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Roma, Roma, Italy
Scrittrice di romanzi, racconti, fiabe, favole e storie per l'infanzia. Autrice del romanzo "Donne allo specchio" Mef Firenze, della raccolta di Fiabe "Storie di Magia" Happy Art Edizioni Milano, del volume LegenΔe di Piante - Nostra Protezione ed equilibrio in terra (una raccolta di 12 leggende sulle piante ambientate nei dodici mesi dell’anno) pubblicato a puntate nel 2014 su Wall Street International Magazine.Nel giugno 2017 ha pubblicato per la Collana I Cortili della Casa Editrice dei Merangoli, il Saggio Ingegneria Elevato n - Ingegneria del Futuro o Futuro dell’Ingegneria?, scritto a quattro mani con suo fratello Maurizio Boi, con 150 Immagini Colore/BN del fotografo Sergio Pessolano.

mercoledì 1 maggio 2013

Patrizia Boi:una scrittrice che regala favole e sogni. Intervista a cura di Good Morning http://www.good-morning.it/index.php?option=com_content&view=article&id=238:patrizia-boi-un-scrittrice-che-regala-favole-e-sogni&catid=16&Itemid=53

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Marco Crupi: comunicare le emozioni

Patrizia Boi: una scrittrice che regala favole e sogni

Questo mese GoodMorning vi conduce nel mondo fantastico di Patrizia Boi, straordinaria autrice di favole per bambini.
Nata a Cagliari, vive a Roma dove lavora come ingegnere civile. La sua attività, tuttavia, non le impedisce di coltivarla passione per la scrittura che si traduce in diverse opere.
Nel 2006 “L’Autore Libri di Firenze” pubblica, nella collana Biblioteca 80-Narratori, il romanzo "Donne allo specchio". L’opera narra la storia di due donne molto diverse tra loro in una Puglia ricca di storia, tradizioni e leggende. La strada verso il genere fiabesco si delinea da subito, e infatti nel 2011 vede la luce per la “Happy Art Edizioni” di Milano, nella collana Le Radici, la raccolta di fiabe "Storie di Magia", illustrata da Maria Cristina Lo Cascio. In seguito escono anche altre fiabe: "Il Mascheraio Magico" è editata nell’ agosto del 2012 dal mensile “Sardinews”, tradotta in rumeno e nel novembre dello stesso anno dalla rivista internazionale "Orizonte Literar Contemporan"; "Il Mago Palandrana e la vecchia Zaira”, sempre tradotta in rumeno, compare in "Orizonte Literar Contemporan". Alcune filastrocche, invece, trovano posto sulla rivista mensile “Noi donne” (ottobre 2007). Nel 2009 una serie di racconti è ospitata nel quotidiano “Il Nuovo Territorio di Latina” mentre la rivista “Le Donne Raccontano” di Milano (2011) dà spazio a diverse  sue storie.
Dal 2012 collabora con la Rivista bimestrale “Contemporary Literary Horizon”, un magazine bilingue e multiculturale indipendente di cultura e spiritualità contemporanea. Articoli e fiabe sono pubblicati nella rubrica cultura della rivista internazionale “Wall Street International magazine”.
Attualmente è in corso di pubblicazione il libro "LegenΔe di Piante" scritto con il supporto dell'erborista Lidia Costa e della costellatrice Lucia Berrettari e illustrato da Francesca D'Ascani.
Questo excursus mostra quanto la scrittrice Patrizia Boi, sebbene venga identificata con il genere favolistico, sia in realtà un’autrice a tutto tondo capace di cimentarsi in diversi generi e forme, dal romanzo al racconto, dall’articolo alla filastrocca. Nonostante questa constatazione, resta “un’incantatrice della parola” attraverso la quale riesce a creare un mondo favoloso, ricco di magia e immerso in una natura vibrante e immortale. A noi che leggiamo, grandi e piccoli, regala ancora sogni.
