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Roma, Roma, Italy
Scrittrice di romanzi, racconti, fiabe, favole e storie per l'infanzia. Autrice del romanzo "Donne allo specchio" Mef Firenze, della raccolta di Fiabe "Storie di Magia" Happy Art Edizioni Milano, del volume LegenΔe di Piante - Nostra Protezione ed equilibrio in terra (una raccolta di 12 leggende sulle piante ambientate nei dodici mesi dell’anno) pubblicato a puntate nel 2014 su Wall Street International Magazine.Nel giugno 2017 ha pubblicato per la Collana I Cortili della Casa Editrice dei Merangoli, il Saggio Ingegneria Elevato n - Ingegneria del Futuro o Futuro dell’Ingegneria?, scritto a quattro mani con suo fratello Maurizio Boi, con 150 Immagini Colore/BN del fotografo Sergio Pessolano.

martedì 2 dicembre 2014

D I C E M B R E: L'OLMO SOLITARIO

http://wsimag.com/it/cultura/12350-legende-di-piante-lolmo-solitario

LegenΔe di Piante. L'Olmo Solitario

L'appuntamento di Dicembre

Il bosco dell'Olmo
Quell’Olmo Solitario era l’ultimo esemplare rimasto di tutta una foresta che ricopriva la collina. Era situato proprio in cima, accanto a una chiesetta campestre e veniva chiamato “Il Sopravvissuto”. Le altre piante erano morte da oltre un secolo, attaccate da un terribile fungo che le uccise una dopo l’altra, anno dopo anno, spegnendo ogni loro sorriso. Il fungo aggrediva prima le radici e poi saliva verso l’alto invadendo lentamente l’anima della pianta. Anche il Grande Olmo fu colpito dal fungo, che ne aggredì le robuste radici creando nell’alto fusto un impercettibile disequilibrio, ma poi, forse per la sua enorme forza, per il suo essere saldamente piantato a terra, naturalmente possente e longevo, vinse il contagio guarendo inspiegabilmente, condannato, però, a vedere la fine di tutti i suoi compagni.
L’Albero era davvero coriaceo e comunque non si fece abbattere dalla malasorte: continuò a crescere, a tirare fuori nuovi rami e a riempirsi di germogli a primavera. All’età di un secolo e mezzo, raggiungeva l’altezza di un campanile e la sua chioma ovale, larga ed elegante, più ampia della chiesa, era il segno distintivo della sua bellezza. Verdissima nella buona stagione, diventava dorata in autunno e lasciava i rami interamente scoperti in inverno. La sua corteccia grigia, che da giovane era liscia e vellutata come le sue foglie, con l’avanzare dell’età acquisì le tonalità del bruno scuro mettendo in risalto parecchie fenditure. Però la pianta conservò la sua struttura imponente e tutta la sua superba eleganza.
A causa del suo sinistro destino di essere piantato in mezzo a un cimitero di Olmi, fu ritenuto dai viandanti una sorta di albero del sonno eterno, la pianta della morte, per questo la gente se ne tenne in un certo modo distante. Quelli che uscivano dalla chiesa ci si appoggiavano distrattamente quand’era pieno di germogli, mentre quando i rami, rattrappiti dal freddo, erano spogli, se ne allontanavano impauriti. Eppure l’Olmo era pieno di vita, capace di un’attività incessante, di sfoggiare sempre nuove idee, d’elaborare un sacco di progetti. Se lo si fosse conosciuto meglio, invece che l’Albero del Sonno, lo si sarebbe considerato la Pianta dei Sogni, un vegetale creativo e pieno di energia, inespugnabile e inesauribile.
Certo il suo prediligere quel cantuccio all’ombra della chiesa gli tenne lontano un certo numero di scocciatori, ma tanto tutte le volte che tentò di socializzare con qualcuno gli furono sempre staccate le foglie e amputati i germogli. Una volta venne addirittura incarcerato. Un’equipe di studiosi giunse con un sacco di arnesi strani, lo circondò con una rete asfissiante e lo tenne prigioniero per un anno intero. Gli mancò la luce, l’aria, il respiro, l’alito leggero del vento. Poi, dopo tanti attentati alla sua corteccia, ai sui rami, alla sua chioma e alle sue profonde radici, visto che non si riusciva a comprenderne il carattere e la forza vitale, furono abbandonati gli studi lasciandolo definitivamente in pace.
