie.

Fu allora che Fiore si ricordò dell’arte di suo padre: il sarto non ascolta il caos delle voci quando infila l'ago, ma fissa lo sguardo su un unico punto invisibile. Fiore chiuse le orecchie all'inganno e intonò ad alta voce la strofa magica della Fata:

«Gira rotando, rotola piano/frena e poi corri nel bosco lontano!»

Con un moto di volontà indomita, strinse il manubrio e impresse una forza nuova ai pedali. Non potendo fuggire in linea retta su quella superficie instabile, Fiore inventò una geometria magica: cominciò a pedalare disegnando sull'acqua una spirale aurea sempre più stretta, girando vorticosamente attorno alle sette teste della bestia.

Il movimento circolare sollevò una tromba d’aria e vapore che intrappolò le teste dell’Idra nel proprio stesso veleno. Confuse dal vortice e accecate dal moto continuo della bicicletta, le teste si avventarono l'una contro l'altra nel cieco tentativo di azzannare l'ombra che sfuggiva loro, finendo per annodarsi in un groviglio inestricabile e furibondo.

Scorgendo una striscia di radici pietrificate che affiorava verso la riva opposta, Fiore compì l'ultimo scatto: volò sopra i tronchi come un ago che cuce il bordo di un lembo di seta strappato. Quando le ruote toccarono l'erba asciutta dell'altra sponda, l'Idra sprofondò nell'abisso con un sibilo strozzato.

In quell'istante, un brivido argentato percorse il telaio di legno della bicicletta: assorbita la prima vittoria contro l'illusione, la corteccia si sciolse e il metallo risplendette di puro argento vivo, freddo, intatto e luminoso come la luna piena.

Prova Seconda: il Monte del Giudizio e l'Urlo del Titano Preistorico











Oltre la palude il paesaggio mutò d’improvviso, levandosi in una muraglia di roccia scura e verticale: il Monte del Giudizio. Non c'erano gradini né mulattiere, solo una gola stretta e dirupata, seminata di ghiaioni instabili, lastroni di basalto bagnati da cascatelle gelide e crepacci senza fondo. L'aria si faceva a ogni metro più rarefatta e gelida, togliendo il fiato e mordendo la pelle.

La salita era così aspra che qualunque cavallo avrebbe spezzato i garretti al secondo passo. Fiore comprese che per scalare quel gigante di pietra doveva fondersi con il suo veicolo. Non serviva la violenza della forza muscolare, ma la sapienza del respiro e la scelta meticolosa della traiettoria. Cominciò a salire a zig-zag, disegnando curve dolci lungo pareti vertiginose; la catena d'argento cantava un ritmo sommesso, mentre i muscoli delle sue gambe dolevano come se fossero attraversati da aghi ardenti.

A metà ascesa, nel punto in cui il sentiero costeggiava un abisso vertiginoso, la montagna tremò fino alle radici. Con un boato da terremoto, una caverna ciclopica si spalancò e ne uscì il Custode delle Origini: un colosso preistorico sopravvissuto alla notte dei millenni, metà tiranno scaglioso e metà orso di pietra, con placche corazzate che riflettevano la luce cupa del basalto e zanne lunghe quanto lance da giostra.

La belva non tollerava che un vivente calpestasse il suo regno di pietra silente. Con una zampata titanica, sradicò dalla parete un masso enorme e lo scagliò giù per il dirupo. Poi un altro, e un altro ancora: una pioggia torrenziale di macigni rotolò verso Fiore, rimbalzando a velocità folle.

Tornare indietro significava precipitare nel vuoto; fermarsi voleva dire essere schiacciato. Fiore non si scompose. Fissò il monte con occhi calmi e fece appello a tutta la precisione che aveva appreso osservando le mani paterne tracciare linee perfette sulla stoffa. Con millimetrica maestria fece danzare il manubrio: una sterzata secca a destra sfiorò un masso per pochi millimetri, una piega improvvisa a sinistra scavalcò una scheggia tagliente. Sfruttò la superficie liscia di un lastrone inclinato come una rampa naturale, scivolando sotto la traiettoria di un macigno colossale proprio mentre questo si frantumava contro la rupe.

