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Roma, Roma, Italy
Scrittrice di romanzi, racconti, fiabe, favole e storie per l'infanzia. Autrice del romanzo "Donne allo specchio" Mef Firenze, della raccolta di Fiabe "Storie di Magia" Happy Art Edizioni Milano, del volume LegenΔe di Piante - Nostra Protezione ed equilibrio in terra (una raccolta di 12 leggende sulle piante ambientate nei dodici mesi dell’anno) pubblicato a puntate nel 2014 su Wall Street International Magazine.Nel giugno 2017 ha pubblicato per la Collana I Cortili della Casa Editrice dei Merangoli, il Saggio Ingegneria Elevato n - Ingegneria del Futuro o Futuro dell’Ingegneria?, scritto a quattro mani con suo fratello Maurizio Boi, con 150 Immagini Colore/BN del fotografo Sergio Pessolano.

sabato 6 febbraio 2016

Uno dei grandi del Restauro: R O B E R T O L U C I A N I

Intervista a Roberto Luciani

Un'esistenza tra arte, libri e monumenti

Il complesso monumentale di San Michele a Ripa Grande, attuale sede del MiBACT
Il complesso monumentale di San Michele a Ripa Grande, attuale sede del MiBACT
5 FEB 2016 
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Se vi incuriosisce osservare un antico dipinto o un giardino monumentale, immergervi in un sito archeologico scampato alla distruzione del tempo o sperimentare la bellezza di una delle chiese erette per dimostrare la grandezza di Dio, credo che vi interesserà incontrare Roberto Luciani, un uomo che ha trascorso la vita a studiare la Storia dell’Architettura e dell’Arte del nostro Belpaese. Lo abbiamo intervistato nel suo splendido ufficio nel Complesso monumentale di San Michele a Ripa Grande, attuale sede del MiBACT.
Da dove nasce la tua passione per la conoscenza e l’Arte?
Forse dal luogo in cui sono nato, situato proprio accanto alla Casa dell’Architettura… Da mia madre che scriveva poesie e racconti; da mio padre, che era dedito alla letteratura, al giornalismo, all’editoria, all’arte. Ho scritto i miei primi articoli sulla rivista di famiglia, Primi Piani, e su vari altri quotidiani e periodici già quando ero adolescente.
Hai scritto una sessantina di libri e un migliaio di articoli, hai realizzato parecchi restauri monumentali, quale motore ti spinge?
Sono convinto che l’architettura sia tra tutte le arti quella che più arditamente cerca di riprodurre nel suo ritmo l’ordine dell’universo, per questo me la sono scelta come percorso universitario. In quegli anni, ho maturato grande interesse per la storia dell’architettura e il restauro, ma anche per la museografia e l’arte contemporanea. Credo nella unicità e irripetibilità della personalità artistica, nell’arte come intuizione e nell’architettura come arte, un orizzonte senza limiti, né di tempo né di spazio, in cui tutto è sempre nuovo e irripetibile. Mi spingono curiosità e bellezza.
Mi stupisce che negli anni giovanili tu sia stato anche scenografo: come è accaduto?
Quando lo scenografo Mario Chiari decise di passare alla regia con il film Prete, fai un miracolo, mi chiamò come Assistente alla scenografia. A 23 anni fu un’esperienza straordinaria lavorare nella sua spettacolare casa di Largo Argentina e girare le scene in notturna con tutta la troupe a Sabaudia. Seguirono i film L’Assassino ha riservato nove poltrone, regia di Giuseppe Bennati, con Rosanna Schiaffino e La Pretora, regia di Lucio Fulci, con Edvige Fenech. Quando, però, la Soprintendenza Archeologica di Roma mi propose una collaborazione per effettuare studi, ricerche bibliografiche, catalogazioni, rilievi, ecc., ho “dovuto” abbandonare la scenografia. Il tempo è tiranno e mi serviva tutta la mia energia, attenzione, emozione.
Come sei riuscito a conciliare la tua attività lavorativa con la concentrazione necessaria per scrivere libri?