Così recuperò la sua libertà, ma il suo carattere divenne ancora più chiuso, sempre più solo e lontano dagli altri alberi, ma profondamente immerso nel mondo dello spirito. Forse lui proveniva da un altro pianeta, forse possedeva la scorza di un extraterrestre, o forse era semplicemente un gigante in un mondo di nani, aggrappato al Paradiso dei suoi sogni. Quando aveva ormai rinunciato a ogni velleità di socializzazione, si fermò accanto a lui un pellegrino alquanto strano, un giovanotto simpatico e sorridente. Si sedette sotto la protezione della sua ombra e cominciò a riempire del suo canto il silenzio della vallata. Il vecchio Olmo s’incuriosì e abbassò leggermente il capo per udire meglio. Fu avvolto dalle melodie di quella voce che travalicava i confini del vento, si levava sopra il canto degli uccelli e raggiungeva con un acuto l’anima di Dio. Allora s’inchinò protendendo tutti i rami in direzione dello sconosciuto. Il giovanotto continuò a cantare tutta la sua gioia e a stupire il nostro gigante. Non che lui avesse bisogno di compagnia, ma dopo anni di solitudine fu affascinato da quella voce onesta e sincera.
Allora donò al ragazzo rami e foglie per costruire una piccola capanna. Si svegliavano entrambi sul far del giorno per raccontarsi i loro sogni, osservavano con gusto lo spettacolo degli uccelli, i colori del paesaggio, l’eleganza dei fiori. Poi il giovanotto tirava fuori la sua voce e ammantava della sua magia tutti gli spiriti della natura. Venne un giorno in quel cantuccio anche la Fatina Ambra. Prese la sua bacchetta magica e trasformò la capanna in un castello straordinario immerso in un vasto prato. L’Olmo e il giovanotto vissero comodi e a loro agio in quella dimora. Ogni mattina, chiamavano a raccolta gli uccelli del posto e cantavano al sole i numeri della fortuna. Il sole strizzava l’occhietto e faceva cadere dal cielo una pioggia di monete. Erano tutte d’oro puro e riempivano il prato di un riflesso brillante. La Fata regalò ai due amici anche una splendida fontana dove loro fecero abbeverare tutti gli animaletti della campagna. Le farfalle svolazzavano intorno all’Olmo richiamate dalla musica, le coccinelle s’appoggiavano numerosissime sopra il fusto dipingendolo di fuoco e le libellule danzavano sul prato il ballo sfrenato della buona sorte.
Quando il sole tramontava e calava il crepuscolo, l’Olmo raccoglieva dall’anima i suoi sogni e cominciava a sistemarli per la notte. Il ragazzo crollava sempre dal sonno e non faceva in tempo a riunire le idee per il riposo notturno, anzi perdeva sempre la sua voce e non ricordava mai dove l’aveva messa. Spesso il vecchio Olmo si trovò da solo a guardare la Luna, la ringraziò per il dono della vita e per la soavità della sua luce. L’Astro rappresentava il mondo femminile che irradiava i suoi raggi argentei ingravidando di emozioni ogni sentire. L’Olmo inginocchiò la sua anima allo spirito della notte e chiese alle stelle l’accoglimento di ogni suo desiderio. Le stelle risposero brillando intensamente e una pioggia di diamanti calò dal cielo e si stese luccicante sopra il prato. Il gigante sorrise contento e chiamò il suo giovane amico per farlo immergere in quel mare di luce. Ma il giovanotto si voltò dall’altro lato e dormì fino a consumare tutto il suo sonno.
Quando la Luce brilla di cuore
con un bel canto e un tenue calore
ogni diamante si può ottenere
oro rubini e forte potere.
Se ci si affida ai propri sogni
s’appagheranno tutti i bisogni
come quell’Olmo unico e solo
che nell’amico trovò il suo oro.

