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Roma, Roma, Italy
Scrittrice di romanzi, racconti, fiabe, favole e storie per l'infanzia. Autrice del romanzo "Donne allo specchio" Mef Firenze, della raccolta di Fiabe "Storie di Magia" Happy Art Edizioni Milano, del volume LegenΔe di Piante - Nostra Protezione ed equilibrio in terra (una raccolta di 12 leggende sulle piante ambientate nei dodici mesi dell’anno) pubblicato a puntate nel 2014 su Wall Street International Magazine.Nel giugno 2017 ha pubblicato per la Collana I Cortili della Casa Editrice dei Merangoli, il Saggio Ingegneria Elevato n - Ingegneria del Futuro o Futuro dell’Ingegneria?, scritto a quattro mani con suo fratello Maurizio Boi, con 150 Immagini Colore/BN del fotografo Sergio Pessolano.

mercoledì 30 gennaio 2019

ALBERTO CARDILLO : ELISIR DI LUNGA VITA - E' possibile attraverso la Kinesiologia Applicata?

https://wsimag.com/it/benessere/49078-elisir-di-lunga-vita


Elisir di lunga vita

È possibile attraverso la Kinesiologia applicata?

25 GENNAIO 2019, 
Niger – Alba dall’alto di una duna nel deserto del Temet. Ph Sergio Pessolano
La vita eterna, la conquista dell’Immortalità è stata fin dai tempi antichi una tensione che ha caratterizzato l’essere umano. La troviamo nell’antenato di Noè, Enoch, personaggio antidiluviano della Bibbia, capace di generare Matusalemme. E poi nel mondo Egizio, attraverso Thot, dio delle lettere, dei numeri e della geometria. Infine nell’Ermete Trismegisto greco, dio del ‘logos’ e della comunicazione, il cui nome significa, appunto «Ermete, il “grandissimo" per tre volte (tris-megisto)». Bevendo una sola goccia dell’Elisir di lunga vita essi sarebbero divenuti immortali.
Da sempre l’uomo, quindi, è alla ricerca di questa pozione magica. È giunto fino a compiere gli atti più insensati, celebrando sacrifici umani, riti cruenti e selvaggi, pur di illudersi che la tanto ambita immortalità fosse alla sua portata. E non tralasciava di preparare pozioni magiche di tutti i tipi per garantirsi la vita eterna. In realtà ci prova ancora oggi cercando “soluzioni” per rimanere giovane attraverso interventi di chirurgia estetica, creme miracolose e numerosi altri trattamenti di varia provenienza. E lo fa sia in campo scientifico, sia attraverso le medicine alternative, ma spesso affidandosi a metodi che necessiterebbero di opportuni approfondimenti.
Un dato è certo, comunque, che la vita media delle persone, negli ultimi secoli si è davvero allungata. Cionondimeno, ci troviamo a confrontarci con malattie oncologiche sempre più diffuse e invasive, che aggrediscono tutti gli strati della società. Se ripercorriamo gli scritti degli ultimi secoli, del resto, troviamo riferimenti biblici antecedenti al diluvio universale in cui si citano casi di uomini vissuti addirittura 900 anni, come il Patriarca Noè e lo stesso Matusalemme (vissuto 969 anni). Sempre nella Bibbia, troviamo notizie anche di altri uomini che vissero dai 300 ai 700 anni.
Alcuni sostengono che i dati biblici siano veri, ma unicamente perché si computava il tempo in modo diverso dal nostro; altri li definiscono pura leggenda. Noi siamo convinti, invece, che tutto ciò sia possibile. E non solo per la fede nelle Sacre Scritture e in quello che gli studiosi hanno accertato, ma perché il corpo fisico possiede una enorme potenzialità di rimanere a lungo nella dimensione terrena. Sappiamo che l’età anagrafica di alcune popolazioni è molto alta rispetto ad altre, sia che in Paesi lontani, sia in alcune regioni d’Italia. Si registra la presenza di ultracentenari che vengono studiati allo scopo di individuarne le cause di longevità. Un caso emblematico è quello della Sardegna: gli abitanti di Seulo, un paese in provincia di Nuoro, sono i più longevi al mondo. E sono proprio i sardi dell’Università di Sassari, guidati dal professore di Genetica Medica Francesco Cucca, a dimostrare che il DNA e l’RNA sono legati alla longevità. Cucca sostiene, infatti, che il DNA dei sardi è lo stesso da oltre 12.000 anni, questo significa che sono rare le mutazioni genetiche di tale razza.
Tutto quanto premesso, incentrando l’attenzione sull’aspetto energetico del corpo fisico, ci prefiggiamo l’obiettivo di non solo dare più anni alla vita, ma dare più vita agli anni. In fatto di longevità, anche la Sicilia è in buona posizione, soprattutto l’entroterra della Provincia di Palermo, che vanta la maggiore presenza di ultracentenari. C’è chi ritiene che questo dipenda da una “corretta alimentazione”. L’esperienza ci insegna, però, che non basta un’alimentazione sana ed equilibrata per mantenere lo stato di salute, ma piuttosto compatibile con il proprio cervello addominale. Se questo non accade, ci potranno, comunque, essere difficoltà digestive e, ovviamente, uno scompenso generale di salute e benessere dell’individuo.
Proviamo, dunque, a ricercare la chiave dell’eterna primavera, attraverso la Kinesiologia applicata sia alla Medicina allopatica occidentale, sia alla Medicina tradizionale cinese - vecchia di oltre cinquemila anni - sia mediante ogni altra forma di intervento mirato al benessere. Del resto, l’obiettivo fondamentale di questa mia Rubrica è proprio quello di illustrare e divulgare i principi regolatori e fondanti della metodologia kinesiologica, dimostrarne le peculiarità, descriverne i metodi, raccontarne la tradizione e le istanze ispiratrici e nel contempo ampliare la fascia sociale di persone in grado di beneficiarne.
Sappiamo che la Kinesiologia è una ‘disciplina naturale’ che ‘scopre le cause profonde dei disagi delle persone’, nonché ‘la loro risoluzione’ e che essa si applica sulla base di ‘due livelli’ distinti ma coesistenti. Il primo, detto “diagnostico”, consiste nel chiedere al corpo dove risiedono i disagi e da quale livello questi provengano attraverso il Test kinesiologico che valuta il disequilibrio sui livelli 1) fisico/strutturale; 2) mentale/emotivo; 3) biochimico/nutrizionale.
