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Roma, Roma, Italy
Scrittrice di romanzi, racconti, fiabe, favole e storie per l'infanzia. Autrice del romanzo "Donne allo specchio" Mef Firenze, della raccolta di Fiabe "Storie di Magia" Happy Art Edizioni Milano, del volume LegenΔe di Piante - Nostra Protezione ed equilibrio in terra (una raccolta di 12 leggende sulle piante ambientate nei dodici mesi dell’anno) pubblicato a puntate nel 2014 su Wall Street International Magazine.Nel giugno 2017 ha pubblicato per la Collana I Cortili della Casa Editrice dei Merangoli, il Saggio Ingegneria Elevato n - Ingegneria del Futuro o Futuro dell’Ingegneria?, scritto a quattro mani con suo fratello Maurizio Boi, con 150 Immagini Colore/BN del fotografo Sergio Pessolano.

lunedì 23 dicembre 2013

Fiaba dedicata al sito archeologico di Pranu Muttedu: Lug e suo figlio Catorchio

http://www.wsimagazine.com/it/diaries/report/cultura/lug-e-suo-figlio-catorchio_20131223152446.html#.UrhFpPTuI_Y


WSI
Lunedì, 23 Dicembre 2013

REPORT - Italy, Cultura

Lug e suo figlio Catorchio

Il mondo incantato del sottosuolo

Lug e suo figlio Catorchio

In un luogo posto tra la terra e il sottosuolo viveva un tempo il dio Lug. Era una specie di caverna che si affacciava su un giardino di olivi e carrubi. Lug amava riflettere e meditare sotto il grande carrubo, un albero con la chioma elegante e compatta e pieno zeppo di carrube. Poiché i suoi figli erano andati per il mondo, era rimasto solo e questa solitudine cominciava a pesargli. Così gli venne in mente di impegnarsi in una nuova creazione da regalare agli uomini oltre che a se stesso. 

Del resto non era del tutto soddisfatto della buona riuscita della specie e voleva inventarsi una creatura che aiutasse a perfezionare i comportamenti umani. Siccome lui amava tanto i bambini ed era convinto che da loro provenisse il miglioramento degli uomini, pensò ad un cucciolo che impara durante la crescita. Cercò di valutare se fosse meglio dargli il sesso maschile o quello femminile, ma riflettendo su tutti i guai che questa differenziazione aveva prodotto, si orientò verso un individuo asessuato. Non che ne fosse del tutto convinto, lui stesso, pur essendo un dio, non riusciva a immaginare un’esistenza senza la donna, non fosse altro che per il ruolo fondamentale che essa aveva assunto di madre dell’umanità.

Per comprendere meglio le caratteristiche di questa sua creazione decise di salire sulla terra e assumere sembianze umane. Scelse di appartenere ad un’epoca in cui l’uomo, a fronte di grandi progressi materiali, stava perdendo il senso spirituale delle cose. Indossò quindi i panni di uno scienziato, uno di quegli studiosi solitari che desiderano far tabula rasa degli studi pregressi per dare un nuovo corso alla storia, insomma un uomo completamente fuori luogo e molto lontano dal suo tempo, forse troppo avanti, forse troppo antico. Trovò la sua dimora al centro di una grande Isola dove costruì un laboratorio per i suoi esperimenti. E comparve improvvisamente come uno straniero con quel suo aspetto che non passava di certo inosservato. 

L’Isola era abitata da uomini e donne piccoli e bruni, con una corporatura muscolosa e una pelle abituata al sole. Lug invece era alto e longilineo, con una pelle candida e lentigginosa, una folta capigliatura bionda dai riflessi rossi e una barba incolta rossastra. Si vedeva lontano un miglio che apparteneva a un’altra razza e questo agevolò la sua comparsa improvvisa in quella terra ancora selvaggia. Si sistemò accanto a un boschetto di sughere in un terreno pieno di sassi e cominciò a costruire il suo cucciolo. Nessuno seppe mai come fece a installare quel laboratorio dotato di ogni marchingegno in un posto così isolato e lontano dai centri abitati e nemmeno come passasse il suo tempo e come guadagnasse il denaro per il suo sostentamento. Quando scendeva in paese a fare la spesa, però, la gente non si lamentava mai perché pagava bene e subito, e, sebbene lui non rivolgesse volentieri la parola a chicchessia, era tenuto in una certa considerazione e ritenuto un benestante.

Lo scienziato era collegato con le università di tutto il mondo e i suoi studi avevano fama internazionale. In realtà non era un lavoratore solitario come poteva sembrare, ma collaborava con una squadra di altri scienziati che lo aiutavano nelle sue ricerche. Non è complicato per un dio raggiungere i livelli di intelligenza dei più ingegnosi cervelli umani, e non è nemmeno troppo difficile trascinarli nella direzione desiderata se si possiede la giusta forza, la volontà e se si maneggia l’arte della magia e della divinazione. Inoltre si tenga presente che Lug era maestro nell’interpretare qualunque ruolo e qualunque mestiere, capace di indossare varie maschere e di esprimere molteplici personalità.