Il Teatro di Gaber-Luporini dedicato all'UOMO

GIORGIO GABER E SANDRO LUPORINI: LA LEZIONE PSICOLOGICA
 
Un’idea, un concetto, un’idea 
finché resta un’idea è soltanto un’astrazione 
se potessi mangiare un’idea 
avrei fatto la mia rivoluzione. 
Un’idea, Giorgio Gaber, 1972
 

Giorgio Gaber e Sandro Luporini- La lezione psicologica. -Immagine: www.sandroluporini.it Giorgio Gaber e Sandro Luporini: L’interesse per l’uomo, nella dimensione individuale e collettiva, nell’analisi di stati d’animo e comportamenti, è stato sempre centrale nella produzione artistica del duo. Difficile non tracciare un parallelismo con la psicoterapia, altra situazione dove dal dialogo, dalla parola, dalle domande e dalle risposte può nascere qualcosa di nuovo, in grado di incuriosire sia il paziente che il terapeuta.

L’idea di scrivere questo articolo è maturata leggendo il bel libro di Sandro Luporini Vi racconto Gaber (2013). Sandro Luporini è un pittore viareggino, coautore di tutti gli spettacoli teatrali e delle canzoni più evocative di Gaber. Dopo la scomparsa del grande cantautore milanese (nel 2003) ha condotto una vita abbastanza ritirata dal punto di vista mediatico e questo libro è la testimonianza che molti attendevano di un lavoro creativo straordinario che è durato più di trent’anni.
Quando iniziò a lavorare con Luporini, Giorgio Gaber era già un cantante affermato, con una fama nazionalpopolare. L’incontro tra i due sancì un cambio di rotta nella carriera del cantautore, che da allora in poi privilegiò i teatri come luogo di scambio con il pubblico, dando vita a una nuova forma di spettacolo, costituita da canzoni e monologhi, che ha preso il nome di teatro canzone.
Il teatro permetteva di creare una dimensione artistica più intima, dove il pubblico risultava maggiormente coinvolto e in grado di recepire i messaggi e le emozioni degli spettacoli. Della vecchia produzione musicale, caratterizzata da testi spesso leggeri, restava solo un ingrediente che ha sempre contraddistinto il cantautore: l’ironia. Le tematiche affrontate diventarono invece via via più profonde e complesse, seguendo uno straordinario processo di maturazione artistica e personale, in cui Luporini ebbe sicuramente un ruolo fondamentale.
Anche prima di leggere il libro, avevo sentito parlare della loro affascinante modalità compositiva: Gaber e Luporini si trovavano ogni estate in Versilia e trascorrevano un mese intero a parlare liberamente dell’attualità dell’Italia e del mondo, dell’uomo e delle sue contraddizioni, dei libri letti e di tutto ciò che poteva stimolare la loro curiosità. Spesso venivano coinvolti nelle discussioni altri amici fidati o alcuni intellettuali di passaggio (o in pellegrinaggio). Da questi brain storming nascevano i monologhi e le canzoni per gli spettacoli, caratterizzati da una forte impronta umanistica.
L’interesse per l’uomo, nella dimensione individuale e collettiva, nell’analisi di stati d’animo e comportamenti, è stato sempre centrale nella produzione artistica del duo. Difficile non tracciare un parallelismo con la psicoterapia, altra situazione dove dal dialogo, dalla parola, dalle domande e dalle risposte può nascere qualcosa di nuovo, in grado di incuriosire sia il paziente che il terapeuta. D’altra parte come diceva l’illustre paziente Alda Merini (2008) “Rendere interessante un malato ai suoi stessi occhi è una cosa davvero importante, è il cominciamento della sua guarigione.
L’intento della coppia Gaber-Luporini andava sicuramente oltre il semplice intrattenimento, in quanto è noto che l’arte, quando è arte vera, cerca di rivelare l’essenza delle cose, di trovare un orizzonte di significato, un senso da contrapporre alla realtà caotica e incoerente in cui viviamo.
L’atteggiamento con cui i due hanno indagato l’uomo ricorda più un osservatore della psiche e del comportamento, forse un filosofo (a questo riguardo non negarono di aver preso ispirazione per alcuni testi dai filosofi esistenzialisti), che un semplice artista. “Abbiamo vissuto tutta la vita nell’assoluta certezza del dubbio, non abbiamo fatto altro che porci delle domande senza alcuna pretesa di risposta” racconta Luporini. Questo atteggiamento socratico, il rifuggire da concetti assolutistici, fino a relativizzare anche il bene e il male ricorda il lavoro di uno psicoterapeuta, che Vittorio Guidano (1988) definiva “perturbatore strategicamente orientato.