GoodMorning: Leggendo la tua biografia, viene naturale chiedersi come riesci a conciliare il tuo lavoro d’ingegnere civile con quello di scrittrice di fiabe.
Patrizia Boi:
 Ogni lavoro ha i suoi tempi, quello notturno dedicato alle cose dell’anima e quello diurno immerso nei problemi tecnici. Siccome poi, la burocrazia, le difficoltà realizzative dei lavori, le infinite normative di cui tener conto per le opere di ingegneria rendono la vita troppo piena di schemi e regole, è piacevole uscire dalla quotidianità attraverso nuove forme creative di esistenza. Attraverso la Fiaba, come nei Sogni, del resto,  “Tutto è possibile e verosimile, il tempo e lo spazio non esistono, su una base insignificante di realtà, l’immaginazione fila e tesse nuovi disegni”. La fiaba consente, infatti, di creare nuove realtà, proprio come suggerisce la moderna Fisica quantistica. Aiuta a credere in se stessi e nelle proprie infinite potenzialità e a raggiungere sempre nuovi e più difficili obiettivi. In questo senso attenersi agli schemi della fiaba classica o alle norme di progettazione, porta sempre a una invenzione, immateriale o materiale che essa sia; nella fiaba come nei progetti c’è sempre un percorso da seguire, che sia sulla via delle Fate o sulla via della burocrazia... Inoltre sulla strada si incontra sempre un Mago Malefico o un Burocrate ignorante che cerca di creare impedimenti a chi vuole arrivare a destinazione…
GM: Ricordi qual è stata la prima cosa che hai scritto?
PB:
 Non ricordo bene nemmeno l’ultima… Il processo di creazione è un estraniarsi da ciò che è controllabile per immergersi nel mondo misterioso degli esseri di fantasia. Io vivo così intensamente questa creazione che spesso me ne sfugge il ricordo, soprattutto se devo rammentare quello che ho scritto ai primordi, vale a dire quando ero molto piccola e facevo già danzare con l’immaginazione i dervisci rotanti sopra le nuvole o le formichine che invadevano il giardino di casa mia.
GM: Da dove nasce il tuo amore per le fiabe?
PB:
 Dalla collezione di volumi color pastello che avevo nella mia cameretta di bimba e dalla mia volontà che ebbe il coraggio di farmeli leggere tutti!
GM: A che cosa t’ispiri quanto scrivi?
PB:
 A un sospiro, a una pietra, a un animaletto, a una piantina che mi ha parlato, a un ricordo d’infanzia, a un oggetto, a un luogo, a una persona, a uno sconosciuto di cui incrocio lo sguardo, alle richieste di mia figlia o di qualunque altro adulto o bambino che stimoli la mia curiosità.
GM: Parlaci della raccolta di fiabe “Storie di magia”, libro uscito nel 2011 per la “Happy Art Edizioni” di Milano e illustrato da Maria Cristina Lo Cascio.
PB:
 Si tratta di una raccolta di tredici fiabe dove principesse, principi, maghi, fate, streghe, animali fantastici, oggetti magici popolano luoghi reali o immaginari dove si attua la trasformazione  che si compie in tutte le fiabe. La raccolta si caratterizza per aver introdotto, negli schemi tradizionali della fiaba di Propp, l’elemento filastrocca ed averlo utilizzato, oltre che come strumento per tracciare una morale finale, come sistema di comunicazione dei vari personaggi magici. È difficile raccontare di cosa parlano queste fiabe, bisogna solo leggerle…
 