Rilevare e analizzare le rovine di Roma, formulare le mie concezioni sull’arte antica, pubblicare libri sulla città, esprimere l’ideale della Romanitas e del senso della continuità tra la Roma antica e la Roma moderna ha un ruolo fondamentale per la tutela e restauro dei monumenti. Per portare avanti la “mia missione” ho rinunciato a svaghi e tempo libero, compromettendo la mia stessa salute, studiando incessantemente, giorno e notte e durante le festività.
Sei uno dei massimi esperti di restauro a livello nazionale, di quali importanti opere ti sei occupato?
Ho progettato e diretto oltre duecento restauri di beni architettonici, maggiormente a Roma e in Sardegna (Castel Sant’Angelo, Complesso monumentale San Michele a Ripa Grande, Chiesa di San Pantaleo di Martis, Chiesa di San Nicola di Silanis a Sedini, Forte Camicia a Palau, ecc.); di beni storico artistici (Retablo di San Giorgio, sec. XVI, nella Chiesa parrocchiale di Perfugas, Gruppo ligneo Deposizione della Croce, fine sec. XIII, nella Chiesa di San Pietro delle Immagini di Bulzi, Sacra Famiglia con San Giovannino del Maestro di Ozieri, ecc.); di beni archeologici; di giardini storici. La mia linea di ricerca è ambiziosa e volge alla crescita spirituale dell’uomo attraverso l’arte, sono convinto che la cultura e la bellezza possano salvare il mondo. Per questo i miei libri e i miei restauri sono progettati e realizzati con cura, sempre accolti con grande consenso sia dal pubblico che nella comunità scientifica.
Hai lavorato a Bologna, con il soprintendente Angelo Calvani, cosa ti ha insegnato quest’uomo?
Nonostante la giovane età, Calvani mi affidò incarichi di prestigio come la collaborazione al restauro del Palazzo Farnese di Piacenza e della Torre medievale di Fidenza. Mi diceva: “tu mi piaci perché non disdegni di sporcarti le scarpe di calce”. Sono convinto che il Restauro debba evitare ogni ostentazione, rifiutare ogni esibizionismo per essere compreso non solo con gli occhi ma anche con la mente.
Come sei approdato in Sardegna?
Fu una grande opportunità: nel 1990 fui assegnato alla Soprintendenza mista Beni Architettonici e Artistici e Storici per le province di Sassari e Nuoro. Dovevo operare in un vasto territorio ricco di fabbriche architettoniche, soprattutto chiese romaniche e beni storico artistici, con un numero esiguo di architetti e storici dell’arte in servizio. Ci sono rimasto otto anni, restaurando chiese, torri costiere, castelli, il Palazzo dell’Università di Sassari.
Hai diretto l’ufficio tecnico del Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo, come hai conciliato questo impegno con il lavoro in Sardegna?
Ricordo i continui viaggi tra Fiumicino e Alghero, dove tenevo in entrambi gli aeroporti una macchina. In Sardegna per meglio immergermi nell’atmosfera dell’isola risiedevo in una villa sul mare a Platamona, dove mi teneva compagnia l’incessante sciabordio delle onde.
Cosa hai scoperto ad Assisi in merito al nascondiglio di San Francesco?
Nel 1991 fui incaricato di effettuare studi, ricerche e rilievi del complesso monastico di San Damiano in Assisi. Mi sono trasferito alcuni mesi nel convento, dormendo in una cella e mangiando nel refettorio con i frati, discutendo di teologia e di arte, partecipando alle messe cantate. È stata un’esperienza professionale e mistica importante che mi ha consentito di scoprire il nascondiglio di San Francesco. Tutti credevano che si nascondesse in una nicchia nel muro, invece, con il conforto topografico e delle fonti (Tommaso da Celano), individuai il suo nascondiglio in un mitreo sotterraneo.
Mi piacerebbe sapere del tuo “matrimonio pagano” con la giornalista e teologa Franca Canala.
Dopo il matrimonio in chiesa, ho riproposto un matrimonio pagano come nell’antica Roma, ricreando ambienti, peristili, percorsi, in una tenuta sull’Appia Antica già corredata di tombe e strade romane. Gli sposi, le autorità, i testimoni, gli invitati erano vestiti con abiti appositamente disegnati e realizzati per partecipare al rito. Ho studiato tutto nei dettagli: il tempio, le domus degli sposi, i tragitti che gli invitati e gli sposi dovevano percorrere, le fiaccolate, le doti monetarie e il banchetto. Ho fatto ricorso alle ricette di Apicius servendo cibi e bevande analoghe a quelle usate dagli antichi romani.
