Informazioni personali

La mia foto
Roma, Roma, Italy
Scrittrice di romanzi, racconti, fiabe, favole e storie per l'infanzia. Autrice del romanzo "Donne allo specchio" Mef Firenze, della raccolta di Fiabe "Storie di Magia" Happy Art Edizioni Milano, del volume LegenΔe di Piante - Nostra Protezione ed equilibrio in terra (una raccolta di 12 leggende sulle piante ambientate nei dodici mesi dell’anno) pubblicato a puntate nel 2014 su Wall Street International Magazine.Nel giugno 2017 ha pubblicato per la Collana I Cortili della Casa Editrice dei Merangoli, il Saggio Ingegneria Elevato n - Ingegneria del Futuro o Futuro dell’Ingegneria?, scritto a quattro mani con suo fratello Maurizio Boi, con 150 Immagini Colore/BN del fotografo Sergio Pessolano.

domenica 5 gennaio 2014

L'Antenata che ritorna: la B E F A N A

WSI
Domenica, 5 Gennaio 2014

REPORT - Italy, Cultura

La signora sulla scopa

Una filastrocca per l'Epifania

La signora sulla scopa
Quando l’anno si fa vecchio
ed il sole impallidisce
sotto l’albero fa specchio
un bel manto che abbellisce
Madre Terra ben dorata
dalle foglie variopinte
come fosse un’Antenata
dalle grigie chiome stinte

con un sacco lei ritorna
a dicembre ormai concluso
il solstizio le dà forma
come è sempre stato Uso
per la notte di Epifània
dove arriva ogni Befana
con un asino che raglia
mentre suona una campana.
Dentro al sacco porta doni
semi per un buon raccolto
quando passa emana suoni
con un estro disinvolto
alla terra che riposa
ricoperta anche di neve
rivestita come sposa
di un mantello lieve lieve
quando tutto fuori gela
e la nebbia s’infittisce
ogni giorno presto è sera
ed il Sole pian rinasce
questa strega un po’ megera
nel donare i suoi carboni
dai camini poi s’incenera
ed accende bei tizzoni.
Non abbiate mai paura
di vederla così stanca
è così che vuol Natura
che nel capo poi s’imbianca
ogni nonna ha la sua fine
per rinascere fanciulla
con la chioma si trasforma
in germoglio di betulla
nella scopa ha la magia
che regala il grande volo
poi mostrandoci la via
della gioia e l’abbandono
accogliamo la vecchina
e godiamo di ogni dono
l’asinello che si inchina
e la fronda tutta d’oro.
Pubblicato: Sabato, 4 Gennaio 2014
Articolo di:  Patrizia Boi

La signora sulla scopaLa signora sulla scopaLa signora sulla scopa
La signora sulla scopaLa signora sulla scopaLa signora sulla scopa

martedì 24 dicembre 2013

B U O N N A T A L E


Il Natale secondo il Lunario di Alfredo Cattabiani

Miti Feste Leggende e tradizioni popolari

Il numero del mese di dicembre è il dodici e simboleggia perfettamente l’ultimo mese perché è un numero che conclude, è segno di compimento come dimostra il Sole attraversando dodici segni in un anno. E non casualmente il periodo di trapasso da un anno all’altro è contrassegnato da dodici notti, tra Natale e l’Epifania.

Con il solstizio d’inverno si celebra la morte e la rinascita simbolica del Sole invisibile, ma è anche il momento in cui le anime, abbandonato il corpo si ricongiungono con la loro origine celeste: tale momento simboleggia il ritorno del manifestato al non manifestato, dal molteplice all’Uno.

L’Euphorbia pulcherrima, detta Stella di Natale, mostra le sue foglie superiori ormai rosse a festeggiare la nascita del nuovo Sole. La volontà di rigenerazione espressa dal mito dell’eterno ritorno potrebbe essere paragonato a un Grande Anno rispecchiato e simboleggiato da quello solare. Come il Grande Anno comincia con una creazione, continua con un’esistenza che è la storia del suo progressivo degenerare e si conclude con il ritorno al caos, così l’anno solare nasce e si sviluppa nel corso dei mesi impoverendosi giorno dopo giorno fino alla sua morte nel caos, in un generale rimescolamento per poi nascere nuovamente.

