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Roma, Roma, Italy
Scrittrice di romanzi, racconti, fiabe, favole e storie per l'infanzia. Autrice del romanzo "Donne allo specchio" Mef Firenze, della raccolta di Fiabe "Storie di Magia" Happy Art Edizioni Milano, del volume LegenΔe di Piante - Nostra Protezione ed equilibrio in terra (una raccolta di 12 leggende sulle piante ambientate nei dodici mesi dell’anno) pubblicato a puntate nel 2014 su Wall Street International Magazine.Nel giugno 2017 ha pubblicato per la Collana I Cortili della Casa Editrice dei Merangoli, il Saggio Ingegneria Elevato n - Ingegneria del Futuro o Futuro dell’Ingegneria?, scritto a quattro mani con suo fratello Maurizio Boi, con 150 Immagini Colore/BN del fotografo Sergio Pessolano.

sabato 23 febbraio 2013

Il Ginepro e la Gineprina su Wall Street International

http://www.wsimagazine.com/it/diaries/report/cultura/il-ginepro-e-la-gineprina_20130222093752.html

WSI
Lunedì, 25 Febbraio 2013

REPORT - Italy, Cultura

Il Ginepro e la Gineprina

Un amore che si rispetti non può crescere in spazi ristretti.

Il Ginepro e la Gineprina

Un Ginepro millenario viveva arroccato sulla montagna al margine del Bosco Sacro. Era l’albero più alto della Foresta e per contenere il suo tronco non sarebbero bastate le braccia di dieci bambini. I suoi aghi argentati erano così fitti che nonostante l’età si sarebbe potuto credere che fosse un giovanotto. La sua postura eretta e i suoi rami elegantemente orientati verso l’alto lo facevano sembrare un esemplare guerriero. Di certo dal suo legno duro erano stati ricavati i più svariati strumenti, forse armi, forse polene per le navi dei navigatori degli oceani. Il suo legno virile era servito ai più vecchi sacerdoti del tempio per costruire coltelli dalle lame taglienti, affilate con pietre di granito rosa e basalto. Più efficaci del metallo, questi coltelli non prendevano fuoco e non si scheggiavano, per questo erano senza dubbio preferiti nelle cerimonie sacre dove si sacrificavano selvaggina o candidi agnelli.