Il mostro, infuriato nel vedere l'umano avvicinarsi inesorabile, si parò innanzi a lui sull'ultimo pianoro roccioso, spalancando le fauci e ruggendo un turbine d'aria che gelava il sangue. Spazzò il suolo con la sua coda chiodata, tagliando l'unico varco rimasto.

Fiore non esitò: abbassò il busto sul manubrio, concentrò ogni briciola della sua energia vitale e diede quattro pedalate furiose contro la pendenza estrema. Nel punto esatto in cui la coda stava per abbattersi, tirò verso l'alto il manubrio argentato: la bicicletta si sollevò da terra in un balzo prodigioso, volteggiò sopra la corazza del titano e atterrò con soave leggerezza oltre le sue spalle, sul crinale più alto della vetta.

La belva pietrificata rimase a fissare il vuoto, sconfitta non dalla violenza, ma dalla leggerezza e dall'audacia di un'armonia che non poteva comprendere.

Il passaggio di Fiore, veloce come un dardo scoccato dal vento, non fu una semplice fuga ma un atto di folgorante bellezza. A mezz'aria, mentre la bicicletta volteggiava sopra la schiena del gigante, le ruote argentee toccarono un lembo della corazza di pietra: fu allora che l’armonia del ragazzo e la furia antica del mostro entrarono in rotta di collisione.

Una scarica improvvisa di fulmini celesti e scintille di rame si propagò lungo le scaglie del colosso. La bestia spalancò gli occhi in un muto terrore mentre fessure incandescenti squarciavano il suo corpo di roccia dall'interno. Con un boato che scosse le fondamenta stesse della montagna, il mostro primordiale esplose in una deflagrazione di luce purissima: massi, scaglie e fumo si polverizzarono a mezz'aria, dissolvendosi come cenere spazzata via dalla brezza d'alta quota, liberando per sempre la gola del monte.

Nel valicare la cresta baciata dal vento della cima, un lampo di fuoco celeste avvolse il destriero: l’argento vivo del telaio e dei raggi assorbì l’energia della pietra e del fulmine. Il metallo cominciò allora a mutare sotto gli occhi di Fiore: l’argento si trasformò in rame incandescente, mentre nei raggi e nelle ruote comparvero venature e gemme di zaffiro purissimo, che brillavano di luce propria e facevano tremare le nubi.

Prova Terza: La Spiaggia degli Abissi e il Leviatano delle Maree

Dalla vetta della montagna si apriva l’infinito orizzonte azzurro del mare, ma quel mare non conosceva bonaccia. Quando Fiore scese a precipizio lungo i pendii costieri fino alla spiaggia, trovò una distesa di sabbia nera battuta da marosi alti come campanili. Il cielo si era fatto plumbeo, carico di tuoni sordi, e l'oceano ribolliva di gorghi spaventosi.

Quella era la spiaggia del Leviatano delle Maree, il mostro degli abissi che da secoli divorava qualsiasi vascello o viandante osasse avvicinarsi alle sponde del regno confinante.

Fiore portò la bicicletta sulla battigia, dove l'acqua schiumava violenta. All'improvviso, il mare si ritrasse di centinaia di metri, lasciando scoperto un fondale di scogli neri e coralli insanguinati, per poi sollevarsi in una muraglia liquida che oscurò il sole. Dal cuore di quell'onda titanica emerse il Leviatano: una creatura mostruosa con occhi fosforescenti grandi come scudi, branchie cavernose da cui sgorgavano gorghi d'inchiostro velenoso, oscuri e contorti tentacoli e chele poderose capaci di spezzare la chiglia di una nave da guerra.