L’Abete si erige quale pianta immortale che si innalza al centro del cielo e della terra; fermo sostegno dell’universo, legame di tutto, sostegno di tutta la terra abitata, legame cosmico che comprende in sé tutta la molteplicità della natura umana.

Un rametto di vischio e di alloro sono di buon augurio.

La notte di Natale è benaugurante accendere il ceppo come un sole che rinasce: deve bruciare fino all’alba ma non consumarsi del tutto perché lo si doveva riaccendere ogni notte fino all’Epifania.

Il Natale era definito “il giorno del pane” e risulta di buon augurio mangiare dolcetti come panettoni.


Secondo la leggenda nella Notte Magica di Natale i fiori germogliano sotto la neve, l’acqua si muta in vino, gli animali parlano e v’è chi ne intende il linguaggio, le anime di coloro che muoiono volano diritte in Paradiso e le nuvole predicono, a chi le osservi da un crocicchio, tutto ciò che deve avvenire nel nuovo anno, alla nascita del sole bambino gli asini si inginocchiano e le punte delle corna dei buoi e delle vacche diventano luminose.
 Una volta si accendevano falò, fuochi d’artificio e fiaccolate perché avevano la funzione di aiutare a crescere il sole ancora bambino, il sole gracile che doveva vincere l’ostilità delle tenebre invernali. Il fuochi accesi in terra proiettavano “nel fuoco del sole” la loro energia dandogli vigore.
 

B U O N   N A T A L E   A  T U T T I

P A T R I Z I A    B O I

 

Il Sito archeologico dei Menhir e delle Domus de Janas a cura di Teresa Protto

http://www.wsimagazine.com/it/diaries/report/viaggi/pranu-muttedu_20131223122841.html#.UrnFo_TuI_Y


WSI
Martedì, 24 Dicembre 2013

REPORT - Italy, Viaggi

Pranu Muttedu

Le fiabesche Domus de Janas

Pranu Muttedu

Per chi finora non ha potuto ancora visitare Stonehenge, dire che si può “accontentare” di Pranu Muttedu è molto limitativo. Partendo da Cagliari, ho raggiunto in mezz’ora Goni, il piccolo centro abitato dove è stata scoperta una delle più importanti aree archeologiche della Sardegna preistorica, a poco più di 40 km dalle bellissime spiagge della zona di Muravera, di Villasimius, Costa Rei e Porto Corallo.

È qui che ho incontrato Alessandra Pilloni, l’archeologa che mi ha fatto da guida in questo meraviglioso viaggio nel passato. Alessandra lavora per la società Pranu Muttedu srl che si occupa della gestione e manutenzione del sito archeologico. L’avevo contattata per organizzare una simulazione di scavo per piccoli archeologi, con la dimostrazione sull’utilizzo delle armi preistoriche e un corso dedicato anche alla lavorazione dell’ossidiana e della ceramica. Già parlando con lei avevo capito che mi aspettava un’esperienza unica…

Alessandra, come è stata scoperta quest’aerea?
A partire dal 1980, sono iniziati gli scavi archeologici effettuati da Enrico Atzeni, docente di Palentologia e antichità sarde di Cagliari. I reperti ritrovati risalgono a periodi della cultura "Ozieri" risalenti al Neolitico recente (3200-2800 a.C.) e con attardamenti nel primo Calcolitico dal 2800 al 2600 a.C; inoltre, nell’aerea è presente una necropoli ipogeica a domus de janas (casa delle fate), tombe realizzate sia a pozzetto sia a proiezione orizzontale, finemente scavate nel roccione di Genna Accas, con tre circoli rituali.

Parliamo cominciando a camminare nel Parco, dove si vedono sentieri ben segnalati che si inoltrano nella vegetazione e subito mi sento affascinata da questo insieme di meraviglie naturali e monumentali… Il Parco Comunale di Pranu Muttedu – racconta Alessandra – si estende in un’area di circa 200.000 metri quadrati, è situato nel cuore di un magnifico boschetto di querce da sughero e di altre piante tipiche della macchia mediterranea: a primavera si possono vedere le orchidee selvatiche, gli asfodeli che con i loro pennacchi bianchi, tipici del paesaggio sardo, ricoprono tutta l’area; in autunno si trovano vari tipi di funghi (porcini reali, leccini, funghi di carne ecc.), ma anche asparagi, mirto, cicoria, lentischio ed altre erbe selvatiche usate tradizionalmente in cucina o a scopo terapeutico.

