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06062014
A ROMA, SPETTACOLO SUL TEATRO-CANZONE DI GABER – LUPORINI CON LUCA MARTELLA E LE ASSOCIAZIONE SARDE DI ROMA E OSTIAScritto da: Tottus in Pari in dai circoli degli emigrati sardi
di Patrizia Boi
Da una idea e dall’iniziativa della scrittrice Patrizia Boi socia e collaboratrice del GREMIO
Il Gremio dei Sardi di Roma, Il Circolo Quattro Mori di Ostia, l’Associazione Culturale Grazia Deledda di Ciampino unitamente a La FASI (Federazione delle Associazioni Sarde in Italia) e alla Cooperativa Go in Sardinia Traghetti in collaborazione con il Dopolavoro Ferroviario di Roma, il Centro Sportivo Italiano Comitato Provinciale di Roma e il Centro Umanistico di Solidarietà di Ciampino hanno organizzato e presentato un grande Evento Spettacolo di Solidarietà per la Sardegna con il Patrocinio del Comune di Roma, dell’ANP (Associazione Nazionale Presidi) di Roma e del Lazio e del Rotary Distretto 2080. Luca Martella e la sua Band hanno portato in scena lo Spettacolo Storie del Signor G… 10 anni dopo. E pensare che c’era il pensiero per festeggiare il 70° Anniversario del Centro Sportivo Italiano con una raccolta fondi in favore dei cittadini colpiti nel novembre dello scorso anno dal disastroso evento alluvionale che ha seminato in Sardegna terrore, distruzione e morte. Il nuovo spettacolo dal vivo scritto, interpretato e diretto da Luca Martella, propone una rivisitazione dei brani più celebri del Teatro-Canzone selezionati dal vasto repertorio teatrale di Gaber-Luporini in un susseguirsi di monologhi e canzoni che spaziano da Lo shampoo a Destra-Sinistra, da Mi fa male il mondo a Io non mi sento Italiano, da Qualcuno era comunista a La razza in estinzione, da L’America a La Libertà, ripercorrendo la storia del Signor G attraverso un arco di tempo che va dagli anni ’70 al 2000. Grazie alla somiglianza con il Grande Gaber e alla sua abilità di attore, Luca Martella interpreta la parabola gaberiana in un recital in due atti con la sensibilità dell’oggi, nell’intento di prendere atto della nuova realtà, affrontarla, deriderla, soffrirne e allo stesso tempo proporre una riflessione come utile strumento di consapevolezza per le nuove generazioni. Oltre due ore di performance intensa e coinvolgente in un volo dal ritmo serrato che racconta quarant’anni di riflessioni nate dal connubio del genio di Gaber e di Luporini insieme. Gaber era quello che portava il messaggio in prima linea, Luporini agiva dietro le quinte, sempre schivo nei confronti della notorietà, lontano dai meccanismi della pubblicità e della fama. Non andava nemmeno a vedere i suoi spettacoli, salvo che non ci fosse qualche affinamento da fare, passava i suoi mesi estivi rinchiuso a riflettere nella casa di Montemagno insieme a Gaber e poi lasciava che il Signor G se la vedesse da solo con i capricci delle folle e le diavolerie dei giornali e dei Media. Martella ne interpreta il pensiero, le emozioni, i dubbi, la poesia, la sottile ironia, la rabbia, la denuncia, la riflessione, la speranza, facendo danzare le parole di un tempo al ritmo dell’oggi… L’Attore stesso spiega le motivazioni che lo hanno condotto ad occuparsi proprio del Signor G: “Il Teatro-Canzone di Gaber-Luporini è sempre stato un punto di riferimento per me, già dai tempi dell’Accademia… e poi se guardate bene il mio profilo… c’è una certa somiglianza con Gaber… con questo naso al piede… che da sempre mi precede”. In realtà Luca Martella riconosce nella parabola gaberiana la sua stessa storia, con tutti i trionfi, le amarezze, le illusioni, le delusioni, le strade esplorate e quelle ancora da percorrere… Ma soprattutto l’attore si abbandona al personaggio del Signor G, a quell’“uomo senza qualità” in grado di dipingere con pennellate sottili lo spirito della sua epoca e della nostra epoca… Ci sono istanti in cui Martella assume il volto vero del Signor G, pure nella sua personale e unica interpretazione, con una straordinaria mimica facciale, con un linguaggio del corpo che interpreta ogni minimo cambiamento di ritmo, di tema, di emozione: gioia, sofferenza, rassegnazione, conflitto, delusione, dubbio… Martella è fluido, sincero, emozionante, fluente, esilarante e il tempo vola per la platea, i due Atti terminano in un istante e immediatamente dopo c’è il vuoto, una mancanza, il bisogno di ascoltare ancora un altro pezzo… il pubblico si sente come schiaffeggiato da un vortice, dall’impellenza di un’idea, di un pensiero, dal desiderio di superare la staticità di giorni mesi e anni che si susseguono tutti