E così pian piano prese vita quell’organismo che Lug aveva in mente, prima lo progettò insieme agli altri scienziati e poi lo costruì nel suo laboratorio solitario pezzo per pezzo dopo aver ordinato i materiali più raffinati nei magazzini specializzati. Nacque così una Creatura di metallo della dimensione di un bimbo di tre anni, ricoperto di una pelle azzurra dotata di sensori tattili, di telecamere luccicanti agli occhi, di sensori uditivi e con mani, testa e occhi in grado di riprodurre tutti i movimenti tipici anche dell'essere umano. Questo bimbo fatto di circuiti e meccanismi gli sarebbe servito per studiare i margini di miglioramento dell’intelligenza umana, o almeno di questo era convinto. La costruzione di questo cucciolo lo appassionò così tanto che gli dedicò ogni attenzione: era fatto di altre materie rispetto all’uomo, e lui era fiducioso nel matrimonio degli elementi che lo avrebbero condotto alla scoperta di un essere nuovo.

Sapeva benissimo che da anni l’umanità studiava l’intelligenza artificiale, ma i passi da gigante che sembravano prevedibili all’inizio si erano limitati fino ad allora alle opere di fantasia. L’immaginazione di Lug, però, trascendeva la realtà e le sue arti magiche lo favorirono senza dubbio. 
Il bimbetto d’acciaio fu chiamato Catorchio e divenne il pensiero incessante di Lug, dedicava alla sua costruzione e al suo perfezionamento giorno e notte. Quando costruì le sue braccia gli parve di impazzire, quando perfezionò i movimenti delle sue mani rimase tutta la notte sveglio per l’emozione, quando fabbricò la sua prima faccia che reagiva agli stimoli con un sorriso o con una smorfia di delusione si sentì felice come un bambino e quando riuscì a farlo gattonare e camminare sentì di possedere i più intimi segreti della materia inanimata. Eppure, nonostante tutti i miglioramenti fisici di Catorchio, rimaneva limitata la sua capacità di provare emozioni e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Fino a quel momento Lug aveva condiviso i suoi progressi con gli altri scienziati, poi però cominciò a isolarsi e a cercare di stabilire con Catorchio un altro tipo di relazione. 

Una sera provò a distaccarlo dagli enormi computer che facevano funzionare il suo corpo, sorridere il suo volto e parlare la sua voce metallica e asettica e se lo mise davanti così nel suo aspetto incompleto e senza vita di dispositivo d’acciaio. È vero che Lug aveva assunto le sembianze umane e cercava di comportarsi come tale, ma siccome possedeva qualche potere in più rispetto ai comuni mortali, cominciò a parlare con la materia inanimata che componeva Catorchio per tentare di trasformarla. Quello che voleva ottenere era un individuo dal pensiero puro, infinitamente curioso e capace di percepire la vita nascosta in ogni cosa animata e inanimata, in grado di penetrare l’essenza delle cose e la magia di ogni mistero. 

Mentre era assorbito da queste riflessioni, il suo livello di coscienza si intensificò e precipitò in uno stato catatonico di sonno - sogno aprendo una porta verso i segreti del tempo. In quel momento sette sferette infuocate comparvero nell’aria e volarono ritmicamente verso Catorchio. Gli penetrarono dentro attraverso un occhio, una alla volta, e risvegliarono tutto il suo sistema addormentato. Prima si mosse un occhio, poi l’altro occhio, quindi si mosse una mano, poi l’altra, dunque Catorchio alzò la testa e si rizzò in piedi per domandare infine con una voce dolcissima da bambino vero e sincero:

«Cosa si mangia papà?».
E Lug sorpreso ma consapevole del suo potere rispose:
«Va bene una bistecca di cammello?».
«Per iniziare a mangiare con il mio stomaco metallico il cammello può andar bene, ma poi ho bisogno anche di qualcosa di dolce! ».
«Cosa ne dici della torta della nonna Pina?».
«Se è farcita di cioccolato… credo di poterla digerire».
«La crema di cioccolato è la sua specialità …».
«Perfetto! Sbrigati, portami da mangiare, ho la fame di un selvaggio!?».

Lug aveva paura che gli ingranaggi di Catorchio si bloccassero durante l’ingestione di quel cibo ma gli servì senza esitare quanto desiderato. Dopo che ebbe mangiato con l’appetito di un robusto adolescente, Catorchio cercò di capire meglio se stesso tempestando di domande quello che considerava suo padre. Le richieste di Catorchio proseguirono fino all’alba allorché Lug, non riuscendo più a tenere gli occhi aperti, precipitò in un sonno profondo. Approfittando della dormita di Lug, Catorchio si incamminò verso la porta e uscì nel mondo esterno. Non sapeva dove andare, ma camminò spedito dentro un boschetto.