Questo Ginepro gigantesco era piantato su una parete rocciosa, le sue radici penetravano nelle viscere delle rocce, si nascondevano dentro grotte buie e si abbeveravano in laghetti azzurri e immoti, attorcigliandosi sulle stalattiti, scorrendo dentro le fessure del granito, gli inghiottitoi e le doline. Ormai non produceva più frutti, troppo impegnato com’era ad accrescere le sue foglie aghiformi e a fortificare il suo legno. Era il simbolo del coraggio maschile, sfidava tormente e temporali, pioggia e grandine, fulmini e tuoni. Troneggiava d’inverno nel suo abito bianco, regale e distinto come solo i più forti monarchi sanno essere. La sua veste risplendeva al canto della luna nelle tiepide notti d’estate riflettendo il cielo come un lago argenteo e si incendiava al calore del mezzogiorno quando i tordi cercavano un riparo all’insopportabile calura. Il bell’aspetto e la salute di cui godeva la splendida pianta piacevano a una piccola Gineprina, di certo molto giovane e con i rami ancora delicati e sottili. Il suo legno morbido e liscio era, però, già abbastanza resistente per fare le travi di legno delle case, dei nuraghi, per costruire piatti e bicchieri sui quali poter intagliare figure di animali e personaggi delle leggende. La sua capigliatura ispida e pungente aveva un non so che di elegante e misterioso in quel suo fusto profumato e rossastro. Era carica di bacche dal sapore acre e speziato che attraevano le altre piante del bosco. La sua massima avvenenza si coglieva negli inverni pieni di neve, quando, al chiaro di luna, il riflesso dei raggi argentei dell’astro notturno riverberavano negli occhi dei maschi del bosco favorendo i loro sorrisi. Erano tanti i giovani abeti pronti a offrirle un loro ramo, e diversi i pini attratti dal suo aspetto sensibile. Un maturo carpino la corteggiava da una radura vicina e un astuto maggiociondolo le offriva il mantello innevato, ma lei non aveva occhi che per il millenario Ginepro. Forse perché le loro nature erano simili, indipendentemente dall’età, le loro anime solitarie inseguivano la luce di uno sguardo per colmare la distanza che divideva i loro tronchi. La Gineprina protendeva il fusto nella direzione del suo albero prediletto, ma era troppo piccola ed esile per farsi notare, nascosta dagli altri alberi. Lui la guardava attraverso le fessure del bosco, nei riflessi dei raggi solari che illuminavano il suo sorriso, negli aliti di vento che spostavano il fogliame che la celava ai suoi occhi. Il loro amore era già vecchio quando gli uomini abitavano le grotte, scheggiavano la pietra e scavavano ipogei per seppellirvi i morti, eppure la lontananza dei ceppi lo rendeva impossibile. 
In una notte di temporale, spaventosa e attraente come i tuoni e i lampi che la accendevano rombando nel silenzio del bosco, scese un fulmine immenso. Esso colpì le piante interposte tra loro innescando un incendio terrificante. Il fuoco divampò per tre giorni e tre notti e tutto il bosco fu illuminato a giorno. La Gineprina tremava di paura, aspettando che le fiammate incenerissero il suo bel busto. Il Ginepro millenario era così forte che il rogo non riusciva nemmeno a scalfirlo e il suo coraggio non temeva gli attacchi della natura. Una moltitudine di uccelli si rifugiò al riparo dei suoi rami, nell’intricato intreccio che faceva scudo verso il potente calore che sprigionava il legno ardente. Non sapeva cosa si sarebbe salvato dei legni che lo circondavano, ma era certo che lui sarebbe stato risparmiato. La speranza che anche la Gineprina ce la potesse fare era una chimera, un fusto così giovane ed esile avrebbe senz’altro ceduto alle lusinghe della fiamma. All’alba del quarto giorno, dopo la terza notte insonne, l’incendio si spense e la prima luce mostrò l’aspetto lugubre dei resti carbonizzati delle piante. Il Ginepro millenario si scosse tutto, diresse la sua attenzione verso l’infinito e il suo sorriso brillò. Nonostante l’incendio l’avesse lambita per tutto il tempo, il carattere di alberello pungente e l’asprezza dei suoi frutti l’aveva resa coriacea e impenetrabile alla distruzione del fuoco. La Gineprina era tutta raggomitolata su se stessa, impaurita e stanca per il mancato riposo, ma era intera e viva come non mai. Allora stiracchiò i rami e allungò il fusto elastico sciogliendo al vento la sua capigliatura. In quel momento incrociò lo sguardo del Ginepro e si sentì immensamente turbata. Che magia potersi ammirare per intero, in ogni particolare e dettaglio, potersi sorridere, poter protendere i rami per tentare d’avvicinarsi, abbandonarsi al respiro dell’altro, ai profumi intensi portati dal vento. Potevano guardare insieme l’azzurro del cielo, scaldarsi al sole di mezzogiorno, farsi accarezzare dalla pioggia e sferzare dalla grandine. Mancava ancora il toccarsi, sfiorarsi, avvolgersi in un abbraccio. 

Ci vollero anni di tenero amore e dedizione per costruire un impercettibile avvicinamento, ma li aiutò un’altra calamità della natura. Una scossa di terremoto, certo tremenda e inquietante, fece precipitare nel sottosuolo un masso di granito, due lembi di terra s’avvicinarono e una sorgente d’acqua sgorgò dalla fenditura che si era prodotta. Lo scroscio d’acqua diede una grande energia alle due piante. Il Ginepro si bagnò, il suo legno divenne morbido e fresco come la carne giovane, le sue radici poterono muoversi nella terra ed espandersi. La Gineprina si riempì di germogli, di frutti succosi e intensamente colorati, i rami e le foglie si moltiplicarono sviluppando una capigliatura foltissima, il suo fusto divenne infuocato di passione. Ma fu il Ginepro a fare il gran passo verso di lei. Estrasse una enorme radice dalla terra e l’affondò accanto al busto di lei, poi si protese verso la Gineprina e l’avvolse con le sue potenti braccia. Lei estese tutto il suo corpo e s’abbandonò a quell’energica forza. Di giorno in giorno il loro Amore crebbe nell’intreccio dei loro rami che ora non si distinguono più. Ai loro piedi la sorgente ha creato uno splendido lago popolato di pesci e uccelli variopinti e gioiosi.