uguali… Martella, ricucendo i testi del Teatro-Canzone di Gaber-Luporini alla sua personale esperienza, non si limita a toccare gli attuali disastri politici, economici e sociali del paese, ma dipinge il suo volto anche delle espressioni della tenerezza e dell’amore che caratterizzavano Gaber quando si occupava dell’annosa questione dell’Uomo e della Donna, della drammaticità della relazione e della difficoltà di trovare armonia ed equilibrio. L’interpretazione di “Falso contatto”, per esempio, lascia sempre la platea attonita: la persone di ogni età si divertono quando viene rappresentato il tema dell’impotenza, della paura del fallimento che coglie il maschio di fronte a un mondo femminile sempre più consapevole, ma nello stesso tempo accolgono questa fragilità come fosse una realtà universale e partecipano attivamente immedesimandosi anch’esse nella situazione e nel personaggio. In questa dicotomia dilaniante e straniante ma nel contempo corroborante, l’attore/regista rivolge il messaggio gaberiano ad un pubblico di ogni età; è però evidente la volontà di coinvolgere i giovani che sono preziosi serbatoi in cui ritrovare l’energia per rivitalizzare il Sogno e le ali del “gabbiano senza più neanche l’intenzione del volo perché ormai il sogno si è rattrappito”. Una passione viscerale per il jazz unisce Martella a Gaber, tanto che nel suo quintetto annovera musicisti d’eccezione come il Maestro Fabio di Cocco alle Tastiere, Massimiliano de Lucia alla Batteria, Andrea Colella al Contrabbasso, Matteo Martella al Sax, Giancarlo Martella alla Chitarra. È da notare come, interpretando il profetico spirito di Gaber-Luporini, Luca Martella regista abbia voluto unire sul palcoscenico tre generazioni: la sua come voce del Poeta Vate, quella di suo padre Giancarlo alla Chitarra e quella di suo figlio Matteo al Sax. In una società ormai naufragata per la perdita dei valori fondamentali della vita, la dichiarazione dello stesso Martella - Ho voluto coinvolgere la mia famiglia per dare allo spettacolo il senso di un ciclo compiuto, ma anche per ringraziane i miei cari di essermi sempre stati vicini nel mio difficile percorso -, invita a riflettere anche sui valori perduti. Durante lo spettacolo, il fraseggio con i musicisti, come per un affiatamento antico, accorda pause ai monologhi incalzanti e nello stesso tempo cortocircuita il pubblico con un movimento che concede spazi angusti alla distrazione. È evidente l’intento di concatenare il palcoscenico alla vita reale, il copione teatrale al copione di vita, come se l’uno fosse da stimolo all’altro consentendo un’esplorazione utile a portare consapevolezza e guarigione. Luca Martella è attore professionista di teatro, cinema e televisione, ma nonostante le sue ottime interpretazioni di Lorca, Beckett, Pirandello, diventa coinvolgente e catartico soprattutto nelle sue rappresentazioni del Signor G. Oggi ci piacerebbe sapere come la coppia Gaber- Luporini avrebbe analizzato l’attuale situazione di crisi del paese, quali accadimenti l’avrebbe più coinvolta, quali angosce l’avrebbe pervasa, quali speranze avrebbe ancora potuto riporre sul futuro… La genialità dei due amici – uniti in un matrimonio spirituale durato 40 anni – la loro sottile sensibilità, la tendenza a farsi coinvolgere nelle questioni della vita pubblica e privata – che Martella incarna in modo eccellente – avevano loro già permesso di traguardare oltre, di prevedere cosa sarebbe accaduto come solo i poeti e gli intellettuali sanno fare. È compito degli intellettuali, infatti, quello di esplorare dubbi e malumori, di compiere viaggi emotivi capaci di aprire la mente a ogni cambiamento, movimento e trasformazione… o come dice un famoso testo del Teatro-Canzone stesso “di cambiare veramente la vita”…La scelta dei brani, il discorso delle luci, l’ordine, i tempi, i musicisti, il figlio Matteo e il padre Giancarlo… Padre e figlio, figlio e padre… Quale delle due generazioni ha perso? Hanno perso tutte? O non ha vinto nessuna? Cosa sogna oggi il giovane Matteo? Un lavoro, una famiglia, un ideale, la Libertà…? O desidera volare via da quest’Italia senza più “intenzione” di un Futuro? Dov’è finito il gabbiano con le ali ormai rattrappite, si è trasformato in farfalla o è diventato un pesante e pachidermico insetto abbarbicato alla putrefazione delle sue radici in un sistema “in via di estinzione” ? Come potrebbe il Signor G risvegliare la folla addormentata degli italiani con parole più intense e poetiche di quelle che ha già usato? E lo ha capito Luca Martella che ogni volta che pronuncia quelle parole accende nuovi bagliori, avvia nuove letture, ignoti brillii agli occhi di quelli che lo ascoltano trasportandoli nel vivo della tenzone, del monologo, della canzone! Martella si fa portavoce, voce, palpito, battito d’ala, si fa canzone, urlo, dolore, ci fa ridere, ci fa commuovere, ci prende per mano, ci porta, ci trasporta da un tono all’altro, c’infiamma… trasmettendoci le sue convinzioni e quelle del Signor G…