Messaggio pubblicitarioD’altra parte, in scena l’artista si analizzava, si interrogava ponendosi delle domande, promuovendo un’identificazione proiettiva collettiva. Non usava modalità persuasive, ma invitava indirettamente il pubblico ad un’autoanalisi. Negli spettacoli di Gaber era impossibile distogliere lo sguardo e si era costretti a guardare dentro di sé. L’obiettivo era uscire dalla sala con meno certezze e l’effetto destabilizzante veniva addolcito dall’uso dell’ironia, che come diceva Gaber “permette di giocare seriamente e fare cose serie giocando”, arrivando ad ironizzare anche sulla sofferenza.
Lo psicoterapeuta Amedeo Pingitore (2013) ha scritto un bel libro in cui delinea un interessante profilo psicologico di Gaber come artista, mettendolo a confronto con altri grandi perturbatori come Pier Paolo Pasolini, con cui condivideva la capacità di sfuggire dai recinti ideologici, o come il pittore Edvard Munch, per la capacità di rappresentare la precarietà dell’esistenza umana.
I numerosi spettacoli teatrali scritti dalla coppia e i dischi di canzoni registrate in studio abbondano di spunti di riflessione psicologica. Vediamo qualche esempio.
Dialogo tra un impiegato e un non so (1972), uno dei primi spettacoli, contiene la canzone Un’idea, che pone l’accento sulla distanza tra pensiero e sentimento, sulla mancanza di sintonia tra corpo e mente e sulla perdita di naturalità che ne consegue. Tanti disagi esistenziali e disturbi psicosomatici hanno alla base questo tipo di conflitto ed il lavoro terapeutico in questi casi è di integrazione delle varie parti(Semerari, 1999).
E’ nello spettacolo successivo, Far finta di essere sani (1973), che la coppia esplora maggiormente gli scenari della psiche, influenzata dalla lettura de L’io diviso (1969) dello psichiatra scozzese Ronald Leing, considerato uno dei principali rappresentanti del movimento antipsichiatrico, che affermava “che un gran numero di “guarigioni” di psicotici consiste semplicemente nel fatto che il paziente, per un motivo o per l’altro, ha deciso di ricominciare a fare finta di essere sano”.
Nello spettacolo troviamo ad esempio la canzone Un’emozione, in cui viene trattato il conflitto tra razionalità e istintività, con un appello alla “dolce prudenza”, come meccanismo di difesa e di evitamento emotivo.
Quello che perde i pezzi è invece la storia di un individuo iper-razionale che si dimentica del corpo, fino a perderne delle parti, con conseguente esilaranti. Ancora la mancanza di sintonia tra corpo e mente.
L’impotenza è un brano che si sofferma nuovamente sulla ricerca di equilibrio tra fisicità e pensiero con l’esortazione a “imparare a sentire il presente in un tempo così provvisorio” e rapido come il nostro, in sintonia con le moderne teorie di mindfullness.
L’elastico è una canzone sulla schizofrenia, dove l’immagine dell’elastico che si spezza rappresenta l’angoscia di frammentazione della crisi psicotica, con quel “Me fuori di me” a evidenziare la perdita dei confini come ci viene descritta classicamente dalla letteratura (Gabbard, 2002).
La canzone Il narciso sottolinea in modo impietoso le modalità relazionali della persona affetta da personalità narcisistica, dove l’altro viene usato in modo strumentale, come un oggetto (“perché io, con una donna, mi scopo”).
La libertà, forse uno dei brani più noti, contiene la citatissima frase “la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione”, che sottolinea come nel conflitto tra individualità e il bisogno di appartenenza vince quest’ultima. Questo tema verrà poi ripreso nella Canzone dell’appartenenza (2001) che recita “L’appartenenza non è lo sforzo di un civile stare insieme, non è il conforto di un normale voler bene, l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé. Sarei lieto di cambiare la mia vita se potessi cominciare a dire noi”. Il concetto di appartenenza riveste una certa importanza nell’ambito della maturazione dell’individuo.