Ogni bell’albero che si rispetti
non può restare in spazi ristretti
cresce e s’allunga quando lo vuole
e si ricopre di foglie al sole.
Quando però divampa un bel fuoco 
che poi sconvolge le regole al gioco
la solitudine lei più non vuole
e s’abbandona all’abbraccio d’amore. 
Pubblicato: Venerdì, 22 Febbraio 2013
Autore: Patrizia Boi

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lunedì 11 febbraio 2013

Il Poeta rumeno Leonard Ciureanu: l'esilio

Leonard Ciureanu è un poeta rumeno membro della "Unione degli Scrittori di Romenia".
Ha pubblicato una decina di libri di poesia.
Tra il 2006 e il 2007 è stato editore della rivista - "La verita Letteraria di Vaslui".
Nel 1989 ha participato agli avvenimenti rivoluzionari. Dal 2010 Ciureanu si trova in una sorta di esilio politico in Italia perchè stanco di una Romania dominata da forze politiche occulte risultato di una ex-"nomenclatura" del regimo politico totalitario-comunista, oggi trasformato/convertito in una nuova classa politica e finanziaria. Ufficialmente la Romania è un paese dell'Unione Europea, ma Ciureanu è convinto che il paese sia dominato generalmente da forze politiche e "capitaliste" di chiara e certa discendenza totalitaria.

 Leonard è dotato di un talento poetico speciale, intriso di cultura classica e moderna e che spazia dalla mitologia antica alla mitologia e religione indiana.
 
Ho tradotto per lui una poesia sull'esilio già pubblicata in inglese e spagnolo a cura di Daniel Dragomirescu, Editore della Rivista bimestrale Contemporary Literary Horizon, una rivista bilingue e multiculturale indipendente di cultura e spiritualità contemporanea con cui collaboro dal 2012.
 
Ho spezzato la mia anima vuota

Verona, ho spezzato la mia anima
vuota tra
sentieri sconosciuti
piccoli tremori
scuotono il mio Essere,
lo fanno ondeggiare  al vento.
 

Ci sono e non ci sono
la mia vita è la parentesi
di una frase.


Sono figlio di una pioggia di stelle
granello di sabbia nel deserto del Gobi
sono viaggiatore solitario tra gli amici
che mi han dimenticato

dove sono, mio Signore?

 
Un viaggio disumano mi sconquassa
mi manda in frantumi
di lacrime sulle mie ciglia
di parole al vento
di un'amara partenza. E per di più i Ladri
confiscarono i miei documenti e sono
amareggiato. A piedi
affronto l'esistenza tra Bergamo,
Verona e Milano, tra
Bologna, Genova e Asti
e la mia vita è un foglia morta
nel flusso delle parole.
Traduzione italiana di Patrizia BOI
 

 

ROMANIAN HORIZONS/HORIZONTES RUMANOS: LEONARD CIUREANU



I HAVE BROKEN MY EMPTY SPIRIT       
Verona, I have broken my empty
spirit on your
unfamiliar roads
small tremors
shake my being
ripple through the wind

within and without
my life is a phrase
in parenthesis

I am the descendant of showers and stars
grains of sand in the Gobi Desert
I am a lonely traveller
among friends
who have forgotten me.
Where am I,  Lord?

A deadly journey of bitter departure
of tears on my eyelashes
of words in the wind
destroys me. Furthermore,  thieves
have seized my documents and I am
embittered. On foot I
drift between Bergano,
Verona and Milan, between
Bologna, Genova and Asti
and my life is a shed leaf
on the stream of words.
     Milan, Italy
     Translated into English by Neil Leadbeater (United Kingdom)

ME ROMPE EL ALMA DESOLADA
Verona me rompe el alma
desolada sobre
caminos desconocidos
pedazos de movimientos
me sacuden el ser,
me lo revolotean en el viento.

Estoy conmigo y sin mi
Mi vida es una parentesis
en una frase.

Soy el hijo de la lluvia de estrellas
Hilo de arena en el Desierto Gobi
Soy un viaje ensangrentado entre los amigos
que me han olvidado.
Donde estoy, Dios mio?