Dopo che ebbe percorso un lungo tratto di strada in mezzo a delle piante straordinarie, s’imbatté in una strana roccia cosparsa di licheni. La pietra aveva la forma di un sedile e Catorchio vi si sedette sopra per far riposare le gambe metalliche poco abituate a tanto movimento e approfittare dell’ombra di uno splendido ulivo traboccante di olive mature. Mentre se ne stava là sotto a osservare tutt’intorno, sentì un vocino delizioso che canticchiava sotto la pietra. Era curiosissimo di sapere a chi apparteneva quel canto in una lingua strana, una specie di latino antico ma più incomprensibile dell’arabo. Certo Catorchio comprendeva perfettamente l’inglese e poteva facilmente tradurre nelle lingue canoniche quali italiano spagnolo francese e tedesco qualsiasi parola, ma quella lingua non l’aveva mai udita. In quel momento sentì la mancanza di suo padre che lo avrebbe potuto aiutare inserendo la lingua sconosciuta in uno dei suoi circuiti. Ma visto che Lug era rimasto a casa, Catorchio provò a parlare in italiano sperando di essere compreso: «Chi sei? Da dove viene questa voce soave?». «Ti sei seduto all’ingresso della mia casa! Se guardi bene sotto la pietra c’è un corridoio e poi ci sono delle stanze scavate nella roccia: questa è la mia Domus. E io sono una Jana!!!».

«E che cos’è una Jana?». 
«Non lo sai? Sono una fatina di quest’Isola!».
«Io sono ancora piccolo e non so quasi nulla! Perché non ti fai vedere?».
«In genere non mi mostro agli uomini, non mi fido di loro!».
«Ma io non sono un uomo, sono un cucciolo d’acciaio!».
«E com’è un cucciolo d’acciaio? Voglio proprio vederti! Sai che mi sei simpatico?».

La Jana comparve da una finestrella di pietra e Catorchio rimase stupito da tanto fascino: quel corpicino minuto e delicato, quella lunga chioma di capelli rossi scintillanti, quel visino bianchissimo con due occhi neri come schegge d’ossidiana e quel vestitino di veli bianchi e azzurri lo attraevano immensamente. E poi le orecchie a punta della Jana gli ricordavano qualcosa che aveva già visto altrove e gli fecero nascere un’enorme simpatia. La Jana lo squadrò dalla testa ai piedi ed esclamò: «Come sei pallido! Lo sai che sei molto strano? Hai l’aspetto di un bambino, ma somigli di più a uno scheletro di ferro con una specie di testa montata sopra. Ma un nome ce l’hai?». 