Il mostro aprì le sue chele e rovesciò la muraglia d'acqua sulla spiaggia per spazzare via il minuscolo intruso.

Fuggire verso l'interno era impossibile: la scogliera alle spalle bloccava ogni ritirata. C'era una sola salvezza: andare incontro alla tempesta. Fiore respirò a fondo l'aria salmastra, strinse i pugni sulle manopole e puntò la ruota anteriore dritto verso l'onda che crollava.

Pedalò a perdifiato sulla sabbia umida e compatta. Nel momento in cui il muro d'acqua stava per abbattersi per schiacciarlo, la magia della terra e della montagna rispose: la bicicletta non affondò nella schiuma, ma trovò aderenza sulla cresta dell'onda stessa. Come un gabbiano che plana sul dorso del vento, Fiore risalì la parete liquida pedalando in verticale contro la forza di gravità, lasciando dietro di sé una scia di fosforo splendente.

Il Leviatano protese le sue chele mostruose per afferrarlo a mezz'aria, ma Fiore, giunto sulla cima dell'onda più alta, impresse una virata perfetta: saltò oltre le chele aperte e atterrò direttamente sul dorso ricoperto di conchiglie e scaglie del mostro marino. Le ruote di rame e zaffiro, girando a velocità inaudita, generarono una vibrazione d'aria così pura, tersa e intrisa di luce solare che il mostro, creatura dell'oscurità più profonda, ne fu accecato e stordito.

Emettendo un lamento sordo che fece tremare le profondità marine, la bestia non resse il bagliore di quel coraggio incontaminato: ripiegò i tentacoli e le chele e si inabissò per sempre nelle fosse oceaniche da cui non sarebbe mai più riemersa.

L'onda si distese docile sulla riva come un velo di seta bianca steso ad asciugare. Fiore planò dolcemente con la sua bicicletta sulla sabbia asciutta al di là della baia maledetta.

La Trasmutazione d’Oro e la Capitale d’Alabastro

Nel momento esatto in cui toccò di nuovo la terraferma oltre la spiaggia, la bicicletta vibrò con un suono limpido e argentino, simile al tocco d’un’arpa accordata dal vento d’alta quota. Ogni residuo d'ombra, ogni scheggia di ferro, fibra di legno nodoso e raggio d'argento temprato si fuse in un’armonia senza pari: la bicicletta divenne interamente d'oro zecchino, splendente come il sole del meriggio, leggera come una piuma di cigno, indistruttibile e veloce come il raggio della prima stella della sera.

Oltre la linea della costa, lambita dalle onde ormai quiete, sorgeva una fiorente e maestosa città dalle mura bianche come alabastro. In quel regno regnava la concordia, guidata da un saggio sovrano benedetto dalla gioia di sette figlie bellissime. Per concedere la mano della primogenita, la principessa Irma, rinomata per ingegno fiero e cuore nobile, il re aveva bandito un editto singolare da leggersi a ogni cantone: chiunque fosse riuscito a percorrere cento chilometri di strada impervia prima di tutti gli altri, senza fermarsi mai lungo il cammino, avrebbe sposato la fanciulla ed ereditato il trono insieme all’onore supremo della corte.

L’Editto dei Cento Chilometri e la Sfida sulla Grande Pista

Il giorno stabilito per la contesa, la piazza d’armi era gremita fino all’inverosimile di sudditi, araldi e dame. C’erano principi fieri e cavalieri d'oltremare montati su magnifici purosangue arabi dalle criniere intrecciate di perle, aurighi audaci su carretti leggeri guidati da quattro corsieri frementi, atleti instancabili e messaggeri dal passo di lepre. E in mezzo a tanta foga di muscoli, armature e bardature, discosto e composto, sostava Fiore, con i suoi abiti semplici da viandante e le mani serene appoggiate al manubrio di quell'incredibile bicicletta dorata. Molti tra i dignitari sorrisero beffardi, domandandosi quale bizzarra follia spingesse un giovane solitario a sfidare destrieri indomiti con un marchingegno a due ruote privo di cavalli.