GM: Riallacciandoci alla domanda precedente, le illustrazioni sono state decise dalla disegnatrice in base a ciò che le tue storie le hanno comunicato oppure le avete stabilite insieme?
PB:
 Ho lasciato libero estro alla sua fantasia, una storia può essere letta in mille modi diversi che esulano dall’intento dell’autore, quindi perché ingabbiare le sensazioni dell’illustratore nelle emozioni che ha avuto lo scrittore? Uno può fecondare l’altro, il quale regala ad un’opera la sua personale interpretazione.
GM: Hai anche collaborato con la rivista bimestrale Contemporary Literary Horizon, una rivista bilingue e multiculturale indipendente di cultura e spiritualità contemporanea. Raccontati di quest’esperienza. Di cosa ti occupavi di preciso? E che rapporto hai con la spiritualità?
PB:
 Ho collaborato e ancora collaboro con Daniel Dragomirescu che ha avuto la splendida idea di creare contatti e fratellanza letteraria con tutto il mondo. Attraverso la sua organizzazione, che coinvolge l’Università di Bucarest, poesie, fiabe, articoli, vengono tradotti in rumeno, per cui ogni opera risulta tradotta in due lingue: in genere italiano, inglese, spagnolo oltre che naturalmente rumeno.

Io spesso individuo scrittori interessanti del mondo contemporaneo italiano e li propongo alla Rivista che ne traduce le opere più importanti oppure scrivo articoli che vengono pubblicati nella rivista. Tutto è nato dalla richiesta espressa dalla rivista di tradurre le mie due fiabe: Il Mascheraio Magico e Il Mago Palandrana e la Vecchia Zaira, e così prosegue la collaborazione.
Mi interessano tutte le forme di spiritualità, i colloqui tra le religioni, lo studio delle religioni pagane, la magia, il mistero e tutto ciò che può aprire la mente al dubbio.
Sono una mistica: dal punto di vista del rapporto con Dio posso definirmi “un’atea credente”.
GM: Il tuo romanzo “Donne allo specchio. Voci di donne in una Puglia misteriosa e ancestrale” edito da “L’Autore Libri Firenze”, è un romanzo che ha per protagoniste due donne. Una passionale e ribelle, l’altra emancipata e delicata. In quale delle due ti riconosci di più?
PB:
 In entrambe, naturalmente! E anche in tutte le altre donne e uomini che in qualche modo ho reso protagonisti anche di un solo dialogo.

Scrivere è in genere una malattia che esprime le infinite sfumature che ci compongono e che proiettiamo nel mondo esterno attraverso la lettura del libro della vita.
GM: Come nella raccolta di fiabe, anche in “Donne allo specchio” sono presenti elementi misteriosi, quasi magici. L’universo delle leggende, di una natura primigenia è, forse, uno degli argomenti che ti sono più cari? Se è così, per quale ragione?
PB:
 Sono figlia di un’isola dove alle fate, le Janas, sono state dedicate anche le Domus, un luogo magico dove anche le pietre parlano, come se in ogni antico sasso fosse cristallizzata l’anima pura e saggia di uno degli antichi abitanti di Atlantide. Terra di mistero e magia, di guaritrici e di demoni, di esseri spaventosi e spiritelli elementari, plasmata dai sospiri del mare e dagli aliti o soffi dei venti.
GM: Quali sono, più in generale, le tematiche che prediligi affrontare nelle tue opere?
PB:
 Quelle che concernono l’essenza della vita e che approfondiscono la consapevolezza attraverso uno stimolo della coscienza. 
GM: Il tuo ultimo lavoro, “Leggende di piante”, scritto con il supporto dell’erborista Lidia Costa e della costellatrice Lucia Berrettari e illustrato da Francesca D’Ascani, quando uscirà? Ci puoi dare qualche indizio di come sarà questo libro?
PB:
 Ancora non abbiamo deciso come pubblicare il libro che è scritto interamente ma ancora in fase di illustrazione. Aveva iniziato a illustrarlo sempre la Lo Cascio che ha fatto solo la prima e splendida illustrazione della Betulla, l’albero cosmico degli sciamani americani, ma poi le nostre strade si sono divise in quanto lei doveva portare avanti nuovi progetti. Così abbiamo incontrato Francesca, una specialista dell’acquarello spirituale e ancora dobbiamo terminare la parte illustrata. Ci vuole tanto tempo, ma noi non abbiamo fretta. Quando si ha a che fare con il mondo vegetale dobbiamo imparare ad avere a che fare con la lentezza e con i cicli delle stagioni e della vita.