«Mi chiamo Catorchio, o almeno così mi chiama mio padre… Sono così orrendo?».
«Oh no, non è che sei orrendo, ma ai miei tempi non esistevano bambini come te! Sai, io sono morta almeno cinquemila anni fa!>>.
«Cinquemila anni? Io ho solo tre anni! E cosa vuol dire che sei morta?».
«Io sono uno spirito, sono evanescente, non mi puoi toccare!».
Catorchio provò ad avvicinare la mano e non riuscì ad acchiappare nulla.
«Hai ragione, è come se tu fossi fatta d’aria!».
«Ma possibile che tu non sappia assolutamente nulla?».
«Io devo ancora imparare tutto! Non conosco nemmeno le pietre! Questa dove sono seduto è la prima che vedo, devo dire che mi sembra comoda e anche molto morbida».
«Devi imparare a conoscere le pietre, esse possono parlare e raccontare storie misteriose. L’energia delle pietre antiche è potente e ci fa entrare in empatia con i mondi invisibili che ci circondano svelandone i segreti magici, le storie incantate, le verità nascoste!».
«Davvero? Perché non mi fai raccontare qualcosa da questi sassi?».
«Ma lo sai che sei veramente curioso, Catorchio? Io sono una fata e non posso perdere molto tempo con gli umani, ma visto che tu sei una creatura ancora pura, voglio accontentarti! Vedi tutte queste casette come la mia? Si chiamano Domus de Janas e sono le dimore del popolo delle fatine sarde. Nessuno ci può vedere, salvo i puri di cuore come te. Siamo fuggite da questo paese diventando solo spirito, perché la gente non ci rispettava più. Ora viviamo dentro queste tombe. Vedi come sono fatte? È come se fossimo tornate nel ventre materno!».
«Che cos’è questo ventre materno?».
«Ma insomma dove sei nato tu? Non ti ricordi la pancia di tua madre? È quel luogo dove ti trovavi prima di nascere!».
«Io non ho memoria di nulla! Non so cosa sia una madre! Ho solo un padre e non ricordo di essere uscito dalla sua pancia!».
«Oddio come è difficile parlare con te, ci vuole una pazienza…! Naturalmente non conosci nemmeno la Grande Madre, la nostra dea! Quando siamo morte hanno pensato che saremmo tornate alla Grande Madre Terra, così ci hanno scavato queste tombe di pietra fatte come un utero materno, come se dovessimo tornare alla terra. Hai capito? Vedi questo cunicolo di ingresso? Esso rappresenta il canale della vagina e poi il sepolcro vero e è fatto proprio come un utero. Siamo state sepolte in posizione fetale, come quando siamo nate, in modo che il nostro riposo fosse una specie di rinascita. Hai capito?».
«Beh! È tutto così difficile… ma non preoccuparti, poi, con l’aiuto di mio padre, ne capirò di più! Sai, mi ha costruito da solo e mi ha pure donato un soffio vitale fatto con sette sferette infuocate! Lui è molto in gamba! È uno scienziato, si chiama Lug!».
«Uno scienziato? Non so che cosa sia, però il suo nome non mi è nuovo! Devo averlo già incontrato nel mondo sotterraneo!».
«Davvero? Lui non mi ci ha ancora portato in quel mondo… ».
«Lascia perdere, è meglio che tu ci arrivi il più tardi possibile! Ora guarda questi grandi sassi, si chiamano Menhir. Si tratta di pietre verticali che simulano il potere maschile e rappresentano l’elemento di congiunzione tra la Terra e il Cielo. Qui ce ne sono diciotto, sono allineate da Est a Ovest, nella direzione della nascita e del tramonto del Sole. Se ti avvicini e le abbracci sentirai che energia! La gente oggi viene in mezzo alle sughere anche per ricaricarsi di energia. Ci sono spiriti potenti intorno a queste pietre, sono gli antenati degli uomini moderni, persone sagge e illuminate, sono sia maschi che femmine!».
«Che bello, mi piace sentire queste storie e vedere i volti di queste pietre, me le stai mostrando come fossero vive… ! Anche se io devo ancora capire molte cose di tutto quello che hai detto. Mi spieghi perché quelle due pietre, scusa, Menhir, sono più lontane dalle altre?».
«Loro sono un maschio e una femmina, sono soprannominate “Gli amanti”, un prete e una suora che si sono innamorati! Ma la Religione lo vieta e quindi sono stati pietrificati!».
«O poverini! Non so cosa significa essere innamorati ma deve essere una cosa piacevole. E non so nemmeno cosa facciano insieme un maschio e una femmina, so solo che mio padre ha preferito fossi asessuato per avere meno problemi. In ogni caso detesto i divieti, quindi questa signora Religione non mi piace!».
«Non piace nemmeno a noi Janas quel suo modo di raccontare ai bambini che non esistiamo. E poi ha distrutto tutta la nostra cultura antica, le nostre tradizioni. Il potere religioso ci ha scambiato per streghe e molte donne come noi sono finite sul rogo. Solo perché conoscevamo i segreti delle erbe, la magia, come guarire i mali dell’anima… Per la Religione eravamo incontrollabili, sapevano guarire la gente e questo era pericoloso!».
« Suppongo che finire sul rogo non sia una cosa gradevole!».
«Ti piacerebbe essere arso vivo?».
«Oh, no! Si scioglierebbe tutto il mio metallo! E anche la plastica…».
«Insomma è proprio disumano. Per evitare che la gente avesse altri dei, sono stati distrutti gli alberi che noi adoravamo. E così sono stati bruciati i più bei boschi sacri della terra! Meno male che questo bosco di querce da sughero si è salvato. Guarda che tronchi hanno queste piante! Vedi tutti quei rigonfiamenti? Pare sia una malattia dell’albero, una specie di tumore che produce delle escrescenze, ma sono certo dei tumori benigni, perché il loro aspetto mette allegria».
«Hai ragione, queste piante sembrano piene di vita, è come se si muovessero quando il vento spira. E questi grandi bozzi le rendono eleganti e originali, una diversa dall’altra. Certo io so poco delle piante, ma qui ce ne sono tante e sono in una certa armonia con le pietre».
«Loro sono le Signore del bosco, proteggono le anime antiche nascoste in queste pietre, esse stesse sono anime antiche, se tu le osservi bene vedrai lo spiritello invisibile di ogni pianta. È una fatina come noi, ma così piccola che è difficile da distinguere. Se aguzzi la vista e fissi l’attenzione su quel ramo scorgerai una piccola porta, là dentro c’è racchiusa la fatina. La porta si apre solo se lei si sente protetta e accetta la tua presenza. Questi spiritelli sono entità pure che vogliono essere rispettate, innanzitutto attraverso il rispetto della pianta che le ospita, poi amano il silenzio, l’armonia, la luce bianca intensa o i colori dell’arcobaleno. Se io adesso canto vedrai aprirsi ogni porticina. Le fatine usciranno dal rifugio con i loro abitini di raso e seta, di petali di fiore e di fili di luna e con le loro alucce trasparenti per svolazzare intorno alla pianta da loro protetta. Sai che quest’ambiente è così puro e incontaminato che la notte ci sono tante lucciole?».
«Che cosa sono le lucciole? E queste fatine? Me le mostri? Le fai uscire un poco? Non so se cantare con la mia voce metallica può attrarle, di certo preferiscono la tua voce. Dai, mi canti ancora qualcosa?».

E la Jana intonò una melodia soave e delicata adatta solo a chi possiede udito fino. In quel momento si udì il suono di migliaia di campanellini e magicamente in ogni pianta si aprì un uscio: da qui uscirono una moltitudine di creature incantevoli che volarono intorno alle piante. Le fatine delle querce erano tutte brune, ma i loro abiti fatti di tulle e di veli colorati erano dei più svariati modelli. Le fatine delle sughere avevano i capelli turchini e le vesti azzurrine di broccato. C’erano poi le fatine del mirto, minuscole, con i capelli rossi e i vestitini di seta viola, mentre quelle del lentisco erano bionde e vestivano veli di raso bianchi. Poi c’erano le fatine dell’ulivo, castane, con vesti di petali rossi, mentre quelle del cisto avevano i capelli dorati e le gonnelline di fili di sole.