Come abbiamo già detto, si prendono in esame 12 muscoli denominati “indicatori” o “messaggeri”. Siamo, infatti, certi che a ogni muscolo corrisponda un organo o un viscere e, attraverso questi, siamo in grado di interrogare il corpo. È possibile anche prendere in esame come muscolo indicatore anche un solo muscolo, che generalmente è il deltoide o il muscolo della mano.
Il Test kinesiologico ci conduce a investigare sempre più a fondo, raggiungendo zone della psiche e del corpo fisico sempre più nascosti. Via via che procede la ricerca, si potrà comprendere l’origine del disequilibrio, dove si localizza la sua causa e quali somatizzazioni può provocare. E sarà possibile individuare con buona approssimazione quando è nato il disequilibrio (ossia la sua collocazione temporale), a seguito di quale trauma si è verificato (trauma psicoemozionale, strutturale, ecc.), quali meridiani o centri energetici ha interessato. La causa del disagio potrà essere rimossa sia in stato di regressione vigile, tornando cioè al momento in cui si è generato il disagio stesso, oppure nel presente, e saranno i muscoli stessi del paziente a indicare quale via sia più efficace per rimuoverne la causa. Insomma, con il Test kinesiologico è possibile raggiungere e parlare con ogni livello inconscio e far rispondere il corpo attraverso la forza muscolare. Nel corpo, come già sappiamo, ogni istante della vita viene meticolosamente registrato, in particolare sulle fasce muscolari, fino a raggiungere la miofibrilla, il filamento invisibile della muscolatura striata. Siete consapevoli del fatto che il vostro corpo sa tutto, anche del vostro inconscio?
Il test in realtà è molto semplice ma affidabile, fatto di spinte dell’operatore a cui il paziente “oppone resistenza”. La resistenza debole o forte risponde con un ‘sì’ o un ‘no’ alle domande del Kinesiologo, come se l’inconscio stesso si facesse luminoso e svelasse le sue vere ragioni di azione. Il corpo è un archivio interiore anche della più minuscola emozione o trauma siano avvenuti nel tempo. Negli ultimi decenni, invece, ci si è proprio dimenticati che, il più delle volte, la malattia è legata alle emozioni piuttosto che al solo livello strutturale dell’individuo. E la guarigione non dipende soltanto dall’assunzione di farmaci, ma è determinata dalla trasformazione dell’emozione da negativa a positiva, integrando pian piano ogni conflitto. Se noi riusciamo a vivere in una condizione costante di benessere psicofisico, trasformando incessantemente i disagi di cui soffriamo, allora abbiamo scoperto il migliore Elisir di lunga vita. Forse n on sarà raggiunto l’obiettivo dell’immortalità, ma si potrà accrescere la propria longevità e la soddisfazione del proprio percorso esistenziale. Comprendiamo, quindi, quanto sia essenziale imparare a comprendere e interpretare i segnali che il corpo ci invia, perché ogni disagio, ogni sofferenza, ogni dolore alla fine sfociano in un problema organico. Quando l’organo si ammala è stata già compromessa la propria vitalità, quindi si è arrivati ad accorciare la propria vita.
E sappiamo che non è facile, in una società che conduce alla dissociazione, con i suoi ritmi frenetici e distaccati dalla natura e le incombenze burocratiche che aumentano lo stress quotidiano, infatti ci siamo totalmente disabituati ad ascoltare il nostro corpo. Abbiamo perso l’innata capacità di eliminare il disagio prima che questo diventi organico. Il Test ci aiuta in questo compito, consentendoci di investigare profondamente e con grande precisione.
Il secondo livello di indagine, detto “applicato”, implica la possibilità di un’associazione biunivoca tanto alla Medicina allopatica quanto a quella tradizionale cinese, oltre ad integrarsi con altre discipline naturopatiche. Si interroga il corpo per capire come rimuovere le disarmonie e sapere dove esse si sono localizzate e in quale epoca. Questo meccanismo si attua per qualsiasi disagio presente, sia che si voglia prevenire una malattia quando il disagio è solo funzionale e non è ancora diventato organico, sia nel caso l’organismo sia stato già colpito da una malattia e si intenda ‘resettare’ la memoria cellulare allo scopo di ripristinare lo stato di salute.
Sappiamo che le emozioni e i traumi che ci possono far ammalare e che sono stati fissati nella nostra memoria cellulare, possono risalire al momento della fecondazione dell’ovulo, ma anche prima, addirittura al momento del concepimento della nostra vita perché assorbiamo nel DNA anche le emozioni dei nostri genitori. In sostanza, l’obiettivo del kinesiologo è quello di restituire le condizioni di normale e ottimale funzionamento cellulare presenti a monte del verificarsi dell’evento stressogeno (qualunque natura tale evento possa avere avuto). Si aiuta il paziente a ristabilire, quindi, l’armonia in ogni singola sfera del proprio esistere, restituendo equilibrio agli assi cervello-testa, cervello-cuore e cervello-addominale; far sì inoltre che, i recettori situati sulla membrana della cellula, come fossero una porta d’ingresso, si aprano con l’obiettivo di consentire l’ingresso alle vibrazioni energetiche riequilibranti e guaritrici dentro il nucleo, e riprogrammare in tal modo il DNA.
Insomma, favorire l’attivarsi del nostro Medico Interiore, quella forza capace di orchestrare tutte le cellule e farle agire in perfetta e naturale armonia. I progetto della nostra anima, spesso distrutto e dimenticato, potrà tornare a far brillare la nostra missione e farci trascorrere un’esistenza all’insegna dell’Amore. Con la Kinesiologia applicata è possibile restituire potere al Divino che alberga in noi. Da lui, vogliamo tornare a farci guidare.
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Kinesiologo, naturopata, esperto di Kinesiologia Applicata alla Medicina e di Intolleranze alimentari. Autore di Articoli scientifici, libri e video, partecipa a Seminari, Convegni e Conferenze in tutta Italia.