Il cardinale Ugo Poletti afferma: “Correttezza, eleganza, misura, sono le caratteristiche principali dell’uomo Roberto Luciani; scientificità, applicazione, ricerca, sono le caratteristiche principali dello studioso di arte Roberto Luciani”.
Fu il 10 maggio 1996, durante la presentazione del volume Santa Maria Maggiore e Roma, voluto dal cardinale arciprete della basilica Ugo Poletti, mio pastore spirituale.
In questa frase dell’alto prelato sono sintetizzati i valori dell’uomo, dell’architetto, dell’archeologo, dello storico dell’arte, del restauratore, del giornalista, del professore Roberto Luciani.
Credo che la perfezione architettonica debba ricercarsi in una riconciliazione del dettato vitruviano con i monumenti, mentre il restauro di essi equivale a un dovere morale, ponendosi in una prospettiva scientifica e archeologica, con il ricorso a tutte le fonti, comprese quelle classiche, le iscrizioni, le monete. In effetti mi rilevo in questo “umanista” di professione.
Come sei arrivato a studiare uno dei palazzi del potere per eccellenza, Palazzo Vidoni, sede della Funzione Pubblica?
Nel 2002 il ministro della Funzione Pubblica, sensibile all’arte, si rese conto di “risiedere” in un palazzo meraviglioso, progettato agli inizi del Cinquecento dal Lorenzetto, decorato da affreschi rinascimentali, quasi inaccessibile agli studiosi in quanto palazzo per eccellenza del potere politico di Roma. Curai una pubblicazione per la Presidenza del Consiglio dei Ministri, eccezionale per la sua bellezza, ma anche perché inerente un edificio inedito.
Parliamo ancora di un fatto privato: il miracolo della nascita delle gemelle.
Sono nate nel 2003, le mie figlie gemelle, Angelica Maria e Anastasia Maria, dopo la nascita prematura a 28 settimane. Abbiamo affrontato un periodo di ospedalizzazione lungo e tormentato: lo spirito delle neonate e la bravura dei medici hanno fatto sì che le bambine si siano allineate nella crescita a quelle nate non pretermine. Sono così padre di due bambine che la sofferenza patita all’inizio della loro esistenza ha reso straordinarie. Ora, a dodici anni, cantano nel coro delle Voci Bianche del Teatro dell’Opera di Roma, impegnate anche in importanti rappresentazioni al Teatro dell’Opera e alle Terme di Caracalla.
Di recente ti sei occupato della collezione d’arte della Farnesina, perché hai lasciato?
Nel 2009 sono stato nominato Esperto nel Ministero degli Affari Esteri e coordinatore dell’Unità per la Collezione delle Opere d’Arte contemporanea della Farnesina, ma gli impegni internazionali richiesti mi impedivano di stare vicino alla famiglia. Per questo, dopo alcuni anni, ho deciso di tornare al MiBACT.
Fai parte della commissione che studia la Collezione d’arte pervenuta dai transatlantici dismessi, di cosa si tratta?
Nel Complesso monumentale del San Michele è allestita una singolare raccolta di opere di artisti italiani degli anni Cinquanta/Sessanta (Savinio, Mafai, Severini, Vedova, Fazzini, Fiume, Omiccioli, Purificato, ecc.), appartenenti ai transatlantici di lusso dell’ex Società Italia di Navigazione. Dopo l’inabissamento dell’Andrea Doria, nel 1979, le navi e tutte le opere d’arte, gli arredi e le suppellettili ornamentali furono cedute al demanio dello Stato. Con il disarmo della flotta navale questo patrimonio artistico è stato acquisito dal Ministero per i Beni Culturali e conservato al San Michele.
Come proseguirà il tuo viaggio nel mondo conoscenza?
Sto lavorando a una mostra antologica dell’artista Sandro Luporini, autore dei testi del Teatro-Canzone di Giorgio Gaber, che si allestirà nell’estate 2016 alle Terme di Diocleziano, grazie al nuovo Soprintendente architetto Francesco Prosperetti, sensibile all’arte contemporanea.