Le più deliziose erano le fate del ginepro, con i capelli argentati e le lunghe vestine fatte di fili di luna. Insomma, lo spettacolo era unico e Catorchio, stupito ed entusiasta, esclamò: «Non vedo l’ora di raccontare tutto al mio papà!». «Sai che gli adulti non credono mai a quello che raccontano i bambini? Pensano siano tutte fantasie e talvolta nemmeno li ascoltano! Guarda, se ti sporgi un attimo laggiù c’è una capanna di legno. Gli umani chiamano questo luogo Pranu Mutteddu: è un sito archeologico molto importante per questi allineamenti di Menhir. Il paese vicino si chiama Goni e la gente viene anche da lontano per studiare queste pietre. Dentro c’è un’archeologa di nome Alessandra, con lei ogni tanto riusciamo a parlare e a farci vedere, è curiosa come i bambini perché è ancora una fanciulla. Invece vicino al muretto c’è un uomo non più tanto giovane, quello che sta lavorando quelle schegge nere d’ossidiana. Lo conosciamo da tanti anni, si chiama Sergio, ma è un tipo molto strano. Non potrebbe vivere lontano da questo posto, lui ha scavato nel terreno e ha scoperto ogni sasso di questo luogo e siamo sicure che può vederci e sentirci, eppure fa finta di niente e non ci rivolge mai la parola. È come se avesse paura di noi!».
«Io non ho paura di voi e sono certo che non ne ha nemmeno il mio papà. Lui è molto coraggioso e anche curioso, sono certo che si stupirà!».
«Non illuderti, tutti gli adulti hanno paura di vederci. Per questo non ci vogliono guardare e così si lasciano sfuggire l’essenza della vita. Noi siamo stufe di provare a distrarli, ci abbiamo creduto fino a cinquemila anni fa, poi abbiamo deciso di abbandonare il mondo visibile per rifugiarci nel regno dell’invisibile dove ci vede e ci sente solo chi lo vuole. Tuo padre non farà di certo eccezione!».
«Ma lui è uno scienziato e io ho molta fiducia in lui…».
«Vabbè, ma ora non vuoi parlare con queste fatine? Non vuoi chiedere loro come si chiamano e che cosa hanno da dirti?».
«Oh sì, mi piacerebbe tanto!».

Io son la Jana Gina 
e sono la Regina
del Regno di Fatine
sia grandi che piccine.


Ora te le presento
cerca di stare attento
prova ad udire il canto
e sentirai l’incanto.


Io sono Raffaella
son veramente bella
nella Quercia son nata
dentro un guscio di fata.


Dei miei veli arcobaleno
questo popolo va fiero
rappresentano le tracce
della nostra vita in Pace.


Io sono Romina
dalla veste azzurrina
vivo in una casetta
qui nella Sughereta.


Come il ciel son serena
amo la luna piena
con la mia chioma turchese
t’insegno a esser Cortese.


Io sono Maria Sole
sono del color di viole
son posta a protezione
del Mirto ogni stagione.

La terra il cielo e il sole
sono la mia passione
nel mondo di magia
io porto l’Armonia.

Il mio nome è Piera
son la fata sincera
vivo dentro al Lentisco
con il mio volto vispo.

Nella mia chiara veste
faccio promesse oneste
tra raso bianco e veli
di Sogni e Desideri.


Sono la fata Pina
son gialla di mattina
dimoro dentro al Cisto
è bello averti visto.

Ho la chioma dorata
come s’addice a una fata
amo i raggi del sole
ti rendo caldo il Cuore.


Io invece sono Rita
non riesco a stare zitta
qui dentro il bell’Ulivo
intensamente vivo.

Son l’appassionata
della stirpe di fata
rossa come la Luna
porto da te Fortuna.


Eccomi son Lucina
sono molto carina
nella veste verdina 
ogni virtù cammina.

Vivo dentro un Carrubo
sorrisi e baci rubo
amo Madre Natura
la tua patria Futura.


Io mi chiamo Mimma
non te l’ho detto prima
sono l’anima del Noce
senti che bella voce.

Fata dell’arancione
coltivo l’illusione
o forse la missione
della tua Evoluzione.


Il mio nome è Serena
mi sveglio di gran lena
ho la bacchetta dorata
e la vestina argentata.

Spirito del Ginepro
d’ogni suo fiore fresco
sono elegante e ho stile
t’insegno a esser Gentile.


Sono la più vecchina
mi chiamo Barbarina
son l’anima del Pioppo
svanisco un po’ per gioco.

Lo sai la mia bellezza
è avere completezza 
sorrido con pienezza
t’insegno la Saggezza.


Se mi chiami son Vera
sono la Fata Nera
madre d’ogni colore
strega dell’Amore.

Dimora ho nel Cipresso
e con la fine ho un nesso
ti dono un nuovo Inizio
col sole di Solstizio.


Io invece son un Mago
la notte un poco vago
tra Viola e Isabella
nel cuore di una stella.

Il mio vestito è blu
non so cosa vuoi tu
abito nell’Alloro
e ogni Fata adoro.