Al rimbombo del colpo di cannone, una nube densa di polvere si levò verso il cielo e la carovana scattò furente. I cavalli galoppavano a perdifiato tra urla, fauci fumanti e schiocchi di frusta, ma presto l'aspra pietraia della salita, il sole battente, la sete e i fossati cominciarono a fiaccare le zampe degli animali e a spezzare i mozzi di legno dei carri più pesanti.

Fiore, invece, trovò all'istante il suo ritmo immutabile. Le sue gambe andavano fluide, guidate dalla memoria dell’ago paterno che cuce senza strappi; la catena d’oro cantava un sussurro leggero e le ruote dorate quasi non toccavano il suolo. Volavano sulle pietre aguzze senza scalfirsi, sfioravano i sentieri polverosi e risalivano i crinali con l'eleganza d’un soffio d’aria primaverile. Superò i podisti affannati, sfilò accanto ai carretti sconquassati, oltrepassò con lieve rispetto i corsieri esausti e volò verso il traguardo come un dardo scoccato da un arco fatato.

Quando tagliò la linea del centesimo chilometro, il sole di mezzogiorno baciò la sua fronte: era arrivato primo, con ore di anticipo su ogni rivale, con il sorriso fiero sulle labbra e gli occhi lucidi di commossa gratitudine per il padre perduto e per i custodi del bosco.

Il Trionfo d'Amore e le Nozze di Luce












Il vecchio sovrano mantenne la promessa con animo colmo di meraviglia. La principessa Irma, che dall'alta loggia della reggia aveva ammirato l'incomparabile grazia di quel giovane capace di muovere e dominare il mondo con la sola forza delle proprie gambe e l'armonia interiore, gli donò subito il proprio cuore, riconoscendo in lui l'uomo destinato ad affiancarla.

Le nozze furono le più splendide che la memoria delle genti ricordi. Irma discese le scale della cattedrale vestita di un bianco candido e purissimo, avvolta da un velo lungo e trasparente tempestato di diamanti che riflettevano ogni raggio di sole, mentre le sue dita sottili scintillavano di anelli d'oro cesellati. Fiore, che nel sangue portava intatta l'arte paterna del tessere e dell'onorare la bellezza del creato, le prese la mano promettendole rispetto, cura e fedeltà per l'eternità terrena.

Il Regno della Sapienza: La Scrittura e la Stampa

Salito al trono accanto alla regina Irma, Fiore si rivelò un sovrano amato e illuminato, custode devoto della bellezza e della pace. Nel suo cuore ardeva la passione per la pittura: con tele e colori a olio dipinse ogni angolo del reame, immortalando i prati fioriti, i candidi palazzi, i cieli d'oriente e i volti della sua gente, affinché nessuno andasse dimenticato. Poi, osservando gli ingranaggi perfetti e le catene della sua bicicletta, ideò i caratteri mobili e il primo mirabile torchio: divenne egli stesso il tipografo del regno, componendo e stampando ogni giorno i fogli del giornale, affinché le cronache, le idee e le poesie corressero libere di casa in casa.

Dall'unione tra Fiore e Irma fiorirono tre figli, cresciuti con l'insegnamento che nessuna via è troppo lunga se la si percorre con passo costante, nobiltà d'animo e pazienza.