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Gli Esseri del Regno di Fantasia non si arrendono mai, che siano umili fanciulle o giovani coraggiosi, splendide principesse o nobili principi, piumosi pulcini o soffici aquilotti… Fatine ed elfi, vecchine sapienti e bimbi giudiziosi, uccelli variopinti e farfalline leggiadre si aggirano nel Mondo di Fata Immaginazione, Tessitrice dei nostri Sogni…
Informazioni personali
- Patrizia Boi
- Roma, Roma, Italy
- Scrittrice di romanzi, racconti, fiabe, favole e storie per l'infanzia. Autrice del romanzo "Donne allo specchio" Mef Firenze, della raccolta di Fiabe "Storie di Magia" Happy Art Edizioni Milano, del volume LegenΔe di Piante - Nostra Protezione ed equilibrio in terra (una raccolta di 12 leggende sulle piante ambientate nei dodici mesi dell’anno) pubblicato a puntate nel 2014 su Wall Street International Magazine.Nel giugno 2017 ha pubblicato per la Collana I Cortili della Casa Editrice dei Merangoli, il Saggio Ingegneria Elevato n - Ingegneria del Futuro o Futuro dell’Ingegneria?, scritto a quattro mani con suo fratello Maurizio Boi, con 150 Immagini Colore/BN del fotografo Sergio Pessolano.
giovedì 17 luglio 2014
La magia del Teatro Canzone raccontata da Luca Martella and Quintet al Teatro Italia
http://tottusinpari.blog.tiscali.it/2014/06/06/a-roma-spettacolo-sul-teatro-canzone-di-gaber-%E2%80%93-luporini-con-luca-martella-e-le-associazione-sarde-di-roma-e-ostia/
giovedì 3 luglio 2014
Luglio - IL F I C O
LegenΔe di Piante. Il Fico Selvatico, il Fico Domestico e la Vespetta
L'appuntamento di Luglio
LegenΔe di Piante
Il giorno che Angela nacque, suo padre piantò un seme di Fico Domestico. Fece un buco con la zappa proprio accanto a un Fico Selvatico che stava crescendo nella loro terra. Era primavera inoltrata, gli uccelli popolavano i rami cinguettando alla vita e i fiori dipingevano i prati di giallo, rosso, azzurro e viola con i petali distesi verso i raggi del sole. Il Fico Selvatico aveva appena compiuto un anno ed era carico di germogli sui suoi rami ancora gracili e tremolanti. Nel campo c’erano anche parecchie piante d’ulivo e una splendida vigna d’uva bianca disposta in filari alti e regolari. L’asinello grigio ragliava contento e si preparava a portare un canestro di frutta sulla groppa.
Passarono gli anni prima che i due alberi diventassero adulti e fossero in grado di produrre frutti. Però quella parte di giardino era spesso frequentata dalla bambina. Il padre, infatti, aveva costruito un’altalena legandola ai rami più resistenti delle piante e la piccola giocava dondolandosi su e giù sotto le foglie di Fico. Si era abituata a guardare attraverso quel fogliame ruvido, a osservare il sole tra le foglie nell’ora verticale, a godere del tramonto mentre il vento sfiorava le gote rosse per lo sforzo della spinta. Le piaceva la corteccia grigia, accarezzare il corpo liscio dell’albero, disegnare sopra di esso il numero dei suoi anni, stando attenta a non nuocere alla pianta.
Quando gli alberelli crebbero, l’altalena venne spostata sul Fico Domestico mentre sul Fico Selvatico fu fissato una specie di trapezio come quelli del circo. Angela adorava dondolare sul trapezio a testa in giù e guardare il mondo al contrario. Vedeva la chioma verde delle piante, i tronchi che si facevano sempre più robusti, i rami sempre più forti e resistenti. Rimaneva con le gambe allacciate, sospesa in aria, sognante e pensierosa. Ogni tanto si metteva di nuovo diritta e sceglieva di dondolare sull’altra altalena. Ora che era più grande poteva lanciarsi con forza verso l’alto, sfiorare le foglie con le mani, accarezzarle o spostarle per guardare oltre. Spesso al contatto con quelle superfici rugose si ritraeva infastidita, a volte strappava i frutti acerbi per impiastricciarsi le dita con il latte bianco che colava. Talvolta tagliava qualche foglia, la sminuzzava dentro a un secchiello e fingeva di preparare un minestrone nella sua cucina immaginaria. Girava il liquido dentro il recipiente con un mestolo ricavato da un rametto di legno. A fine cottura condiva il brodo con il latte bianco dei fichi o delle foglie.