Abbiamo avuto un interessante contatto con Aboca e questo ci ha messo in contatto con la rivista Wall Street International Magazine  che ha pubblicato le nostre prime due fiabe sul Larice, il Ginepro e il Biancospino, non comprese nel libro, ma che seguono lo stesso schema dei suoi capitoli. Ecco i link:
Vorrei precisare che il titolo del libro non è Leggende di Piante, ma LegenΔe di Piante. Ci abbiamo riflettuto molto sul titolo: il libro è composto di tredici capitoli cherappresentano tredici piante, una per ogni mese dell’anno e la prima intesa come pianta origine. Quindi LegenΔe esprime il duplice significato di Leggende e di Abachi richiamato dalla lettera greca Delta che ha sia la funzione di richiamare un doppio significato sia un simbolo spirituale. Penso che piuttosto che svelare altro del libro debbo suggerire di leggerlo.
La collaborazione nella scrittura con una costellatrice che ha interpretato la parte emozionale delle piante e con una Erborista che ne ha spiegato le doti terapeutiche è stata un’esperienza molto illuminante ed energeticamente di grande connessione con il mondo che abbiamo voluto provare a interpretare.
GM: I siti dove i nostri lettori possono entrare in  contatto con te.
PB:
 Sul mio blog: http://lefiabedipatriziaboi.blogspot.it/ ci sono tutti i contatti e le informazioni necessarie.


Foto Patrizia Boi e copertine dei suoi libri. Tutti i diritti sono riservati.
 
 

Immagini a caso

Ritratti d'autore, 12 ottobre_9
Rossella Deiana - Illustrazioni_5
Ritratti d'autore, 12 ottobre_8
Ritratti d'autore, 12 ottobre_9
Ritratti d'autore 26 ottobre_4
Ritratti d'autore 26 ottobre_2
Ritratti d'autore, 12 ottobre_6
Ritratti d'autore, 12 ottobre_4
Silvia Crocicchi - Illustrazioni _15

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venerdì 26 aprile 2013

Le fiabe di Patrizia Boi: La mia Cagliari vista dal regista sardo Salvatore ...

Le fiabe di Patrizia Boi: La mia Cagliari vista dal regista sardo Salvatore ...: Oggi al Nuovo Sacher si replica il film di Salvatore Mereu Bellas Mariposas uno spaccato sociale meno noto della Cagliari turistica ...

La mia Cagliari vista dal regista sardo Salvatore Mereu oggi al Nuovo Sacher ore 16,00

Oggi al Nuovo Sacher si replica
il film di Salvatore Mereu
Bellas Mariposas
uno spaccato sociale meno noto della Cagliari turistica
tratto dal libro di Sergio Atzeni
 

martedì 23 aprile 2013

Erlak, la Donna Foca

http://www.wsimagazine.com/it/diaries/report/cultura/erlak-la-donna-foca_20130422092040.html

WSI
Martedì, 23 Aprile 2013

REPORT - Greenland, Cultura

Erlak, la Donna Foca

Dal profondo dell'anima più bella.

Erlak, la Donna Foca
Illustrazione di Alessandra Murgia
C’era una volta, un giovane eschimese di nome Oonak. Abitava le distese ghiacciate del Circolo Polare Artico, un luogo dove la sopravvivenza è difficile. Oonak e suo padre Goran avevano lasciato il villaggio per cercare solitudine e tranquillità nei territori dei ghiacci eterni dove sarebbero sopravvissuti con la caccia al caribù e la pesca alla foca. Molto presto Goran rimase mortalmente ferito in una lotta all’ultimo sangue con un lupo bianco e Oonak rimase solo.