La capacità di percepire un sentimento d’appartenenza ad un gruppo sociale è infatti una delle funzioni basiche della personalità normale. Si può sentire di appartenere alla famiglia, a un gruppo di amici o di lavoro, a una squadra sportiva o altro, con un conseguente senso di completezza e vivacità interiore. L’analisi di trascritti di sedute di pazienti con Disturbo Narcisistico ed Evitante di Personalità ha suggerito che, almeno in questi disturbi, l’esperienza di non appartenenza sia pervasiva e influenzi il quadro psicopatologico (Dimaggio, Procacci, Semerari, 1999).
Lo spettacolo Polli da allevamento (1978) contiene il monologo Il suicidio, che tratta l’argomento in modo ironico concludendo saggiamente che “ c’è una fine per tutto e non è detto che sia sempre la morte”.
Nel brano Quando è moda è moda emerge come il confondersi con gli altri attraverso le mode, ci permetta di evitare l’angoscia che può derivare dal definire la nostra identità, con il rischio di non essere accettati.
Anni affollati (1981) include il brano Il dilemma, che racconta la storia di una coppia che crede al rapporto come qualcosa di autentico per cui valga la pena lottare, senza accettare compromessi, essendo addirittura pronti a morire per esso.
Io se fossi Gaber (1985) contiene invece la canzone Ipotesi per una Maria che recita “perché per credere all’amore davvero bisogna spesso andarsene lontano e ridere di noi come da un aeroplano”, descrivendo l’ambivalenza di certe donne divise tra il bisogno di starti accanto e la consapevolezza di riuscire a esistere solo come persone libere. Questo tipo di conflitto si trova tipicamente nelle organizzazioni di personalità di tipo fobico (Guidano, 1988).
Messaggio pubblicitarioVale la pena inoltre soffermarsi sugli ultimi due dischi registrati in studio da Gaber: La mia generazione ha perso(2001) e Io non  mi sento italiano (2003). Sono due lavori bellissimi, ma intrisi di pessimismo e disillusione. Rappresentano la testimonianza di come Gaber e Luporini abbiano assistito all’appassirsi dei sogni di cambiamento degli anni settanta, siano stati testimoni appassionati di tante battaglie sociali che aspiravano alla conquista di nuova morale, ma alla fine si siano arresi alla delusione di fronte a un mondo sempre più individualista e spoglio di valori. 
Ci sono alcuni capolavori di “psicologia musicata” come I mostri che abbiamo dentro, che descrive le istanze psichiche pulsionali e istintuali (“silenziosi e insinuanti sono il gene egoista che senza complimenti domina e conquista”), che ricordano molto l’Es freudiano (Freud, 1985). L’uomo è destinato a vivere nel conflitto tra le aspirazioni di altruismo e di solidarietà e questi mostri atavici che ci spingono all’odio, alla violenza e all’egoismo.
Sì può descrive uno spaccato spietato e lucidissimo delle libertà del nostro tempo (Si può fare i giovani a sessant’anni…Si può trasgredire qualsiasi mito…), che possono paradossalmente portare  all’ossimoro della “libertà obbligatoria”, dove “Viene la paura di una vertigine totale, viene la voglia un po’ anormale di inventare una morale”.L’obeso racconta l’uomo moderno, ingordo di cibo, idee, esperienze, che viene stigmatizzato con la splendida metafora “l’obeso è l’infinito di un leopardi americano”.
Ancora in tema di ideali e disillusione Qualcuno era comunista descrive “una razza che voleva spiccare il volo per cambiare veramente la vita”, ma “senza essere capaci di volare, come dei gabbiani ipotetici”. La metafora dei “gabbiani ipotetici” è a mio avviso potentissima e contiene tutta la tensione tra un io ideale e un io reale.
Quando sarò capace di amare accenna al superamento del complesso di Edipo freudiano   (“non avrò bisogno di assassinare in segreto mio padre, né di far l’amore con mia madre in sogno”), come indice di crescita e maturazione da un “uomo bambino” a un individuo adulto.
Non insegnate ai bambini è un piccolo trattato di pedagogia, in cui il cantautore consiglia ai genitori di “coltivate voi stessi il cuore e la mente, stategli sempre vicini, date fiducia all’amore il resto è niente”, piuttosto che cercare di trasmettere ai figli norme morali, pensieri, ideali sociali.
La rabbia e l’amarezza verso questo mondo da alcuni è stato etichettato come disfattismo. Potrebbe anche essere, ma credo che gli italiani abbiano un grande debito di riconoscenza verso Gaber e Luporini, per le perturbazioni emotive e per i tanti utilissimi dubbi suscitati. O no?

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