mercoledì 9 gennaio 2019

http://www.tottusinpari.it/2018/12/24/il-mascheraio-magico-una-fiaba-natalizia-dedicata-ad-agostino-dessi-famoso-in-tutto-il-mondo/

IL MASCHERAIO MAGICO: UNA FIABA NATALIZIA DEDICATA AD AGOSTINO DESSI’, FAMOSO IN TUTTO IL MONDO

di PATRIZIA BOI
Agostino aveva un sogno. Ci pensava giorno e notte. Quando lavorava i campi insieme al padre. O quando si stendeva sul materasso per aprire le porte al sonno. Non lo aveva mai raccontato a nessuno, nemmeno quando si divertiva con la terra a modellare delle facce come fossero oggetti preziosi.
Le maschere lo avevano incuriosito fin da piccolo. Il volto dell’uomo con i piedi di bue che portava via l’anima dei moribondi, ‘Su Boe’. O le persone con piedi caprini che celavano di certo il diavolo in persona, ‘Su Dialu’. Infatti, guardava i piedi della gente immaginando i veri volti celati dietro a ogni apparenza e poi li riproduceva. Aveva fatto le prime maschere con la creta, modellandone i contorni con passione e fantasia. Quello, però, non era considerato un vero mestiere nel suo paese. Chi avrebbe acquistato oggetti così inutili? La gente povera non compra maschere!
Ma Agostino voleva a tutti i costi fare il Mascheraio! Del resto lo zio Tore era artigiano del legno, il nonno Vanni era artigiano del ferro, perché lui non poteva essere artigiano delle mascherine? E allora la sua famiglia gli mise a disposizione la cantina della casa dove abitava. Le pareti furono, così, dipinte d’azzurro e alla vecchia porta fu attaccata una targa con la scritta: ‘Il Mascheraio Magico’.
Poi, ogni angolo si riempì di maschere di tutti i colori e forme, con volti simpatici e spaventosi, di uomini o di animali, di splendide fanciulle o di terribili streghe, un palcoscenico di personaggi nati dalla vivida fantasia di un artista.
Lui restava lì tutto il giorno, distolto dai rari clienti che entravano, chiacchieravano un poco, guardavano con curiosità quei volti un po’ bizzarri e uscivano senza aver acquistato un bel nulla. Ma a lui, così affezionato alle sue creature, importava ben poco.
Fu comunque il suo amico Diego ad acquistare la prima maschera, ‘Un Sole abbracciato alla Luna’, e questo lo rese conosciuto anche in città.
Agostino era felice di stare a contatto con tutte quelle facce e man mano che costruiva nuove maschere e burattini quei volti si facevano sempre più vivi e colmavano l’ambiente di novità e allegria. Un giorno successe una cosa assai strana. Una mascherina sussurrò:
Sarò pure mascherina
ma pur sempre di Regina
io non voglio andare via
dalla Reggia casa mia.
Agostino si guardò intorno cercando chi aveva parlato, ma non c’era anima viva. Poi udì da un’altra parte:
Io del Gatto ho le sembianze
anche se nelle mie stanze
sono proprio il Re in persona
che a chi nuoce non perdona.
A quel punto si preparò il letto e s’infilò tra le coperte con gli occhi svegli di curiosità. Sognò che tutte le maschere si animavano e popolavano uno splendido castello, ma, la mattina dopo, si rese conto che ogni maschera era tornata al suo posto. Allora si alzò, mangiò una fetta di torta, sorseggiò un po’ di latte e poi si mise all’opera. Quel giorno lavorò con impegno alla maschera di una principessa. E quando l’ebbe finita s’accorse di quanto fosse deliziosa e armoniosa. Un volto pieno di gioia e vita. Fatto l’ultimo ritocco, sentì il rumore di una carrozza e subito dopo vide entrare una fanciulla dagli occhi a mandorla e i capelli scuri come schegge d’ossidiana. Era vestita di broccato rosso e portava un cappellino con la veletta di tulle rosa. Le sue manine delicate indossavano guanti candidi e i suoi piedini da fatina scarpette color amaranto. La fanciulla, meravigliata alla vista delle maschere, così parlò:
Tutte queste mascherine
mi ricordano bambine
volti forse di antenati
o di bimbi appena nati.
Trovo tutto familiare