Animali ci sono?
Certo! In quest’oasi di pace naturale e di silenzio vivono liberi numerosi animali, come il cuculo, il picchio, i rapaci e altre specie di volatili selvatici e ci sono anche rettili come lucertole e salamandre che, vedi… stanno prendendo il sole su quel menhir…

Parlami dei menhir…
Qui c’è la più alta concentrazione di menhir, sono circa sessanta, variamente distribuiti in coppie, allineamenti o gruppi. Sono scolpiti nell’arenaria locale e possono essere aniconici, cioè privi di raffigurazioni, lavorati finemente a martellina e per lo più del tipo proto-antropomorfo, di forma ogivale, parte frontale piatta e parte posteriore convessa.

Cosa rappresentano i menhir?
Forse rappresentano gli antenati o le antiche divinità legate alla fertilità maschile e femminile. Qui c’è questo “allineamento” di 18 menhir molto interessante, che ricorda in piccolo quelli presenti in area francese, se vedi bene segue la direzione est-ovest, configurandosi come allineamento equinoziale; altra particolarità è che spesso sono posti davanti alle tombe.

Ci stiamo avvicinando ad una delle tante tombe che, come per i menhir, cattura la mia attenzione. 
Le tombe sono di tipologie differenti e alternano le più diffuse architetture ipogeiche delle domus de janasalle imponenti forme megalitiche delle tombe a tumulo. Le tombe megalitiche sono costruite con grossi blocchi di pietre squadrate e seguono per lo più il medesimo schema: ingresso a corridoio formato da lastroni ortostatici, stanze funebri centrali e cerchi concentrici di pietre che circondano le stanze interne. I cerchi dovevano sorreggere il tumulo di terra che ricopriva il tutto, segnando in maniera ben visibile il territorio. Erano per lo più tombe collettive, ma è presente anche qualche esempio di tomba con cista centrale, probabilmente una sepoltura singola, dove il defunto veniva introdotto attraverso un portello quadrangolare e deposto rannicchiato.

Ho letto che tombe così imponenti e accurate fanno ipotizzare l’utilizzo del sito per importanti funzioni sepolcrali e riti religiosi...
Qui siamo davanti alla Tomba II che è senz’altro la più monumentale e complessa: quest’area è considerata da alcuni una vera e propria area cerimoniale dedicata al culto degli antenati. Per costruirla furono utilizzati 2 enormi blocchi di pietra arenaria trasportati da lontano appositamente in loco e poggiati su un selciato artificiale e altri blocchi più piccoli assemblati insieme a costituire l'anticella e le celle sepolcrari – infatti, al suo interno ci sono numerose stanze per cui ci sono altre ipotesi che fanno pensare fosse destinata ad un gruppo di persone (famiglia?) importanti –, finemente scavati con particolari che richiamano le domus de janas, come l’ingresso monumentale che presenta la tipica porticina trapezoidale dotata di rincasso. Tutta la struttura era coperta da un tumulo di terra e circondata da cerchi di pietre. Davanti all’ingresso sono presenti due cerchi concentrici di pietre, che segnavano probabilmente la grande area sacra destinata ai rituali e alle cerimonie per gli antenati.

Avete trovato qualcosa in questa tomba o anche nelle altre?
Lo scavo della Tomba II e dell’area antistante ha restituito vasetti miniaturistici, un pomo sferoide, punte di freccia in ossidiana, uno stiletto e un pugnaletto in selce, un piattello fittile, una piccola accetta in pietra bianca ed elementi di collana in argento.

Quando arriviamo davanti a un'altra Tomba, che Alessandra dice essere la IV , vedo tre menhir…
Questa è un’altra tomba particolare, si chiama la Triade, perché c’è appunto davanti all’ingresso una triade formata da tre menhir: altra tomba particolare è la Tomba V, detta Nuraxeddu, che si caratterizza per avere la camera di forma rettangolare, costruita molto accuratamente con blocchi di pietra squadrati di dimensioni medio-grandi.