Un viaje terrible me destroza
Me despilfarra en pedazos
de lagrimas en las pestanas
de unas palabras por el viento
de la penosa partida. Y Ai Ladri
Me confiscaran los documentos y estoy
amaregeado. A piedi me
revoloteo la vida entre Bergamo,
Verona y Milano, entre
Bologna, Genova y Asti
Y mi vida es una joja muerta
en el agua de las palabras.
     Traduccion: HLC

MI-AM RUPT SUFLETUL PUSTIU
Verona mi-am rupt sufletul 
pustiu peste
necunoscute drumuri
bucăţele de mişcări îmi
scutură fiinţa
mi-o vîntură prin vînt

Sunt cu mine şi făr’ de mine
E o paranteză într-o 
frază viaţa mea

Sunt fiul ploii stelelor
Fir de nisip în Deşertul Gobi
Sunt o călătorie însîngerată
printre prietenii
care m-au uitat
Unde mai sunt Doamne?

O călătorie ucigătoare mă distruge
mă toacă-n bucăţele
de lacrimi pe genele
unor cuvinte prin vîntul
plecării amare. Şi Ai Ladri
mi-au confiscat actele şi sunt
amaregeat. A piedi îmi
vîntur viata între Bergamo,
Verona şi Milano între
Bologna, Genova şi Asti
Şi viaţa-mi e o frunză moartă
pe apa cuvintelor.
     Milano, Italia
 ABOUT THE AUTHOR
   Leonard Ciureanu (b. 20 April 1962) is a Romanian poet and a titulary member of the Writers’ Union of Romania (USR). He is the author of several poetry books including La marginea noptii (2000), Gradinile sufletului auster (2005), Rana absentei (2005), Vasul de santal (2006) and Cenusa iubirii (2007). He has also had articles and poems published in “Convorbiri literare”, “Poezia”, “Gazeta de Est”, “Adevarul literar din Vaslui”, “Gracious Light” (New York) and other literary and cultural journals.
    He leads a bohemian lifestyle among books, manuscripts and spiritual experiences all of which contribute to an original and interesting poetic expression. In a book review published by us some years ago we defined his poems as “burning exercises” (in the spiritual sense, of course). Since 2001, Leonard has lived in Italy. He journeys alone without friends or money between Rome, Bologna, Milano, Crotona, Alessandria, Genova and other medieval cities as an knight errant of poetry and records his wanderings and his spiritual experiences like a true Francois Villon of our postmodern times.
     Prezentare de Daniel Dragomirescu

 

giovedì 7 febbraio 2013

Il Larice innamorato su http://www.wsimagazine.com/it/diaries/report/cultura/il-larice-innamorato_20130207094432.html

http://www.wsimagazine.com/it/diaries/report/cultura/il-larice-innamorato_20130207094432.html

REPORT - Italy, Cultura

Il Larice innamorato

Il Larice innamorato

C’era una volta in un paese sperduto tra i monti una splendida pianta di Larice di circa un millennio. L’albero viveva solitario su una sponda del lago, sovrastando una lontana foresta di Betulle situata più in basso. Il Larice aveva scelto di vivere la sua esistenza al limite del mondo, anche se spesso si era trovato a socializzare con i cugini Abeti, ma sempre in foreste rade e luminose.

Quest’albero proteso nell’abisso, faceva la guardia a orridi vertiginosi, solo lui sopravviveva nel vuoto dei baratri che lasciano giorno e notte senza respiro. Pagava il prezzo della sua scelta con la sofferenza delle tempeste urlanti, delle scariche tonanti di rocce instabili, delle valanghe che si abbattevano come scuri affilate, dello scarso nutrimento aggrappato in pochi grammi di terra e della solitudine infinita dei secoli. Aveva deciso di vivere in quel posto, lo aveva scelto con cura, conosceva i molti pericoli e le poche certezze, perciò si affidava a solide radici che con un abbraccio saldavano terra e rocce in un unico elemento.