e non me lo so spiegare
questa donna mi somiglia
potrei essere sua figlia.
Io non so dov’è scomparso
il bel regno un giorno apparso
ai miei occhi di neonata
grazie al gioco di una fata.
Una mascherina azzurra con il volto di fata confermò:
Sono io quella fatina
che t’accolse di mattina
in quel giorno sfortunato
dove un mago ha incatenato
nelle maschere di legno
del bel mondo lì a convegno
tutte le anime del regno
con un tiro proprio indegno.
Proprio mentre tu nascevi
o Claretta tra gli ulivi
ti toglievo a quel malvagio
e ti davo in mano a un paggio.
Ti ha cresciuto mia sorella
quella fata grassottella
che ti ha reso principessa
fino al fondo delle ossa.
Agostino ti ha sognato
e per giorni ha modellato
quella bella mascherina
ora esposta là in vetrina.
E la fanciulla rispose stupita:
Certo quella sono io
com’è simile mio Dio
non l’avevo vista ancora
è più bella dell’aurora!
Sono ricca e deliziosa
nella reggia mia sfarzosa
questo giovane grazioso
deve essere mio sposo.
A quel punto la fata sentenziò:
Per poterti maritare
devi prima liberare
queste anime dal legno
e ridar loro un contegno.
Dovrai sostener tre prove
camminando per l’altrove
con l’aiuto di tre oggetti
che ritengo sian perfetti.
Prendi questa verde sfera
che ogni vento qui si impera
e il coniglio bianco e nero
che si mangia un drago intero.
Terza e non meno importante
questa spada di diamante
per sconfiggere l’arcano
uomo scuro e la sua mano.
Ora parti senza indugio
lascia stare il sotterfugio
Agostin ti aspetterà
e altre maschere farà.
Agostino, con il cuore pieno d’amore, donò alla principessa la mascherina più bella. Quindi cominciò a scolpire il volto di un cavallo bianco mentre la principessa usciva per mettersi in viaggio. E subito la sua carrozza si trasformò in un cavallo bianco con gli occhi luminosi come il sole e, correndo veloce come il vento, raggiunse il mare. La principessa s’imbarcò quindi su un veliero e navigò per mari sconosciuti. Il veliero tagliava l’acqua veloce come una lama e solcava il mare calmo illuminato dal sole di mezzogiorno e dalla luna di mezzanotte. Dopo un mese di allegra navigazione il cielo si rabbuiò e tra le nuvole scure e minacciose si scatenò il turbinio dei venti proprio mentre il Mascheraio modellava una maschera molto complessa raffigurante tutti i venti. La barca rollava sotto l’incalzare dei venti, ma la fanciulla si ricordò della sfera verde, la prese in mano e pronunciò queste parole:
Sfera sferetta
ruota più in fretta
prendi ogni vento
mettilo dentro.
Così il vortice dei venti fu imprigionato nella sfera e dal mare si levò una splendida luna. L’alba fu sfavillante e il sole sorse luminoso e benaugurante da un mare più azzurro che mai. Ad un tratto all’orizzonte comparve un’isoletta con al centro un altissimo albero di Baobab. La principessa Claretta si avvicinò seguita dal coniglietto. La pianta si ergeva possente, il tronco coperto da un abito rosso fuoco, la chioma fluente di tenero fogliame e la faccia di un pallido spettrale. Quel volto respirava lentamente sussurrando:
Son la Donna del destino
sono sempre a te vicino
ti governo l’esistenza
al di là d’ogni apparenza.
Entra dentro la caverna
dove il tempo là si eterna
ed affronta il tuo destino
che potrai render divino.
Claretta s’inoltrò così nella grotta scura mentre il coniglietto la proteggeva illuminando i numerosi cunicoli. La paura di precipitare nel vuoto, d’incontrare qualche animale spaventoso, d’essere rapita da qualche spirito, pian piano svanirono e si sentì al sicuro anche al buio. Poi vide una luce intensa e subito dopo scorse un Drago con la lingua di fuoco e la testa enorme. I suoi occhi rossi di brace e il calore della bocca facevano bollire l’acqua della stanza sotterranea producendo bolle gigantesche. Il Drago emetteva un suono cavernoso che diceva:
Sono il tuo terrore