Arriviamo infine davanti al roccione di Genna Accas, dove ci sono le famose domus de janas,casa delle fate, che già dal nome mi portano a fantasticare sulla magia del posto. Alessandra mi dice che queste sono delle sepolture molto diffuse in Sardegna nel Neolitico, in particolare durante il periodo della Cultura di San Michele-Ozieri.
Si tratta di piccole grotticelle artificiali scavate nei costoni rocciosi o nelle pietre naturali. Si chiamano ipogeiche, perché si sviluppano sotto terra, a volte con molte stanze e corridoi. Venivano scavate con degli attrezzi appuntiti di pietra dura, chiamati picchi di scavo, di cui a volte sembra di vedere traccia sulle pareti delle tombe. L’ingresso delle domus può essere a corridoio, soprattutto quando emerge verticalmente sulle pareti rocciose, o a pozzetto, quando è scavato direttamente per terra...

… eccola la porticina d’ingresso di forma trapezoidale di cui parlavi alla Tomba II…
Sì. È uguale… di solito la porta era chiusa con una lastra. Le più semplici sono formate da uno o due ambienti: in genere un’anticella semicircolare e una cella rettangolare, oppure anticella e cella entrambe rettangolari. L’anticella serviva probabilmente per depositare le offerte votive, la cella per la sepoltura vera e propria.

Sembrano una casa-capanna, come quelle in cui vivevano le antiche popolazioni…
… esatto, quasi a ricreare un’abitazione per il defunto nella sua nuova vita nell’aldilà. Infatti molte di esse sono scolpite con elementi tipici della capanna, come il focolare, le finestre, le travi del tetto, gli sgabelli ecc. Altri elementi scolpiti, incisi o dipinti sono invece di carattere rituale: la testa di toro doveva per esempio essere un simbolo di protezione, così come le losanghe, le clessidre, le spirali, probabili simboli della Dea Madre. Erano in genere sepolture collettive, che potevano essere ampliate di volta in volta, all’occorrenza, con nuove stanze. Attorno alle domus de janas sono nate numerose leggende popolari che le vedono popolate da esseri magici femminili, le janas appunto, poste a protezione di tesori nascosti.

Quelle pietre messe a circolo?
Sembrano disposte a circolo come per effettuare dei riti, ce n’è uno dotato anche di focolare, e probabilmente erano utilizzati per cerimonie religiose legate al culto dei morti. 

Quello che, dico ad Alessandra, mi colpisce è che nel Parco sono presenti contemporaneamente tipologie differenti di sepolture…
… quelle ipogeiche e quelle megalitiche… posso dire che arrivano a influenzarsi e mescolarsi a vicenda...

La nostra passeggiata si interrompe. Alessandra deve tornare alle sue attività e io mi siedo su una panchina all’ombra di un’enorme quercia. Mi viene da ripensare alle janas: so che in alcune zone all’interno della Sardegna il significato del termine non è ancora scomparso e che per indicare un uomo o una donna dal fisico minuto (cioè come quello di un bambino pre-adolescente) si dice "mi paret un omine janu" (mi sembra un uomo janu)… ma io che amo la magia penso più alle fate che sono sicura mi stanno guardando tra le fronde di questa magnifica quercia…
Informazioni turistiche
La visita al Parco di Pranu Muttedu si snoda lungo sentieri ben tracciati, che si inoltrano tra la vegetazione e consentono la visione dei monumenti nel loro suggestivo ambiente naturale. Ma si consiglia la visita anche di Goni, in cui, grazie ai numerosi ritrovamenti effettuati nell’area del Parco di Pranu Muttedu e in altre zone circostanti, ci sono tracce della presenza dell’uomo intorno al quarto millennio a.C. Da vedere: il Nuraghe Goni, un mono-torre ben conservato che si erge su una collina che domina dall’alto il centro abitato e il Lago Mulargia.
www.pranumuttedu.com
Pubblicato: Lunedì, 23 Dicembre 2013
Articolo di:  Maria Teresa Protto

Pranu MutteduPranu MutteduPranu Muttedu
Pranu MutteduPranu MutteduPranu Muttedu