Era un tempo lontanissimo, così remoto che se ne è persa la memoria nei secoli dei secoli. I giorni si susseguivano identici come lastre di ghiaccio e in quello spazio si incontravano solo lupi, orsi polari, caribù, renne, trichechi e foche. La terra era gelata tutto l’anno, niente vi germogliava spontaneamente. Solo pochi uomini, impellicciati per non morire assiderati, abitavano le distese di ghiaccio. Si scambiavano poche parole giusto quando sedevano intorno ai fuochi, altrimenti le conversazioni languivano spegnendosi a poco a poco. Essi erano convinti che la Terra fosse la vecchia e saggia Babajuk e che il manto di ghiaccio che la ricopriva fosse la sua folta e magica capigliatura.
Oonak viveva in una disperata solitudine in quel posto ai confini del mondo, il volto segnato da rughe profonde come quelle di un vecchio. Invece era giovane e con l’immenso desiderio di trovare una compagna, e poiché non c’erano donne nei dintorni - il villaggio più vicino distava quattro giorni di marcia -, spesso osservava le foche immaginando che fossero capaci di comprendere gli uomini. Le leggende che aveva udito da piccolo narravano di un passato in cui le foche erano esseri umani, come si poteva facilmente intuire dai loro sguardi teneri e comprensivi, e dalle voci che parevano corde tese per risuonare nell’anima.

Ma quando Oonak si accorgeva che le foche non erano donne piangeva disperatamente e le calde lacrime che gli rigavano il volto rugoso si gelavano sulla sua pelliccia. Uno di quei giorni sfortunati in cui non riusciva a procurarsi il cibo, rimase a pescare fino a notte fonda, sfidando le forze della natura. Era una splendida notte di luna piena e la luce argentea illuminava di riflessi misteriosi tutta la scogliera. Il suono del mare calmo lo rasserenava e nutriva la sua fame.

A un certo punto, in quella cornice straordinaria, vide un gruppo di foche uscire dall’acqua. Erano sette foche straordinarie con le pellicce candide come la pelle di una fanciulla. Oonak osservò di nascosto le foche mentre si toglievano dolcemente le pelli e le abbandonavano nella caverna. Gli apparvero così, come per magia, sette donne meravigliose, nude come madre natura le aveva generate. La loro pelle era morbida come il velluto e avevano lunghi capelli neri come la notte e lucenti come i riflessi del sole sorgente. Le donne intonarono un canto soave che riscaldò immediatamente l’anima di Oonak. E mentre cantavano diedero inizio alle danze.

Quei corpi slanciati si libravano sul manto ghiacciato con i movimenti sincronizzati di un’unica figura, come fanno i pesci dello stesso branco. Si elevavano verso l’alto e i loro cuori pulsavano ritmicamente nella notte. I capelli facevano da cornice alla danza: le chiome dondolavano dolcemente quando si univano in cerchio e le mani si intrecciavano muovendosi con armonia dal basso verso l’alto. Oppure si scompigliavano allorché la vecchia foca ordinava di scatenare il ritmo della danza lanciando urli profondi che sgorgavano come dall’abisso della terra. 

Oonak rimase affascinato da tanta bellezza e il suo volto si riempì talmente di felicità che le rughe scomparvero facendogli riacquistare l’aspetto di un uomo giovane. Forse furono pochi istanti, forse lunghe ore: Oonak avrebbe voluto che quello spettacolo fosse durato ancora per guarire la sua antica solitudine. Allora strisciò verso la caverna senza far rumore come quando doveva stanare una preda e rubò la pelle di foca più bella. Poi, dopo aver nascosto il prezioso bottino in un crepaccio, tornò al suo punto di osservazione.