devi avere orrore
sono la tua ombra
voglio tu soccomba.
Subito il coniglietto spalancò la bocca enorme e inghiottì il Drago in un sol boccone. Tutti i cunicoli della grotta s’illuminarono proprio mentre Agostino concludeva la maschera del terribile Drago. Claretta trovò immediatamente l’uscita dove la attendeva ancora la Donna del destino che affermò:
Ora sappi che il destino
ti concederà il bel dono
di sposarti per amore
con il principe del cuore.
Agostino sa creare
con passione per donare
tanti volti differenti
d’animali, piante e genti.
Il segreto è la magia
dell’intensa fantasia
con la quale lui dispone
le sue immagini ed icone.
Lui è un principe davvero
nel suo cuore veritiero
e con quello che s’inventa
certo ti farà contenta.
Ora affronta un’altra prova
che domani è luna nuova
parti presto per il mare
la montagna va’ a trovare.
Claretta tornò sul veliero e navigò giorno e notte finché la luna piena non illuminò tutta la superficie del mare e così poté scorgere quell’alta montagna che, ergendosi dall’acqua come un iceberg, sembrava incatenata alle rocce più profonde fino a toccare gli Inferi. Claretta rabbrividì sapendo di dover affrontare l’ultima prova, ma scese sulla terra fredda e gelida e s’avvicinò ai piedi della montagna dove una grossa mano nera, forte e muscolosa, usciva da una fessura, chiudendosi ritmicamente a pugno. Brandì la spada, ma la mano scomparve costringendola ad entrare nella fessura. Si trattava di un pozzo profondo dove si scendeva per una scala ripidissima.
L’aria era piena di vapori puzzolenti e strani uccelli della notte svolazzavano emettendo urla stridule. La ragazza sapeva di dover entrare nel pozzo e lo fece con coraggio. Il fondo era un acquitrino pieno di salamandre e rospi e sulla parete verticale si spalancò una porta di pietra. Un uomo gigantesco, scuro e quasi nudo, nascondeva una sorgente d’acqua trasparente e luminosa. Claretta dovette affrontare quell’uomo dagli occhi vitrei e i capelli arruffati e neri come il carbone. L’uomo spalancava la bocca per urlare ma dalla sua gola non usciva alcun suono. All’improvviso una cicogna bianchissima volò verso Claretta e le si posò sulla spalla dicendo:
Ora spezza le catene
che legate han le tue pene
fai cadere la sua testa
con la spada lesta lesta.
Questo mago ha incantato
con la frode ed il misfatto
tutto il regno di tuo padre
queste rime non son ladre.
L’uomo s’avvicinò agitando con la mano che tanto l’aveva spaventata una catena enorme, ma Claretta fu implacabile e con la sua spada di diamante mozzò la testa nera. La cicogna in quel momento si trasformò nella fata grassottella che aveva allevato Claretta, la fata Rosetta, proprio mentre Agostino terminava una maschera dal volto di cicogna. Quindi l’acqua della sorgente esplose nello scroscio di una cascata, le pareti della montagna si smaterializzarono, il mago nero si disintegrò e Claretta si trovò direttamente nel negozietto di Agostino.
L’acqua spruzzava gocce che, colpendo le maschere di Agostino, liberarono le anime che si trasformarono in persone.
Finalmente Claretta conobbe il vero volto di suo padre il Re, di sua madre la Regina, delle sorelle gemelle e di tutta la corte del Regno. Agostino guardava le sue maschere prendere vita e quando una goccia di quell’acqua zampillante lo colpì, i suoi abiti divennero regali tramutandolo nel più bel principe che si fosse mai visto.
Fu così che Agostino sposò la principessa Claretta e visse felice e contento nel Regno da lui stesso inventato perché il Re in persona gli regalò un’ala del castello dove poter continuare a creare tutto ciò che desiderava.
Agostino in allegria
con le idee e la fantasia
s’inventò la sua esistenza
raccogliendone ogni Essenza.
Nelle ultime mascherine
ha scolpito bimbi e bambine
a completare la famiglia
dolci doni suo figlio e sua figlia.