Il suo fusto diritto era fiero di essere l’unico albero che può vivere cosi in alto, i rami si allungavano diritti poiché non avevano alcun timore di sporgersi nel vuoto. Lui era il creativo della grande famiglia delle Conifere, si distingueva perciò dalla normalità di una vita mediocre, era il solo che d’autunno dava spettacolo da fiaba sulle pareti inaccessibili. Nessuno lo notava nemmeno d’inverno quando la sua chioma si alleggeriva silenziosamente con una pioggerellina leggera di aghi dorati, o a primavera quando invece puntuale giungeva lo spettacolo di mille rose di aghi verde pastello. Quest’albero era energia pura, la sua carne a lungo temprata dagli eventi era immortale, poteva far conoscere all’acqua del lago la sua leggendaria ostinazione, diventando solido guscio di galeoni e corvette, prezioso tesoro sommerso per insolite traversate. Nel suo inverno spesso il Larice era ricoperto di neve e guardava silenzioso la distesa ghiacciata del lago, i suoi rami spogli resistevano alle intemperie con forza e determinazione ed erano d’esempio per tutto il mondo vegetale.

Una di quelle mattine grigie e gelide in cui il respiro si ghiaccia istantaneamente nell’aria, il Larice osservava distratto le luci dell’abitato. Una slitta trainata da due cani dal pelo folto e argentato si fermò proprio sotto di lui. Una bimba deliziosa accompagnata da una donna bella come una dea, scesero dalla slitta e osservarono l’albero. La bimba si mise ad accarezzare i suoi rami innevati e a far scivolare al suolo farina di neve. Il Larice s’inchinò per salutare le due donne e sorrise allargando i suoi rami. La donna rimase affascinata da quel delicato movimento e passò la sua mano calda sul ramo più basso. Improvvisamente la neve si sciolse e sul Larice crebbero vertiginosamente gli aghi della sua chioma, di un verde brillante che accese di luce il limitare della foresta.

La donna si sentì stregata dalla bellezza di quella pianta e non seppe allontanarsi da quella magia. Nel suo fusto vedeva nascosto un tesoro, nella sua resina pura percepiva un’energia d’amore per rinnovarsi e purificarsi. Pensava a quell’albero che una volta vecchio non sarebbe stato usato per il fuoco, ma invece per farne assi, tavole, mobili, panche, letti, e, in altre plaghe dove ancora l’antica sapienza è un valore, sarebbe certo stato usato per costruire case dalle fondamenta al tetto.

Soltanto lì una donna illuminata poteva sentirsi al sicuro, le calde assi del Larice si sarebbero abbracciate l’una con l’altra respirando lentamente dalle venature aromatiche essenze. Il Larice poteva essere il riparo perfetto per filtrare e assorbire sia le tensioni umane che degli elementi, il tempio di pace per sfidare inalterato i secoli e i millenni. La donna non avrebbe mancato di abbellire il suo giardino piantando Larici: al tempo della mietitura avrebbe trovato riposo sotto la sua ombra, e quando il sole sarebbe stato troppo basso sull’orizzonte avrebbe, al sicuro nel suo riparo, gioito dell’ultimo raggio. Avrebbe guardato il grande e solitario Larice d’inverno stendere ai suoi piedi la calda coperta di morbidi aghi, offrendo gratuitamente riposo notturno agli infreddoliti abitanti della foresta: così il capriolo, il cervo oppure il camoscio avrebbero avuto particolare riguardo delle delicate gemme primaverili.

Mentre la donna era assorta in questi pensieri, completamente assorbita dalla forza, dalla vitalità e dal calore del Larice, gli volle così bene che i suoi arti si protesero per abbracciarlo. In quel momento i rami del Larice si intrecciarono alle braccia della donna, il suo fusto si fuse con il suo bel corpo e le gambe di lei si attorcigliarono con le sue profonde radici. La bimba vide sparire il corpo di sua madre nel groviglio di rami e germogli di quello splendido Larice. Si sentì disperata e sola e urlò alla notte tutto il suo dolore. Allora il Larice si inchinò, con il suo ramo più tenero la prese su di sé, la mise fra i suoi rami e l’abbracciò con tutta la sua essenza. La bimba divenne germogli di primavera e una luce inconsueta si diffuse sul paese. Quella luce illuminò il ghiaccio del lago e venne riflessa sulla luna. Un canto maestoso attraversò ogni elemento e si diffuse per tutto il Creato.