Poiché anche le notti più magiche finiscono, a un certo punto un tenue chiarore fece capolino sulla baia. Il canto si interruppe e le sette donne andarono a riprendersi le pelli. Le foche si rivestirono per tornare precipitosamente in acqua, ma una di loro rimase nuda e non poté più immergersi nel mare profondo. Si mise alla disperata ricerca della sua pelle lamentandosi come un delfino all’alba, mentre le altre si immergevano salutandola con urla di dolore. Vedendo la donna correre qua e là in cerca della sua pelle, Oonak si fece ardito, le si avvicinò, e disse: “Non la troverai, l’ho nascosta in un luogo sicuro, te la restituirò fra sette inverni, se sarai la mia compagna”. E la donna rispose: “Ma io sono una creatura dell’abisso, non posso sopravvivere fuori dall’acqua”. E Oonak: “Senza di te morirò. Resta con me, donna dalla pelle di foca, ti chiamerò Erlak. Fra sette inverni sceglierai se andare o rimanere”. La donna si fece convincere e restò.

Oonak la amò immensamente. Le sue giornate acquistarono un colore caldo, i suoi occhi scintillavano come neve al sole e la sua voce divenne tenera e gentile. Dalla loro unione nacque una bimba con la pelle chiara come la balena bianca e gli occhi scuri come l’oceano in tempesta. La chiamarono Iriook. La madre le stette sempre accanto insegnandole a leggere i segni delle creature marine che lei conosceva con una nostalgia lancinante che invadeva tutto il suo essere. Furono anni di amore e consacrazione alla famiglia, di dedizione assoluta. 

In quel prodigarsi senza risparmio, la bellezza di Erlak svanì. La pelle divenne sfatta e cadente. I capelli si fecero sempre più radi e canuti. Le sue forme si appiattirono e i suoi seni si afflosciarono. Gli occhi si offuscarono e la voce divenne roca come quella di una vecchia. Sembrava un petalo senz’acqua e il desiderio di tornare nel mondo di sotto si fece ogni giorno più intenso. Allora si accorse della leggerezza con cui aveva lasciato incustodita la sua pelle favorendo il furto. 

Poiché i sette inverni erano trascorsi e si andava verso l’ottavo, Erlak pregò Oonak di restituirle la pelle. Ma lui le disse: “Se te la restituisco, tu mi lasci. Rimango senza compagna e tua figlia senza madre. Sei un’ingrata, ho vissuto per te, donandoti la mia vita”. Travolto da un impeto di rabbia, urlò come un orso selvaggio e la percosse, facendole molto male. La voce di Erlak era stridula e spaventosa come quella di un cetaceo arpionato. Non aveva più niente della limpida armonia primitiva del passato e che aveva conquistato il cuore di Oonak. Tutti i suoi sensi, si stavano spegnendo e presto sarebbe morta se non l’avesse aiutata sua figlia. La bambina provò pietà per i suoi lividi e chiese a sua madre perché fosse così afflitta. Erlak attese che Oonak uscisse le spiegò: “Figlia, tuo padre mi rubato la pelle. Senza di essa presto morirò. Ho donato tutta me stessa e ora ho bisogno di scendere negli abissi per ritrovare la mia gente. Anche se non ci sarò, ti starò sempre vicino, veglierò su di te durante il sonno, ti osserverò durante il giorno, sentirai il mio profumo nei tuoi vestiti, ti assisterò quando ne avrai bisogno. Non sentirti mai sola e se proprio mi vuoi vedere chiamami, io accorrerò. Ti prego, aiutami a trovare la pelle. Tuo padre ha promesso di restituirmela dopo sette inverni. Ma il tempo è passato e lui non ha mantenuto la promessa. Ti prego, aiutami”.

La bambina comprese e decise di aiutarla a fuggire. Quella notte, mentre Oonak dormiva profondamente, Iriook sentì il richiamo di una voce misteriosa portata da un vento strano, spettrale: “Irioook!”. Dapprima ebbe paura, poi, però, si vestì in fretta e uscì nella notte. Scese di corsa verso la scogliera e sentì come un richiamo, una sorta di risata, provenire dal mare agitato. Sentì una voce limpida come l’uggiolare di una balena all’alba. Allora s’avvicinò alla rupe, vide che vi era nascosta una pelle di foca e la prese in mano. Calde lacrime bagnarono la pelle che sprigionò tutto il profumo di sua madre. 