Per anni gli alberi non produssero frutti finché un giorno non comparve un fico nero, grande, morbido e pieno d’aperture verticali sulla pelle. Il padre di Angela lo staccò dal ramo e glielo fece assaggiare: era gonfio e colmo di filamenti rossi tenerissimi. Angela lo assaporò con gusto e così fece con gli altri frutti maturi che staccava direttamente dai rami. Osservò che la pianta più giovane produceva frutti mentre, nella pianta più grande, i fichi rimanevano sempre acerbi. Suo padre le spiegò che il Fico Domestico, detto anche Ficus Carica, era una femmina, quindi in grado di fruttificare. Mentre il Fico Selvatico, detto anche Ficus Caprificus, era un maschio e, in quanto tale, capace di produrre il polline per fecondare la femmina. Per questo li aveva piantati uno accanto all’altro: senza il maschio nemmeno la femmina avrebbe prodotto frutti succosi. La cosa simpatica è che l’impollinazione della femmina era possibile solo grazie a un minuscolo insetto. Una vespetta, piccola come un moscerino, prendeva il polline dal Fico maschio e lo portava al Fico femmina.
Quando Angela conobbe questa storia, prese una lente d’ingrandimento per osservare gli insetti ronzanti intorno ai Fichi: era curiosa di vedere la vespetta blastofaga del polline. La notte la sognava con le antenne lunghissime, il vestito giallo e nero, il colletto rosso e la coda appuntita color azzurrino. Era graziosa e amabile e portava un sacchetto rosa colmo di polline. Chissà poi cos’era il polline: forse quei granellini gialli di cui era piena la campagna a primavera. Aveva anche battezzato l’animaletto con il nome di Sonia. Talvolta la cercava tra i lobi delle foglie quando dondolava a testa in giù nell’altalena e faceva lunghissime chiacchierate. Si era così invaghita di Sonia che, per il suo settimo compleanno, il padre le costruì la vespetta con un pezzo di legno. La dipinse con i colori immaginari impressi nella mente della bambina e la legò su un ramo accanto all’altalena. Angela fu felicissima di possedere la vespetta, la immaginava con la sacca piena di minuscoli fichi che si potevano tramutare in desideri. Angela realizzò che, ogni volta che avrebbe voluto esprimere un desiderio, poteva chiedere alla vespetta. Al solo pensiero di tale scoperta si sentì straordinariamente ricca e piena di gioia. Angela sognava una fattoria piena di animali e desiderò una nuova bestiola ogni volta che sul Fico fosse maturato il primo frutto della stagione.
Pensate con quale trepidazione la bimba si aspettasse la maturazione dei fichi. Restava in attesa per giorni e settimane, da quando vedeva le prime infiorescenze, a quando comparivano i frutti acerbi, fino a che un frutto non cominciava a colorarsi di scuro. Erano prospettive gioiose, piene di giochi, di vocalizzi che sfidavano i canti degli uccelli, di minestroni di verdure per nutrire il primo coniglietto, poi la volpina, la capretta, il gattino, il cavallino… Chissà perché gli animali giungevano davvero ogni volta che il primo succulento fico della stagione era pronto. Quando giunse il cavallo si costruì la stalla e Angela ebbe il compito di nutrire l’animale. Nel frattempo le piante di Fico sono diventate adulte, i rami si sono avvicinati, le foglie si sono mischiate, le chiome si sono abbracciate fino a creare una grande ombra. Anche oggi, dopo una bella cavalcata, Angela si riposa sempre sotto l’abbraccio dei Fichi, si stende su un letto di foglie e si assopisce al fresco della loro ombra materna.
Quando nel Capro va la vespetta
e coglie il polline in tutta fretta
nel Fico vero poi nasce un fiore
come germoglio del primo amore.
e coglie il polline in tutta fretta
nel Fico vero poi nasce un fiore
come germoglio del primo amore.
Se la Natura poi fa il suo corso
dopo che il giusto tempo è trascorso
dal fiore nasce un frutto succoso
morbido, gonfio, fresco e polposo.
dopo che il giusto tempo è trascorso
dal fiore nasce un frutto succoso
morbido, gonfio, fresco e polposo.
Il prossimo appuntamento è per l'1 Agosto con la Quercia.
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