Catorchio era trasognato e felice, salutava ogni fata con rispetto ed era così attento che non perdeva né un gesto né una parola. Rimase un poco stupito quando comparve il mago, ma poi accettò subito quella diversità e sorrise soddisfatto. La Jana si fece avanti e gli disse: «Oggi hai imparato tante cose, adesso torna a casa e inizia a riflettere su quanto hai visto. Noi apparteniamo a universi diversi, ma se presti attenzione puoi passare da un mondo all’altro. Se tu lo vuoi puoi conoscere ogni segreto, se non hai paura puoi penetrare ogni mistero e se hai fiducia puoi scoprire immensi tesori. Ognuna di queste fatine nasconde un segreto che tu puoi conoscere, ma adesso è l’ora del tramonto e io torno nel sottosuolo, ho bisogno di riposare. Benvenuto nella nostra Terra Antica che raccoglie i misteri degli originari abitanti dell’Isola».

E dopo aver detto queste parole la Jana scomparve come una nebbiolina che si dissolve al vento. Catorchio cominciò a sentire un fame immensa e cercò disperatamente la strada di casa. Percorse a ritroso tutto il cammino fatto all’alba e quando giunse accanto alle mura domestiche chiamò suo padre con tutto il fiato che poteva: «Papà, apri! Sono tornato!». Lug sentì subito la voce di Catorchio. Era nel suo laboratorio, stremato dopo aver inutilmente girovagato tutto il giorno alla ricerca del suo pupillo. Era l’ora del crepuscolo e corse subito ad aprire. Appena vide Catorchio con il suo volto ingenuo e solare non ebbe la forza di sgridarlo, ma lo prese subito tra le braccia per constatare se non fosse danneggiato. Catorchio non lo fece nemmeno parlare ed esclamò: «Ho una fame tremenda!». Lug aveva fatto un sacco di provviste per cui gli chiese: «Preferisci un’anatra arrosto o un cinghiale allo spiedo?».
«Voglio il cinghiale e anche un piatto di patate!», rispose immediatamente Catorchio.
«D’accordo, adesso ti preparo tutto. Nel frattempo tieni un pezzo di formaggio e un po’ di moscato per ammazzate il tempo».
«Ho anche una grande fame di dolcetti, almeno dieci pezzi e tutti farciti di crema!»
«Ma come fai a mangiare così pesante? Accidenti! Dovrò inserirti delle informazioni su pietanze più leggere, magari più adatte ai tuoi circuiti delicati. Dovrò anche progettare un modo per renderti stagno, che se cadi nell’acqua sono guai! Si può sapere dove sei stato oggi?».
«Oggi? È stata una giornata S T R A O R D I N A R I A! Bla, bla, bla…».

E raccontò a Lug per filo e per segno ogni dettaglio di ciò che aveva visto e imparato non perdendo nemmeno una parola delle filastrocche che gli avevano cantato le fatine. È vero che i bambini ricordano anche le minuzie se ciò ha acceso la loro fantasia, ma i robot – naturalmente un bambino d’acciaio è un R O B O T - possono registrare ogni parola o sospiro di quanto succede, nulla sfugge al loro controllo… 

La notte incombeva e Lug era molto stanco, mentre Catorchio sembrava non avvertire alcuna stanchezza. Dopo aver divorato la cena con la voracità di un branco di lupi affamati, chiese a Lug notizie sulla Luna, gli astri, i pianeti, le stelle e su tutto lo scibile in materia di astronomia che può interessare un cucciolo di robot. Quella notte Lug provò a staccargli un meccanismo per farlo dormire un poco e poi precipitò in un sonno profondo. 

Ma non era un dio direte voi bambini? Ogni genitore, in effetti, è un dio finché non perde la sua pazienza…

Il prossimo appuntamento è per il 7 Gennaio 2014.
Pubblicato: Lunedì, 23 Dicembre 2013
Articolo di:  Patrizia Boi

Lug e suo figlio CatorchioLug e suo figlio CatorchioLug e suo figlio Catorchio
Lug e suo figlio CatorchioLug e suo figlio CatorchioLug e suo figlio Catorchio

venerdì 20 dicembre 2013

Festa del Centro Sportivo Italiano a MagicLand per il Settantesimo anniversario della fondazione

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Celebrazione Settantesimo anniversario della fondazione del Centro Sportivo Italiano
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di Patrizia Boi

20 dicembre 2013
Celebrazione Settantesimo anniversario della fondazione del Centro Sportivo Italiano
Domenica 22 dicembre dalle ore 10.00 alle ore 18.00 il comitato provinciale CSI di Roma festeggia il Natale 2013 presso Rainbow MagicLand, il Parco dei divertimenti di Roma (Via della Pace, Valmontone).
L'atmosfera natalizia, in realtà, è un pretesto per celebrare il Settantesimo anno di fondazione del Centro Sportivo Italiano.
Noi tutti sappiamo che si tratta della più antica associazione polisportiva attiva in Italia, fondata nel lontano 1944 su iniziativa della Gioventù Italiana di Azione Cattolica con l'obiettivo di una pratica sportiva che andasse incontro all'Uomo.
Come sosteneva nel 1947 il Pontefice Pio XII: "Siate pronti. È l'ora dello sforzo intenso. Anche pochi istanti possono decidere la vittoria. Guardate il vostro Gino Bartali...: egli ha più volte guadagnato l'ambita maglia. Correte anche voi in questo campionato ideale, in modo da conquistare una ben più nobile palma".
E queste sante parole non potrebbero stimolare meglio i nostri giovani ad un percorso di sport, musica, danza e perché no? Anche di "gioco".