Il Larice distese i suoi rami, si stiracchiò dolcemente e si risvegliò dal suo lungo sonno, ed ecco perché sotto i suoi rami, da quel momento in poi e per tutti gli inverni del mondo, nessuno vide mai più congelata quella parte del lago. La slitta con i suoi splendidi cani si mosse quel giorno in direzione di un nuovo destino.
Pubblicato: Giovedì, 7 Febbraio 2013

giovedì 31 gennaio 2013

Gli acquerelli di Francesca Dascani

 
 
 
Consultate il sito di Francesca, il suo discorso onirico spirituale affrontato in opere come questo straordinario acquarello intitolato: Albero della vita:
 
 
Di questo paesaggio è lei stessa che ne descrive poeticamente l'emozione:
sulla riva del fiume, a.su c. cm.45x60
"sulla riva del fiume" acquarello su carta
 
<<Cielo denso di presenze, ponte passaggio verso la sponda sconosciuta dell’anima, largo fiume. Alberi scossi da un vento pneuma risvegliatore.
Colori e forme come elementi evocativi che nella loro vibrazione più emozionale rappresentano un canto alla vita in ogni suo aspetto nonostante il dolore e le contraddizioni dell’essere. In questo dialogare con le voci della psiche, emerge un’intensa passione per i paesaggi interiori costellati di luci e ombre, per gli incanti nascosti in ogni cosa.
L’avventura del dipingere è un viaggio di scoperta denso di vita e mistero. Materia e spirito. Guardare il mondo ogni volta con occhi nuovi: con lo stupore di un bambino e l’inquietudine dell’adulto davanti all’imperscrutabile fascino dell’universo.
E la rinnovata gioia mista a timore per poter essere artefice di una personale alchimia di acqua e pigmento, in cui ogni gesto lascia presagire che l’arte, come il sogno, esprime l’impossibile, nella ricerca di una peculiare armonia la cui imprescindibile conditio è perdersi per trovarsi>> Francesca D’Ascani
 
per la Mostra Venezia incontra Roma
in concomitanza della 54a Esposizione d'Arte
presso la Sala Espositiva Complesso Molino Stucky
18 giugno-16 luglio 2011

sabato 26 gennaio 2013

Il volume di Poesia Sociale di Tiziana Grassi


ANATOMIE DEGLI INVISIBILI

Precari del lavoro, precari della vita


di Tiziana Grassi

 

            È un libro di poesia sociale il nuovo lavoro di Tiziana Grassi, giornalista, ricercatrice, esperta di Geografia umana e di Emigrazione-Immigrazione. È mutuato dalla scienza medica il titolo di questa raccolta che viviseziona il tema della precarietà del lavoro servendosi dell‘Urlo della Poesia.


A te, senza-lavoro

portatore di destino liquido.

Ho incrociato il tuo sguardo ripiegato

a un capolinea di periferia.


(I luoghi degli invisibili)

         Quando lo strumento del saggio, del libro di denuncia, dell’articolo di cronaca, non è più sufficienti ad esprimere la rabbia e la rassegnazione per la situazione del lavoro in cui versa il nostro paese, quando tutto ciò che è razionale e cerca di esprimere con ordine e chiarezza i numeri e le statistiche diventa noioso è scontato, il materiale che ribolle nell’anima dell’artista, s’infiamma, esplode e fuoriesce prepotentemente  con un immenso grido:


E c’è sempre un mangiafuoco

che con livido ghigno

ha irretito speranze

            traghettando verso il gorgo.


( Il cimitero dei sogni)

         Gli invisibili per Tiziana sono quella moltitudine di Precari del lavoro e della vita che non hanno più il diritto di sognare, una massa informe di mostri generati dalle feroci leggi del mercato.

Qual’è l’elemento portante della crisi che ci attraversa  se non questa mancanza di certezze della vita legata all’assenza di una fonte di sostentamento?

<<…È questo, la crisi, per tanti: non sapere più come fare, e non rassegnarsi alla destituzione della propria personalità. Perdere il lavoro vuol dire perdere il proprio posto,

fisso o no, nel mondo…>> Adriano Sofri

            Nella prefazione del volume, il sociologo Domenico De Masi analizza la trasformazione che hanno caratterizzato il mondo del lavoro dalla società industriale alla nostra società postindutriale:

<<…la società industriale era inclusiva e cercava di inserire tutti i cittadini, anche le intelligenze più marginali, nel processo produttivo, il quale disponeva di un ruolo per qualsiasi postulante; la società postindustriale è esclusiva, cioè disposta a ingaggiare soltanto cervelli particolarmente attrezzati per ruoli sofisticati che richiedono creatività, flessibilità e formazione. Quanto agli altri – quelli che nella società classica erano schiavi e nella società industriale erano operai o impiegati esecutivi – l’attuale mercato del lavoro gli consente solo ruoli marginali, appetiti prevalentemente  e temporaneamente dagli immigrati, o non-ruoli come quelli del disoccupato, dell’homeless, del pensionato, del deviante, dell’assistito, del mantenuto, del né-né>>.