lunedì 10 dicembre 2018

Dicembre - L'Albero Andronico di Patrizia Boi

http://www.tottusinpari.it/2018/12/10/tra-fiaba-e-leggenda-mese-di-dicembre-lalbero-andronico/





TRA FIABA E LEGGENDA (MESE DI DICEMBRE): L’ALBERO ANDRONICO

di PATRIZIA BOI

C’era una volta in un boschetto incantato un Pioppo Nero come i segreti della notte, che s’ergeva elegante e maestoso in mezzo all’antico Olmo, al saggio Frassino, al cugino Ontano Nero e ai suoi figli Salice Bianco e Salice Rosso.
Era il più alto della famiglia e di certo il più affascinante, e aveva l’aspetto di un uomo vittorioso, tanto che era stato soprannominato Albero Andronico. Il carattere originale, la forza e la determinazione, la dolcezza e la tenerezza lo rendevano l’albero più ambito tra le femmine del bosco, ma tutto questo movimento a lui non piaceva, anche perché spesso gli era stato spezzato qualche ramo e staccata qualche foglia di troppo.Ecco perché lui tendeva a rinchiudersi nel suo manto dorato ed era poco disponibile a lasciarsi andare alle lusinghe femminili.
Il suo aspetto era attraente per la chioma ovale verdissima e colma di foglie lunghe e strette, un immenso gioco di luci e di riflessi che in autunno conquistava tutte le sfumature del rosso e dell’oro.Questa regale capigliatura era costantemente scossa dal vento: che fosse refolo o tempesta, essa donava al bosco una sinfonia di note, come il soave canto degli Elfi e delle Fate che si celavano dietro a quelle fronde vellutate.L’albero era vivo e risplendente dalle radici alla corteccia, eretto nel suo abito nerastro e spesso, possente e tenace come un guerriero. E racchiudeva il mistero di migliaia di occhietti verdi, piccoli, vivaci che scrutavano il cielo dal tronco diritto e nodoso, dalla corteccia fessurata e stanca.
Pensava spesso che avrebbe potuto conoscere altri luoghi, erbe magiche e fiori profumati, la sensualità degli abiti femminili delle querce e delle sequoie, la freschezza dei tigli. Lo attraeva la magia degli alberi fioriti, il sussulto delle ginestre colorate di sole, il tramonto sull’oceano infinito… eppure restava fermo nel suo antico e possente radicamento, non lo avrebbe spostato dalla sua zolla nemmeno l’evento più catastrofico della natura, un potente sisma o un disastroso uragano. Forse perché il Piccolo Popolo di Gnomi ed esseri elementali gli teneva compagnia egli ruotava intorno aspettando il suo canto e la musica irresistibile che donava magia anche all’aria.
Ogni anno il Pioppo Nero mostrava la sua splendida fioritura espandendo il suo intenso profumo tra le femmine del bosco,finché un bel giorno i suoi frutti furono maturi, e da essi fuoriuscirono tanti piccoli semini piumosi come cotone che il vento portò molto lontano. Uno di questi andò a posarsi su una splendida Pioppa Bianca.
Era una pianta dal temperamento giovane,audace e focoso. Aveva la corteccia liscia e candida con qualche screpolatura in corrispondenza dell’attaccatura dei rami. Le sue vesti svolazzavano alla brezza investendola di fascino e leggerezza e rendendola disponibile al cambiamento. Le bastava una farfalla variopinta o un gabbiano, o il canto di una civetta in una notte d’estate per essere attratta dal mistero e perdersi in fantasie e sogni che raccontava alle fatine nascoste tra le sue vesti scintillanti. Figuriamoci come palpitò il suo cuore alla vista di quel semino piumoso! Si mise subito in testa di trovare la pianta da cui proveniva. E a nulla valsero i consigli di chi voleva dissuaderla da quel pericoloso viaggio.
La Pioppa Bianca si tagliò qualche radice ed estrasse le sue sinuose gambe dalla zolla, abbandonando tutta se stessa all’ignoto. Nemmeno lei sapeva esattamente cosa cercare, trascinandosi il semino sul petto come se inseguisse un sogno, con le radici desiderose d’umido e d’acqua pura. Ogni tanto si bagnava nelle acque di un torrente o di un fiumiciattolo che scorreva pigramente verso valli ignote e si fermava a far riposare la sua immensa fatica. Un giorno si sedette in riva a un lago, vicino a una pianta di Sambuco e s’addormentò profondamente. Le apparve in Sogno una deliziosa Fatina Bionda che così parlò:
Il Semino Piumoso è volato
e proviene dal bosco incantato
appartiene ad un bel Pioppo Nero
nato proprio su di un cimitero.
La Pioppa aprì gli occhi ed ebbe davanti a sé uno spettacolo che le accese subito il cuore: aironi cenerini, garzette,gallinelle d’acqua, un germano reale e un martin pescatore volarono intorno a lei e le mostrarono la strada per proseguire il viaggio. La Pianta si congedò dagli altri amici conosciuti durante il cammino: la Signora Rana, il Signor Rospo e la loro piccola Raganella, salutò la Lucertolina e il Tritone e la loro amica Biscia e s’incamminò per la via indicata. S’inoltrò presto in un bosco vero e proprio, incontrando un Salice Bianco, un Frassino, tre Ontani Neri e un’altra pianta di Sambuco che la salutarono sorridendo. Dalle loro fronde s‘alzò un canto di usignoli e cinciallegre, un picchio verde s’affacciò tra le foglie e uno sciame di farfalline colorate s’unì alla comitiva in volo. Un Olmo campestre si levò gentilmente il cappello e tutto il sottobosco si fece avanti ricco delle sue fioriture: biancospino, frangola, corniolo, lantana, nocciolo,prugnolo, ligustro, sanguinello, fusaggine e luppolo. Il viaggio proseguì in un clima di festa e l’allegra compagnìa si spinse avanti fino al tramonto.