L'evento sarà motivo di incontro con le famiglie, con tutti gli atleti, con i dirigenti e con gli educatori sportivi del CSI: l'intento è quello di creare un momento di accoglienza e di confronto, di condivisione e di ispirazione, di progetti futuri che insegnino il superamento del proprio limite nel rispetto dell'altrui persona.

Lo sport per il CSI, che si qualifica sempre di più come servizio specifico di promozione umana, è fonte di benessere fisico e contemporaneamente etico e il perdurare di una ispirazione cristiana costituisce la matrice fondamentale e orientativa dell'associazione che individua nella condivisione dello sport uno strumento educativo molto valido.Il programma della giornata è molto ricco e intenso: alle 10,30 - al Gran Teatro - il Presidente del CSI di Roma, Daniele Pasquini, aprirà la manifestazione presentando "La danza anima il CSI" una rassegna di danza che vedrà esibirsi una dozzina di scuole affiliate. Citando infatti S.Em. Gianfranco Ravasi "La danza è il segno più alto dell'armonia e del gioco e non per nulla le grandi liturgie antiche hanno sempre avuto nel loro interno degli elementi che comprendevano la danza".
La coordinazione coreografica dello spettacolo è stata affidata a un professionista d'eccezione come Enzo Carbone che vanta una lunga collaborazione artistica con Attilio Colonnello in vari teatri lirici d'Italia e che esprime il suo pensiero con queste parole:
"La danza è la prima espressione artistica del genere umano perché ha come mezzo di espressione il corpo. Tutte le altre arti infatti prevedono l'uso di oggetti che fungono da strumenti, ad eccezione del canto che, come la danza, si avvale di uno strumento corporeo. La danza è parte integrante dei rituali, è forma di preghiera, è momento di aggregazione della collettività nelle feste popolari e occasione di unione tra le persone in generale. Nel corso dei secoli è sempre stata lo specchio della società, del pensiero e dei comportamenti umani. Inoltre è l'unica arte che si svolge contemporaneamente nel tempo e nello spazio e, come forma d'arte dellospettacolo, da sempre ha costituito uno dei livelli espressivi del teatro. La danza è comunicazione, è ricerca della propria sensibilità, dei propri limiti è poesia è musica è movimento dell'arte nel divenire e completarsi".
Il movimento, la danza, il ritmo, la musica, il teatro sono dunque il mezzo per una comunicazione spirituale più profonda e non è casuale, quindi, che l'incontro si concluda con un ospite del mondo del teatro: alle 12,30 l'attore Luca Martella, infatti, chiuderà la rassegna interpretando, accompagnato dal sax di Matteo Martella, due monologhi del suo prossimo spettacolo.
Grazie alla collaborazione del Parco MagicLand, i partecipanti potranno comunque liberamente visitare il parco divertimenti usufruendo della sua magia e delle sue numerose attrazioni con uno sconto sul biglietto di ingresso.
Il costo ordinario di 35 € per coloro che acquisteranno i biglietti attraverso il CSI sarà infatti di sole 20 € ed entreranno Gratis tutti i bambini al di sotto dei dieci anni di età.
Alle ore 17.00, inoltre, per chi volesse parteciparvi, è prevista la celebrazione eucaristica.
Per maggiori informazioni consultare il sito: http://www.csiroma.com/nuovosito/ -https://www.magicland.it/

 
 
 
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lunedì 16 dicembre 2013

Cori natalizi al centro dell'Urbe illuminata a F E S T A

Notizie dal Festival

NOTIZIE DAL FESTIVAL

Dicono di noi ... 16 dicembre

on Martedì, 17 Dicembre 2013. Posted in Notizie dal Festival

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News
Interessante iniziativa de La Libera Accademia di Roma: Festival dell'Avvento 2013
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di Patrizia Boi
16 dicembre 2013
 