            Mentre in passato la maggioranza dei lavoratori appartenevano alla classe operaia, oggi coloro che appartengono ancora a una categoria dove un lavoratore vale l’altro sono solo il 30% rispetto a una percentuale di occupati pari al 70% che in qualche modo svolge un ruolo di natura intellettuale.

            Come esplica sempre De Masi:

<<Circa un terzo degli occupati svolge funzioni intellettuali di tipo creativo come quelle dello scienziato, dell’artista, del professore, del giornalista, del libero professionista, dell’imprenditore, del banchiere, del dirigente, del manager.


Un altro terzo degli occupati…svolge funzioni intellettuali di tipo flessibile o relazionale come quelle dell’impiegato, dell’artigiano, del portiere d’albergo, del commesso, della hostess, del vigile, della badante.


Un ultimo terzo degli occupati…è costituito dagli operai che producono beni e servizi attraverso mansioni fisiche e ripetitive…compiti che richiedono poca creatività…un lavoratore vale l’altro…>>

            Secondo De Masi la crescente disoccupazione giovanile è la vera piaga sociale della nostra Italia, una classe di giovani che consuma senza produrre e che è quasi dell’ordine di un milione di persone.

            Sarà quel milione di giovani che attende il milione di posti di lavoro promessi dalla politica italiana qualche anno fa?

            Che soluzione fornisce la politica di oggi?

            Invece che ricavare spazio per questi giovani che devono obbligatoriamente dedicarsi al tempo libero – attività per cui non sono nemmeno preparati – reagisce modificando i contratti dei loro genitori e facendoli lavorare molto di più. Così gli adulti sono sempre più stressati dalle interminabili ore di impegno lavorativo, dal gravame economico tutto sulle loro spalle, dalla mancanza di tempo da dedicare alla famiglia, mentre i loro figli sono intenti a organizzare infinite ore di tempo libero, dipendenti economicamente dai loro genitori e senza la possibilità di diventare responsabili e pronti a un progetto di vita e di famiglia.

            Sempre secondo De Masi la scelta di ridurre gli orari di lavoro dei genitori per ridistribuirle ai giovani avrebbe evitato l’accumulo di ricchezza da una parte e l’assoluta mancanza di sostentamento dall’altra.

            I dati parlano chiaro: al di là del numero crescente dei disoccupati, ci sono circa 4 milioni di precari umiliati e offesi!

            Si è creata una situazione di squilibrio tra la domanda di lavoro in forte aumento e l’offerta di lavoro in drastico calo.

            Tiziana, che si è sempre occupata delle sacche deboli della società, individua in questa situazione di instabilità economica, una destrutturazione della famiglia che sta mettendo in luce una nuova categorie di poveri.

Le alte maree dei padri separati. I nuovi poveri

Quei padri separati

che abitano la solitudine

e pagano il prezzo

per progetti non riusciti.

            Che hanno creduto

            in amori-tranello

            amando figli

oggi visti a ore.

Quei padri in fila

alla mensa dei nuovi poveri

schiacciati

da quadrature sociali imperfette

e domande senza risposta.

Dove la somma algebrica

di vitalizi usurpati

non rispetta l’equità delle variabili

            né del dolore

            della privazione coatta

            degli affetti.

Quei padri a metà

scarnificati nelle a s s e n z e.

E in un presente che non vivono.

E per dirla sempre con De Masi:

<<È questo il popolo sempre più numeroso dei né-né (né studio-né lavoro), esposto alla noia, alla depressione, alla disperazione, alla devianza…

…i né-né ristagnano in un sottoproletariato scolarizzato, composto dai nuovi “stracci al vento”…

Anatomie degli Invisibili - Edizioni Nemapress (€ 20) 
Introduzione Domenico De Masi
Postfazione Dante Maffia
Fotografie Luciano Manna
Patrizia BOI