Un sole immenso scese dietro ai monti e lasciò spazio a una straordinaria Mezza Luna Rossa. La Pioppa fu sedotta da tanta bellezza e restò a contemplare la scena prima d’abbandonarsi al Sonno e ai Sogni della notte. Una varietà di Esseri con le alucce verdi, azzurre e rosse la visitarono e una marea di Elfi e Gnomi le salirono sui rami accarezzandola dappertutto. Lo Gnomo più anziano le fece segno di seguire un coniglio bianco. Al suo risveglio tutto il Piccolo Popolo era sparito ma non il coniglietto, pronto a indicarle il cammino. La guardò con i suoi occhietti rossi e iniziò una veloce corsa. La Pioppa Bianca dovette districarsi tra le piante, attraversare campi di fiori, fiumi, selve e il verde prato di una rotonda collina, poi, giunta accanto a una cascata d’acqua azzurra, si lavò la chioma affaticata sotto quel getto miracoloso. Una Carpa dorata le rimase impigliata tra i rami e le sussurrò:
Il Coniglio ha concluso il suo viaggio
vieni nel fiume con forza e coraggio.
E si buttò nell’acqua con un salto.
La Pioppa seguì la Carpa per tre giorni e tre notti e la terza notte raggiunse una radura illuminata dal cielo stellato. Era piacevole il bagliore di tutti quei puntini e il suo cuore fu colmo di desideri. Non era più ansiosa di arrivare a destinazione, ma voleva assaporare ogni momento del viaggio. Nella notte attraversò un muro luminoso formato datante piccole lucciole e all’alba si trovò finalmente proprio ai piedi del bosco incantato. Una strana luce rossastra danzava amabile sopra la chioma delle piante dove scorse subito la testa più alta. A quel punto si fermò e attese uno sguardo. Il Pioppo Nero era così preso dalla sua chioma agitata dai venti, dalla musica che passava tra le sue foglie che non s’accorse di lei. La Fatina Bionda le apparve di nuovo e disse:
Sei giunta a destinazione
hai seguito l’illusione
ora devi aspettare
il Pioppo ti deve invitare.
La Pioppa Bianca stava al suo posto ad aspettare, ma il Pioppo Nero non la guardava mai negli occhi, sbirciava ogni tanto da lontano, forte della distanza che li separava e poi si concentrava di nuovo su se stesso. Pensava e ripensava, valutava e soppesava, ogni tanto gli sfuggiva un’emozione, una sensazione, una voglia di tenerezza, ma poi ritornava sui suoi passi. Ci fu un momento che incontrò lo sguardo della Pioppa, ma subito uno spiritello burlone con una spinta lo persuase che era meglio non fidarsi di lei. E lei ci rimase molto male, quell’ostentata solitudine del Pioppo Nero la spaventava. Lei desiderava l’intrecciarsi di due vite, la condivisione profonda dei sentimenti, la perdita di se stessa nell’anima dell’altro, invece era tenuta a distanza come un essere pericoloso. Così, in lacrime, staccò di nuovo le radici dal suolo e tornò a casa.
Il viaggio di ritorno, pur con la tristezza nel cuore, fu comunque piacevole, grazie ai tanti interessanti incontri che la riavvicinarono ai lati positivi della vita. Fu accolta dalla gentilezza delle Betulle, dalla tristezza dei Salici, dalla precisione dei Cipressi, dalla possanza dei Faggi e dalla sicurezza dei Frassini. I fiori le raccontarono i segreti dei loro colori inondandola della loro fragranza. Tartarughe e lumachine che s’affrettavano verso uno stagno le mostrarono splendide Ninfe intente a filare e tessere i destini degli uomini, deliziose Silfidi avvolte investi argentate tra i cespugli di rose bianche e Ondine danzanti sul far della sera o alle prime luci dell’alba. La lentezza del suo passo le consentiva di osservare quel mondo invisibile che spesso sfugge ai sensi distratti. Sfidò le colombe verdi del torrente che svolazzavano in aria festose, i Troll dei fiumi che aprivano porte e spazi, gli spiriti dei Jinn nascosti nelle rocce e i malvagi Goblin erranti negli antri misteriosi. Gli animali la guidarono:l’ermellino bianco nelle strade più fredde, gli scoiattolini nelle radure del bosco, i lupi attraverso le selve più intricate. Tutto la rendeva felice facendole pian piano sentire quella terra che nutriva le sue radici. Il Pioppo Nero aveva rifiutato la gioia, il sorriso, il sogno di unione e lei aveva rischiato di perdere forza, stabilità e allegria. Non aveva avuto altra scelta che la sua originaria solitudine, ma il viaggio le aveva donato conoscenza e aperto nuovi orizzonti.
Il Pioppo Nero, dal canto suo, non era indifferente a quella perdita, la Pioppa gli mancava, gli mancavano i suoi sguardi, i suoi sorrisi, la carezza della sua voce, ma era inchiodato alla sua zolla senza saperne il perché. Negli ultimi tempi si era chiuso alle novità,eppure più temiamo i cambiamenti più essi arrivano a minare la nostra stabilità. La distruzione degli uomini avanzava nella foresta: i tagli degli alberi,l’invasione del cemento, le costruzioni sempre più ingegnose con i metalli. Da quando il passaggio di automobili e di velivoli, il viavai chiassoso della gente aveva invaso l’ambiente incontaminato, molti alberi avevano abbandonato il bosco, altri erano appassiti per carenza d’acqua, altri ancora,allontanatisi un istante, non erano più tornati.