L’Eredità dei Tre Figli: Letizia, Tancredi e Bonifazio

La primogenita, Letizia, crebbe respirando il profumo dell’inchiostro fresco: ogni mattina era la prima a leggere e sfogliare i giornali appena stampati dal padre, e da quelle pagine nacque la sua vocazione per le lettere. Dedicò l’esistenza a viaggiare tra i popoli e compose la monumentale storia di tutti i regni, raccogliendo le voci e le gesta del mondo affinché non cadessero nell'oblio. Con il tempo, dalla sua stirpe nacque una bella principessina che, cresciuta nell'ammirazione delle antiche radici e dotata di un gusto sopraffino per la grazia e le forme, scelse di rinnovare l'arte d'origine della stirpe: divenne la più celebre e geniale creatrice di vesti di tutte le corti conosciute. Con sensibilità moderna e tocco incantato, sapeva dare anima ai tessuti, tagliando sete impalpabili, velluti d'ombra e broccati di luce, intessendo fili d'oro e geometrie segrete con la medesima maestria magica del bisnonno scomparso. Le sue creazioni non erano semplici abiti, ma autentiche opere d'arte capaci di esaltare la bellezza, la fierezza e l'armonia di chiunque le indossasse, celebrate e contese in ogni angolo del mondo.

Il secondogenito, Tancredi, ereditò lo sguardo geometrico, l'ingegno visionario e la sapienza della misura che avevano permesso a Fiore di domare la rupe di basalto. Divenne il sommo Architetto e Maestro costruttore del regno: la sua mente sapeva dialogare con la forza invisibile dei venti e il peso della roccia, calcolando ogni spinta con millimetrica perfezione. Tracciò ponti ad arcate ardite capaci di sfidare i millenni, vie maestre che univano popoli divisi, canali d'acque limpide e città armoniose concepite per fondersi con il respiro della terra senza mai ferirla. Dalla sua unione nacque un figlio che ereditò la medesima mente luminosa e una mano infallibile: cresciuto alla scuola del padre, ne superò i confini, ideando le cattedrali del sapere e le grandiose infrastrutture del regno futuro, custode di un’arte capace di trasformare il calcolo matematico in pura poesia e bellezza al servizio dell’umanità.

Il terzogenito, Bonifazio, nacque con un animo generoso, instancabile e devoto. Fu lui a vegliare con cura amorevole sui genitori negli anni della loro vecchiaia, guidando con saggezza e operosità ogni cosa affinché la loro pace fosse intatta e protetta. A lui Fiore, riconoscendone il cuore grande e leale, volle destinare, per il futuro, il suo bene più prezioso: la bicicletta tutta d’oro. Bonifazio non tenne per sé quel prodigio: ne divenne il massimo maestro e divulgatore. Fondò accademie e ritrovi dove insegnò a centinaia di giovani l'arte della pedalata, il rispetto dell'equilibrio, il valore della fatica pulita e il coraggio di guardare la strada a testa alta. In sella al destriero solare, affiancato da generazioni di ragazzi che aveva istruito, percorse instancabile ogni contrada: recò soccorso e conforto ai più deboli, portò messaggi di pace tra popoli lontani e dimostrò al mondo intero che non c'è traguardo impossibile per chi pedala con nobiltà d'animo e costanza.

Fiore e Irma vissero moltissimi anni colmi di grazia, amati da generazioni di sudditi. Quando infine per il sovrano giunse il tempo del meritato riposo, egli lasciò sereno il destriero terreno nelle mani del figlio Bonifazio, mentre la sua anima saliva al cielo. E ancora oggi, nelle notti d'estate in cui il cielo è terso e l'aria profuma di resina e mare, se alzate lo sguardo verso la volta celeste e vedete una scia dorata sfrecciare silenziosa tra le costellazioni, non è una stella cadente: è lo spirito di Fiore, che su un destriero di pura luce continua a pedalare leggero sulle strade dell'infinito.