sabato 23 gennaio 2016

Renzo ARBORE in MOSTRA al Macro di Testaccio

Renzo Arbore, il grande GiocAttore

Tra videos, radios e cianfrusaglies

Renzo Arbore nella sua casa
Renzo Arbore nella sua casa
23 GEN 2016 
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Secondo Platone «l’uomo è fatto per essere un giocattolo, strumento di Dio, e ciò è veramente la migliore cosa in lui. Egli deve, dunque, seguendo quella natura e giocando i giochi più belli, vivere la sua vita, proprio all’inverso di come fa ora». Aristotele sosteneva che «la società è un grande gioco, nel quale ogni pezzo si muove secondo regole predeterminate». Eraclito scriveva, invece, che «Il tempo della vita è un bimbo che gioca con le tessere di una scacchiera: è il regno sovrano di un bimbo».
Ci sono grandi uomini della storia che sono riusciti a “giocare” con la vita degli uomini portando morte e distruzione, ci sono altri uomini che hanno cercato, invece, di strappare un sorriso all’uomo attraverso “un grande gioco”. Uno di questi talenti è Renzo Arbore, un GiocAttore che ha fatto la storia della televisione italiana riuscendo a far divertire gli italiani per 50 anni semplicemente con il suo gioco.
Non è facile riuscire a ribaltare la realtà e trasformarla in una grande caricatura, ci vuole una grande ironia, un sottile intuito e una raffinata intelligenza. Cerchiamo di comprendere dalla mostra Videos, radios, cianfrusagliesinaugurata il 19 dicembre scorso al Macro di Testaccio, quali oggetti testimonino la fortuna del percorso artistico di Renzo Arbore che lo tiene ancora in auge da oltre cinquant’anni.
Non dimentichiamo che Arbore è considerato uno dei personaggi più eclettici e carismatici del mondo dello spettacolo, della musica e dell’intrattenimento radiofonico e televisivo in Italia. Autore, conduttore e regista di programmi televisivi, showman, regista cinematografico, musicista interprete, autore e compositore di canzoni, giornalista e critico musicale, inventore di nuovi generi, nonché eccezionale scopritore di talenti (televisivi, musicali e cinematografici, uno per tutti: Roberto Benigni), ha avuto il merito di creare uno stile e un linguaggio “arboriano”. In realtà Arbore ha dato luogo a una radio/televisione “altra”, una radio/televisione “d’autore”, divertente e al tempo stessa intelligente, mirata a un pubblico che cogliesse anche il suo messaggio sottile.
Come ha dichiarato lui stesso nel corso della conferenza stampa la mostra può essere definita “rutilante”, di certo fiammeggiante per la fantasia dei colori, per la stravaganza dei gilet, delle magliette, dei cappelli esposti a bella posta per attrarre il collezionista, l’appassionato o semplicemente il curioso. Vetrine e vetrine di prodotti scaturiti dalla genialità di artisti che hanno mutato lo standard per rendere originale l’oggetto, a volte attraverso forme note modificate nel loro aspetto e senza un valore intrinseco, il più delle volte mediante piccoli capolavori creati da veri e propri artisti che inscenano delle varianti immaginifiche dell’oggetto per stupirci, a volte sono i materiali usati a essere preziosi, anche laddove si tratti di plastiche che – come sostiene Renzo da collezionista appassionato – esistono in una infinità di tipi e specie.
Tutto ciò che è “altro” attrae l’attenzione del nostro artista, per esempio una cornetta che si allunga per creare la curiosità dello spettatore. Nel percorso museale allestito si potrebbe passare un pomeriggio ad ammirare la varietà e l’inventiva delle cravatte esposte, le colorazioni e i disegni eccentrici delle magliette, i modelli bizzarri dei copricapo e la pregiata fattura dei gilet d’autore incorniciati come quadri, ma certo non si può prescindere dai pezzi importanti legati alla musica, come strumenti musicali, clarinetti in particolare, personaggi del mondo del jazz, stampe, immagini, fotografie e un’infinità di video.
È stato un lavoro certosino quello di montare i filmati, far scorrere immagini della vita artistica di Renzo, donne e uomini che hanno fatto la televisione, ai tempi in cui ancora aveva qualcosa da dire, per lo meno in quella dimensione “altra” che riguarda sempre il nostro artista. La Direttrice del Macro, Federica Pirani, ha presentato l’evento espositivo indicandolo come un importante momento culturale: in realtà quel modo di fare televisione, spettacolo, intrattenimento, era comunque una maniera di trasmettere ironicamente allo spettatore delle idee anche sul mondo. Arbore ha criticato la società deridendola senza offenderla, come avrebbero voluto fare migliaia di cittadini arrabbiati ma senza il suo talento e anche questo è stato un modo di fare cultura.