Quindi corse da Erlak e gliela restituì, combattuta tra la paura che morisse e il timore che se ne andasse. Erlak indossò la pelle e una nuova energia la pervase, poi accarezzò Iriook con tutto l’amore di cui è capace una madre. La bimba le chiedeva di non abbandonarla e lei non voleva lasciarla, ma udiva il richiamo del mare mugghiante, e non sapeva, anzi non poteva più sottrarsi. Era un richiamo più antico della sua stessa vita e dovette ascoltarlo. Prese la bambina, le soffiò vento nei polmoni, la portò sopra la scogliera e con lei si tuffò in acqua. Si inabissarono e raggiunsero la famiglia delle foche che vollero sapere come stesse. “Ho avuto un compagno che mi ha resa felice, ma ho rinunciato alla mia natura. Il mio tempo fuori dall’acqua era giunto al limite. Se non volevo morire, dovevo tornare a casa”. “E la tua piccola?” domandò la foca grigia. “Lei non può restare, deve tornare da suo padre: lui deve avere almeno lei al suo fianco”.

Ma Erlak non si decideva a lasciarla ritornare sulla Terra e per molti giorni la tenne con sé. Le fece conoscere la vita delle foche. Canti, feste, allegria, condivisione, amore. In poco tempo, la pelle di Erlak tornò liscia e luminosa come una volta, e i capelli le ricrebbero folti e vellutati. I suoi occhi riacquistarono la vista e divennero limpidi. Si sentì pervasa da tutta la sua essenza e fu pronta a lasciare andare Iriook al suo destino terrestre. Erlak e la foca grigia accompagnarono Iriook in superficie. La lasciarono addormentata sulla spiaggia ghiacciata, avvolta in una pelle di balena.
Lentamente, le due foche argentee, con un groppo in gola per il dolore del distacco, si inabissarono nel mare profondo. Era una bellissima notte stellata, l’acqua era calma e il suono delle onde che si infrangevano sulla scogliera veniva interrotto di tanto in tanto dall’ululato di un lupo proveniente da una lontana radura. Iriook si svegliò quasi all’alba. Quando s’accorse di essere sola s’alzò e corse disperata verso casa di suo padre piangendo per tutta la durata del percorso.

Passò tanto tempo e Iriook divenne una danzatrice di grazia straordinaria. Il suo canto fu conosciuto in tutta la Terra ghiacciata e le sue storie furono famose come quelle della saggia maga Babajuk. Si diceva che avesse ereditato quelle doti dallo spirito delle foche che l’avevano nutrita negli anni dell’infanzia e che l’avevano riportata in superficie dalla profondità del mare. Molti uomini l’hanno desiderata, ma Iriook è appartenuta solo a se stessa.

Ancora oggi, che forse ha raggiunto i mille anni e i suoi capelli bianchi sono più lunghi delle sue vesti, spesso la si vede inginocchiata in riva al mare a parlare con una certa foca che si avvicina solo a lei. Molti hanno visto lo spirito di quella foca, nelle notti di luna piena o durante i temporali, o quando la nebbia calava fitta fitta. Tanti hanno ammirato la sua linea aggraziata, e tutti quelli che l’hanno guardata negli occhi sono rimasti stregati dalla loro dolcezza selvaggia. Parecchi l’avrebbero voluta catturare per averla sempre vicino, ma nessuno c’è più riuscito, perché Erlak ha imparato a non lasciare mai più incustodita la sua pelle. 

Fra le genti dei ghiacci eterni è considerata divina perché, sebbene sia solo una foca, sembra che i suoi sguardi provengano dal profondo dell’anima più bella che sia mai esistita.

Illustrazioni di Alessandra Murgia
Pubblicato: Lunedì, 22 Aprile 2013
Autore: Patrizia Boi

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