Patrizia BOI

mercoledì 30 settembre 2026

Leggere Niente Male | Festa del Libro Verde - 2—4 ottobre - Trastevere - Edizione 2026

 

Leggere Niente Male | Festa del Libro Verde
2—4 ottobre - Trastevere


EDIZIONE 2026

Inizia a Roma il 2 ottobre, la terza edizione di Leggere Niente Male, la manifestazione culturale a cura della casa editrice deiMerangoli che quest’anno si tingerà di verde: per la prima volta in Italia, una rassegna dedicata all’editoria che affronta i temi legati alla tutela dell’ambiente, alla biodiversità, al paesaggio, al cicloviaggio e a tutto quello che ruota intorno a una visione davvero “sostenibile” dei comportamenti umani. L’obiettivo è promuovere e consolidare una cultura che coniughi il rispetto della Natura con le attività umane, proponendo saggi divulgativi, suggestioni letterarie, e un proficuo scambio tra discipline diverse.
La Festa del Libro Verde, curata in collaborazione con la giornalista culturale Anna Longo (Presidente di Italia Nostra Litorale Romano), non a caso si terrà nel corso di tre ricorrenze internazionali nelle quali il festival si rispecchia: la giornata internazionale della nonviolenza, la giornata mondiale dell’habitat e la giornata mondiale degli animali, nonché festa di San Francesco d’Assisi.

Con il Patrocinio della Regione Lazio e del Comune di Roma Municipio I; con il sostegno di Asilo Savoia Asp; in collaborazione con FIAB e Masseria Ferrucci.
Insieme a deiMerangoli, le case editrici Aboca Edizioni| Edizioni Efesto | Edizioni Il Lupo | La Ruota Edizioni | Timìa Edizioni; le Associazioni Italia Nostra Sezione di Roma e Sezione Litorale Romano | Centro Studi Sul Moderno ETS | Museo del Tevere.

Tra gli ospiti Giuseppe e Giulio Cederna, Piero Dorfles, Andrea Satta, Tullio Berlenghi, Marco Gisotti, Anna Longo, Pasquale Cartella, Eleonora Belviso, Fabio Attorre, Fabrizio Ardito, Cecilia Gentile, Fabio Ciconte e Marco Patonesi. 

programma completo

Parte alle 15:00, dall'EUR, la CICLOPEDALATA per visitare 12 set dei film di Fellini, mentre alle 16:00, presso il CENTRO NATHAN, si inaugura la rassegna, che prosegue con presentazioni nel CORTILE di S. MARIA dell'ORTO e con una PARENTESI di GUSTO a cura della Masseria Ferrucci
read more

Sabato si inizia alle 10:00, presso il CENTRO NATHAN, con un programma di incontri che prosegue nel pomeriggio nel CORTILE di S. MARIA dell'ORTO e si conclude all'imbrunire con una PARENTESI di GUSTO nel cortile del Centro Nathan
read more

Ultimo giorno ricco di appuntamenti tra il CENTRO NATHAN e il CORTILE di S. MARIA dell'ORTO per continuare discorrere di paesaggio, natura, ambiente, cicloviaggio ed ecologia, e terminare la giornata con la PARENTESI di GUSTO a cura della Masseria Ferrucci
read more

LUOGHI e ORARI

Centro E. Nathan - Via di San Crisogno 39 | ven 16:00-20:00 | sab + dom 10:00-20:00
CORTILE: un luogo dove chiacchierare, sostare e degustare un bicchiere di buon vino
SALA ESPOSITIVA: gli editori vi aspettano con proposte editoriali e firmacopie (per i dettagli, visita il loro sito) | le Associazioni vi accolgono con materiali informativi, bollettini e gadget.
SALA INCONTRI: un susseguirsi di appuntamenti in base al programma

Cortile di S. Maria dell’Orto - Via Anicia 10 | ven 17:00-19:30| sab 18:00-19:30 | dom 17:00-19:30
CORTILE ‘dei MERANGOLI’: incontri pomeridiani all’ombra di un arancio amaro, nel luogo che ha dato il nome alla casa editrice

                                                      

deiMerangoli Ed.
Via Filippo Turati 86 - 00185 Roma

comunicazione@deimerangoli.it
Seguici su  FACEBOOK e INSTAGRAM
Se non vuoi più ricevere le nostre e-mail, rispondi a qu