Renzo racconta di essere stato fatto Consigliere della Discoteca di Stato, ora Istituto Centrale per i Beni Sonori ed Audiovisivi, istituita nel 1928 per raccogliere le testimonianze orali dei protagonisti della Grande Guerra. Dal 1975 la Discoteca, passata alle dipendenze del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, ora Ministero per i Beni e le Attività Culturali, ha il compito di acquisire, documentare, conservare e divulgare il patrimonio sonoro nazionale e le fonti orali della storia italiana, nonché i documenti sonori di produzione internazionale di particolare interesse, oltre 300.000 supporti tra rulli di cera, dischi, nastri, CD e video, e poi grammofoni e fonografi, materiale fotografico, locandine e documentazione sull'industria fonografica degli anni Trenta, fonografi, grammofoni e strumenti di lavorazione del suono tra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento. Lo spirito della raccolta curata nell’ambito della Discoteca, ha ispirato l’originalità di questa mostra.
Arbore racconta che “Il gatto e la volpe”, Giovanni Licheri e Alida Cappellini, gli allestitori della mostra, sono entrati nella sua abitazione di notte e hanno sottratto tutti gli oggetti esposti costringendolo a privarsene per il tempo necessario… , con la complicità della sorella Sabrina che li ha guidati nella scelta. Questa mostra è l’Altra Mostra, perché Arbore è quello dell’Altro, dell’Altra Domenica, dell’Altra Radio, dell’Altra Televisione, dell’Altro Cinema, dell’Altra Musica, dell’Altra Canzone Napoletana, sempre orientato verso un Altrove che lo conduce alla scoperta di cose nuove.
Del resto il suo destino doveva essere tutt’Altro. Renzo, infatti, si era laureato in Giurisprudenza a Napoli nel 1963, ma non aveva mai pensato “sul serio” di fare l’avvocato. Nemmeno voleva fare il dentista, professione di suo padre, tant’è che quando gli hanno fatto indossare il camice bianco è svenuto alla vista del sangue. Quello non era un mestiere che lo appassionava, lui desiderava, invece, essere un musicista. Così, mentre studiava le note stonate della Giurisprudenza, portava avanti il suo sogno insieme a un gruppetto di amici, come Gino Paoli, Mina, Peppino di Capri, Gigi Proietti, ecc., che come lui sarebbero diventati famosi. Suo padre lo pregò di prendersi una laurea e poi gli concesse un anno sabbatico per cercare di diventare musicista. Arbore partecipò, quindi, a un Concorso della Rai e fortunatamente fu preso. E così iniziò alla radio insieme a Giandomenico Boncompagni conBandiera Gialla nel 1965, per proseguire con Per Voi Giovani tra il 1967 e il 1968 e approdare in Alto Gradimentotra il 1970 e il 1981.
In realtà poi gli studi di Legge non gli sono stati del tutto inutili perché architettare un programma televisivo è come un articolo del codice. Inoltre, in un programma televisivo di intrattenimento, andato in onda dal 27 gennaio al 24 febbraio 1990 per cinque sabati in prima serata su Rai Uno, intitolato Processo a Sanremo, Arbore interpretava il personaggio del Giudice, mentre Banfi impersonava l’Avvocato della Difesa e Michele Mirabella l’Avvocato dell’Accusa. Il programma, proposto in vista del Festival di Sanremo 1990, aveva come sigla d'aperturaChe ne parliamo a fa', e fu impostato come un processo grazie alla sua conoscenza della Giurisprudenza che in qualche modo lo aveva ispirato. «Le leggi dovrebbero dire quello che si deve fare o quello che non si deve fare, si potrebbe dire che anche in questo campo, tra le due cose, io ho fatto Altro, anche se spesso i Magistrati mi considerano un collega... », ironizza il nostro showman.
Nel ’68, epoca di contestazione e cambiamento, Arbore passa dalla radio alla televisione.
Nel 1976 crea il programma L’Altra domenica su Rai2, alternativo al canonico Domenica In trasmesso su Rai1.
Nel 1984, in occasione del 60° anniversario di Radio Rai, cerca di mettere insieme Radio e Televisione.
Il 1985 è l’anno di Quelli della notte, la trasmissione che lo porta al successo con il grande pubblico.
Secondo Arbore il ruolo della Rai dovrebbe essere quello di far conoscere il fondamento dell’arte, della musica, – del jazz, per esempio –, di scoprire il nuovo che c’è in ogni campo artistico. Il nostro paese è il più prezioso al mondo e bisogna esportare la musica, il cinema, il design; gli piacerebbe esportare all’estero la canzone italiana senza tempo: Modugno, Battisti, De Andrè.
Il 1991, infatti, lo vede creare l’Orchestra Italiana con lo scopo di diffondere nel mondo la canzone napoletana.
Lui è rimasto fedele a Radio Rai, affezionato alla famiglia, si ritiene figlio della Rai che ha fatto la vecchia televisione.
Nel 2002 celebra da Maurizio Costanzo la sua carriera di musicista e di showman.
Sembrava si dovesse ritirare, invece continua ancora oggi la sua attività e prosegue la sua raccolta di Videos, radios, cianfrusaglies, ritirarsi significherebbe, infatti, “smettere di giocare” e lui non è ancora pronto…