Il boschetto era scomparso lasciando spazio alle case di una grande città e al caos degli uomini. Anche se appariva disinvolto nella sua dura scorza di Albero Andronico, il Pioppo s’affliggeva per le più piccole cose. Soffriva quasi compiacendosi dei suoi problemi e se talvolta teneva per sé le sue lamentele, era per godersele meglio. Non lasciava mai trapelare il suo stato interiore, lo si poteva pensare sempre tranquillo e disteso, mentre in realtà era spesso torturato, inquieto, angosciato. Certo,senza più la freschezza della foresta, la magnificenza dei prati verdi e colorati di fiori, senza il calore degli animaletti del bosco, la pianta era spaesata pur dietro alla sua maschera d’allegria e coraggio.
Fu così che si rese conto che tutto passa nella vita tranne gli affetti importanti e quella Pioppa che lo aveva raggiunto spinta dalla passione forse avrebbe creato armonia nella sua anima tormentata.Cosa se ne faceva della sua forza, della sua conoscenza del regno invisibile,della sua determinazione se non poteva condividerla con nessuno? Forse quel sogno d’unione poteva risvegliare tutto il suo potere di creazione. Così tirò fuori i suoi germogli e sparse di nuovo al vento quei semini piumosi.
Non ci crederete, ma uno dei semini raggiunse ancora la nostra Pioppa con l’aiuto di qualche Fata dell’Amore. E lei riconobbe immediatamente il richiamo di quel Pioppo Nero a cui aveva pensato tanto, ma fu attraversata da un’infinità di dubbi, aveva paura del dolore, di non essere accolta. Eppure quel semino la guardava e la implorava, come se le chiedesse dipartire ancora. Stavolta la Pioppa non disse nulla alla sua gente, nessuno l’avrebbe compresa e aiutata, nessuno le avrebbe suggerito di rimettersi in viaggio. Lei però ora era diversa, possedeva la sua creatività, il suo carattere, la sua innata letizia, avrebbe forse potuto condividere con lui il suo potere. Era aperta ad accogliere e trasformare anche il dolore, a superarlo con il movimento che crea la vita, desiderava quell’unione più di ogni altra cosa e credette di nuovo al suo sogno. Il viaggio, oltretutto, la stimolava,non le piaceva fermarsi troppo a lungo nella stessa zolla, voleva esplorare tutti i mondi possibili e così partì entusiasta dell’avventura. Il cammino le donò sapienza, fu più piacevole che mai e la noia non la sfiorò nemmeno per un attimo. Si sentiva forte, saggia e piena di energia e ogni istante fu intenso e coinvolgente. Non si fece mai avvolgere dalla paura e angustiare dal dubbio,andò dritta per la sua strada e niente la distolse dai suoi propositi.
Quando giunse accanto al Pioppo Nero,stavolta, lo guardò negli occhi con determinazione e lui non abbassò lo sguardo, anzi l’accolse teneramente tra le sue foglie scintillanti. Lei si appoggiò con fiducia a quel tronco possente e sentì tutta la forza dell’Amore che debordava da quell’antica corteccia. In quel momento le due piante sorrisero e immediatamente le radici dell’una s’intrecciarono a quelle dell’altra. Ormai unite alla base, levarono le radici da quella terra arida e si diressero verso un giardino lontano. Ed è stato durante il viaggio che i loro tronchi e le loro chiome sono diventate una cosa sola portando una trasformazione alla pianta che non la rende né bianca né nera ma le regala l’aspetto di una vita intera, coraggiosa e vittoriosa, degna di un vero Albero Andronico.
Il viaggio è stato lunghissimo prima di arrivare al giardino lontano, ma la fioritura dell’Albero Andronico in ogni luogo e in ogni tempo ha portato gioia e risveglio a tutti gli animi in cui si è imbattuto. Inoltre ogni fioritura ha riempito il mondo di tanti piccoli alberelli, Pioppetti Bianchi e Pioppetti Neri, che hanno tramandato e tramandano ancora il suo messaggio segreto.
Ogni bell’albero dal fusto fiero
dall’alto domina sicuro e altero
senza coinvolgersi profondamente
perché sull’anima spicca la mente.
Il Pioppo Bianco spinto dal cuore
paziente aspetta e freme d’amore
spera e confida nell’aspetto gentile
danza e si muove con vero stile.
Ma se l’orgoglio non cede il passo
anche un germoglio diventa sasso
non basta un pianto di tenerezza
per risvegliare reale interezza.
Meglio star soli che in compagnia
con alti muri e una sana follia
chiusi nel carcere da un censore
da mane a sera a contare le ore.
Quando però il destino lo vuole
anche la Luna diventa un Sole
e la piantina può essere accolta
per non sbagliare ancora una volta.
La solitudine a noi tutti pesa
e il Pioppo Nero vuole la resa
la Pioppa Bianca lo guarda felice
e gli sorride da chioma a radice.
E nell’incanto dell’abbandono
ogni lamento diventa un suono
ogni radice cerca l’unione
e Amore porta trasformazione.
Così il bell’albero né Bianco né Nero
ora capace d’Amore sincero
può continuare la sua avventura
portando al mondo la sua fioritura.
Da ogni fiore poi nasce un frutto
che dona al mondo nuovo costrutto
tanti alberelli in un popolo amico
per raccontare del Pioppo Andronico.