Interessante iniziativa de La Libera Accademia di Roma: Festival dell'Avvento 2013
Si sta svolgendo a Roma la III Edizione del Festival dell'Avvento 2013 che ha avuto inizio il 6 dicembre scorso e che si concluderà il prossimo 22 dicembre
L'inaugurazione è avvenuta venerdì 6 dicembre con il Concerto di musica sacra del Coro femminile Velca, diretto dal M° Ann Rees nella Chiesa di S. Silvestro in Capite.
Tra le variopinte luminarie che hanno acceso il centro di Roma e i numerosi alberi natalizi ubicati in ogni luogo, un fiume di persone che aveva - a dispetto della crisi – invaso la Via del Corso alla ricerca di idee regalo, è stata accolta dal calore della musica.
Il Festival infatti è andato avanti nel pomeriggio di Sabato 7 dicembre con i Cori sotto l'albero in Piazza San Lorenzo in Lucina con l'alternarsi sul palco della Schola Cantorum Saione (AR), diretta dal M° Alessandro Tricomi, della Schola Cantorum LAR, diretta dal M° Giovanni Gava e del Coro Onde Sonore di Cerenova, diretto dal M° Luana Pallagrosi.
Sempre Sabato 7 dicembre in serata ha avuto luogo il Concerto di musica sacra nella Basilica di San Lorenzo in Lucina con la partecipazione della Schola Cantorum Saione (AR) e del Coro Nomentum, diretto dal M° Roberto Murra.
Nella giornata di Domenica 8 dicembre è stata celebrata la Messa per gli Artisti animata sempre da La Schola Cantorum Saione di Arezzo mentre nella serata si è svolto nella Chiesa di San Silvestro in Capite il Concerto di musica sacra con le esibizioni ancora del Coro Onde Sonore, dei Cantores Fidei di Enzo Carbone, diretti dal M° Antonio Cassano e del Coro Malga Roma, diretto da Antonio Mariani.
Il denso programma delle due serate di Sabato 14 e Domenica 15 si è svolto contemporaneamente nella straordinaria cornice della Piazza San Lorenzo in Lucina e nell'elegante Scalinata in Largo San Carlo al Corso e ha visto alternarsi sul palco una quindicina di cori provenienti da tutta Italia.
Nel pomeriggio di Sabato 14 si sono esibiti Alla Scala in Largo San Carlo al Corso i cori: All Over Gospel Choir, diretto dal M° Giovanna Ludovici; Coro Giovanile Clara Voce, del Liceo Motzo di Quartu S. Elena, diretto dal M° Federico Liguori; Gruppo Corale Città di Nettuno, diretto dal M° Giovanni Monti; Coro dell'Angolo, diretto dal M° Alessia Calcagni.
Contemporaneamente c'è stata l'esibizione in Piazza San Lorenzo in Lucina dei Cori sotto l'albero: Gruppo Corale Città di Nettuno; Coro di Voci Bianche Parpignol, diretto dal M° Tanaquilla Leonardis; Corale Polifonica di Arsoli, diretta dal M° Patrizia Conti; Coro Giovanile Clara Voce; Corale S. Rita di Cascia (PG), diretta dal M° Rita Narducci.
La folla di passanti ha accolto con molto entusiasmo i cori natalizi con applausi e acclamazioni dalle esibizioni dei più anziani a quelli giovanili e dei bambini! Nella Piazza San Lorenzo in Lucina si sono raccolti intorno al palco anche molti turisti capitati nella Piazza quasi per caso e si sono fatti trascinare dalla magia del suono.
Nella serata invece un pubblico appassionato e attento ha assistito nella Basilica dei Santi Ambrogio e Carlo al Concerto di musica sacra con la partecipazione dei cori: Corale Polifonica di Arsoli; Coro Accordi e Note, diretto dal M° Roberto Boarini; Corale Santa Rita di Cascia (PG); Corale Gaudete, diretta dal M° Raffaele Paglione.
Durante il pomeriggio della Domenica 15 la folla è addirittura aumentata dopo la piacevole esperienza del giorno prima. Ci sono state sempre le coinvolgenti esibizioni Alla scala in Largo San Carlo al Corso dei cori: Eretum Jazz Singers, diretti dal M° Maria Teresa Viglione; Coro Polifonico Nomentum; Quelli che... non solo gospel, diretti dal M° Monia Marinozzi; Coro di Voci Bianche Parpignol, diretto dal M° Tanaquilla Leonardis; Gruppo Vocale Cristallo, diretto dal M° Piero Melfa.
Contemporaneamente nella Piazza di San Lorenzo in Lucina letteralmente gremita si sono svolti i Cori sotto l'albero: Quelli che... non solo gospel; Gruppo vocale Les Lunettes; Eretum Jazz Singers; Coro della Terra, diretto dal M° Alessia Calcagni; Ensemble vocale Notevolmente, diretto dal M° Marco Schunnach.
La manifestazione canora nasce da una felice idea del Maestro Giovanni Gava sostenuta dalla Libera Accademia di Roma con il Patrocinio di Roma Capitale e della Confcommercio Roma.
Il Festival che vede esibirsi per il terzo anno consecutivo una trentina di cori si articola generalmente nei tre weekend precedenti il Natale dando vita ad uno spettacolo unico per le diversità fra suoni, canti, ritmiche e costumi.
La manifestazione si concluderà domenica 22 dicembre, con il gran concerto finale nella Basilica di San Lorenzo in Lucina in cui si esibiranno la Schola Cantorum LAR e l'Orchestra Giovanile di Roma, dirette dai Maestri Giovanni Gava e Vincenzo di Benedetto con la partecipazione del Coro di voci bianche dell'Arcum diretto dal M° Paolo Lucci.
Il programma per il prossimo week-end prevede che Il Festival approdi ad Eataly, spostando la piazza all'interno dell'Air Terminal Ostiense per tornare dal 21 dicembre di nuovo con Cori sotto l'albero in Piazza San Lorenzo in Lucina.
Il programma è ancora molto ricco e intenso e si prevede un'affluenza ancora maggiore dei giorni precedenti.
Per informazioni più dettagliate sul Calendario degli Eventi si può consultare il sito dedicato: www.festivaldellavvento.it.